Archivi del giorno: febbraio 28, 2018

Il risiko dei governi possibili

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Neanche se fossimo sicuri della bontà dei sondaggi, che oggi circolano solo fra addetti ai lavori, sapremmo dire quale governo attende il Paese. Neanche se disponessimo delle percentuali esatte fino alla terza cifra decimale. Perché il profilo delle forze politiche e soprattutto quello della loro rappresentanza parlamentare (e la conversione dei voti in seggi) non è mai stata così incerto: i Cinquestelle hanno già preso le distanze da una quindicina di possibili eletti tra le loro file; Forza Italia e Lega nessuno sa se rimarranno insieme anche dopo il 4 marzo; in Liberi e Uguali convivono almeno due anime e non è detto che la lista si trasformi in un partito; quanto al Pd e alla coalizione di centrosinistra, c’è chi immagina che anche lì ci sia una zona molle che potrebbe rendersi disponibile a soluzioni di governo a prescindere dal destino personale di Matteo Renzi. Non resta allora che moltiplicare gli scenari che, con diversi gradi di probabilità, premono per realizzarsi. A differenza che nella teodicea di Leibniz, secondo cui a prevalere alla fine è il migliore dei mondi possibili, qui in realtà non è certo nemmeno che lo scenario migliore sia anche quello che prenderà forma all’indomani del voto.

Governo del Presidente

L’ipotesi più probabile è che, di fronte all’assenza di una maggioranza parlamentare, Mattarella debba mettere un governo sotto la sua egida, perché abbia la fiducia delle due Camere. Questo significa individuare una personalità al di sopra della mischia a cui affidare la costituzione di una sorta di governo di scopo, con in mano un elenco di poche, essenziali cose da fare, tra cui spiccherebbe una nuova legge elettorale. In un simile governo potrebbero sedere personalità istituzionali, tecnici, accademici, alti funzionari, espressioni di aree politico-culturali diverse ma non direttamente esponenti di partito, come del resto è già accaduto col governo Monti. Un simile governo potrebbe avere il sostegno del centrosinistra, di Liberi e Uguali, di Forza Italia, certo non quello di Lega e Fratelli d’Italia, e probabilmente nemmeno quello dei Cinque Stelle.

Grande coalizione

Dall’arco di quelle stesse forze che sosterebbero un governo del Presidente potrebbe nascere un governo di larghe intese. E potrebbe durare, ambire cioè a coprire l’intera legislatura. La differenza la fanno i numeri: se Forza Italia e Pd, con i loro alleati minori, raggiungessero la maggioranza, allora potrebbe davvero nascere un esecutivo pienamente legittimato sul piano politico, con tanto di delegazione dei partiti al governo. Liberi e Uguali potrebbe starci, o più probabilmente non starci. Oppure dividersi. In ogni caso, la base parlamentare, e forse anche l’indirizzo programmatico, non sarebbe molto diverso da cinque anni fa: il governo Letta, che nacque dal voto del 2013, aveva infatti l’appoggio di Pd e Forza Italia. Difficile fare però ipotesi su chi sarebbe il futuro premier: se cioè Forza Italia darebbe il via libera a Renzi, o se invece chiederebbe al Pd di indicare una figura diversa, più “inclusiva”. Certo è che un governo Renzi di grande coalizione non prenderebbe un voto in più a sinistra.

Governo di centrodestra

Terzo scenario. Il centrodestra, che è più avanti nei sondaggi, raggiunge la maggioranza. Oppure arriva a un soffio dalla fatidica soglia, e racimola in Parlamento quel che gli serve per arrivare al 51%. Le esperienze passate dicono tuttavia che una risicata maggioranza di centrodestra stenterebbe a portare fino in fondo la legislatura. Del resto, già adesso Salvini, Meloni e Berlusconi non parlano affatto all’unisono: ciascuno rassicura i suoi sulla tenuta dell’accordo, ma la diffidenza reciproca è molto forte. Al partito che arriva primo nell’ambito della coalizione toccherà comunque fare il nome del Presidente del Consiglio. Lo scarto tra Forza Italia e Lega è molto ridotto, e la percentuale di indecisi ancora molto alta: tutto può succedere. Difficile, però, credere che un governo Salvini possa avere i voti degli alleati centristi. E difficile pure ipotizzare che Forza Italia possa davvero rimanere tutta unita incolonnata dietro il segretario leghista.

Centrodestra più Bonino.

