Archivi del mese: marzo 2018

La mossa che fa più forte la coalizione

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Alla vigilia della prima giornata del nuovo Parlamento, la fisionomia del governo prossimo venturo rimane ancora indecifrabile. Nessuna fretta, ha detto Di Maio, che si appresta a incassare il primo risultato politico: la Presidenza della Camera dei Deputati. Per la prima volta da quando è entrato in Parlamento, il Movimento mescolerebbe i suoi voti con le altre forze politiche su un’importante scelta istituzionale: significa che è pronto a farlo anche su una scelta politica altrettanto importante? Può darsi di sì, perché la rivendicazione della centralità e decisività del Movimento non può evidentemente andare separata dalla consapevolezza che ai Cinque Stelle mancano non pochi voti per formare un governo. È rimarchevole, però, che, almeno per ora, Luigi Di Maio ritenga di poterli cercare indifferentemente a destra o a sinistra.
Non è tuttavia una contraddizione che possa venir imputata a un Movimento che dichiara di collocarsi oltre quella distinzione; eppure dà l’impressione – come dire? – di una certa fungibilità politica. Oppure è il contrario: è l’acquisita centralità del partito di maggioranza relativa che permette al suo capo politico di rivolgersi da una parte e dall’altra, ovunque trovi disponibilità a realizzare i punti programmatici che il Movimento ritiene irrinunciabili. Non ha fatto la stessa cosa Angela Merkel in Germania? Non avendo la maggioranza assoluta, ha cercato prima i voti di verdi e liberali, e solo poi, non avendoli ottenuti, si è rivolta all’Spd. Ha impiegato sei mesi: senza nessuna fretta.
In realtà non è proprio la stessa cosa. E non solo perché Di Maio non è la Merkel, né i Cinque Stelle sono la Cdu. Ma perché la Cancelliera (che non ha mai pensato di rivolgersi alla destra estrema di AdF) ha affrontato la difficile fase delle trattative accettando di discutere sia il programma che la composizione dell’esecutivo. Solo su questa base ha potuto aprire i colloqui con gli altri partiti. Per il momento, invece, i Cinque Stelle hanno evitato di compiere passi in una simile direzione, ripetendo fino alla noia che gli elettori hanno votato insieme un partito, un capo politico, un programma e una squadra di governo. Come se, per ottenere l’appoggio di altre forze politiche, dovesse bastare la minaccia di nuove elezioni, minaccia alla quale sarebbero sensibili, in particolare, i partiti usciti sconfitti dal voto, Pd in testa. O come se il Movimento non avesse davvero tutta questa voglia di governare, soprattutto dovendo pagare il prezzo di faticosi accordi e difficili compromessi, così indigesti alla base originaria del grillismo. (Voglia e, aggiungerei, cultura politico-parlamentare).
Chi però sin qui qualche passo lo ha compiuto è Salvini. Anzitutto nella scelta dei Presidenti delle due Assemblee. Salvini ha accettato di sostenere la candidatura di un pentastellato alla Camera e di lasciare strada al candidato di Forza Italia al Senato, per non rompere la coalizione di centrodestra ancor prima di cominciare a giocare la partita sul governo. Questo nell’ipotesi, confermata nelle ultime ore, che cada il nome di Paolo Romani, su cui i Cinque Stelle hanno puntato i piedi. Il leader della Lega ha poi tirato una riga in mezzo al campo: i voti non li cercherà dalle parti del Pd. In questo modo, ha da un lato impedito a Forza Italia di smarcarsi, facendo cadere tutti i ragionamenti intorno a una possibile “grande coalizione” con i democrat, e ha dall’altro mantenuto la rappresentanza dell’intero centrodestra. Non è detto che questo basti a mettere su un Esecutivo con i Cinque Stelle, ma basta a portare avanti l’eventuale trattativa da posizioni di maggiore forza e rappresentatività. Che anche il Capo dello Stato, al momento del conferimento dell’incarico, non potrà non considerare. Berlusconi, per parte sua, non può non tenergli il gioco: vuoi perché in cambio ha ottenuto la Presidenza del Senato, vuoi perché ha il sacro terrore di nuove elezioni, vuoi infine perché può sempre sperare che a toglierlo da ogni imbarazzo siano proprio i Cinque Stelle, che un governo con un condannato in via definitiva molto difficilmente potranno mandarlo giù. Così si potrebbe tornare daccapo, almeno negli auspici del Cavaliere: a un governo di scopo, del Presidente, o come altrimenti lo si voglia chiamare, con dentro tutti (o nessuno).
A quel punto, però, le ultime ambiguità dovranno cadere. Salvini, dal canto suo, dovrà decidere se andare comunque avanti, spingendosi nella terra incognita di un accordo coi Cinque Stelle anche a costo di spaccare il centrodestra. Di Maio, dall’altro canto, che avrà atteso il più possibile movimenti (e sommovimenti) in casa Pd, sarà probabilmente dinanzi al dilemma se Palazzo Chigi val bene una messa, se vale cioè il completamento della trasformazione del M5S in una forza di sistema, che accetta di dare un governo al Paese rinunciando almeno in parte a certe pregiudiziali, o se invece gli converrà tuffarsi verso il voto anticipato. Fin lì, e non oltre, Di Maio potrà tenersi aperte tutte le vie. Dopo, il dado sarà tratto, e non potrà che avere una faccia sola.
(Il Mattino, 22 marzo 2018)

Costruire la cornice del vivere comune

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«Prima un cerchio sopra, poi un cerchio sotto, poi i tagli in verticale tra un cerchio e l’altro. E poi mangiare a spicchi interi»: così, invariabilmente, Aldo Moro sbucciava le arance. Nel suo libro di memorie, la figlia Agnese ha raccontato gesti e abitudini che restituiscono squarci di vita familiare, e immagini di un’Italia diversa, lontana dal clamore della vita pubblica, ma anche dalla nostra epoca: Moro che va al mare in giacca e cravatta, scarpe e calzini, oppure Moro che impara a preparare l’uovo al tegamino e il caffè liofilizzato. La distanza fra i percorsi strettamente biografici di ogni vita individuale e le grandi passioni politiche che nel corso del Novecento hanno infiammato grandi masse di popolo, è ciò che l’inumanità di ogni azione terroristica, nella sua furia ideologica, non può né riconoscere, né rispettare. Ma essa appartiene consustanzialmente all’idea della democrazia costituzionale, alla definizione dei suoi spazi e dei suoi limiti, che è ancora oggi la cornice del nostro vivere associato.

Io vorrei ricordare anzitutto che Moro fu tra gli artefici della costruzione di quella cornice. Appena trentenne, giovane professore di diritto penale dell’Ateneo barese, è l’oratore per la Democrazia Cristiana nel dibattito generale sui principi fondamentali della Costituzione, e si schiera perché vengano inseriti non in un mero preambolo, come volevano molti eminenti esponenti dell’area liberale, ma nella Costituzione vera e propria. Si tratta della dichiarazione della dignità umana, della solidarietà sociale, dell’autonomia delle associazioni umane. Quei diritti sono fissati nei primi tre articoli della Carta costituzionale. Per Moro non potevano essere un semplice cappello della norma costituzionale. Dovevano anzi essere le radici da cui la Repubblica emergeva. Radici piantate nell’avvenire, come si espresse Moro, poste «davanti a noi come mete future».

Il cuore della vicenda politica morotea sta forse qui, nella capacità di leggere gli avvenimenti in ragione delle possibili linee di scorrimento lungo le quali instradarli. Con una prudenza e una moderazione che alle impazienze di un mondo in trasformazione apparivano immobilismo, ma che, nel quadro internazionale di un mondo diviso in blocchi contrapposti, avevano di sicuro il pregio di non riuscire mere avventure o improvvisazioni.

L’ultimo decennio, quello che va dall’esplosione del ’68 al rapimento in via Fani, fu segnato dalla consapevolezza di una crisi profonda dei grandi partiti ideologici di massa, ma soprattutto dalla difficoltà di trovare uno sbocco per quella crisi. Moro, che era già stato protagonista degli altri due momenti decisivi dell’Italia repubblicana – la stagione costituente, l’apertura al centrosinistra e l’ingresso del partito socialista nell’area di governo – provò a lavorare a una «terza fase» che avrebbe dovuto portare al superamento della democrazia bloccata dalla conventio ad excludendum nei confronti dei comunisti e, quindi, ad una compiuta democrazia dell’alternanza, esito di un’evoluzione del sistema politico italiano che non poté realizzarsi. Esso aveva tuttavia un indice di realismo maggiore rispetto alla prospettiva, assunta dal Pci, del compromesso storico.

La storia ha preso un’altra strada: non quella che Moro provava faticosamente a tracciare, non quella che il grande PCI degli anni Settanta credeva ancora di poter luminosamente percorrere, e neppure quella che lo statista democristiano indicò nelle lettere, con le parole terribili che rivolse ai suoi compagni di partito: «il mio sangue ricadrà su di loro», scrisse, e non è così che è andata. Semplicemente, la stagione del pentapartito degli anni Ottanta, l’involuzione del sistema politico italiano e, poi, la seconda Repubblica non sono in linea di continuità con il Paese che ci viene restituito dalle immagini in bianco e nero in cui vive il ricordo di Aldo Moro. Ma il punto al quale George Mosse lega, nell’introduzione alla raccolta di testi politici di Moro della seconda metà degli anni Settanta («L’intelligenza e gli avvenimenti», la carriera politica dello statista democristiana, la crisi del governo parlamentare, è ancora qui. E forse è ancora qui la domanda che misura drammaticamente la distanza che dicevo sopra, fra la vita di un uomo e la sua collocazione pubblica: come può un uomo virtuoso sopravvivere in un mondo malvagio?

(Il Mattino, 21 marzo 2018)

La sfida del Pd è vincere la crisi di rigetto

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I voti presi dal partito democratico a Napoli e in Campania sono meno delle ipotesi che si formulano sui futuri assetti del partito: nuova segreteria regionale, dopo le dimissioni di Assunta Tartaglione; nuova gestione del partito a livello provinciale, dopo il ritiro del ricorso presentato da Nicola Oddati contro la recente elezione del segretario Costa; magari anche una segreteria cittadina di nuovo conio, per prepararsi alle prossime elezioni comunali. A cui vanno ad aggiungersi gli appuntamenti delle prossime elezioni europee e regionali, in vista delle quali si ragiona, ovviamente, di candidati vecchi e nuove. Insomma, tante belle novità. Se non fosse che non è certo dalla ridefinizione dei gruppi dirigenti o dal posizionamento delle diverse anime del partito che è ragionevole attendersi quel rinnovamento radicale di cui il Pd ha assoluto bisogno, ma dalla risposta a una domanda semplice semplice: a che cosa serve il Pd? Qual è la sua funzione? Perché è bene che ci sia? È la domanda metafisica fondamentale, diceva Leibniz: perché l’essere e non piuttosto il nulla? Ecco: ogni tanto, occorre che anche i partiti si facciano la medesima domanda: siamo sicuri che è meglio che il Pd ci sia, piuttosto che il contrario? Ed è meglio per chi o per cosa?

