Archivi del mese: aprile 2018

“Lo stop dei giudici tutela il minore”. “Ma è sbagliato escludere i genitori”

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Massimo Adinolfi e Giannino Piana si confrontano su un conflitto antico: le ragioni del cuore e quelle della ragione. Adinolfi, firma ben nota ai lettori del Mattino, è professore associato all’Università di Cassino e docente di Filosofia teoretica. Piana è un presbitero, scrittore e teologo moralista. Insegna presso la Libera Università di Urbino ed Etica ed Economia presso l’Università di Torino. Il loro dialogo consente di guardare oltre le mere vicende di cronaca.

Massimo Adinolfi

Caro professore,

forse anche lei si è sentito in questi giorni rivolgere la seguente domanda: com’è possibile che lo Stato sia così insensibile alle ragioni della famiglia, dei genitori del piccolo Alfie Evans, che non chiedono nulla più che di stare ancora accanto al figlio? Com’è possibile che lo Stato calpesti così freddamente i sentimenti e l’umanissima speranza del padre e della madre e si arroghi il diritto di eliminare una vita reputandola inutile? Ho trovato difficile dare una risposta, perché le ultime ore di questa storia drammatica – il distacco dalle macchine, la resistenza tenace di Alfie, la cittadinanza italiana per motivi umanitari, l’opposizione dell’ospedale e dei giudici al trasferimento in Italia – sembrano davvero delineare un conflitto tragico e insolubile: le ostinazioni del cuore contro quelle della legge. Antigone contro Creonte. Ed è sempre difficile schierarsi dalla parte di Creonte. Creonte fa sempre la figura del ‘cattivo’. Tuttavia sento il dovere di dire almeno una cosa, che no, l’Alta Corte e il giudice Hayden non hanno giudicato inutile la vita di Alfie Evans, ma la situazione e i trattamenti che lo tengono ancora in vita. E io mi sento rassicurato, non minacciato, al pensiero che un tribunale dello Stato, in nome del migliore interesse del minore, intervenga per assicurargli una fine dignitosa. Che lo possa anche sottrarre, in taluni casi, ad un eccesso di cure. Che difenda anche il giudizio dei medici, quando affermino in scienza e coscienza che è stato fatto tutto il possibile, o per esempio che un eventuale trasporto aereo potrebbe provocare ulteriori danni al cervello. Capisco che ciò possa apparire inumano o crudele, soprattutto dal punto di vista dei genitori del bambino: è umanamente comprensibile che non ci si voglia arrendere a ciò che la razionalità medica e scientifica dice, in un caso come questo. Capisco meno chi volesse sostenere, tuttavia, che l’amore dei genitori e la loro ‘proprietà’ sul bambino debbano prevalere sul parere dei medici e il giudizio del tribunale.

Giannino Piana

La questione è senz’altro complessa, e aggiungerei confusa. Trovo intanto piuttosto deplorevole il modo aggressivo con cui i media l’hanno affrontata, con interventi polemici da tutte le parti, che non hanno certo contribuito a stabilire un confronto sereno tra le argomentazioni delle diverse posizioni in campo. La delicatezza della situazione imponeva una maggiore riservatezza, ma tant’è: siamo nell’era dei social network ed è difficile evitare la spettacolarizzazione di eventi come questo. Entrando nel merito del problema, al di là e prima del giudizio di merito sulla soluzione fornita dalla magistratura, credo si possano fare alcune riserve sul metodo adottato. Il drastico esautoramento della famiglia (per quanto mi risulta) nell’assunzione della decisione mi sembra davvero eccessivo. So bene che il giudizio di chi nutre legami affettivi forti nei confronti della persona malata, in questo caso i genitori, non è sempre il più oggettivo: le ragioni del cuore possono prevalere su quelle di una corretta razionalità e non è del tutto infrequente che si infiltrino anche motivazioni egoistiche, che rischiano di far prevalere la ricerca del proprio interesse, e non quello della persona che si trova nello stato di difficoltà. Pur con queste riserve, ritengo tuttavia che non si possa prescindere dal loro giudizio, e che la via da percorrere debba essere quella della “alleanza terapeutica”, cioè di un serio confronto tra la competenza del medico (o dei medici) e le ragioni dei parenti in modo che si possa pervenire a una soluzione concordata. Non so se questo è stato fatto, ma le informazioni che, a livello di opinione pubblica, possediamo non sembrano confermarlo. Sul merito della questione, cioè sulla positività della soluzione cui è giunta la magistratura – personalmente ho peraltro una certa perplessità sulla competenza dei magistrati ad emettere sentenze in questi campi – ho qualche dubbio. Ma su questo, se ritiene di riprendere il tema, mi riservo di ritornare.