Così subentra un’altra possibilità, che il centrodestra riesca a portare nella sua orbita la lista europeista della Bonino, disarticolando la coalizione di centrosinistra. L’ipotesi circolata nelle ultime ore è che Berlusconi indichi addirittura la leader radicale come premier, ma questa eventualità può servire se mai a non concedere il primato a Renzi e al Pd in un governo di grande coalizione, più che a fare un governo di centrodestra con dentro piùEuropa. Può succedere invece che il Cavaliere punti ad attrarre consensi al centro e fra gli europeisti della Bonino per sganciarsi progressivamente dalla Lega. Una soluzione di governo con dentro sia Matteo Salvini che Emma Bonino, cioè i sovranisti e i federalisti, i securitari e i garantisti appare un equilibrismo che nemmeno il Berlusconi del ‘94 saprebbe portare a buon fine.

Il populismo al governo

Se i Cinquestelle dovessero risultare il primo partito, e se fossero in grado di prospettare al presidente della Repubblica la possibilità di un appoggio parlamentare da parte di settori del centrodestra, e in particolare della Lega, allora l’incarico di formare un governo potrebbe andare a Luigi Di Maio. Un governo populista, fondato sull’asse Cinque Stelle – Lega, è di sicuro il più dirompente tra gli scenari possibili. Salto nel buio o no, sarebbe un inedito assoluto nella storia della Repubblica. Convergenze programmatiche ci sono (in tema di politiche migratorie e della sicurezza, di politiche fiscali e del lavoro, di politiche comunitarie); bisogna ovviamente che ci siano anche i numeri. E le condizioni politiche. Perché al momento i Cinque Stelle non sembrano disponibili ad alleanze, ma solo a chiedere consenso ad un ‘loro’ governo monocolore. In questo caso, Salvini e la Lega dovranno decidere se accettare di dare l’appoggio esterno, puntando sui Cinque Stelle per far saltare definitivamente il banco della seconda Repubblica.

Alleanza Cinque Stelle – sinistra

Ma i Cinque Stelle possono giocare a tutto campo. Se si confermassero primo partito, potrebbero provare a cercare voti anche a sinistra. Si ripeterebbe il tentativo (fallito) di Bersani nel 2013, ma a parti invertite. E questa volta l’argomento sarebbe: meglio appoggiare i Cinque Stelle che far tornare Berlusconi al governo. Un argomento che non è detto riscuota unanimità di consensi dentro Liberi e Uguali, ma che comincia a farsi strada persino nel Pd. Dove per un Renzi che dice mai al governo con i Cinque Stelle c’è pur sempre un Emiliano che invece accarezza con simpatia l’idea. Che i voti di Liberi e Uguali possano bastare è improbabile. Ma se il Pd va molto male, e crescono le spinte centrifughe, potrebbe darsi anche questa eventualità di un Esecutivo a guida Di Maio con la sinistra che lo sostiene in Parlamento. Difficile scommettere, però, sulla durata di un simile esperimento.

Scenario spagnolo.

L’ultimo scenario possibile è che il governo non lo si riesca proprio a fare. Che i veti reciproci prevalgano. Che i no al governo del Presidente di Lega, Fratelli d’Italia e Cinque Stelle non consentano di sperimentare neanche soluzioni emergenziali. Che il centrodestra da solo non abbia la maggioranza e che la grande coalizione sia tutto meno che grande. Che in Liberi e Uguali si imponga una linea di intransigenza e che la sinistra non presti i suoi voti a nessuna soluzione di compromesso con il Cavaliere. Che l’appello di Di Maio cada nel vuoto e che non riceva nessun soccorso verde o rosso. Se tutte queste strade risultassero sbarrate, non resterebbe che tornare rapidamente al voto, con la stessa legge elettorale. Scenario quasi weimariano, da crisi di sistema, con instabilità assicurata e forti fibrillazione sui mercati. Forse si riuscirà ad evitarlo; forse no.

(Il Mattino, 27 febbraio 2018)

La sinistra unita solo in piazza

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Alla prima domanda si risponde facilmente, alla seconda è un po’ più complicato. La prima: c’è un comune denominatore che consente alle diverse anime della sinistra di ritrovarsi insieme? Sì, c’è. La manifestazione antifascista di ieri ha visto infatti la partecipazione di Renzi e Bersani, Fratoianni e Gentiloni, Maurizio Martina e Laura Boldrini, Matteo Orfini e Pietro Grasso. Uniti nel dire no ai fascismi e ai razzismi. Mentre a Macerata, all’indomani della caccia all’immigrato di colore scatenata per le vie della città da Luca Traini, qualcuno in piazza non era sceso, ieri, dietro le insegne del corteo promosso dall’Anpi, si sono ritrovati tutti. Ma – seconda domanda – quanto dista quel comune denominatore da un’intesa politica? Qui la risposta è più difficile. In politica è come nella fisica quantistica, esistono proprietà complementari: se ne conosci una, la sua complementare rimane necessariamente non definita. Così, se Partito democratico e Liberi e Uguali si congiungono a piazza del Popolo, vuol dire che non può essere determinata la loro vicinanza a Palazzo Chigi. La difficoltà è anzitutto di ordine programmatico: un conto è l’ideale adesione ai valori, un altro è tradurla in concrete misure in materia di politiche migratorie. Basta contare tutti i distinguo e le critiche a cui va incontro la dottrina Minniti, per farsene consapevoli. A non dire di jobs act, scuola e di tutto il resto.