Sarà interessante ascoltare Maurizio Martina, questo pomeriggio. E anche verificare in che modo le sue parole saranno rilanciate o attutite nella direzione regionale di domani. Il reggente dirà certamente qualcosa sugli errori compiuti, ed è bene che lo faccia. Eviterà probabilmente di prendere posizioni nette sulle diatribe che dividono il partito: è prudente non farlo e Martina non lo farà. Dopodiché, però, la domanda affiorerà di nuovo: a cosa serve tenere buone le diverse anime del partito, se il partito non c’è più? Non c’è nelle sezioni e non c’è nella società. Non c’è tra i giovani e non c’è nel ceto intellettuale della città. Se qualcosa ancora sopravvive, è solo perché ce n’è un pezzo che rimane attaccato a ruoli amministrativi, a singole figure di notabili, a reti di relazioni personali, amicali e clientelari però sempre più ridotte e più logore. Ma è abbastanza per tenere in piedi un partito? Evidentemente no.

Tra i pochi militanti rimasti ancora si favoleggia del lanciafiamme promesso una volta da Renzi e mai usato. La fortuna che questa metafora ha avuto dice tutto sul grado di fiducia di cui godono i dirigenti democrat presso gli stessi iscritti al partito. Ora, non sarà Martina, quest’oggi, a impugnare l’arma. Ma se non è ad un imminente regolamento di conti che ci si prepara – tra ex-Ds e ex-Margherita, tra renziani e anti-renziani, tra deluchiani e anti-deluchiani – a cosa ci si prepara? «L’alternativa popolare ai populisti» di cui parla il segretario-reggente, potrebbe avere spazi ampi, se fosse proposta in termini credibili. Soprattutto a Napoli, che ha già abbastanza esperienza di cosa significhi il populismo al governo. Per costruirla, però, non occorre solo ridefinire idee e programmi che, soprattutto nel Mezzogiorno più duramente colpito dalla crisi, non hanno saputo finora dare risposte ai ceti meno abbienti. Perché sinistra non è solo intercettare i bisogni delle persone più svantaggiate; è anche redistribuire potere, ruoli e rappresentanza, piuttosto che tenerseli per sé. La reazione di vero e proprio rigetto nei confronti di un partito che al Sud è fatto prevalentemente di amministratori dice che il Pd è finora mancato certamente sul primo versante, ma altrettanto, se non di più, sul secondo. Ed è a questo secondo versante che forse Martina, congresso o non congresso, dovrebbe cominciare seriamente a mettere mano.

(Il Mattino, 18 marzo 2018)

La morale al rovescio dei senza famiglia

(Il titolo non mi piace ma)

«Ora si fanno 16 anni di galera». Guardi dentro le vite dei tre ragazzi che hanno ucciso a colpi di bastone Francesco Della Corte, a Piscinola, e non vedi niente. Niente che possa dar conto di una violenza così assurda. Il furto della pistola, per ricavare poche centinaia di euro? La noia di notti trascorse per strada, quando l’ultima cornetteria è ormai chiusa? I genitori separati? La mancanza di un lavoro? Certo, tutto questo: ma si può uccidere per questo? Poi leggi le parole della fidanzata di uno dei tre minori arrestati, e ti accorgi che ragiona con più precisione di come ragioni tu. O almeno: con maggior cognizione di causa, perché non si domanda se una vita – l’altrui, la propria – valga cinque, seicento euro o anche solo un modo diverso di tirare l’alba, ma se valga la pena farsi la bellezza di 16 anni di galera per una prodezza simile. La domanda è sua, della ragazza. Le parole sono sue: sono in una intercettazione di due giorni fa. E lei è più scafata di te perché non conosce solo di quanto viene diminuita in genere la pena qualora l’omicidio venga commesso da un minore, ma sa anche che vuotando il sacco i tre ragazzi sono stati – così dice – proprio scemi. Si capisce che lei non avrebbe confessato, che confessare non conviene mai, che se riesci a tenere duro magari la sfanghi.

Parole che descrivono un mondo. Nel quale si ha perfetta conoscenza del sistema delle pene, di come funziona la giustizia, di cosa ti aspetta in carcere. Vi è consuetudine, familiarità, frequentazioni. Bisogna aver messo piede in tribunale, o aver parlato con qualcuno che ci mette piede. Forse si è già andati più di una volta dall’avvocato, o altri hanno raccontato quel che gli avvocati abitualmente spiegano ai loro clienti. Parole che appartengono a un mondo attraversato da una netta linea di divisione: di giorno si dorme, mentre i grandi lavorano (se un lavoro ce l’hanno). Di notte si va in giro, mentre i grandi dormono (se a dormire riescono).

E di notte le ore trascorrono bevendo, fumando, ma anche giocando a “mazza e pivezo”: un gioco, quello della lippa, che si fa con un bastone lungo e qualche stecco appuntito. Che viene colpito su un’estremità in modo da farlo saltare in aria, dove viene colpito di nuovo, al volo, per essere lanciato il più lontano possibile. Non ci vuol nulla: non ci vogliono gadget, smartphone e nemmeno denari, per giocare. Ci vuole una cosa sola: scivolare fuori dalla storia, trovarsi in una dimensione atavica, arcaica, che però può irrompere improvvisamente, con tutta la sua ferocia, nella contemporaneità. Come se la modernità – lo Stato, le istituzioni, la legge – non fosse mai passata per quelle strade, non avesse mai lasciato un segno su quelle storie, quei volti, quei corpi.

È l’estraneità, ancor più che l’esclusione, lo spazio in cui si consumano simili delitti. Esclusione indica ancora un rapporto, sia pure negativo; estraneità dice assenza di ogni rapporto, di ogni possibilità di costruire relazioni significative oltre il giro delle amicizie. Non ci riesce lo Stato, non è in grado la scuola, non ci arriva la famiglia. Tant’è vero che uno dei genitori, desolato, non ha saputo dir altro se non che «un figlio viene come vuole lui, come le piante, crescono storte o dritte e tu non ci puoi fare niente». Figli come piante: non c’è parola che possa raggiungerli, non c’è contenuto di senso che possa toccarli. Una resa totale, frutto forse dello sconforto del momento, ma che segnala un fallimento più generale, che investe ogni idea di educazione, istruzione, emancipazione.

Sanno quello che fanno? Certo, lo sanno. Sanno che uccidono, che colpire con una mazza un uomo è diverso, nuovo e molto più eccitante che colpire una pietra, in un gioco che si ripete sempre uguale e che, a tarda notte, viene infine a noia. Hanno anche informazioni assai precoci su quel che avviene dopo: sui limiti di punibilità di un minore o sugli sconti di pena. Ma questo purtroppo non vuol dire aver raggiunto una vera maturità caratteriale e culturale. Quando succede (perché di frequente succede) che il minorenne dichiara alla polizia che l’arresta che tanto non gli si può far niente perché è un minore, dimostra che è perfettamente al corrente dei limiti di applicabilità della sanzione penale – o, come la fidanzata di uno degli assassini di Piscinola, della sua attenuazione per i minori di diciotto anni – ma anche di coltivare con ostinazione una volontà diversa da quella che ti viene riconosciuta in quanto capace di imputazione, capace cioè di assunzione di responsabilità per i tuoi atti.

Certo, la società non può non supporre che quell’altra volontà, la volontà di rimanere fuori, di restare ai margini, di rifiutarsi a regole e doveri, è proprio quello che, con la crescita e la formazione, scomparirà. Ma fino a quando si riuscirà a mantenere questa fiducia, o non si sarà costretti ad ammettere che, purtroppo, è soltanto una «fictio» giuridica, una costruzione giuridica senza forza autentica, reale?

(Il Mattino, 19 marzo 2018)

Terrorismo, la follia non esclude il perché

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Su questo giornale, Biagio de Giovanni ha scritto che nelle angoscianti lettere dalla prigione Aldo Moro «ha la forza di cercare di capire ciò che accade. Egli sente quell’azione come il prodotto estremo di una inquietudine che aveva trovato spazio nella società e che, degenerata, aveva distrutto ogni limite diventando azione di guerra». Perché allora, se provò Moro, non dovremmo provare anche noi oggi a capire? E perché nell’esercizio di questo sforzo di comprensione storica e politica (che non vuol dire giustificazione sul piano morale) dovremmo rifiutarci di ascoltare la voce dei brigatisti?

Io comprendo benissimo l’indignazione di quanti si sentono offesi dallo spazio che viene dato in tv agli assassini, e dal pochissimo rilievo che ricevono invece le testimonianze dei parenti delle vittime. Mi rendo conto che può far rabbia scoprire che nessuno dei terroristi che parteciparono all’assalto di via Fani, nonostante svariate condanne all’ergastolo, si trova oggi nelle carceri italiane (ma, semmai, in qualche studio televisivo). So che può finanche far ribrezzo l’idea dell’intervista, rilasciata magari in esclusiva da chi la mattina di quarant’anni fa partecipava al sequestro di Aldo Moro e all’uccisione spietata della sua scorta, celebrandone la geometrica potenza. Già nell’occasione del trentennale, i familiari delle vittime di via Fani stigmatizzarono sdegnati il ritorno della stagione armata in forma di prodotto mediatico, confezionato in libri e conferenze, lezioni ed interviste. Non si può dargli torto.

Provo tuttavia a mantenere il punto: se c’è ancora qualcosa da capire, allora c’è motivo per raccogliere le affermazioni dei brigatisti. E non mi riferisco alla ricostruzione dei 55 giorni della prigionia di Moro, alle domande che ancora non hanno trovato una risposta soddisfacente, ai particolari incongruenti e alle strane coincidenze. Mi riferisco invece a qualcosa come l’articolazione di un senso condiviso, che non può non appartenere alla vicenda pubblica del nostro Paese.

De Giovanni scrive che nelle lettere «Moro quasi legittima l’azione delle Br, un atto politico estremo, non un atto solo criminale». Si può non essere d’accordo, si può trovare che parlare di legittimazione, anche se con l’evidente prudenza di un «quasi», sia spingersi troppo oltre. Oppure si può ricondurre il giudizio dell’ultimo Moro sotto le terribili e necessitate condizioni in cui scriveva, e così accantonarlo. In ogni caso, ha ragione De Giovanni nel dire che non si trattò di un atto soltanto criminale (il che, ovviamente, non vuol dire affatto che non fu un atto criminale). Ma allora, se è così, occorre mettere quell’azione dentro un orizzonte storico di comprensione, che trascende necessariamente, anche se dolorosamente, i destini individuali: che cos’era quell’inquietudine che «trovò spazio nella società»? Perché quell’estremismo, portato sino alla lotta armata? Perché lo spazio che trovò fu tanto, e insanguinò più di un decennio di vita nazionale? E perché ebbe proporzioni sconosciute ad altri Paesi democratici? La presenza di questi interrogativi non permette di derubricare le azioni terroristiche a episodi di una violenza folle, stupida e insensata (nonostante fossero anche questo: una violenza folle, stupida, e insensata, perché priva di bocchi reali, di prospettive concrete).