Adinolfi

Solo sul punto finale, cioè sulla competenza dei magistrati, credo di essere in netto disaccordo. Perché quando “l’alleanza” si rompe, quando la famiglia respinge le valutazioni dei medici, è giusto che un tribunale sia chiamato a dirimere la questione: non penso che un’opinione possa prevalere sull’altra senza il pronunciamento del giudice. La battaglia legale diviene allora inevitabile, soprattutto se intorno al caso si formano nell’opinione pubblica, opposti partiti.

Non me la sento perciò di descrivere l’ospedale in cui Alfie è ricoverato come la prigione in cui è trattenuto dalle autorità. Anche questa affermazione, che leggo e ascolto in queste ore, contribuisce alla spettacolarizzazione del caso. Considerata poi la ricostruzione che il giudice Hayden ha offerto nella sua sentenza, e i pareri in essa raccolti, non direi neppure che la famiglia è stata esautorata. Piuttosto, non ha avuto l’ultima parola, e, sia pure in punta di piedi e con tutto il rispetto dovuto al loro dolore, penso sia giusto così. È vero però che neanche io ho simpatia per i toni di indignazione e di collera che ha usato Michela Marzano su Repubblica, a proposito della decisione del governo italiano di concedere la cittadinanza per motivi umanitari. È molto meglio reprimere la tentazione di rievocare tutto il rosario delle battaglie civili e di fare così di tutte le erbe un fascio. Le sensibilità delle persone e le emozioni pubbliche vanno maneggiate con molta più attenzione. Vorrei invece accogliere la sua correzione. Io ho parlato prima di una «razionalità medica e scientifica», lei di una «corretta razionalità». Convengo con lei: abbiamo bisogno di un concetto non univoco di razionalità. Non solo il cuore, anche la filosofia ha le sue ragioni che la ragione scientifica non conosce. Chissà perché, i difensori dei diritti individuali pensano che la scienza stia dalla loro parte, mentre se la filosofia entra in campo – e lo fa con ragioni sue proprie, senza limitarsi a dar man forte alla scienza – allora è facile che si intorbidino le acque e che la causa del progresso finisca con l’essere spacciata.

Piana

Torno anzitutto rapidamente sul tema della competenza del giudice. Forse ho esagerato ma la mia perplessità nasce dal fatto che spesso le sentenze vengono date in base a una valutazione scientifica di cui i magistrati sono incompetenti. Ma la questione è più ampia e ha risvolti di carattere sociale ed etico. Ci si può chiedere intanto – lo pongo come problema – fin dove lo Stato e le istituzioni pubbliche possono intervenire, in termini decisionali, in ambiti privati, come la famiglia, soprattutto in presenza di situazioni così delicate e problematiche. Non è qui forse in gioco il principio di autodeterminazione, che personalmente non considero un assoluto, ma al quale in alcuni casi di conflitto occorre dare il primato? È vero che, nel caso specifico, non si tratta di una persona capace di decidere, ma allora a chi spetta l’ultima decisione? La domanda non ha una risposta facile. Ma mi pare chiaro che i genitori, a meno che sia evidente, nella loro presa di posizione, la negazione di un diritto fondamentale del minore, debbano avere la priorità. Molto interessante e ricca di spunti di riflessione è la sua affermazione finale sul rapporto tra scienza e filosofia. Credo anch’io, e ne sono pienamente convinto, che se non si vuole incorrere in una forma pericolosa di scientismo, la sporgenza filosofica vada assolutamente coltivata. Ne va del rispetto integrale della persona umana.