Ma queste differenze sarebbero ancora superabili, in una normale logica di coalizione. La sinistra è pur sempre quella che, nel corso della seconda Repubblica, ha prima dato vita all’Ulivo, e poi messo insieme – comunque se ne giudichino i risultati – l’Unione. Che andava da Bertinotti a Mastella, da Oliviero Diliberto a Francesco Rutelli. Questa volta no: insieme non si può. Siamo oltre la logica classica. Valgono invece le relazioni di indeterminazioni di Heisenberg. Se vuoi scrivere LeU a fianco del Pd, devi lasciare indeterminato il nome di chi guida il partito democratico. Se ce lo metti, se scrivi Renzi, allora la posizione di Leu subito sfuma in un’orbita indistinta, in cui non è più chiaro se prevarrà la responsabilità di dare un governo al Paese, confidando nelle indicazioni che verranno dal Presidente della Repubblica, o se invece l’ostilità nei confronti del Segretario del Pd si tradurrà in ferma indisponibilità.

Le formule che vengono proposte sono le più varie: governo del Presidente, governo di larghe intese, governo di salvezza nazionale. Perfino Di Maio si è cimentato in politichese proponendo un governo di programma (lasciando pure lui indeterminato se, chiedendo il voto sul programma, si rivolgerà pure a quei parlamentari che ha espulso ancor prima di eleggerli). In ogni caso, nessuna delle formule in questione si può costituire a partire dalla celebrazione dei valori della Resistenza. Con l’antifascismo non si fa un governo, insomma. Si costruisce un fronte nella pubblica opinione, si mobilita, forse, una parte dell’elettorato che rischia di scappare nell’astensione; si arricchisce l’arsenale degli argomenti polemici nei confronti della destra; si rinsalda un’identità intorno a punti unificanti posti molto in alto, a distanza imprecisata però visibili da tutti, ma non riuscendo a confermarla a quote più basse, dove rispuntano tutti gli ostacoli che in questi anni si sono frapposti all’unità del centrosinistra, un governo non lo si fa.

E allora come? Berlusconi va dicendo che lui conta di farlo arrivando con la coalizione su su fino al 40%. Che poi, se non ci si dovesse arrivare, il Cavaliere cercherà in Parlamento quello che manca, fra transfughi di varie formazioni e centristi in cerca di collocazione. I Cinquestelle: loro il governo lo hanno già fatto, hanno usato la cortesia di darne notizia a Mattarella e si apprestano a rivelarlo al popolo tutto nelle prossime ore. Invece il Pd non sostiene più la finzione di poter fare tutto da solo, ma non arriva a indicare il punto politico che sarà probabilmente discriminante. E cioè se, per trovare un accordo largo, sarà necessario dare un profilo tecnico, istituzionale e di garanzia al futuro Esecutivo, o se i partiti politici potranno esservi rappresentati. Di fronte a questa alternativa, si indovina nuovamente la divisione a sinistra. Perché il Pd non ne vuole sapere di governi privi di caratura politica, mentre LeU non ne vuole sapere di Renzi. Per Grasso e D’Alema, è così più facile digerire un esecutivo di grand commis, sotto l’egida del Quirinale, che far nascere una grande coalizione. E però all’una o all’altra soluzione, con i numeri che usciranno dal voto del 4 marzo, non si potrà certo arrivare passando per un’altra piazza del Popolo, ma, semmai, con una realistica e concreta interlocuzione con il centrodestra. Il Teorema di Bell, in fisica quantistica, rifiuta il realismo locale. Niente qui e ora. Rifugiandosi nel cielo lontano dell’ideale resistenziale, la sinistra ha evidentemente trasferito il teorema in politica, almeno per il tempo di questa sorprendente campagna elettorale.

