La giustizia fai da te nelle urne

Risultati immagini per rifiuti discarica ecoballe

Ancora una volta, alla vigilia delle elezioni, Napoli balza alla cronaca nazionale per inchieste che coinvolgono esponenti politici. Niente di nuovo sotto il sole? No, qualcosa di nuovo c’è, ed è che questa volta la Procura della Repubblica, in assoluta discontinuità col recente passato, ha provato a tenere al riparo l’indagine dai clamori mediatici, salvo intervenire quando ha tenuto che la diffusione delle notizie comportasse la dispersione di possibili elementi di prova. Nel perverso circuito mediatico-giudiziario in cui è trascinata la vita pubblica del nostro Paese, il pallino è ormai direttamente nelle mani delle testate giornalistiche, al cui rimorchio la Procura è costretta a muoversi.

I fatti. La testata Fanpage assolda un ex boss dei rifiuti, e lo manda in giro per sondare la disponibilità dei politici a intascare qualche robusta mazzetta in cambio dello smaltimento illegale di rifiuti. Il materiale così raccolto – gli abboccamenti e gli accordi corruttivi che sarebbero stati stretti con le persone avvicinate, documentati tramite registrazioni e riprese video, non ancora resi pubblici – viene portato in Procura, che ha già in piedi un’inchiesta sullo smaltimento dei rifiuti in cui è coinvolta la Sma, la società regionale per la tutela dell’ambiente. Nei giorni scorsi, disattendendo la preghiera di riservatezza elevata dalla Procura, quelli di Fanpage fanno sapere che stanno per pubblicare sul sito i risultati dell’inchiesta giornalistica. A questo punto la Procura è costretta a intervenire: partono le perquisizioni, i primi nomi dei politici coinvolti finiscono sui giornali, gli stessi giornalisti si trovano ad essere indagati, la bomba mediatica esplode in piena campagna elettorale. E rischia di riservare sorprese anche nei prossimi giorni.

Ora, fermo restando il rispetto per il lavoro degli inquirenti, spinti sotto i riflettori dove questa volta avrebbero volentieri fatto a meno di finire, non abbiamo più di un motivo di allarme per gli inquinamenti del confronto politico-elettorale, che fatti del genere causano? Fanpage ha indubbiamente una notizia per le mani, e vuole pubblicarla. Ma quella notizia è stata costruita, e richiede di essere usata nel bel mezzo di una campagna elettorale, quando ovviamente fa molto più rumore. A ritrovarsi tirati in ballo si ritrovano così centrodestra e centrosinistra: per via degli esponenti politici coinvolti (appartenenti, a quel che finora si sa, a Fratelli d’Italia), e perché la Sma è una società regionale, e la Regione è in mano al centrosinistra. Domanda: è normale, questo? E bisogna augurarsi che anche altri facciano altrettanto, che per esempio altri giornali si armino di squadre di agenti provocatori, e che magari lo stesso facciano i partiti, provando per esempio ad istigare la commissione di reati da parte di avversari politici? La tentazione fa l’uomo ladro, dice il proverbio. Ma appunto lo fa: non lo rivela semplicemente, ma lo crea. Per moralizzare il Paese, per estirpare la malapianta della corruzione, dobbiamo moltiplicare le possibili tentazioni, e ingrossare le file dei ladri, per poterli poi arrestarli tutti?

C’è effettivamente chi pensa che si debba fare così. Devono finire tutti in galera: è un sentimento diffuso. Piercamillo Davigo ha sempre sostenuto che i mezzi a disposizione della magistratura non sono sufficienti, e che se si volesse davvero fare la guerra alla corruzione bisognerebbe sguinzagliare per il Paese il maggior numero possibile di agenti sotto copertura. Ci vorrebbe una legge, però, perché la dottrina in materia non è univoca, e non è chiaro fino a che punto si possa spingere l’infiltrato o il falso corruttore. E difatti c’è una forza politica che non ha dubbi al riguardo: sono i Cinque Stelle. Meno di un paio di settimane fa lo hanno detto chiaramente: la prima cosa che deve fare Di Maio, appena arriva a Palazzo Chigi, è una bella legge che dia la più ampia libertà all’autorità giudiziaria di impiegare gli agenti provocatori. A quel punto, il clima poliziesco di sospetto, paura e diffidenza sarà generalizzato, e nessuno vorrà più corrompere o lasciarsi corrompere, per il timore di trovarsi di fronte a un collaboratore delle forze dell’ordine. Tanto, aggiungono, gli onesti non avranno mai nulla da temere. E così, per selezionare un manipolo di onesti incorruttibili (certo solo fino a prova contraria, che può arrivare in qualunque momento) si possono gettare nel terrore tutti gli altri. Cioè noialtri, noi potenziali ladri e corruttori, che, se non accettiamo questa logica, mostriamo già di voler delinquere, o almeno di non essere sicuri di non volerlo fare. Siamo già tutti sospettati o sospettabili.

Ma se non si ha la forza di respingere questa logica perversa, di denunciarla pubblicamente per timore di finire nel novero dei potenziali delinquenti, si guardi almeno a cosa sta accadendo: che l’uso fai da te della giustizia spinge ad usare un camorrista, o ex camorrista, per stanare i corrotti. Che a farlo non è il magistrato, ma il giornalista. E che facendolo si interferisce pesantemente con indagini in corso. Così è, se vi pare.

Naturalmente, appena i video di cui si parla verranno pubblicati, passerà fatalmente in secondo piano ogni genere di preoccupazione per il modo in cui quel video è stato ottenuto, e non sarà certo sui giornali che si discuterà del suo eventuale valore probatorio. Roba da legulei, da sottili azzeccagarbugli. L’indignazione travolgerà ogni cosa. Ed allora, se ancora c’è tempo, proviamo a farlo adesso: sommessamente, sine ira ac studio, prima che la tempesta perfetta si sollevi.

(Il Mattino, 16 febbraio 2018)

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