Adinolfi

La scienza può dirci quando il cuore comincia a battere o quando l’elettroencefalogramma è piatto ma non può essere l’unico sapere che riempie di significato parole come «vita» o «morte»: su questo siamo d’accordo, credo. Incidentalmente, aggiungo che neanche parole come «mangiare» o «bere» devono la loro significazione a una stipulazione meramente scientifica, e in ciò io trovo ottime ragioni per sostenere che l’alimentazione e l’idratazione artificiale sono trattamenti medici e non meri sostegni vitali (espressione che mi pare velata di ipocrisia). Questo vale anche nel caso del piccolo Alfie e giustifica, ai miei occhi, l’intervento medico, dunque la mediazione dell’autorità sanitaria e, in caso di controversia, giuridica. Convengo però che non è affatto facile la risposta sull’«ultima decisione», e non demonizzerei certo un ordinamento che, fatte tutte le verifiche sullo stato (cognitivo, psicologico, affettivo) in cui la decisione viene presa, la affidasse ai genitori. D’altronde, non saprei trovare un motivo valido sotto ogni longitudine per affermare che o i genitori da un lato, o lo Stato dall’altro, non possono farsi difensori della vita umana in quanto umana. Ecco però un’altra famiglia di parole – uomo, umano, umanità – il cui senso non può essere statuito dalla scienza né da nessun’altra autorità, e che perciò deve impegnarci sempre di nuovo nella definizione di che cosa mai quelle parole vogliano ancora dire per noi.

(Il Mattino, 26 aprile 2018)

P.S. Rispetto al testo a stampa, il professor Piana aveva mandato quest’ultimo intervento, che riproduco qui, scusandomi per il suo mancato inserimento in pagina:

Piana: “Non entro nel merito  del problema della alimentazione e dell’idratazione, anche se penso che ambedue le definizioni – atto medico e sostegno vitale – vadano superate, introducendo il criterio della proporzionalità della cura, che rende obbligante somministrarle in alcuni casi e altrettanto obbligante non somministrarle in altri. Ribadisco la difficoltà di posizioni nette circa decisioni così gravi, e la necessità di un supplemento di riflessione di fronte a situazioni nuove, e talora drammatiche, alle quali siamo sottoposti in ragione del progresso scientifico-tecnologico in costante, rapido avanzamento. Sono pienamente d’accordo sulla necessità di dare alle parole da lei evocate un senso autentico, che non può essere rintracciato se non attraverso un processo di ridefinizione dei loro contenuti, sia pure nell’alveo della tradizione più vitale del passato”.

Trombetti e Nitsch, i numeri primi e la “matemagica”

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«Non ho mai fatto nulla di utile. Nessuna delle mie scoperte ha fatto, o verosimilmente farà, direttamente o in direttamente, nel bene o nel male, la più piccola differenza al benessere del mondo»: chi mai potrà vantarsi di non aver mai combinato nulla di buono? Solo un matematico. Uno che magari ha trascorso tutta la vita sui numeri e le loro magiche proprietà, senza essersi mai preoccupato di trovare un’applicazione concreta ai suoi calcoli. Chi ha pronunciato quelle parole, G. H. Hardy, il matematico interpretato da Jeremy Irons nel film «L’uomo che vide l’infinito», sarebbe rimasto profondamente deluso se avesse saputo che invece delle sue scoperte si sarebbe giovata la meccanica quantistica, e la dinamica delle popolazioni.

