Se i diritti restano scritti solo sulla Costituzione

Ricordate Pinocchio?

Quando lascia la stanzina di Geppetto per andare a scuola, non ha solo “un vestituccio di carta fiorita, un paio di scarpe di scorza di albero e un berrettino di midolla di pane”, ha anche l’abbecedario, “il più e il meglio” che un bambino debba avere per imparare a leggere, a scrivere e a fare i numeri. Geppetto, che non ha un soldo, ha dovuto vendere la propria casacca per acquistare il libro, non essendoci alcun sussidio statale, nessun buono libro erogato dal Ministero per venire incontro alle fasce economicamente più deboli. Oggi è, o sarebbe, tutt’altra musica: la fornitura dei libri di testo è garantita oltre gli anni della scuola primaria, anche se bisogna che venga sollecitamente adottata dagli uffici competenti la relativa determina. Sicché è vero che quando la miseria è miseria la intendono tutti, come scrive Collodi, ma non è vero che ciò basti per mettere sotto il braccio dei ragazzi i loro abbecedari: ci vogliono il decreto ministeriale, il piano di riparto regionale, la graduatoria comunale e chissà cos’altro. E passano mesi: la scuola comincia, i libri non arrivano. Fosse successo al bizzosissimo Geppetto, che non amava essere preso in giro, né avrebbe date un sacco e una sporta a chiunque gli fosse capitato a tiro.

Capita invece in Campania; capita a Napoli. Come era già accaduto lo scorso anno, e l’anno ancora prima. Ed è un disagio che colpisce migliaia e migliaia di ragazzi. Quando il Mattino se ne occupò, un anno fa, la Ministra Valeria Fedeli convenne che le procedure burocratiche andavano snellite e i tempi dell’amministrazione pubblica  “resi più compatibili con l’avvio dell’anno scolastico”. L’impegno allora assunto, di eliminare almeno un passaggio, portando la gestione del fondo statale sotto la diretta competenza del Ministero dell’istruzione, è stato in effetti mantenuto. Ma per il cittadino non è cambiato assolutamente nulla: non arrivavano i libri nel 2017, con l’inizio delle attività scolastiche, e non arrivano neppure nel 2018. Allora che si fa? Si chiede ai genitori di impegnare le loro giacche in attesa che qualche impiegato un po’ più solerte si decida a staccare gli assegni di studio?

Nella lettera al Mattino la Ministra citava, del tutto a proposito, quell’articolo 3 della Costituzione di cui ogni sincero democratico ha motivo di andare fiero: noi, gli italiani, siamo quelli per i quali l’uguaglianza di tutti i cittadini deve essere effettiva. Il povero come il ricco ha diritto di studiare. L’intero alfabeto dei diritti economici e sociali discende da quell’articolo della nostra Carta. Ma a che vale farvi appello, se poi tra gli ostacoli che debbono essere rimossi bisogna metterci pure le lungaggini burocratiche di quello stesso Stato che i diritti dovrebbe invece garantire e promuovere? Il corto circuito è completo: Geppetto esce dalla sua casetta e invece di vendere a un robivecchi la sua giacca di fustagno si reca presso la segreteria della scuola dove compila un modulo, presenta una dichiarazione e formula una domanda. Poi aspetta il sussidio. Pinocchio rimane per strada a giocare. Mangiafuoco con i suoi burattini passa per il Paese, fa il suo spettacolo e se ne va. E la Fata dai capelli turchini ha un bel dire a Pinocchio di tornare a studiare: i libri non ci sono.

Come tutte le favole, anche questa ha la sua morale. Ed è che riesce drammaticamente controproducente riconoscere in linea di principio un diritto negandolo però in via di fatto. Si fa un duplice danno, perché oltre a non mettere i ragazzi in condizione di stare a scuola alla pari di tutti gli altri, si trasmette a loro e alle loro famiglie l’idea che lo Stato non c’è, che i diritti non sono per tutti, e che uguaglianza di opportunità e equità sociale sono parole vuote, di comodo.

E cosa volete che da ciò consegua, se contemporaneamente sentono parlare di diritti, di accoglienza, di aiuti per quegli altri, gli stranieri, i migranti, a cui bisognerebbe dare quello che lo Stato non riesce ad assicurare ai propri cittadini? Difficile scalfire questo ragionamento, quando l’inefficienza tocca i tuoi figli. In realtà, c’è un solo modo per non rimanere intrappolati nella logica del “prima gli italiani”, con il seguito di guerre tra poveri che rischia di innescare, ed è quello di poter dire: “prima la giustizia”. E se non proprio la giustizia intera, almeno prima i libri di testo: che arrivino prima che finisca la scuola.

(Il Mattino, 12 febbraio 2018)

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