Voglio però distinguere l’esigenza di comprensione storica e politica, che è giusto avvertire, dall’irritante revival del reduce, che a volte viene celebrato, perfino con qualche tratto di canonizzazione eroica di cui si farebbe volentieri a meno. In ciò, però, pesa in modo decisivo il mezzo. E il modo in cui lo si usa. Non c’è bisogno di dire che il male ha sempre avuto più lettori, e spettatori, del bene. Resta però che le stesse parole, usate in televisione, produrrebbero effetti molto più contenuti se si trovassero trascritte in un saggio o in un libro, scientificamente e criticamente discusse. Il punto è che dinanzi alla telecamera c’è innanzitutto un volto, così che ci aspettiamo che la dimensione personale, esistenziale, venga in primo piano, più forte di qualunque racconto, teoria o ideologia. Se non la troviamo, se finisce con l’essere coperta da categorie generali e significati astratti, quel che ci arriva è solo la negazione prepotente e ipocrita di un dramma umano, che vorremmo veder rappresentato e che invece ci viene rifiutato. Preferiremmo sentire richieste di perdono, cogliere accenti di commozione, assistere a momenti di contrizione: rimaniamo agghiacciati se urtiamo contro pezzi di impassibile dottrinarismo.

La scarto tra le due dimensioni, quella politica e pubblica e quella umana e personale, è tuttavia ineliminabile e incolmabile. Quando la prima soffoca la seconda, è giusto sentirsene persino disgustati. Ma se il terrorismo brigatista è stato, come in quegli anni è stato, un elemento della vita nazionale, è inevitabile che se ne tenti sempre nuovamente una ricostruzione storico-politica. Senza mettere sullo stesso piano gli uni e gli altri, senza pretendere di suggerire impossibili ricomposizioni e senza necessariamente caldeggiare soluzioni, anche normative, di riconciliazione. Ma senza neppure rinunciare a percorrere tutti i fili, interi e spezzati, che si sono annodati nella storia di questo Paese.

(Il Mattino, 17 marzo 2018)

Diritto e politica, storia di un eterno dualismo

George grosz eclisse di sole 1926

Un elogio della sovranità Biagio de Giovanni lo ha già scritto, qualche anno fa, per difendere un concetto centrale nella vicenda moderna. Con questo suo ultimo, densissimo lavoro – Kelsen e Schmitt. Oltre il Novecento (Editoriale Scientifica, pp. 307) – il filosofo napoletano torna a misurarsi con questo nodo decisivo della storia europea ed occidentale, muovendo dai due pensatori del Novecento che a quel nodo sono più legati, l’uno per scioglierlo, l’altro per stringerlo: Hans Kelsen e Carl Schmitt, massimi protagonisti del pensiero giuridico-politico del secolo scorso. Austriaco uno, tedesco l’altro; di origine ebraica il primo, costretto a emigrare all’estero con l’avvento del nazismo. Al quale aveva aderito invece il secondo, divenendo anzi presidente dell’Unione dei giuristi nazionalsocialisti.

Non sono però vicende che appartengono al passato, prigioniere di un secolo grande e tragico che è, in ogni senso, finito? De Giovanni pensa l’esatto opposto: «L’alternativa tra Kelsen e Schmitt non esce affatto di scena con l’irruzione del costituzionalismo nel secondo dopoguerra».

Che cosa significa, però, l’alternativa? Che lo Stato costituzionale – il paradigma in cui sono incorniciate le democrazie contemporanee – è innervato di un’energia politica costituente, spenta la quale rinsecchisce e muore. Ora, la si può pensare appesa a una decisione sovrana (Schmitt), oppure compresa in una norma fondamentale (Kelsen), ma in un caso e nell’altro deve potersi distendere in un ordinamento concreto, storicamente formato, in cui si dispiega quell’opera di civilizzazione della forza che è, secondo la lezione di Vico, l’opera del diritto, delle istituzioni, della legge.

Da ciò viene la tesi maggiore del libro: che non è possibile una completa giuridificazione dell’esperienza politica. Che le due cose, diritto e politica, rimangono in una tensione mai del tutto risolta. Che non è possibile eliminare il fatto del potere dall’orizzonte della politica e dello Stato, ma non è neppure possibile, in ragione di ciò, contrarre il significato del giuridico in un mero esercizio mascherato di violenza. (E l’appendice, dedicata a una disamina polemica e serrata dell’Italian Thought – del pensiero di Giorgio Agamben e Roberto Esposito – è, in fondo, una lunga variazione di quest’unico motivo).

Questa consapevolezza nutre il confronto di De Giovanni con i classici, e nutre soprattutto il confronto critico con il nostro tempo. L’Autore si impegna a dimostrare quanto siano riduttive certe letture sbrigative di Kelsen e Schmitt. Il primo viene spesso ridotto alla tesi per cui il diritto positivo non è che un insieme di norme: il risultato è un’interpretazione grettamente positivistica, proceduralista e formalista, in cui viene mancato del tutto il significato della costruzione kelseniana, il suo essere una risposta, nel solco della tradizione moderna, illuministica e neo-kantiana, alla crisi della civiltà europea. Il secondo invece viene inchiodato al suo incontro con il nazismo, con la conseguenza che la stessa categoria della sovranità viene guardata con sospetto e spavento: l’intero edificio di regole e diritti della attuale dottrina costituzionalistica viene allora presentato come la profilassi necessaria per evitarne il funesto ritorno.

Diamo però uno sguardo non troppo distratto ai fenomeni, come si presentano oggi sotto i nostri occhi. Il punto di caduta, infatti, per De Giovanni è qui, nel nostro mondo. In questione è l’estesissima giuridificazione delle società contemporanee, il proliferare di carte di diritti e corti di giustizia, l’impetuoso svolgersi di una globalizzazione che cambia le stesse coordinate spaziali e temporali dell’esperienza. Ora, come leggere questi fenomeni? De Giovanni usa tutta la densità concettuale della dottrina di Kelsen, tutta la spietata capacità di analisi di Schmitt per sottrarsi a un’alternativa che giudica fallace, quella fra chi mette l’insieme di questi processi sotto il segno euforico di una continua espansione dei diritti, non più costretti dentro l’arcigna struttura dello Stato nazionale, e chi, viceversa, vi vede solo la destrutturazione del vecchio mondo, l’imporsi di potenze economiche e di mutamenti tecnologici che nessuna volontà politica riesce più a contenere.

Avendo Kelsen reciso ogni rapporto con il giusnaturalismo, avendo Schmitt condotta una battaglia senza quartiere contro tutti gli elementi del liberalismo politico, sembra tuttavia che entrambi non possano più essere utili a un tempo in cui la politica è messa in crisi dalla «invadenza della giurisdizione». Ma è questo l’esito che De Giovanni intende problematizzare, riattivando le coordinate del loro pensiero per riconoscere la «collocazione ambigua» in cui si trovano oggi gli stessi diritti fondamentali: certo dentro l’affermazione progressiva della civiltà dell’uomo, ma anche nell’orizzonte omologante ed impolitico di una «neutralizzazione tecnico-valoriale» in cui non si capisce più cosa restituisce identità e forma a una comunità.

Del resto, è questa la questione alla quale il costituzionalismo, privato del suo nerbo politico, non sa più rispondere. De Giovanni la formula, infine, così: «Che cosa tiene insieme la civiltà europea non più eurocentrica?». Già: cosa? C’è interrogativo più urgente di questo?

(Il Mattino, 17 marzo 2018)

Quelle stanche liturgie del sindacato magistrati

Per dirla un po’ liturgicamente: è cosa buona e giusta che i capi delle maggiori Procure della Repubblica provino ad affrontare insieme i problemi, anzitutto di carattere organizzativo, che sorgono in particolare in presenza di nuove disposizioni di legge. Quando per esempio il governo è in procinto di fare un decreto sulle intercettazioni, e tu devi fargli presente che è bene si adottino protocolli di sicurezza comuni, o che si trovino opportune soluzioni logistiche, non è inutile un confronto fra le Procure ai fini di una più efficace interlocuzione. Oppure quando ne va delle modifiche (approvate di recente) al potere di avocazione del Procuratore: vuoi che non se ne parli? Ma se a parlarne lo fanno, insieme, Melillo e Pignatone, Greco, Lo Voi e Spataro, l’Associazione Nazionale Magistrati che cosa ci sta a fare? Chi gli rimane da rappresentare?

Il suo Segretario, Eugenio Albamonte, deve esserselo chiesto, e ha concluso che la cosa all’ANM non poteva che spiacere assai: ne va del suo ruolo. Così ha deciso: facciamo partire il comunicato. Dandone diffusione, l’Anm si è però data la zappa sui piedi, di fatto disvelando pubblicamente tutta l’autoreferenzialità che ormai ne vizia le prese di posizione. L’iniziativa, dice il sindacato dei magistrati, può oggettivamente produrre l’effetto di delegittimare e depotenziare l’Associazione. L’avverbio «oggettivamente» fa salve le migliori intenzioni soggettive dei Procuratori, ma solo quelle. Perché la volta in cui i capi degli uffici di Napoli, Roma, Milano, Palermo, Torino trovano una linea comune da portare all’attenzione del governo e del Parlamento, l’ANM è bella che spiazzata. Di colpo non serve a nulla. Abituata a detenere il monopolio della mediazione con la politica, ora scopre all’improvviso che non è detto affatto che le cose andranno sempre così, per saecula saeculorum. Soprattutto se il grido d’allarme che ha lanciato ieri mostra che è sufficiente lo scambio di vedute fra i capi degli uffici per mandarla sottosopra.

Naturalmente è intervenuto anche il CSM: più per provare a mettere una pezza, però, che per spalleggiare Albamonte. E così è arrivato il secondo comunicato. Questa volta è il Consiglio Superiore della Magistratura a rivendicare giustamente un ruolo di indirizzo e regolamentazione, al contempo esprimendo però «vicinanza agli uffici di Procura». Una puntualizzazione, ma certo non una sconfessione dell’iniziativa dei Procuratori. Se anzi Palazzo dei Marescialli tiene a sottolineare di avere avviato un confronto ad ampio raggio con i capi delle Procure, di nuovo par di capire che l’ANM serve a poco. Almeno sull’insieme dei problemi che oggi sono sul tappeto, sui quali non è l’Associazione ad offrire i luoghi e i termini di un dibattito reale.

Prima di un nodo politico, c’è infatti un nodo pratico, che investe il concreto funzionamento degli uffici giudiziari. Diciamo così: comincia ad affermarsi anche ai vertici degli uffici la volontà di risolvere i problemi senza subire il veto soffocante del sindacato di categoria. Che manda alti lai in nome della propria funzione di rappresentanza ferita, con ciò però lasciando che si insinui il sospetto che, senza quelle vive rimostranze, non saprebbe darsi un’effettiva giustificazione del proprio operato.

L’ANM – si legge sul sito – è l’associazione cui aderisce il 90% circa dei magistrati italiani. Una percentuale che una volta si sarebbe detta bulgara. Così stando le cose, non può certo essere il coordinamento più o meno stabile dei Procuratori a lederne la legittimità, a eroderne il ruolo. La preoccupazione manifestata in questa circostanza sembra cioè francamente sproporzionata. E non basta l’appello a motivazioni di principio rispetto a un impulso mosso da sano spirito pragmatico: abbiamo dei problemi, vi diciamo come vanno le cose nei nostri uffici e facciamo delle proposte.

