La distinzione

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Se si vede il video pubblicato sul sito della testata online – quello in cui viene avvicinato Roberto De Luca, il figlio del governatore – viene più di un dubbio che i giornalisti, con l’aiuto di un ex boss della camorra, non si siano limitati ad accendere le telecamere e ad ascoltare le cose che accadono, ma abbiano provato a farle accadere, le cose, in quel sottobosco della politica dove, con grande spregiudicatezza, si sono inseriti. Questa del resto è l’idea dell’agente provocatore, ed è stato il direttore di Fanpage, Piccinini, a parlare di “giornalisti provocatori”: chi provoca non si limita a realizzare un’operazione sotto copertura, con un’identità mascherata, ma prova a incitare o indurre al crimine l’interlocutore, a cui propone l’affare sporco. Non osserva semplicemente il quadro, ma di fatto lo altera o addirittura lo costituisce.

Sarà la magistratura – che sulla materia è già al lavoro da mesi – a valutare il materiale raccolto dal Fanpage. Ma la questione è se dobbiamo davvero augurarci di vivere in un mondo in cui è lasciata ad ogni singolo cittadino – e a volte a cittadini con un pedigree non invidiabile, come nel caso del filmato in questione, in cui è un ex boss della camorra il motore di tutto – l’iniziativa di infilarsi tra i malfattori per incastrarli. Conosco l’obiezione: meglio che lo facciano loro, se non c’è altro modo di fare. Meglio andare a caccia di ladri e corrotti anziché mettere la mordacchia al giornalismo d’inchiesta, come si vuol fare tirando in ballo sottili distinzioni giuridiche.

Rispondo: però quelle distinzioni ci sono. Stanno nel codice. E vi stanno a tutela di diritti fondamentali, a garanzia di coloro che si trovano sotto accusa, a protezione delle condizioni per l’esercizio della difesa e di un giusto processo. Se il codice penale parla di agenti infiltrati, e non di agenti provocatori, è perché la differenza c’è, e violarla significa lasciare campo libero all’attività inquisitoria, con la solita scusa che chi è onesto non ha nulla da nascondere. A nessuno viene ormai fatto di pensare che in questo modo si sposta la soglia dalla giuridicità alla moralità dei comportamenti, e che un simile spostamento è pericoloso per la salute di una democrazia.

Conosco l’obiezione: ma la democrazia è malata non per colpa di giornalisti coraggiosi, ma per via della corruzione dilagante. Invito allora a considerare che, così ragionando, assecondiamo la logica pericolosa de: “a mali estremi, estremi rimedi”, logica che sappiamo dove comincia (è già cominciata), ma non sappiamo dove si fermerà. Anzi: in una logica del genere, i freni saltano, e non c’è più nessuna ragione per fermarsi, per non ridurre sempre di più gli spazi di libertà delle persone, in nome della sacrosanta lotta alla corruzione. Quanto alla democrazia: siamo sicuri che far scoppiare un caso simile in prossimità del voto – quando in realtà le inchieste erano già avviate, quando i magistrati erano già al lavoro, quando i riflettori erano già stati messi dalla Procura sulle gare andate deserte e sull’attivismo dei gruppi criminali intorno ad esse – non configuri una forma di inquinamento elettorale, che incide pesantemente sul corso della vita democratica, in un momento decisivo per il Paese?

Certo, la politica, ancora una volta, non ne esce bene. Nessuno però vuole negare che c’è un mondo di mezzo che ruota intorno all’emergenza ambientale, che ci sono pesanti interessi in grado di condizionare l’attività amministrativa, che una gestione razionale e trasparente della materia non può prevedere l’interessamento del figlio del Presidente della Regione. Ma di qui a calpestare il lavoro degli inquirenti e a sorvolare sulle distinzioni a cui dovrebbe invece rimanere aggrappato un ordinamento giuridico liberale ce ne corre. Ed è un rischio che, almeno noi, non vorremmo correre.

(Il Mattino, 18 febbraio 2018)

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