Eppure è andata così. E Guido Trombetti, che lo ricorda nel suo ultimo, aureo libretto, «Anche le cicale sanno contare» (Salerno editrice, p. 89), ci presenta più di una storia, in cui le ricerche pure della matematica sono entrate nel nostro mondo reale. Un intero capitolo è dedicato per esempio alla crittografia, dal cifrario di Leon Battista Alberti alla macchina Enigma messa appunto agli inizi del ‘900 da  Arthur Scherbius e usata dai tedeschi per le comunicazioni militari. La grande diffusione della comunicazione online ha oggi reso indispensabile anche in ambito civile l’uso di chiavi cifrate, ed è la matematica a fornirle. Il sistema RSA, oggi il più diffuso al mondo «è basato sull’idea che la scomposizione di un numero in fattori primi è una operazione matematicamente elementare ma com­putazionalmente disperata». Il che vuol dire che anche le macchine più potenti e sofisticate debbono chinare il capo dinanzi al mistero di quei veri e propri mattoni dell’aritmetica che sono i numeri primi.

Di idee di questo tipo, di problemi irrisolti e di brillanti scoperte è pieno il libro di Trombetti, che riesce nell’obiettivo che sempre i matematici si propongono, quando si rivolgono al più vasto pubblico: di mostrare la bellezza della loro scienza senza spaventare con formule impervie e un linguaggio tecnico il lettore più ignaro. Questo libro si fa capire, dalla prima all’ultima riga. Ed è capace di sorprendere, fin dalla prima pagina.

Anzi dal titolo. Cos’è infatti questa storia di cicale? Una specie di questi insetti ha un ciclo vitale di 13 anni. Il che significa che dopo 13 anni trascorsi sotto terra allo stato larvale escono dal suolo, effettuano la muta, si accoppiano e nel giro di poche settimane muoiono. Stessa cosa fa un’altra specie di cicale, il cui ciclo vitale è però di 17 anni. Bene, grazie alle proprietà dei numeri primi, le due specie di cicale si incontrano sugli alberi solo una volta ogni 221 anni: il minimo comune multiplo fra 13 e 17. Evidentemente, nei milioni di anni in cui le specie si sono evolute, hanno anche appreso la matematica necessaria a non pestarsi i piedi!

«Deus calculat, fit mundus», disse un grande filosofo, Leibniz, che di matematica ne sapeva parecchio. Che sia Dio o la natura a calcolare, i risultati si vedono. Se anche noialtri entrassimo sempre meglio dentro le magie dei numeri, forse, sembra essere l’auspicio dell’Autore, potremmo dare un non piccolo contributo a far avvenire un mondo migliore.

(Il Mattino, 24 aprile 2018)

La parabola dei due forni che restano sempre aperti

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L’incarico che con tutta probabilità Roberto Fico riceverà dal Quirinale è rivolto anzitutto ad esplorare la possibilità di un’intesa fra Movimento Cinque Stelle e partito democratico. Si tratta del secondo forno. Qualche giorno fa Di Maio aveva detto che avrebbe aspettato ancora qualche giorno, poi uno dei due forni, quello leghista, si sarebbe chiuso. L’incarico a Fico avrebbe potuto o forse dovuto significare qualcosa del genere, e invece le ultime dichiarazioni di Di Maio non vanno affatto in questa direzione: «Io credo fortemente nel fatto che con la Lega di Matteo Salvini si possa fare un buon lavoro per il Paese. Possiamo fare cose molto importanti». Altro che chiudere il forno: Di Maio nelle ultime ore lo ha tenuto non aperto, ma spalancato. Se lo ha fatto, è perché ha i suoi buoni motivi. Uno soprattutto ce l’ha in casa: se Fico riferisse per davvero al Colle che c’è una concreta chance di stringere un accordo con i democratici, Di Maio dovrebbe con tutta probabilità dire addio alle sue personali aspirazioni di andare a Palazzo Chigi. Perché un accordo del genere non potrebbe mai farsi con Di Maio premier: il Pd metterebbe in cima alle sue condizioni un suo dietrofront. D’altra parte, se fosse Fico a portare a casa l’accordo, come potrebbe non esser lui a formare il governo? E come potrebbe Di Maio dire di no solo per la sua personale ambizione? Dunque, in questa fase, per il capo dei Cinque Stelle il forno da tenere chiuso è proprio quello democratico. E dunque: non sappiamo se il mandato al Presidente della Camera sarà formalmente o temporalmente circoscritto; quel che comunque è certo è che è ben circoscritto – anzi: quasi vanificato – sul piano politico dalla corrente di simpatia che Di Maio ha prontamente ristabilito con Salvini. Rendendo ancora meno plausibile che il Pd accetti anche solo di intavolare una discussione coi Cinque Stelle, mentre il loro capo spende parole zuccherine sull’affidabilità del leader del Carroccio.