Forse, allora, quel numero tanto elevato non dice tutto. A una così intensa sindacalizzazione forse non corrisponde un indice di popolarità altrettanto alto, fra le file stesse dei magistrati. Forse – ma diciamo ancora una volta “forse”, con tutte le cautele del caso – l’iscrizione all’Associazione è più un passaggio obbligato che un’intima adesione: la presa d’atto di come le cose funzionano in magistratura, insomma, più che l’espressione di un sostegno convinto. Se è così, un’altra cosa buona e giusta, nell’interesse generale del Paese ma anche di quello della stessa Magistratura, è una energica riforma di certe sue liturgie.

(Il Mattino, 15 marzo 2018)

I paletti di Di Maio e Salvini

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C’è sicuramente una distanza, non facile da calcolare, fra le dichiarazioni che vengono rese in questi giorni e le posizioni che verranno assunte quando cominceranno le consultazioni del Colle. Ma intanto, stando alle prime (le sole che abbiamo), un nuovo governo della Repubblica è più lontano. Tutti chiedono disponibilità, tutti esigono senso di responsabilità: ma dagli altri, più che da se stessi. E così nel giro di ventiquattro ore quasi tutte le ipotesi affacciatesi nei giorni scorsi finiscono impallinate dalle parole dei leader.

Cominciamo dal Pd. Lunedì riunisce la Direzione, che affida la reggenza a Maurizio Martina, e produce un documento – condiviso da tutti, ad eccezione di Emiliano – nel quale si riconosce l’esito negativo del voto e si dichiara che il partito “si impegnerà dall’opposizione, come forza di minoranza parlamentare, riconoscendo che ora spetta alle forze che hanno ricevuto maggior consenso l’onore e l’onere di governare il paese”. Non dovrebbero esserci dubbi: il Pd va all’opposizione. In realtà, c’è chi legge nel dispositivo adottato due piccoli spiragli. Il primo: una minoranza parlamentare può, pur rimanendo tale, consentire ad altre forze di formare il governo, evitando di votargli contro. È quello che si chiama appoggio esterno. Dunque: l’ipotesi non sarebbe esclusa in termini categorici. A sentire però i commenti resi al termine della riunione, c’è poco da arzigogolare: i democratici non sono affatto orientati a sostenere, anche senza entrare in maggioranza, un governo Di Maio. Non c’è solo un baratro politico e programmatico a separare i due partiti, ma anche l’allergia del Movimento alle pratiche della mediazione parlamentare, alla trattativa fra partiti, al riconoscimento dei ruoli rispettivi. Tutto questo è un “vecchio modo di fare politica”, come Di Maio non si stanca di ripetere. Il Pd dovrebbe piuttosto limitarsi a non intralciare l’avvento della “terza Repubblica dei cittadini”: un po’ poco, per la verità, per farci un vero accordo.

Resta il secondo spiraglio lasciato aperto nel documento: l’apporto garantito a una eventuale iniziativa del Presidente della Repubblica. Col che sembra che venga assicurata, al di là del rispetto istituzionale per il Capo dello Stato e le decisioni che vorrà prendere, una disponibilità a soluzioni che abbiano l’imprinting del Quirinale. Cioè: un governo di scopo. È chiaro però che un governo di scopo, messo su “nell’interesse generale”, può nascere solo se ad accogliere l’appello di Sergio Mattarella fossero anzitutto quelli che hanno preso più voti e vinto le elezioni: come lo si potrebbe altrimenti considerare rispettato l’interesse generale? Ne viene che della partita dovrebbe essere anzitutto il M5S.

Ma che ne pensa Luigi Di Maio, il capo politico del Movimento? È presto detto: “Noi non contempliamo nessuna ipotesi di governo istituzionale e di governo di tutti, gli italiani hanno votato un candidato premier, un programma e una squadra”. Se il documento del Pd presentava qualche spiraglio, l’intervento di Di Maio chiude al sia pur minimo spiffero. Perché se i Cinque Stelle leggono il risultato delle urne come se avessero ricevuto una maggioranza assoluta, come se il 32% valesse il 51% e come se dunque gli altri partiti non avessero legittimità a rappresentare alcun’altra istanza, c’è poco da mediare o da trattare: Di Maio intende far da solo; agli altri non resta che lasciar libero il passo.

In realtà, lo sproposito di una simile affermazione vale da un alto a confermare la difficoltà, da parte grillina, a rispettare la natura e la formazione parlamentare del governo – accentuata, peraltro, da una legge elettorale per due terzi proporzionale –, dall’altro a mettere uno stop ad ipotesi alternative all’incarico a Di Maio. Per ora la partita riguarda cioè chi debba ricevere il mandato da Mattarella: se si profilasse una soluzione istituzionale la scelta non potrebbe ricadere sul leader pentastellato; dunque questa eventualità va scongiurata con forza. Quanto al senso di responsabilità, se ne parlerà magari al prossimo giro.

Se però ci vogliamo dall’altra parte, dalla parte del centrodestra dove brilla la stella di Salvini, anche lì tutto si registra nelle ultime ore meno che aperture: “Mai nella vita governerò con Renzi, visto che vogliamo fare il contrario di quello che ha fatto lui. Sicuramente non posso allearmi con chi ha male governato negli ultimi anni, come Renzi, Boschi o Gentiloni”. E per chiudere: “se devo tirar dentro chi è stato bocciato dagli italiani la settimana scorsa: assolutamente no”. Ora, se non tira dentro il Pd, non si capisce il governo con chi intenda farlo, visto che il centrodestra non è autosufficiente.

Anche in questo caso, però, le parole di Salvini, che su Unione europea, tasse e immigrazione è tornato a usare toni da campagna elettorale, hanno due significati: da un lato, frenano le mosse di Berlusconi, che farebbe ogni sforzo per agganciare il Pd in un’ipotesi di larghe intese; dall’altro, mettono in valore quello che invece Salvini non esclude con altrettanta nettezza, cioè un governo con il M5S, a proposito del quale si limita a dire che “i programmi sono molto diversi”. È chiaro: col Pd un governo non si può fare perché si calpesterebbe la volontà degli elettori; coi Cinque Stelle questa obiezione non ha corso, anche se i programmi restano diversi.

La prima scelta però rimane un’altra, sia per Salvini che per Di Maio. Uno vuol prosciugare il bacino elettorale di Forza Italia, l’altro ridurre il partito democratico all’irrilevanza. Tutti e due sanno che il gioco riesce più facile stando all’opposizione, a far la voce contro gli altri che governano con l’aiuto del Pd. E tutti e due non vi rinuncerebbero per nulla di meno di Palazzo Chigi. Il che vuol dire provare intanto a incassare la prima posta in palio: l’incarico da Mattarella.

Così tirano la corda. Il rischio che si spezzi, e che si vada alle urne, è molto alto, anche perché entrambi paiono convinti che nuove elezioni possono solo dirgli bene. In ogni caso, i due provano a scongiurare governi che nascano sotto l’egida del Colle, perché la loro forza politica ne sarebbe imbrigliata. Ed è dunque tra questi tre poli – governo del Presidente, elezioni anticipate, o governo M5S-Lega – che si consumerà (o si ravviverà) la fiamma di questo inizio di legislatura.

(Il Mattino, 14 marzo 2018)

Se il Sud resta lontano dal Nazareno

Un dipinto di Carlo Levi

Il numero di questioni che il partito democratico deve affrontare dopo la batosta elettorale è grande. Il segretario Matteo Renzi si è dimesso, e bisogna decidere quale percorso seguire per individuare un successore: elezione in Assemblea nazionale o primarie? Poi ci sono le scelte da fare in Parlamento, per i capigruppo di Camera e Senato e per le presidenze di Montecitorio e Palazzo Madama, che ancora non si sa a chi andranno. Infine, c’è il governo: la linea che sembra prevalere è quella di stare all’opposizione, ma la materia rimarrà sul tavolo ancora a lungo.

In fondo a tutta questa ridda di sentieri che si incrociano e confondono, sta la cartina che dovrebbe ossessionare il Pd: un uniforme, accecante colore giallo che si stende su tutto il Mezzogiorno. Che splende su Napoli e Palermo, Bari e Salerno. Se la seconda Repubblica è nata con l’esplodere di una questione settentrionale che ha colorato di blu il Nord del Paese, la terza Repubblica – quella di cui Luigi Di Maio ha dichiarato la nascita la sera del 4 marzo – nasce con il ripresentarsi della questione meridionale, sotto però tutt’altro segno. Perché al Pd la questione è sfuggita di mano. La Campania, la Puglia, la Basilicata, la Calabria sono presiedute da esponenti del partito democratico. Anche in Sicilia il Pd era al governo della Regione, fino alle elezioni del novembre scorso. Eppure, il voto ha clamorosamente bocciato il Pd, consegnando un terzo del Paese al M5S. Oltre ogni ragionevole previsione. Senza tanti giri di parole, il Sud ha detto di non sentirsi più rappresentato dalla sinistra. Sul piano generale, di non aver beneficiato degli effetti della modesta ripresa che il governo ha rivendicato; sul piano locale, di non saper che farsene di un partito di soli amministratori.

Sicché ora si pone una domanda: chi, oggi pomeriggio, nella Direzione del partito democratico, porrà il tema e saprà parlare a nome del Mezzogiorno? Lo farà Michele Emiliano e, forse, nessun altro. Emiliano è però l’unico dirigente del Pd che in queste ore insiste perché il partito tenga una linea di apertura nei confronti dei Cinque Stelle. Per lui, il Pd deve dare l’appoggio esterno a Di Maio proprio perché è lì che sono ormai scappati gli elettori del Pd. Ma questo equivarrebbe a certificare definitivamente che la sinistra riformista che ha governato in questi anni non ha una risposta credibile per il Mezzogiorno. O abbraccia il populismo protestatario, o rinuncia a rappresentare i ceti popolari.

Una simile alternativa è esiziale per qualunque partito di sinistra. Lo è ancor di più quando alle istanze di giustizia sociale si sovrappongono agli squilibri territoriali. Eppure, sono anni che il tema della correzione degli squilibri viene di fatto accantonato. Come se, quando c’era la crisi, il divario fra Nord e Sud del Paese non si fosse accentuato, e come se, ora che c’è la ripresa, i punti o i decimali di punto di PIL in più facessero da soli il piacere di collocarsi al Sud piuttosto che al Nord. E invece la società e l’economia del Mezzogiorno restano lontani dal centro delle scelte che da troppi anni il Paese compie, dimentico del carattere straordinario, per dimensioni e durata storica, che ha e deve avere la questione meridionale nella vita nazionale.

Ma non ci sono solo le policies, c’è anche la politica. Non ci sono solo i programmi, ci sono anche gli uomini. Ed è impossibile cambiare i primi, se non si cambiano anche i secondi. In fondo, il voto del 4 marzo, piaccia o no ha detto questo, nel Mezzogiorno.