(Il Mattino, 25 febbraio 2018)

 

L’agente provocatore e le voci fuori dal coro

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Prima che si scatenasse la tempesta perfetta, prima che Fanpage mettesse in rete i video sui rifiuti campani, questo giornale ha sollevato qualche domanda sul metodo dell’inchiesta. Una domanda sui suoi tempi, visto che la pubblicazione avviene scientemente a ridosso del voto politico nazionale. Una domanda sulla interferenza con le attività condotte dalla Procura di Napoli, che aveva già aperti diversi filoni di indagine sulla materia. Una domanda sullo spregiudicato utilizzo, nel lavoro giornalistico, di “agenti provocatori”, che fanno la notizia: non si limitano a raccoglierla. Una domanda sul clima che si determinerebbe, qualora si generalizzasse il ricorso a questo genere di provocazioni, da parte di altri soggetti (testate, ma anche – perché no? – partiti e fazioni politiche). Una domanda, infine, sulle conseguenze, per la salute della democrazia, di una così pesante logica sostanzialistica, che accantona ogni preoccupazione di diritto, pur di dare addosso al ladro e al corruttore.

Fare queste domande non significa affatto non vedere ciò che i video di Fanpage hanno mostrato: che in Campania il problema dei rifiuti è ben lungi dall’essere risolto; che nel sistema di smaltimento non sono ancora sufficienti i controlli; che in questa Regione il crimine si mantiene in una pericolosa contiguità con l’area dell’agire pubblico; che in nome dell’emergenza è tuttora possibile condurre operazioni poco trasparenti; che manchiamo, soprattutto nel Mezzogiorno, di una classe dirigente, politica e amministrativa, all’altezza delle proprie responsabilità, che sappia tirare una linea netta tra il proprio profilo e ruolo istituzionale, e le facilonerie e le leggerezze da bar, i rapporti amicali o familiari, le chiacchiere avventate con i mediatori e faccendieri di turno.

Ma tutto questo non è una buona ragione per non porre, con qualche allarme, le domande che abbiamo posto. Che sono, se possibile, oggi ancora più essenziali di ieri. Tanto più che sono troppo poche le voci che, sin qui, hanno voluto porle. Lo hanno fatto Antonio Polito e Enzo D’Errico sul “Corriere del Mezzogiorno”, lo ha fatto Stefano Cappellini su “Repubblica”. Lo hanno fatto, per fortuna, Raffaele Cantone e Federico Cafiero de Raho, il presidente dell’Autorità anticorruzione e il Procuratore Nazionale Antimafia. Il primo non ha mancato di rilevare «problemi deontologici rilevanti, rispetto ai mezzi impiegati e ai tempi di pubblicazione». E quanto all’uso di agenti provocatori, si è detto contrario con parole che andrebbero tenute bene a mente: «Non credo che tra le funzioni delle indagini giudiziarie ci sia quella di individuare soggetti potenzialmente corruttibili, ma solo di perseguire chi ha commesso un reato». Figuriamoci se l’agente provocatore, invece di essere un esponente delle forze dell’ordine, posto sotto le direttive di un magistrato, dovesse essere un ex boss della camorra, al soldo di una redazione. Quanto al secondo, Cafiero de Raho, ha parlato senza troppa diplomazia di «un’azione quasi fraudolenta» compiuta da Fanpage.

A fronte di ciò, sta però la montagna di articoli sotto i quali finiscono sepolti i protagonisti di questa storiaccia: con poche, pochissime possibilità di difesa, inchiodati da immagini che, montate in modo suggestivo, sollevano una sacrosanta indignazione, sottoposti a uno stillicidio di cui non si conosce la fine, messi insieme, dalla voce narrante che apre ogni puntata, a «centinaia di trafficanti di rifiuti, spietati camorristi, imprenditori spregiudicati e politici corrotti».

Certo, di questo si può anche decidere di non preoccuparsi, in nome della notizia (e, insieme, dello spettacolo: perché è difficile negare la costruzione spettacolare dei video). Così fa l’ordine dei giornalisti: affrettatosi a dare la sua solidarietà ai colleghi indagati per istigazione alla corruzione, senza minimamente lasciarsi sfiorare dal dubbio che, forse, mandare in giro un camorrista per indurre in tentazione politici e amministratori non è lo stesso che fare il cronista. Una specie di riflesso automatico, stupido come tutti i riflessi. (Doverosa, invece, la solidarietà, per le aggressioni e le parole fuori luogo di cui sono stati fatti oggetto i colleghi di Fanpage). E, certo, si può anche scegliere di ignorare la deriva che rischia in questo modo di travolgere la vita pubblica, o il piccolo particolare che vede la Costituzione riconoscere anche alle persone riprese non dirò la presunzione di innocenza, ma almeno la possibilità di discolparsi. Eppure, anche in mezzo a un’opinione pubblica che, scatenata all’inseguimento della preda, sembra sentire ormai solo l’odore del sangue, bisogna provare comunque a tenere ben ferme le nostre domande. Dalle risposte dipende infatti lo stato di salute della democrazia. A meno che, in nome della più inflessibile lotta alla corruzione, non si decida di sospenderla per un po’. Qualche segnale, in questa direzione, purtroppo c’è già.

(Il Mattino, 22 febbraio 2018)