Se la sinistra si immola alla causa dei vincitori

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Numeri alla mano, un governo Di Maio, appoggiato dal partito democratico, è possibile. Al Senato lo è per soli tre voti. Se però si sommassero anche i quattro voti di Liberi e Uguali, il margine sarebbe un po’ più ampio. Ci sarebbero poi i voti dei senatori a vita e quelli delle circoscrizioni all’estero, ancora da assegnare. Numericamente, dunque, si può fare. Ed è per questo che è cominciato il lavoro per rendere una soluzione, solo teoricamente possibile, anche politicamente praticabile. Non è un lavoro semplice: prima ancora di arrivare alle questioni programmatiche, bisogna che vengano accantonate tutte le polemiche di questi anni sui ribaltoni e sugli inciuci, e sui governi che devono nascere direttamente dal voto degli italiani. Bisogna poi cancellare le inevitabili asprezze della campagna elettorale, e la retorica spesa a piene mani da parte dei grillini contro i mafiosi e i corrotti che allignano nelle file del partito democratico. Essendo i numeri ridotti, bisogna infatti che, recuperando le ragioni del garantismo, si sorvoli su indagati e rinviati a giudizio che dovessero eventualmente sedere tra i banchi del Pd, e probabilmente bisognerà tenere per buoni anche i voti di quei parlamentari che Di Maio ha espulso o proposto di espellere nelle scorse settimane. Bisognerà poi convincere gli stessi renziani, compresi quelli più arcigni, ascritti al cosiddetto “giglio magico”, altrimenti coi numeri non ce la si fa.

Fatto tutto ciò, si passerà all’aspetto più complicato di questa operazione: contrabbandare il movimento Cinque Stelle per una forza politica di sinistra. Forse una costola, forse una sinistra del terzo millennio: chissà. In realtà, il termine “sinistra“ si presta effettivamente a una molteplicità di usi. Vi sono state sinistre progressiste e sinistre conservatrici, sinistre riformiste e sinistre rivoluzionarie, sinistre giacobine e sinistre liberali, sinistre di lotta e sinistre di governo (e tutte e due le cose insieme): volete che non si trovi la sinistra che fa giusto al caso? D’altra parte, il termine sinistra ha goduto di particolare fortuna da quando sono illanguidite e poi scomparse le identità storiche dei partiti comunisti e socialisti. Ci voleva allora un ombrello ampio e sufficientemente generico per farci star sotto un po’ tutti, e lo si è trovato in quella parola. Più che definire un’identità, il termine sinistra indica dunque una crisi di identità, il suo progressivo diluirsi in una miscela di componenti diverse, tenute insieme dai fili sempre più esili della tradizione, da certe tonalità sentimentali o da certi costumi intellettuali. Al punto che oggi si può stirare la parola fino a includervi una forza che è nata esplicitamente per superare il discrimine fra destra e sinistra. Perché sono ambientalisti, dicono, perché sono contro la corruzione, perché sono contro la casta, perché sono per il reddito di cittadinanza. E perché per il resto mantengono tutte le ambiguità che consentono di muoversi opportunisticamente da una parte e dall’altra: contro l’euro ma anche no, contro i migranti ma anche no, nei giorni pari a difesa intransigente della Costituzione (calpestata, manco a dirlo, dalle riforme del Pd), ma anche, nei giorni dispari, contro la libertà di mandato e la democrazia parlamentare (i cui vizi trasformistici sono stati daccapo tutti imputati alle maggioranze che sostenevano i governi a guida Pd).

In realtà, la questione non è affatto che razza di sinistra siano i Cinque Stelle, ma se mai che sinistra vuole essere il Pd. Se vuole essere una sinistra giudiziaria, populista e rancorosa. con simpatie sudamericane e tratti di anti-modernità, e allora potrà andar bene anche la compagnia grillina, o se invece vuole essere una sinistra riformista, europea, con tratti di liberalismo e una solida cultura dei diritti. E allora tanto bene la compagine pentastellata non può proprio andare.

Se questa è la scelta, il problema Renzi sorge solo fino a un certo punto. Certo, a sostenere un esecutivo a Cinque Stelle non può essere il Pd di Matteo Renzi. Che infatti si è messo di traverso: mi dimetto, ha detto, ma solo dopo che si saranno insediate le Camere e sarà nato il nuovo governo. Gli avversari di Renzi dicono che dopo una sconfitta così sonora, l’ultima cosa che il segretario può fare è dettare condizioni. È probabile che abbiano ragione. Ma è invece impensabile che il Pd come tale non ponga condizioni e non si interroghi a fondo sulla propria ragion d’essere. E invece tutto un mondo (politico, intellettuale, editoriale) si sta muovendo rumorosamente in queste ore per sgombrare il campo da ogni ostacolo a un’intesa (risicatissimi numeri permettendo). Per senso di responsabilità, per scongiurare un governo di destra, o anche solo per sbarazzarsi di Renzi: com’è del resto in una certa tradizione italiana, usa sbranare il capro espiatorio fino all’ultimo lacerto di carne.

Che se poi non bastassero i motivi politici e programmatici, ci sarebbe da pensare, in un orizzonte insieme tattico e strategico, che cosa significhi sostenere un governo Di Maio con la pistola delle elezioni anticipate sul tavolo. Costretti a sconfessare i propri anni di governo, con probabilità quasi nulle di poter rivendicare risultati, e con la quasi certezza di doversi addossare le colpe di ogni eventuale inciampo parlamentare, essendo comunque divisi al proprio interno, in condizioni di estrema debolezza e ricattabilità politica.

Quando poi le prove di governo che finora hanno dato i Cinque Stelle tutto sono state meno che brillanti (come dimostra lo stesso voto di domenica in città come Torino). E quando non c’è stata in Italia una sola volta, da Monti in poi, che lo junior partner di una coalizione spuria non sia scomparso al voto successivo.

Ecco, se c’è un momento in cui la sinistra deve riflettere molto freddamente sul da farsi, mettendo da parte rivalse e antipatie personali, prima di immolarsi definitivamente alla causa grillina, finora sempre avversata e mai condivisa, ebbene: il momento è questo.

(Il Mattino, 7 marzo 2018)

 

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