Torniamo così alla riunione di questo pomeriggio. A chi è affidata l’analisi del voto? A un gruppo dirigente che di meridionali nelle sue file non ne ha. La leva di amministratori locali non ha prodotto una sola personalità di rilievo. L’ultima è stata Antonio Bassolino. Dopo, il nulla. Capigruppo, ministri, segretari: niente. Senza dire che perfino il ministro per il Mezzogiorno, Claudio De Vincenti, pur essendo molto apprezzato per il lavoro svolto, si è pensato bene di candidarlo a Sassuolo. Dove peraltro è stato clamorosamente sconfitto, nonostante il collegio fosse dato per sicuro.

Insomma: mancanza di ricambio, cronache familiari, circuiti notabilari. E niente lanciafiamme. La metafora che Renzi aveva usato, di fronte a certi disastri del Pd napoletano, sembrava troppo sbrigativa e scortese. Persino offensiva. Però indicava un’esigenza reale e non più differibile. Bisognava rifare il partito, puntare su figure nuove e non usurate, trovare nuovi canali di partecipazione e di rappresentanza. Non lo si è fatto; è finita che il lanciafiamme lo hanno usato gli elettori.

(Il Mattino, 12 marzo 2018)

Il gioco dell’oca e il Paese

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A una settimana dal voto del 4 marzo, le ipotesi sul tappeto sono praticamente ancora tutte lì. Ed è difficile dire quale abbia fatto progressi, e quale invece sia ormai ridotta al lumicino. Di Maio dice che bisognerà per forza passare per i Cinque Stelle; Salvini e il centrodestra dicono altrettanto. Lì è il primo partito, qui la coalizione che ha la maggioranza relativa in Parlamento. Di Maio apre a possibili accordi per la realizzazione di singoli punti programmatici; Salvini dichiara invece di puntare a un governo politico, e di non volerne sapere in nessun caso di governi tecnici. Entrambi vorrebbero un appoggio esterno del partito democratico. Che si appresta a riunire la Direzione e, ad entrambi, dire di no. Con un Pd collocato all’opposizione – dove ci hanno mandato gli elettori, ripetono tutti i maggiorenti del partito – non rimane che il voto? Forse sì, se Salvini e Di Maio continueranno ad escludere categoricamente di mettersi d’accordo fra di loro, e se non vi fosse nemmeno la disponibilità di tutti per un governo di unità nazionale, con una prospettiva temporale inevitabilmente breve, ma che almeno consentisse di superare lo stallo attuale. Ma questo è una disamina assolutamente provvisoria, perché sul tavolo sono oggi solo le prime scelte di ognuno degli attori in gioco. Quando dovessero risultare impraticabili, si vedrà chi sarà disposto a prendere in esame anche ipotesi subordinate, e se così il quadro politico potrà rimettersi in moto.

Governo Cinque Stelle – Pd

È la prima ipotesi affacciatasi dopo la fine dello spoglio, ai più parsa realistica. Sulla base di quattro considerazioni, avanzate per la verità più dalla stampa che dai dirigenti del Pd (con l’eccezione di Emiliano). Primo, Renzi lascia la guida del Pd, e questo rende possibile un mutamento di linea politica. Secondo, l’elettorato di sinistra si è spostato sui Cinque Stelle, e questa è un’indicazione chiara di quale direzione debbano prendere i democratici, per recuperare consensi. Terzo, non è più possibile presentare il M5S semplicemente come una forza anti-sistema. Infine, il Pd non può permettersi di tornare al voto: in un modo o nell’altro, l’accordo deve trovarlo. In realtà, nessuna di queste considerazioni verrà accolta domani, in Direzione. Fare da stampella a un governo grillino è una strategia rischiosa, che può significare la fine del Pd, con o senza Renzi. Tanto più se li si finisce per accreditare come pilastri di una nuova, radiosa terza Repubblica. Che la base sociale dei Cinque Stelle accolga strati sociali popolari non vuol poi dire che è mutato anche il suo profilo politico e ideologico. Quanto infine al rischio di nuove elezioni, difficile farne il perno di una svolta così clamorosa. Domani, dunque, analisi del voto e inizio della corsa per la nuova segreteria non dovrebbero incrociarsi con la questione del governo.

Governo Centrodestra – Pd

Anche dal centrodestra sono venute aperture verso il Pd. Per Salvini, la priorità è formare un governo dal segno politico chiaro, e muoversi all’interno del perimetro della coalizione. Per i voti che mancano, si guarda al Pd, ma con la piena consapevolezza che immaginare un governo guidato dal leader della Lega, con l’appoggio esterno dei democratici, è, al momento, ipotesi assai improbabile. A meno che Salvini non accetti di dare il via libera ad esecutivi retti da leghisti più ‘morbidi’: il numero due Giorgetti? Oppure il governatore del Veneto Zaia? Anche così, il boccone da mandar giù, per il Pd, sarebbe troppo grande. Se fosse un esponente di Forza Italia, con cui il Pd ha già governato, vi sarebbero forse margini di discussione un po’ più ampi.  Ma è pronto Salvini a fare un simile passo indietro? E ad accettare per di più di smussare i punti più spigolosi del programma di centrodestra (su fisco e immigrazione), che il Pd mai potrebbe sottoscrivere? È arduo pensarlo.

Governo Lega – Cinque Stelle.

Non se ne parla, dicono insieme Salvini e Di Maio. Ma il capo politico dei Cinque Stelle dice allo stesso tempo che non fa questioni di destra o di sinistra; quanto a Salvini, ha già dato disponibilità al dialogo sulle presidenze delle due Camere. Sul governo, invece, è chiaro che l’ipotesi non può nemmeno essere ventilata, finché non tramonta la possibilità di ricevere l’incarico. Ma un minuto dopo non sarà più così perentoriamente da escludersi. Anche perché serie divergenze programmatiche vi sono solo sulle proposte di bandiera (flat tax da una parte, reddito di cittadinanza dall’altra), ma sul resto dell’agenda – Europa, immigrazione, legge Fornero – le distanze non sono grandi. A rendere improbabile, in questa fase, un governo giallo-verde è tuttavia la tattica: rimanendo nei confini del centrodestra, Salvini ha la possibilità di cambiarne definitivamente i connotati, provando a fagocitare Forza Italia, mentre Di Maio ha un’altra ambizione, quella di miniaturizzare il Pd eleggendolo a propria stampella.

Governo di unità nazionale

Piuttosto che andare al voto, nell’impossibilità di dare al Paese una maggioranza, sotto la regia del Quirinale e la necessità di cambiare la legge elettorale, rimarrebbe forse un’unica strada: un Esecutivo nel quale fossero rappresentati tutti i partiti. In questo caso, la caratura politica del governo sarebbe ovviamente meno evidente. Questo consentirebbe alle forze uscite perdenti dalla consultazione elettorale, Pd e Forza Italia, di essere della partita. Salvini e Di Maio dovrebbero tuttavia rinunciare alla poltrona di Palazzo Chigi, e smorzare la linea di rottura politica e istituzionale che li ha fatti vincere il 4 marzo, senza immediate contropartite. D’altra parte, se la moral suasion del Colle chiamerà nei prossimi giorni, con intensità sempre maggiore, a tenere in conto l’interesse generale del Paese, che certo non può essere quello di fare il bis del 4 marzo, è ragionevole che l’appello sia accolto anzitutto dalle forze maggiori. Non pare proprio, però, che Di Maio si voglia mettere su questa strada. In un video postato su Facebook ha prefigurato un altro scenario, quello di un governo di tutti meno sì, ma meno i Cinque Stelle, in questo modo precostituendosi la più comoda delle vie d’uscita da ogni responsabilità: quella che li farebbe ingrassare all’opposizione per un’altra legislatura. Se dunque le esortazioni di Mattarella cadessero nel vuoto, e il consumarsi delle prime ipotesi in campo non comportasse mutamenti di linea politica nei partiti maggiori, un nuovo ricorso alle urne potrebbe davvero divenire l’unico approdo della crisi. E per l’Italia sarebbero dolori.

(Il Mattino, 11 marzo 2018)

Se la sinistra si immola alla causa dei vincitori

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Numeri alla mano, un governo Di Maio, appoggiato dal partito democratico, è possibile. Al Senato lo è per soli tre voti. Se però si sommassero anche i quattro voti di Liberi e Uguali, il margine sarebbe un po’ più ampio. Ci sarebbero poi i voti dei senatori a vita e quelli delle circoscrizioni all’estero, ancora da assegnare. Numericamente, dunque, si può fare. Ed è per questo che è cominciato il lavoro per rendere una soluzione, solo teoricamente possibile, anche politicamente praticabile. Non è un lavoro semplice: prima ancora di arrivare alle questioni programmatiche, bisogna che vengano accantonate tutte le polemiche di questi anni sui ribaltoni e sugli inciuci, e sui governi che devono nascere direttamente dal voto degli italiani. Bisogna poi cancellare le inevitabili asprezze della campagna elettorale, e la retorica spesa a piene mani da parte dei grillini contro i mafiosi e i corrotti che allignano nelle file del partito democratico. Essendo i numeri ridotti, bisogna infatti che, recuperando le ragioni del garantismo, si sorvoli su indagati e rinviati a giudizio che dovessero eventualmente sedere tra i banchi del Pd, e probabilmente bisognerà tenere per buoni anche i voti di quei parlamentari che Di Maio ha espulso o proposto di espellere nelle scorse settimane. Bisognerà poi convincere gli stessi renziani, compresi quelli più arcigni, ascritti al cosiddetto “giglio magico”, altrimenti coi numeri non ce la si fa.

Fatto tutto ciò, si passerà all’aspetto più complicato di questa operazione: contrabbandare il movimento Cinque Stelle per una forza politica di sinistra. Forse una costola, forse una sinistra del terzo millennio: chissà. In realtà, il termine “sinistra“ si presta effettivamente a una molteplicità di usi. Vi sono state sinistre progressiste e sinistre conservatrici, sinistre riformiste e sinistre rivoluzionarie, sinistre giacobine e sinistre liberali, sinistre di lotta e sinistre di governo (e tutte e due le cose insieme): volete che non si trovi la sinistra che fa giusto al caso? D’altra parte, il termine sinistra ha goduto di particolare fortuna da quando sono illanguidite e poi scomparse le identità storiche dei partiti comunisti e socialisti. Ci voleva allora un ombrello ampio e sufficientemente generico per farci star sotto un po’ tutti, e lo si è trovato in quella parola. Più che definire un’identità, il termine sinistra indica dunque una crisi di identità, il suo progressivo diluirsi in una miscela di componenti diverse, tenute insieme dai fili sempre più esili della tradizione, da certe tonalità sentimentali o da certi costumi intellettuali. Al punto che oggi si può stirare la parola fino a includervi una forza che è nata esplicitamente per superare il discrimine fra destra e sinistra. Perché sono ambientalisti, dicono, perché sono contro la corruzione, perché sono contro la casta, perché sono per il reddito di cittadinanza. E perché per il resto mantengono tutte le ambiguità che consentono di muoversi opportunisticamente da una parte e dall’altra: contro l’euro ma anche no, contro i migranti ma anche no, nei giorni pari a difesa intransigente della Costituzione (calpestata, manco a dirlo, dalle riforme del Pd), ma anche, nei giorni dispari, contro la libertà di mandato e la democrazia parlamentare (i cui vizi trasformistici sono stati daccapo tutti imputati alle maggioranze che sostenevano i governi a guida Pd).