Fico si muove peraltro in un quadro almeno nei toni modificato rispetto a quello che si è trovato dinanzi la Presidente Casellati. Vi sono state infatti le dichiarazioni sopra le righe di Berlusconi (i grillini a cui far pulire i cessi), e soprattutto la sentenza della Corte di Assise di Palermo. Le prime sono servite a Salvini per smarcarsi dal Cavaliere, anche se non ancora a rompere; la seconda è servita invece a Di Maio per allargare ulteriormente il solco che allontana i grillini da Forza Italia. Senza farsi alcuno scrupolo nel maneggiare politicamente, e nella maniera più sfacciata, una sentenza di primo grado, il capo politico dei Cinque Stelle l’ha usata per esortare Salvini a separarsi definitivamente dalle nequizie berlusconiane (tra i condannati dai giudici palermitani c’è infatti anche Dell’Utri, il braccio destro del Cavaliere).

Il leader leghista non sembra però ancora pronto al grande passo. Sa che l’intesa coi Cinque Stelle è l’unico modo per evitare sfuggire a ipotesi di governi istituzionale, che si affacceranno dopo che anche Fico avrà esaurito il suo giro, dal momento che il Presidente della Repubblica dovrà provare in ogni modo a scongiurare nuove elezioni, ma sa anche che il giorno dopo la rottura non sarebbe più il candidato premier di una coalizione del 37%, ma solo il segretario di una forza politica al 17%.

E per allentare la cogenza di questi numeri non può certo fare affidamento sul voto molisano. A meno di clamorose inversioni di tendenza rispetto al 4 marzo, quel che le urne in Molise possono fare è registrare assestamenti, ma non è che la poltrona di Palazzo Chigi possa essere assegnata sulla base di quel che succede a Campobasso. Che i Cinque Stelle siano il primo partito, che la marea gialla si gonfi ulteriormente o si ritiri un poco, che siano in grado di conquistare per la prima volta la guida di una regione, è già nelle cose, riescano o no nell’impresa in questo turno elettorale.

Se mai, Salvini vorrà aspettare l’esito delle regionali in Friuli, domenica prossima. Datemi ancora qualche giorno, ha detto. Non ha infatti motivo di incrinare l’alleanza proprio ora, a ridosso di un voto in cui il centrodestra si presenta unito, e dal quale la Lega, che esprime il candidato governatore, può ricevere una nuova spinta, colorando di verde un altro lembo di Nord. Nel comizio di ieri, Salvini ha quindi ribadito che lui rispetta i patti, che resta nella squadra in cui si è presentato, che mantiene le promesse (e ha specificato: compresa la riforma della giustizia, accennando quindi a un terreno sul quale il rapporto con Forza Italia è senz’altro condizionante).

Dopodiché però una strada la dovrà trovare. Perché una cosa è certa: i Cinque Stelle il governo con Berlusconi non lo fanno (e la cosa si capisce bene che è reciproca). Perciò, alla fine, Salvini dovrà ad andare a vedere da solo di che pasta è fatto il fantomatico contratto alla tedesca dei grillini: lo farà – o magari dirà di farlo – in nome di tutto il centrodestra, per cercare di lasciare nelle mani di Berlusconi il cerino della rottura. Ma scavallato il Molise, scavallato Fico e il Friuli, il percorso sarà se non altro po’ meno ingombro di ostacoli.

