Diritto e politica, storia di un eterno dualismo

George grosz eclisse di sole 1926

Un elogio della sovranità Biagio de Giovanni lo ha già scritto, qualche anno fa, per difendere un concetto centrale nella vicenda moderna. Con questo suo ultimo, densissimo lavoro – Kelsen e Schmitt. Oltre il Novecento (Editoriale Scientifica, pp. 307) – il filosofo napoletano torna a misurarsi con questo nodo decisivo della storia europea ed occidentale, muovendo dai due pensatori del Novecento che a quel nodo sono più legati, l’uno per scioglierlo, l’altro per stringerlo: Hans Kelsen e Carl Schmitt, massimi protagonisti del pensiero giuridico-politico del secolo scorso. Austriaco uno, tedesco l’altro; di origine ebraica il primo, costretto a emigrare all’estero con l’avvento del nazismo. Al quale aveva aderito invece il secondo, divenendo anzi presidente dell’Unione dei giuristi nazionalsocialisti.

Non sono però vicende che appartengono al passato, prigioniere di un secolo grande e tragico che è, in ogni senso, finito? De Giovanni pensa l’esatto opposto: «L’alternativa tra Kelsen e Schmitt non esce affatto di scena con l’irruzione del costituzionalismo nel secondo dopoguerra».

Che cosa significa, però, l’alternativa? Che lo Stato costituzionale – il paradigma in cui sono incorniciate le democrazie contemporanee – è innervato di un’energia politica costituente, spenta la quale rinsecchisce e muore. Ora, la si può pensare appesa a una decisione sovrana (Schmitt), oppure compresa in una norma fondamentale (Kelsen), ma in un caso e nell’altro deve potersi distendere in un ordinamento concreto, storicamente formato, in cui si dispiega quell’opera di civilizzazione della forza che è, secondo la lezione di Vico, l’opera del diritto, delle istituzioni, della legge.

Da ciò viene la tesi maggiore del libro: che non è possibile una completa giuridificazione dell’esperienza politica. Che le due cose, diritto e politica, rimangono in una tensione mai del tutto risolta. Che non è possibile eliminare il fatto del potere dall’orizzonte della politica e dello Stato, ma non è neppure possibile, in ragione di ciò, contrarre il significato del giuridico in un mero esercizio mascherato di violenza. (E l’appendice, dedicata a una disamina polemica e serrata dell’Italian Thought – del pensiero di Giorgio Agamben e Roberto Esposito – è, in fondo, una lunga variazione di quest’unico motivo).

Questa consapevolezza nutre il confronto di De Giovanni con i classici, e nutre soprattutto il confronto critico con il nostro tempo. L’Autore si impegna a dimostrare quanto siano riduttive certe letture sbrigative di Kelsen e Schmitt. Il primo viene spesso ridotto alla tesi per cui il diritto positivo non è che un insieme di norme: il risultato è un’interpretazione grettamente positivistica, proceduralista e formalista, in cui viene mancato del tutto il significato della costruzione kelseniana, il suo essere una risposta, nel solco della tradizione moderna, illuministica e neo-kantiana, alla crisi della civiltà europea. Il secondo invece viene inchiodato al suo incontro con il nazismo, con la conseguenza che la stessa categoria della sovranità viene guardata con sospetto e spavento: l’intero edificio di regole e diritti della attuale dottrina costituzionalistica viene allora presentato come la profilassi necessaria per evitarne il funesto ritorno.

Diamo però uno sguardo non troppo distratto ai fenomeni, come si presentano oggi sotto i nostri occhi. Il punto di caduta, infatti, per De Giovanni è qui, nel nostro mondo. In questione è l’estesissima giuridificazione delle società contemporanee, il proliferare di carte di diritti e corti di giustizia, l’impetuoso svolgersi di una globalizzazione che cambia le stesse coordinate spaziali e temporali dell’esperienza. Ora, come leggere questi fenomeni? De Giovanni usa tutta la densità concettuale della dottrina di Kelsen, tutta la spietata capacità di analisi di Schmitt per sottrarsi a un’alternativa che giudica fallace, quella fra chi mette l’insieme di questi processi sotto il segno euforico di una continua espansione dei diritti, non più costretti dentro l’arcigna struttura dello Stato nazionale, e chi, viceversa, vi vede solo la destrutturazione del vecchio mondo, l’imporsi di potenze economiche e di mutamenti tecnologici che nessuna volontà politica riesce più a contenere.

Avendo Kelsen reciso ogni rapporto con il giusnaturalismo, avendo Schmitt condotta una battaglia senza quartiere contro tutti gli elementi del liberalismo politico, sembra tuttavia che entrambi non possano più essere utili a un tempo in cui la politica è messa in crisi dalla «invadenza della giurisdizione». Ma è questo l’esito che De Giovanni intende problematizzare, riattivando le coordinate del loro pensiero per riconoscere la «collocazione ambigua» in cui si trovano oggi gli stessi diritti fondamentali: certo dentro l’affermazione progressiva della civiltà dell’uomo, ma anche nell’orizzonte omologante ed impolitico di una «neutralizzazione tecnico-valoriale» in cui non si capisce più cosa restituisce identità e forma a una comunità.

Del resto, è questa la questione alla quale il costituzionalismo, privato del suo nerbo politico, non sa più rispondere. De Giovanni la formula, infine, così: «Che cosa tiene insieme la civiltà europea non più eurocentrica?». Già: cosa? C’è interrogativo più urgente di questo?

(Il Mattino, 17 marzo 2018)

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