In realtà, la questione non è affatto che razza di sinistra siano i Cinque Stelle, ma se mai che sinistra vuole essere il Pd. Se vuole essere una sinistra giudiziaria, populista e rancorosa. con simpatie sudamericane e tratti di anti-modernità, e allora potrà andar bene anche la compagnia grillina, o se invece vuole essere una sinistra riformista, europea, con tratti di liberalismo e una solida cultura dei diritti. E allora tanto bene la compagine pentastellata non può proprio andare.

Se questa è la scelta, il problema Renzi sorge solo fino a un certo punto. Certo, a sostenere un esecutivo a Cinque Stelle non può essere il Pd di Matteo Renzi. Che infatti si è messo di traverso: mi dimetto, ha detto, ma solo dopo che si saranno insediate le Camere e sarà nato il nuovo governo. Gli avversari di Renzi dicono che dopo una sconfitta così sonora, l’ultima cosa che il segretario può fare è dettare condizioni. È probabile che abbiano ragione. Ma è invece impensabile che il Pd come tale non ponga condizioni e non si interroghi a fondo sulla propria ragion d’essere. E invece tutto un mondo (politico, intellettuale, editoriale) si sta muovendo rumorosamente in queste ore per sgombrare il campo da ogni ostacolo a un’intesa (risicatissimi numeri permettendo). Per senso di responsabilità, per scongiurare un governo di destra, o anche solo per sbarazzarsi di Renzi: com’è del resto in una certa tradizione italiana, usa sbranare il capro espiatorio fino all’ultimo lacerto di carne.

Che se poi non bastassero i motivi politici e programmatici, ci sarebbe da pensare, in un orizzonte insieme tattico e strategico, che cosa significhi sostenere un governo Di Maio con la pistola delle elezioni anticipate sul tavolo. Costretti a sconfessare i propri anni di governo, con probabilità quasi nulle di poter rivendicare risultati, e con la quasi certezza di doversi addossare le colpe di ogni eventuale inciampo parlamentare, essendo comunque divisi al proprio interno, in condizioni di estrema debolezza e ricattabilità politica.

Quando poi le prove di governo che finora hanno dato i Cinque Stelle tutto sono state meno che brillanti (come dimostra lo stesso voto di domenica in città come Torino). E quando non c’è stata in Italia una sola volta, da Monti in poi, che lo junior partner di una coalizione spuria non sia scomparso al voto successivo.

Ecco, se c’è un momento in cui la sinistra deve riflettere molto freddamente sul da farsi, mettendo da parte rivalse e antipatie personali, prima di immolarsi definitivamente alla causa grillina, finora sempre avversata e mai condivisa, ebbene: il momento è questo.

(Il Mattino, 7 marzo 2018)

 

Quella solitudine alle radici dell’uomo

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«La filosofia è preceduta da un nodo che si avverte nella vita vissuta e che esige di essere sciolto»: sono parole di Benedetto Croce, che Aldo Masullo cita nell’appendice del suo ultimo libro («L’Arcisenso. Dialettica della solitudine», Quodlibet, pp. 194). È un motivo che non appartiene solo alla sua riflessione, ma anche alla sua vita, e che perciò apre i densissimi appunti per un’autobiografia filosofica, che chiudono il volume. Fosse anche solo per rileggere queste pagine, varrebbe la pena prendere questo volumetto prezioso. Perché in esse sono presenti tutti i nodi principali del pensiero di Masullo, intrecciati con le vicende della filosofia europea moderna e contemporanea. Di cui si possono cogliere, filtrati attraverso la sensibilità e l’acume di uno dei suoi protagonisti, temi e stili di pensiero: la morte del Soggetto e la ripresa di una filosofia della soggettività libera da ipoteche metafisiche; la fenomenologia e l’esistenzialismo; il recupero della tradizione italiana (Bruno, Vico) fino al confronto con i pensatori del Novecento (Gentile, Paci), e poi la frequentazione con gli autori con i quali Masullo si è intrattenuto una vita intera: Fichte, Husserl, Heidegger.

La densità dei riferimenti storico-culturali non toglie nulla alla felicità di una prosa che si mantiene sempre limpida, in grado di parlare con voce chiara e originale alle inquietudini del nostro tempo. La scelta delle parole guida che compongono questa sorta di piccolo vocabolario portatile è già di per sé indicativa del modo in cui la filosofia si declina per Masullo. Cioè come antropologia, come sapere dell’uomo, come parola dell’uomo per l’uomo, che vive solo nella ricchezza del dialogo, nella dimensione sempre aperta e mai definitiva del logos: paticità, dolore, durata, solitudine, silenzio, sapienza, grazia definiscono non tanto gli oggetti quanto piuttosto il modo in cui la riflessione viene condotta, proprio come la vita è vita umana non perché riguardi la specie uomo, ma per il modo in cui l’uomo la vive, per il modo in cui la sente ed anzi la patisce.

Dalla ricca messe di spunti che questo libro offre, può essere utile coglierne tre, che hanno un valore e un interesse non solo per i cultori di cose filosofiche.

Il primo spunto riguarda il tema dell’intersoggettività, che Masullo è stato tra i primi a svolgere in Italia. Tutta la filosofia moderna si è in realtà confrontata con la minaccia del solipsismo, con l’idea cioè che non vi sia modo per riconoscere altra realtà al di fuori dell’Io: da Cartesio a Kant, da Wittgenstein a Gentile, il fantasma del solipsismo compare tutte le volte in cui il soggetto viene innalzato a fondamento, a luogo trascendentale di fondazione del senso. Ma cosa accade rinunciandovi? Lungi dal trovarvi la «pluralità comunicante» dei soggetti, il pensiero contemporaneo vi ha scorto un risvolto puramente negativo, come se la comunità rappresentasse solo un sogno lontano, impossibile, proibito, invece di essere la fatica quotidiana della effettiva condizione umana.

Il secondo spunto riguarda la difesa del relativismo. Qui l’analisi concettuale condotta da Masullo riesce particolarmente utile, perché permette da un lato di condurre la critica di ogni assolutizzazione del relativo, restituendo all’umano la sua misura, ma anche, dall’altro, di riconoscerne la dignità, contestando «la volgare tendenza a confondere il relativismo con il nichilismo». Questa confusione è particolarmente grave ai nostri giorni, segnati da ritorni integralisti e fondamentalisti: «Perfino la scuola, le istituzioni della formazione spesso risultano di fatto finalizzate a seminare di assoluti i campi della mente giovanile». Masullo denuncia così quello che chiama il paradosso del nostro tempo, per cui «più si depotenziano i supremi assoluti pubblici, come lo Stato, la Chiesa, la nazione, la classe, tanto più si moltiplicano e rafforzano le assolutizzazioni private». In questa osservazione sta peraltro il senso di un intero magistero pedagogico e civile che il filosofo non ha mai smesso di esercitare negli spazi della ragione pubblica.

Il terzo spunto è però il più prezioso, e spiega il sottotitolo del libro: dialettica della solitudine. Perché l’uomo è anzitutto, nella sua radice “incomunicativa”, dolore e solitudine. In un tempo dominato dalla medicina performativa, dall’ossessione per la prestazione, dall’ottimizzazione non solo dei processi produttivi ma anche delle relazioni sociali e della vita stessa, questo richiamo al mistero umano della finitezza, alla fragilità del corpo e all’evento del Sentirsi da parte di un uomo che ha vissuto l’intera parabola del Novecento contiene un monito ricco di umana saggezza. Non è un caso se l’ultima cosa scritta da Masullo e affidata a questo libro sia un saggio su Leopardi e sul «sentire corporale». Se la filosofia è anzitutto antropologia, il libro di Masullo ne è oggi un piccolo manifesto imprescindibile.

(Il Mattino, 7 marzo 2018)

Di Maio apre, Renzi frena il Pd

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«Siamo aperti al confronto con tutte le forze politiche, a partire dall’individuazione delle figure di garanzia per le due Presidenze delle Camere»: nella sua prima dichiarazione dopo il voto, Luigi Di Maio ha indicato l’appuntamento ad esito del quale si diraderà forse la nebbia sul futuro governo (e sul futuro della legislatura).

I Cinque Stelle hanno vinto, dilagando in tutto il Paese e sfondando nel Mezzogiorno il muro del 40%. Hanno ottenuto un risultato storico, e l’insistenza di Di Maio sui trent’anni trascorsi invano, cioè sull’intero arco temporale della seconda Repubblica, indica il significato che i Cinque Stelle assegnano il voto: anno zero, nuovo inizio, terza Repubblica. L’enfasi di queste parole ha però anche un altro valore: esprimendosi nel modo più rispettoso possibile nei confronti del presidente Mattarella, che dovrà prendere una difficilissima decisione, il capo politico del primo partito del Paese fa intendere che si aspetta l’incarico per la formazione del governo. Se è finita la seconda Repubblica, è finita l’alternanza fra centrosinistra e centrodestra come l’abbiamo conosciuta finora. Ed è vero: quelle coalizioni non ci sono più. Ma i giochi non sono ancora fatti: i Cinque Stelle non hanno la maggioranza assoluta e devono cercare consensi in Parlamento.

Per questo Di Maio sistema l’esca e lancia l’amo: per la scelta dei futuri Presidenti dei due rami del Parlamento sono disponibili a ragionare con le altre forze politiche. Leggasi: vi diamo le Presidenze, o almeno una delle due, se voi in cambio ci date il via libera per Palazzo Chigi. L’invito è chiaramente rivolto anzitutto a quelli che sono arrivati per ultimi, al Pd e alla sparuta pattuglia di Liberi e Uguali: l’unica possibilità che hanno di rientrare nel gioco è infatti fare un qualche accordo con i grillini. D’altra parte, la sconfitta è stata così netta, il risultato così al di sotto della più infausta delle previsioni, che non è impossibile che prosegua ancora il processo di disgregazione del centrosinistra.

