Il sottile fisso rosso tra Berlino e Roma

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Molte sono le differenze fra l’Italia e la Germania, ma in questa fase storica vi è più di un’affinità, che spiega per quale motivo l’accordo raggiunto da Angela Markel e da Martin Schulz possa essere considerato un possibile preludio a un’intesa fra centrosinistra e centrodestra anche in Italia.

In Germania, la Grande Coalizione nasce sotto la guida di un leader politico sperimentato, che tieni le chiavi della cancelleria tedesca da più di dodici anni. Una continuità di cui l’Italia, in anni recenti, non ha certo goduto. Frau Merkel ha dapprima governato con i socialdemocratici dell’Spd, poi con i liberali dell’Fdp, poi di nuovo con l’Spd: la barra stabilizzatrice del sistema politico tedesco rimane comunque saldamente nelle sue mani. Questo spiega perché la Cancelliera abbia potuto provare a stringere un accordo con i verdi e i liberali, per tornare solo poi a rivolgersi ai socialdemocratici di Martin Schulz. Del resto, entro un sistema di tipo proporzionale, non si può dire che riesca contro natura cercare un accordo in Parlamento con le forze politiche disponibili, dopo che il voto popolare non ha prodotto alcuna maggioranza certa e autosufficiente. Ebbene, il 4 marzo è probabile che accadrà lo stesso in Italia: la maggioranza non arriderà né al centrosinistra (che si sommino o no i voti di Pd e Leu), né al centrodestra – che si presenta unito, ma sulla cui unità è lecito nutrire più di un dubbio – né ai Cinque Stelle. La differenza sta però in ciò, che qui da noi non c’è una figura politica di pari e riconosciuta autorevolezza, e soprattutto pesa il fatto che la seconda Repubblica è nata in Italia con il mito del governo che esce dalle urne la sera del voto, legittimato direttamente dal popolo, per cui qualunque soluzione di tipo parlamentare, diversa da quella profilata nel corso della campagna elettorale, appare ormai come un ignobile inciucio. Eppure, persino Di Maio, che giura e spergiura che accordi politici non ne farà, è costretto a ragionare intorno al modo in cui trovare consensi in Parlamento.

L’Italia può tuttavia tornare a specchiarsi nella situazione politica tedesca per un’altra ragione: a Berlino come a Roma si è ridotto sensibilmente lo spazio politico occupato dai partiti politici tradizionali, di destra e di sinistra. Questa affermazione è, in realtà, valida solo in un senso largo e approssimativo per l’Italia. In Germania, la CDU della Merkel (alleata con la bavarese CSU), e l’SPD di Martin Schulz sono infatti per davvero in linea di continuità con la storia politica tedesca del secondo dopoguerra. Non si può invece dire lo stesso di Forza Italia o del Pd, partiti nati entrambi per marcare discontinuità piuttosto che rivendicare persistenze. E però sia Forza Italia che il Pd si ritrovano nelle famiglie politiche europee a cui appartengono i partiti tedeschi, quella popolare e quella socialista (benché in entrambi i casi non sia stato scontato l’approdo). La vera anomalia, giudicata con un occhio europeo, è se mai rappresentata dall’alleanza fra Fi e la Lega, e difatti nelle ipotesi di grande coalizione di cui si ragiona in Italia la Lega non c’è (come non c’è la Meloni). Il punto è che però, qui come lì, a Roma come a Berlino, il patrimonio dalla tradizione ereditato, sia stato o no dilapidato, si è di molto ridotto. In Germania la Merkel ha preso alle elezioni dello scorso anno una decina di punti in meno rispetto al 2013, attestandosi intorno al trenta per cento, mentre l’Spd ha toccato il suo minimo storico, poco sopra il venti. In Italia Il fenomeno è ancora più accentuato, stando agli ultimi sondaggi: Forza Italia vale intorno al 16%, circa la metà del suo massimo storico (Europee ’94), e quasi dimezzato è anche il Pd rispetto alle ultime europee del 2014, sotto di poco meno di dieci punti rispetto al 33% ottenuto al momento del suo varo (nel 2008, con Veltroni). In queste condizioni, quel che c’è di sbagliato nella grande coalizione non è tanto l’avvicinamento fra centrosinistra e centrodestra in nome dell’europeismo, quanto, se mai, il fatto che la si continui a chiamare grande, nonostante il forte ridimensionamento elettorale.

Al quale corrisponde la crescita delle forze antisistema, che a loro volta si somigliano, per i tratti populisti, antiparlamentari, xenofobi, nazionalisti. Il modo in cui questi ingredienti si mescolano in Germania, nella neonata formazione Alternative für Deutschland, è diverso dal modo in cui si presentano in Italia, distribuiti fra la Lega e i Cinque Stelle, ma il problema rimane il medesimo: è il confronto con l’agenda politica dettata da queste forze a tirare infatti la linea di demarcazione, e a spingere, qui come lì, centrodestra e centrosinistra l’uno verso l’altro.

Dichiarando però il contrario. Sia Berlusconi che Renzi si sono detti infatti favorevoli al rapido ritorno alle urne, nel caso in cui nessuna coalizione raggiunga la maggioranza. Ma anche Schulz aveva dichiarato, prima del voto, che non avrebbe mai e poi mai fatto lo junior partner della Merkel. È andata diversamente, e per l’ex Presidente del Parlamento europeo è ora pronta la carica di ministro degli Esteri. Vedremo da noi il 4 marzo: fino a quella data, Pd e Forza Italia non possono far altro che negare, in perfetta buona coscienza, di voler andare insieme a Palazzo Chigi. Dal giorno dopo, bisognerà tuttavia che ragionino numeri alla mano, e si chiedano se affrontare il mare procelloso di nuove elezioni in tempi ravvicinati, o non piuttosto mettere su un accordo di governo. Perché un’altra differenza c’è, fra il nostro Paese e la Germania: che il timore di instabilità politica non incombe su Roma come su Berlino. Così lì son potuti rimanere per mesi senza un esecutivo nel pieno dei suoi poteri. Da noi, lo stesso scenario, con l’orizzonte affoscato da incipienti ricorsi alle urne, potrebbe comportare molte più turbolenze.

(Il Mattino, 8 febbraio 2018)

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