I paletti di Di Maio e Salvini

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C’è sicuramente una distanza, non facile da calcolare, fra le dichiarazioni che vengono rese in questi giorni e le posizioni che verranno assunte quando cominceranno le consultazioni del Colle. Ma intanto, stando alle prime (le sole che abbiamo), un nuovo governo della Repubblica è più lontano. Tutti chiedono disponibilità, tutti esigono senso di responsabilità: ma dagli altri, più che da se stessi. E così nel giro di ventiquattro ore quasi tutte le ipotesi affacciatesi nei giorni scorsi finiscono impallinate dalle parole dei leader.

Cominciamo dal Pd. Lunedì riunisce la Direzione, che affida la reggenza a Maurizio Martina, e produce un documento – condiviso da tutti, ad eccezione di Emiliano – nel quale si riconosce l’esito negativo del voto e si dichiara che il partito “si impegnerà dall’opposizione, come forza di minoranza parlamentare, riconoscendo che ora spetta alle forze che hanno ricevuto maggior consenso l’onore e l’onere di governare il paese”. Non dovrebbero esserci dubbi: il Pd va all’opposizione. In realtà, c’è chi legge nel dispositivo adottato due piccoli spiragli. Il primo: una minoranza parlamentare può, pur rimanendo tale, consentire ad altre forze di formare il governo, evitando di votargli contro. È quello che si chiama appoggio esterno. Dunque: l’ipotesi non sarebbe esclusa in termini categorici. A sentire però i commenti resi al termine della riunione, c’è poco da arzigogolare: i democratici non sono affatto orientati a sostenere, anche senza entrare in maggioranza, un governo Di Maio. Non c’è solo un baratro politico e programmatico a separare i due partiti, ma anche l’allergia del Movimento alle pratiche della mediazione parlamentare, alla trattativa fra partiti, al riconoscimento dei ruoli rispettivi. Tutto questo è un “vecchio modo di fare politica”, come Di Maio non si stanca di ripetere. Il Pd dovrebbe piuttosto limitarsi a non intralciare l’avvento della “terza Repubblica dei cittadini”: un po’ poco, per la verità, per farci un vero accordo.

Resta il secondo spiraglio lasciato aperto nel documento: l’apporto garantito a una eventuale iniziativa del Presidente della Repubblica. Col che sembra che venga assicurata, al di là del rispetto istituzionale per il Capo dello Stato e le decisioni che vorrà prendere, una disponibilità a soluzioni che abbiano l’imprinting del Quirinale. Cioè: un governo di scopo. È chiaro però che un governo di scopo, messo su “nell’interesse generale”, può nascere solo se ad accogliere l’appello di Sergio Mattarella fossero anzitutto quelli che hanno preso più voti e vinto le elezioni: come lo si potrebbe altrimenti considerare rispettato l’interesse generale? Ne viene che della partita dovrebbe essere anzitutto il M5S.

Ma che ne pensa Luigi Di Maio, il capo politico del Movimento? È presto detto: “Noi non contempliamo nessuna ipotesi di governo istituzionale e di governo di tutti, gli italiani hanno votato un candidato premier, un programma e una squadra”. Se il documento del Pd presentava qualche spiraglio, l’intervento di Di Maio chiude al sia pur minimo spiffero. Perché se i Cinque Stelle leggono il risultato delle urne come se avessero ricevuto una maggioranza assoluta, come se il 32% valesse il 51% e come se dunque gli altri partiti non avessero legittimità a rappresentare alcun’altra istanza, c’è poco da mediare o da trattare: Di Maio intende far da solo; agli altri non resta che lasciar libero il passo.

In realtà, lo sproposito di una simile affermazione vale da un alto a confermare la difficoltà, da parte grillina, a rispettare la natura e la formazione parlamentare del governo – accentuata, peraltro, da una legge elettorale per due terzi proporzionale –, dall’altro a mettere uno stop ad ipotesi alternative all’incarico a Di Maio. Per ora la partita riguarda cioè chi debba ricevere il mandato da Mattarella: se si profilasse una soluzione istituzionale la scelta non potrebbe ricadere sul leader pentastellato; dunque questa eventualità va scongiurata con forza. Quanto al senso di responsabilità, se ne parlerà magari al prossimo giro.

Se però ci vogliamo dall’altra parte, dalla parte del centrodestra dove brilla la stella di Salvini, anche lì tutto si registra nelle ultime ore meno che aperture: “Mai nella vita governerò con Renzi, visto che vogliamo fare il contrario di quello che ha fatto lui. Sicuramente non posso allearmi con chi ha male governato negli ultimi anni, come Renzi, Boschi o Gentiloni”. E per chiudere: “se devo tirar dentro chi è stato bocciato dagli italiani la settimana scorsa: assolutamente no”. Ora, se non tira dentro il Pd, non si capisce il governo con chi intenda farlo, visto che il centrodestra non è autosufficiente.

Anche in questo caso, però, le parole di Salvini, che su Unione europea, tasse e immigrazione è tornato a usare toni da campagna elettorale, hanno due significati: da un lato, frenano le mosse di Berlusconi, che farebbe ogni sforzo per agganciare il Pd in un’ipotesi di larghe intese; dall’altro, mettono in valore quello che invece Salvini non esclude con altrettanta nettezza, cioè un governo con il M5S, a proposito del quale si limita a dire che “i programmi sono molto diversi”. È chiaro: col Pd un governo non si può fare perché si calpesterebbe la volontà degli elettori; coi Cinque Stelle questa obiezione non ha corso, anche se i programmi restano diversi.

La prima scelta però rimane un’altra, sia per Salvini che per Di Maio. Uno vuol prosciugare il bacino elettorale di Forza Italia, l’altro ridurre il partito democratico all’irrilevanza. Tutti e due sanno che il gioco riesce più facile stando all’opposizione, a far la voce contro gli altri che governano con l’aiuto del Pd. E tutti e due non vi rinuncerebbero per nulla di meno di Palazzo Chigi. Il che vuol dire provare intanto a incassare la prima posta in palio: l’incarico da Mattarella.

Così tirano la corda. Il rischio che si spezzi, e che si vada alle urne, è molto alto, anche perché entrambi paiono convinti che nuove elezioni possono solo dirgli bene. In ogni caso, i due provano a scongiurare governi che nascano sotto l’egida del Colle, perché la loro forza politica ne sarebbe imbrigliata. Ed è dunque tra questi tre poli – governo del Presidente, elezioni anticipate, o governo M5S-Lega – che si consumerà (o si ravviverà) la fiamma di questo inizio di legislatura.

(Il Mattino, 14 marzo 2018)

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