Qualche segnale, del resto, c’è già. Nel tardo pomeriggio di ieri ha preso la parola Matteo Renzi per annunciare le dimissioni. Ma la modalità è studiata in modo da non lasciare subito il campo. Il percorso congressuale che dovrà portare alla formazione della nuova segreteria democrat non partirà subito, ma solo dopo che il Parlamento si sarà insediato e che il governo avrà giurato nelle mani del Presidente della Repubblica. Leggasi: alle consultazioni col Quirinale ci vado io. E mantengo il punto. Per Renzi, i rapporti di forza mutati non devono infatti mutare la linea politica: «Da Di Maio e Salvini ci dividono tre elementi chiavi: il loro anti-europeismo, la loro anti-politica e l’odio verbale che hanno avuto contro i militanti democratici». Vale a dire: non verrà dal Pd, almeno fin tanto che il segretario sarà Renzi, il sostegno a un governo di centrodestra o a un governo pentastellato. In verità, è la logica conseguenza di un giudizio che gli elettori hanno dato senza sfumature, punendo tutte le forze “governiste”: anzitutto i democratici, in maniera persino clamorosa, ma poi anche i centristi e pure Forza Italia, che è stata a inizio legislatura nel giro di governo. È comprensibile dunque che Renzi non veda ora motivi per svenarsi a favore dei Cinque Stelle: sarebbe, peraltro, la più completa sconfessione delle cose fatte e dette finora, al governo e in campagna elettorale. Ma se Renzi perdesse il controllo del partito già nelle prossime settimane? I segnali di insofferenza, i malumori e le aperte critiche si son fatti subito sentire. In questione non è ovviamente l’ammissione della sconfitta e l’assunzione di responsabilità da parte del segretario uscente e del suo gruppo dirigente, ma proprio l’atteggiamento da tenere verso il M5S.

Renzi chiude, ma dentro il Pd c’è chi vorrebbe aprire. A cominciare dalla minoranza di Emiliano, Orlando, Cuperlo, per proseguire con i franceschiniani, che pure sono stati finora nella maggioranza renziana. Non hanno numeri sufficienti, né nel Partito né nei futuri gruppi parlamentari, ma non rinunciano a chiedere al segretario un immediato passo indietro. E non è detto che nelle prossime settimane non compiano gesti di aperto dissenso nei confronti della linea dettata da Renzi. A cominciare proprio dalla elezione dei Presidenti delle Camere: l’amo lanciato da Di Maio. Come finirà lo scontro nel Pd non è dato sapere, e non lo si saprà almeno fin quando non si conosceranno due numeri: quelli di cui ha bisogno il M5S per governare, quello dei possibili congiurati nel Pd.

Diverso è lo scenario come lo si descrive dalle parti del centrodestra. Qui Matteo Salvini, uscito da trionfatore dal voto, fa un ragionamento molto semplice. La coalizione di centrodestra ha più deputati e senatori, dunque è naturale che Mattarella dia al centrodestra l’incarico. Non dice altro, Salvini: non dice nemmeno che incarico al centrodestra significa incarico a lui, al leader della Lega. Non lo dice perché sa che accentuerebbe le difficoltà, sia nei confronti dell’alleato Berlusconi, che deve ancora digerire la sconfitta, che nei confronti del Quirinale, che vede tutta la portata dirompente di un governo a guida leghista, soprattutto nei confronti dell’Europa. Le sue parole sono dunque state più sfumate: ho preso un impegno che «riguarda la coalizione di centrodestra, con cui abbiamo il diritto e il dovere di governare». Salvini si è limitato a indicare l’area che ha la maggioranza politica in Parlamento: tanto può e deve bastare per le prime determinazioni del Capo dello Stato. Quel che poi ci vorrà per fare davvero un governo si vedrà. E anche in questo caso dipenderà dai numeri finali: solo quando si saprà quanti seggi mancano alla maggioranza assoluta si potrà dire quali chance concrete ha il leader della Lega di fare il primo ministro.

Un’ultima ipotesi rimane da prendere in considerazione: che nasca un governo dei vincitori, cioè dei Cinque Stelle e della Lega. Insieme arrivano effettivamente al 50%, anche se per ora la somma dei loro voti appare politicamente complicata. Dico per ora, perché rimane comunque una possibile via d’uscita, qualora né il centrodestra a trazione leghista riesca ad attrarre voti in settori centristi del Parlamento, né riesca ai grillini di attirare consensi a sinistra, fra quanti proveranno a scompaginare i giochi a sinistra. A fare uscire il Pd dal bunker renziano, come ha detto Andrea Orlando.

Se però non accade né l’una né l’altra cosa, tertium datur: si dà una terza ipotesi. Che pur di evitare un Gentiloni in regime di proroga, e un ravvicinato ritorno alle urne, Salvino e Di Maio comincino davvero a parlarsi. D’altronde, Di Maio si è rivolto a tutti, e Salvini ha detto solo quel che intende fare in prima battuta: su quel che dovesse venire dopo non ha detto nulla. Dopo tutto: non è così che è andata in Germania? I socialdemocratici hanno negato la disponibilità a rifare la grande coalizione con la Merkel, e la Cancelliera si è dunque rivolta a liberali e verdi. Ma il tentativo è naufragato e CDU e SPD sono tornati sui loro passi, reincontrandosi a distanza di qualche mese. E ora a nascere è proprio il governo tra i due partiti principali. Che in Germania sono ancora popolari e socialisti, mentre da noi sono ormai due formazioni populiste, Lega e Cinque Stelle, fuori dalle famiglie europee tradizionali. Una cosa mai vista finora, in Italia o altrove, ed è perciò del tutto comprensibile che non si capirà subito come andrà a finire.

(Il Mattino, 6 marzo 2018)

La svolta radicale che parte del Mezzogiorno

 

Il voto inRisultati immagini per  roy lichtensteindica alcune chiare linee di fondo. La prima è sicuramente la vittoria del Movimento Cinque Stelle. La seconda è la vittoria fragorosa del Movimento Cinque Stelle nel Mezzogiorno. Al dato nazionale, di per sé rilevante, si aggiunge il dato nelle regioni del Sud: ancora più rilevante. Ce n’è poi una terza, che viene in evidenza se si sommano ai voti del M5S quelli della destra più radicale, Lega e Fratelli d’Italia. Non è detto che la somma si possa fare, in termini politici, ma il dato c’è: il radicalismo populista e nazionalista supera il 50%. Non è mai successo in tutta Europa. Ed è dal Mezzogiorno che viene la spinta più forte.

Una legislatura giunta a scadenza naturale, con tre governi a guida Pd succedutisi negli anni, non è riuscita a arginare un fenomeno che non ha analoghi nelle altre democrazie mature. In Italia questa ondata sembra caricarsi di una valenza ulteriore, dovuta allo scollamento profondissimo fra la società civile e il sistema politico. Ogni voto dato al Movimento Cinque Stelle è un voto dato per mandare a casa gli altri. Tutti gli altri. Analisi di questo tipo hanno già accompagnato, in realtà, il clamoroso successo dei grillini nel 2013. Trascorsi cinque anni, siamo daccapo, anzi peggio, visto che gli exit poll danno i Cinque Stelle ben più avanti del 25% registrato allora. E, nel contempo, la Lega, che nel 2013 aveva toccato il suo punto più basso, ha più che triplicato i suoi voti.

C’è qualcosa di profondo e quasi di immedicabile nel modo in cui gli italiani rifiutano l’offerta politica tradizionale. C’è un’onda lunga che viene dal ’94: col senno di poi, c’è persino il rischio che le esperienze politiche maturate nel corso della seconda Repubblica appaiano solo come puntelli provvisori e del tutto insufficienti, reti di contenimento per frenare uno smottamento che tuttavia continua, come se gli italiani fossero ancora in cerca di un anno zero da cui ripartire.

Ma nel Meridione il risultato dei Cinque Stelle è ancora più cospicuo. In Sicilia, in Campania, in Puglia il M5S è molto al di sopra della media nazionale. Il confronto con la Lombardia (dove si è votato anche per le Regionali) è impietoso. Questo vuol dire che c’è un terzo del Paese al quale centrosinistra e centrodestra non riescono più a parlare. È chiaro che la parte del Paese che ha maggiormente sofferto la crisi è anche quella più lontana dalle proposte di governo. Ma in un voto così massiccio bisogna leggere qualcosa di più, e cioè la conseguenza di una distrazione fondamentale, che ha lasciato il Sud completamente senza rappresentanza. In questi anni non c’è stata, in effetti, una sola voce significativa che sia venuta dalle regioni meridionali. Non ci sono state personalità di spicco, ministri o leader politici che abbiano saputo farsi interprete delle istanze del Mezzogiorno. Si può dire anzi che i temi del divario fra le diverse aree del Paese siano letteralmente scomparsi dall’agenda politica del Paese. Con il paradosso che il venir meno di una questione meridionale come priorità politica e come tema di discussione nazionale, ha allargato, anziché restringere il solco fra Nord e Sud. Almeno dal punto di vista della geografia politica, che oggi assegna al M5S percentuali degne della Democrazia Cristiana di una volta. Cosa vuol dire infatti che nell’Italia meridionale i Cinque Stelle raccolgono i maggiori consensi? Che esaurita la capacità di governo legata alla gestione della spesa pubblica, i partiti non hanno saputo indicare una via di sviluppo per questa parte del Paese. Si sono limitati a mantenere vecchie reti clientelari: sempre più logore, sempre meno estese, sempre meno credibili. Ma non sono più riusciti a farsi dare una delega vera, fondata su un mandato fiduciario pieno. La fiducia, anzi, è scomparsa. E il risentimento ha prevalso.

Si dirà naturalmente che non si può leggere il clamoroso voto ai grillini solo in termini di rifiuto, o di protesta. Può darsi. C’è anzi persino da augurarsi che non sia tutto un voto di pancia. Ma il punto vero è che c’è comunque un pezzo di società, di piccola borghesia, di ceto medio impiegatizio, di mondo giovanile, di precariato, che non si riconosce più nella forma che la politica ha preso nel Mezzogiorno: in partiti ormai disossati e senza nerbo ideologico, nei residui circuiti notabilari e di sottogoverno, in richiami tardivi e un po’ pelosi al senso di responsabilità, e che, dunque, vota di conseguenza. E premia Luigi Di Maio. Persino le forme stanche e invecchiate che ha assunto, a sinistra, la proposta di Liberi e Uguali (critica nei confronti del Pd) è rimasta, di fatto, lettera morta. Se poi è vero che la Lega ha più o meno lo stesso consenso di Forza Italia, o ha addirittura compiuto il sorpasso, se è vero che ha saputo prendere voti anche a sud del Po, è chiaro che anche la fisionomia del centrodestra è attesa a un cambiamento dirompente.

Certo, rimane la sensazione di doversi ora chiedere: come se ne esce? Le tendenze che si affermano nel voto non è detto infatti che portino fino a un’ipotesi di governo. Si vedrà soltanto nelle prossime settimane se con questa potente scrollata il Paese stia per compiere un salto nel buio, o solo un passo arrischiato in una nuova direzione.  Che al momento rimane comunque assai ricca di incognite.

(Il Mattino, 5 marzo 2018)

 

In bilico la governabilità

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Urne chiuse, nessuna pubblicazione di sondaggi negli ultimi giorni, grandissima incertezza sui possibili risultati: le ore che precedono lo spoglio sono colme di dubbi, anche se non c’è grande trepidazione. Gli osservatori vedono possibili linee di faglia lungo frontiere decisive: europeismo/nazionalismo, sistema/anti-sistema; riformismo/populismo. La posta in gioco è dunque alta. E però non c’è molto nervosismo nell’aria. Una brutta campagna elettorale, alcuni episodi di violenza politica che hanno fatto temere il peggio, ma in realtà più impazienza e inquietudine, che vera apprensione e conseguente, grande mobilitazione. Vediamo comunque su cosa si pronunceranno gli italiani.

 

Governabilità

Il primo tema è ovviamente il rebus del governo. L’Italia tri- o quadri-polare che si affaccia al voto difficilmente ricaverà un’indicazione chiara dalla cabina elettorale. La formula, usata (ed abusata) nel corso della seconda Repubblica, della proclamazione del vincitore la sera stessa delle elezioni questa volta con ogni probabilità non troverà interpreti sicuri, anche se non mancherà la gara a proclamarsi: 1) primo partito per numero di votanti, 2) primo partito per numero di seggi, 3) prima coalizione. I primi posti disponibili sono addirittura tre, ma nessuno assicura la nascita di una maggioranza di governo. Se però si guarda alla storia delle ultime legislature, si scoprirà che la cosa è meno sorprendente di quanto si pensi. Perché è lunga la fila dei governi che sono nati grazie ad accordi parlamentari e geografie politiche diverse da quelle disegnate dalle urne. Si comincia con il governo Dini, nel lontano 1994, e si continua con il governo D’Alema (1998), e il governo Amato (1999) nella legislatura seguente (quella dell’Ulivo, che dura poco). Poi: inciuci o ribaltoni, complotti o cambi di casacca, in anni più recenti è accaduto ancora con il governo Monti, nel 2011, dopo le traumatiche dimissioni dell’ultimo governo Berlusconi, e nella scorsa legislatura con tutti e tre i governi a guida Pd (Letta, Renzi, Gentiloni), sostenuti da una maggioranza diversa dalla coalizione che si era presentata alle elezioni, non vincendole (come disse un delusissimo Bersani). È il parlamentarismo, bellezza. Ed è anche una (lunga) tradizione italiana. Che, con sistemi elettorali prevalentemente proporzionali, non può che accentuarsi. Per questo motivo, il compito che attende il Presidente della Repubblica è da un lato difficile, dall’altro però anche in linea con siffatte consuetudini. Mattarella dovrà leggere il voto: verificare se ha più chance il centrodestra, se è possibile un governo di larghe intese che metta insieme centrodestra e centrosinistra (o frantumi di queste coalizioni), o se invece possono farcela i grillini, magari con il soccorso di Liberi e Uguali, oppure della Lega (destra e sinistra sono, dal punto di vista di Di Maio, assolutamente fungibili). Può anche darsi che si apra invece una lunga fase interlocutoria, nel corso della quale a Palazzo Chigi rimarrà Gentiloni, anche solo per il tempo necessario a fare una nuova legge elettorale e tornare al voto. In ogni caso, la fotografia che gli italiano scatteranno recandosi al seggio è improbabile che esca nitida e ferma. Tutte le formazioni politiche, lo sappiamo fin d’ora, sono a rischio scissione: il centrodestra mette in competizione Lega e Fratelli d’Italia da un lato, Forza Italia dall’altro, che non hanno la stessa propensione ad allearsi (eventualmente) col Pd. Liberi e Uguali è già la confluenza complicata di diverse forze politiche, che non è detto resteranno insieme, quando si tratterà di scegliere se entrare in accordi di coalizione oppure rimanere all’opposizione. Stessa cosa può dirsi dei grillini, che hanno al loro interno un’ala movimentista e un’ala più istituzionale (a non parlare delle espulsioni, già fioccate e che fioccheranno). Infine: il centrosinistra in passato non è mai arrivato a fine legislatura così come vi era entrato. Improbabile dunque che non accada anche questa volta.

 

Leader

Se accadrà, sarà anche perché la leadership di Renzi si sarà fortemente indebolita col voto. La campagna elettorale è iniziata con quota 25% nel mirino: è la cifra raggiunta dal Pd nel 2013, ed è l’asticella sotto la quale per Renzi cominciano i problemi. Il segretario questa volta non ha personalizzato la sfida, ha insistito sulla squadra di governo, è riuscito a chiudere la campagna elettorale insieme a Gentiloni. Dopodiché, però, contano i numeri: più il Pd scivola indietro rispetto a quel 25%, e più crescerà il dissenso interno. Del resto, a sinistra non si contano i leader che si sono consumati nell’ultimo quarto di secolo: da Prodi a D’Alema ad Amato a Veltroni a Letta, mentre dall’altra parte il front man è rimasto sempre uno e uno soltanto: l’immarcescibile Silvio Berlusconi. Che ha tenuto botta anche nei momenti più difficili (tra condanne in tribunale e decadenze dal Senato). Nel centrodestra è accaduto insomma l’esatto contrario: un capo carismatico, molti delfini spiaggiati o costretti a far le valigie: da Fini a Casini, da Fitto a Alfano. Ora è il turno di Salvini, che ha rivitalizzato la Lega e che compete apertamente per la leadership. Gli italiani dovranno scegliere: è chiaro che un centrodestra a guida Salvini è tutt’altra cosa da un centrodestra a guida Berlusconi (o Tajani). Per la verità, non si può nemmeno giurare che Forza Italia accetterebbe di votare Salvini presidente del Consiglio: ce lo vedete il Cavaliere che (cavallerescamente, appunto) lascia al leader della Lega Palazzo Chigi) In ogni caso la partita è quella: centrodestra moderato o centrodestra a forti tinte nazionaliste? Centrodestra europeista o centrodestra sovranista? Al voto l’ardua sentenza.

Problemi di leadership si pongono anche dalle parti di Liberi e Uguali, anche se non riguarderanno l’Esecutivo. Ma Pietro Grasso in questa campagna elettorale non ha certo brillato, e non è detto che riuscirà a rimanere il capofila di un progetto ancora in corso di definizione.

Infine i Cinque Stelle. Hanno votato il capo politico, Luigi Di Maio, e compiuto una svolta simil-istituzionale. Se prenderanno il consenso che i sondaggi accreditano loro, l’ex steward di Pomigliano non avrà troppo da temere, almeno nell’immediato. Grillo si è defilato («è finita l’epoca dei vaffa»), Di Battista, nonostante la popolarità di cui gode ha preferito saltare un giro, Fico sembra ormai addomesticato. Ma come in tutte le forze politiche, può accadere anche tra i pentastellati che uno scenario in movimento, con prospettive incerte e qualche altro anno all’opposizione rimetta in movimento le cose.

 

Astensione

Il dato dell’astensione sarà la prima chiave di lettura del voto. Tra le molte incertezze del turno elettorale, almeno una troverà infatti celere risposta: il numero di italiani che andrà a votare. E si vedrà se, come sembra probabile, il dato dell’affluenza arretrerà ancora rispetto a quello del 2013, fermatosi al 75%.

Più di un segnale è però venuto dalle parole del capo dello Stato, Sergio Mattarella, già durante il discorso di fine anno. Il suo monito di allora, augurandosi un’ampia partecipazione, anche dei neodiciottenni nati nel 1999, era qualcosa di più che semplice retorica. Era l’auspicio che l’insofferenza, così diffusa tra gli elettori, potesse tradursi in una scelta chiara nella cabina elettorale, anziché restare congelata nella disaffezione muta e rancorosa.

D’altra parte, tutto, o quasi, in questi anni è cambiato. In Italia, la corposa affluenza alle politiche, stabilmente oltre l’80% fino al 2006 e lungo tutta la Seconda Repubblica, era scesa di oltre 5 punti nel 2013. Più o meno quanto hanno fatto segnare, pochi mesi fa, le elezioni politiche tedesche. Quelle italiane, nel 2013, inaugurarono una nuova geografia politica, con “tre Italie” elettorali a mandare all’aria lo schema abituale centrodestra contro centrosinistra. E che non fosse un terremoto passeggero, lo dimostreranno di lì a poco le Regionali in Emilia Romagna e Toscana, nel 2014 e 2015. In entrambe le regioni, roccaforti storiche del centrosinistra, l’astensione ha avuto un calo vertiginoso: 44 punti nella prima, 23 nella seconda.

Cose quasi da non credere per chi era abituato a un fenomeno circoscritto alle fasce meno istruite e più anziane della popolazione, residenti in maggior parte nelle aree meridionali. Nella fetta di indecisi ha pescato negli anni scorsi in più grande misura il centrodestra. Conferma ne sono state, ad ogni occasione che contasse, le sensazionali rimonte elettorali di Berlusconi che, a giochi apparentemente finiti, proprio quel bacino riusciva a rivitalizzare. Oggi, quella forza d’urto, capace di trainare al seggio molti indecisi, sembra essersi affievolita. Al contrario, l’astensione si è riempita di chi, non votando, una scelta ritiene invece di esercitarla. Dettata dall’insofferenza, dalla sfiducia, persino dal risentimento verso la parte politica a cui fino a non troppo tempo fa riteneva di appartenere. Per tutte queste ragioni, coloro che considerano l’astensione ormai il primo partito italiano, questa sera avranno già un primo risultato da commentare.

 

Il Mezzogiorno.

Resta infine da capire cosa succederà nel Mezzogiorno, che secondo alcuni sarà decisivo, soprattutto nei collegi uninominali, ai fini del risultato finale. C’è un rischio, che l’Italia si divida in tre: che al Nord prevalga il centrodestra, che il Pd mantenga le sue posizioni lungo l’Appennino tosco-emiliano, che al Sud dilaghino i Cinquestelle. Rischio, si intende, per la coesione nazionale, rischio che si corre sempre quando le divisioni politiche ricalcano da vicino le fratture territoriali. Cinque anni fa, in realtà, la debolezza del Pd al Sud era già marcata. Alla Camera, a fronte di un 25,4% nazionale, il Pd fece registrare il 21,8% in Campania, il 18,7% in Puglia e il 18,7% in Sicilia. Le cose non sembrano affatto migliorate, nonostante fino a pochi mesi fa fosse del Pd la guida di tutte le regioni meridionali. Segno che qualcosa non va, nel rapporto con un’area del Paese che è rimasta comunque ai margini del dibattito elettorale, delle proposte e persino delle promesse.

Forza Italia, all’epoca Popolo della Libertà, al Sud era invece sistematicamente sopra la media nazionale, anche per la mancata concorrenza della Lega Nord. Il risultato del Pdl nazionale, pari al 21,6%, è diventato 29,2% in Campania, 28,9% in Puglia e 26,5% in Sicilia.

Per i Cinquestelle la situazione era meno univoca. Il risultato nazionale fu del 25,6%. Nel Mezzogiorno andò un po’ peggio in Campania (il 22,2%), in Puglia in linea con il dato nazionale, mentre la Sicilia svettava al 33,6%, sull’onda del buon risultato alle regionali, reso memorabile dalla traversata dello Stretto a nuoto compiuta da Beppe Grillo. È convinzione diffusa che quest’anno andrà meglio. Questa è almeno la preoccupazione del centrodestra, a sentire il fuori onda in cui Salvini si augurava la tenuta del Pd, per evitare che i grillini facciano cappotto.

Cappotto o no, l’impressione è che la coperta politica del Paese sia troppo corta, e che il distacco dalla politica nazionale e dal quadrante europeo sarà il significato più rilevante del voto meridionale.

(Il Mattino, 4 marzo 2018)