(Il Mattino, 23 aprile 2018)

Il dovere di accettare, il diritto di dubitare

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Della trattativa Stato-mafia, che ieri ha portato alle prime condanne, inflitte in primo grado a uomini dello Stato come l’ex comandante del ROS Mario Mori e l’ex colonnello Giuseppe De Donno, l’opinione pubblica sa molto più di quanto si sappia a proposito di altri processi. È naturale che sia così, di fronte a fatti gravissimi che implicano il coinvolgimento delle istituzioni in uno scambio di favori con la mafia: in sostanza, la fine delle bombe stragiste in cambio dell’attenuazione del regime di carcere duro. Tuttavia, quel che l’opinione pubblica sa, non lo sa al modo in cui si sanno o si dovrebbero sapere le cose nelle aule di tribunale. Lo sa invece grazie alla «grancassa televisiva, fatta di acritico sostegno e di facile suggestione per il sensazionalismo complottistico», senza di cui «il processo sulla Trattativa non avrebbe avuto la stessa parvenza di legittimità e la stessa risonanza». Le parole che ho posto tra virgolette sono state impiegate da Giovanni Fiandaca a commento della sentenza, a firma del giudice Marina Petruzzella, che a inizio novembre 2015 mandò assolto l’ex ministro Calogero Mannino, pure lui implicato nella trattativa. Anche di questa vicenda si è tornati a parlare, perché è ormai prossimo l’inizio del processo d’appello, e dunque ci sarà modo di dare ulteriore risonanza a tutta la materia. Ma in quell’articolo Fiandaca, più che soffermarsi sulla sentenza, si preoccupava di denunciare «i mostruosi intrecci che da anni legano informazione e giustizia», giungendo a suggerire di fare del processo sulla trattativa «un oggetto esemplare di studio», allo scopo di affrontare con la massima serietà e rigore possibile le patologie della giustizia penale.

Ora non abbiamo un’assoluzione, come nel caso di Mannino, che naturalmente i giornali, all’epoca, quasi nascosero nelle pagine interne, ma una clamorosa condanna, che altrettanto naturalmente finisce in prima pagina. Secondo la Corte di Assise di Palermo, Mori e De Donno commisero il reato di concorso in minaccia a un corpo politico dello Stato, la minaccia essendo quella delle bombe mafiose dell’estate del ’92. Per il periodo successivo, per gli anni del governo Berlusconi, la condanna colpisce Marcello Dell’Utri. L’’ex ministro dell’Interno Mancino è stato invece assolto dall’accusa di falsa testimonianza, mentre condanne hanno riguardato anche il boss Leoluca Bagarella e l’uomo chiave dell’intero processo, Massimo Ciancimino. È lui ad aver documentato (in fotocopia, peraltro: originali non sono stati acquisiti) i termini del patto scellerato fra lo Stato e la mafia, di cui il padre Vito sarebbe stato il mediatore. Ed è soprattutto la sua testimonianza a reggere l’impianto accusatorio.

La sua testimonianza, e la grancassa mediatica. Perché, almeno innanzi all’opinione pubblica, è essa a fornire, per usare ancora le parole di Fiandaca, una parvenza di legittimità. È essa a privare gli imputati di qualsiasi «favor rei», a sospingere tra ali di consenso l’attività delle pubblica accusa, a pronunciare verdetti rispetto ai quali la giustizia dei Tribunali arriva fatalmente dopo, a volte molto dopo i presunti reati (siamo già oltre il quarto di secolo). Con la conseguenza che ogni condanna finisce con l’apparire una conferma, e ogni assoluzione una scandalosa patente di impunità concessa ai potenti.

E invece qualche dubbio è lecito nutrirlo, almeno finché la presunzione di innocenza rimane in vigore nel nostro ordinamento (non è detto che passerà indenne la prossima stagione politica). Anche perché il terreno sul quale si svolgeva il processo è tutto meno che solido. Il reato di trattativa non esiste. All’accusa è toccato dunque dimostrare che gli ufficiali del ROS (gente che non può svolgere indagini tra le scartoffie, come si può ben immaginare) presero iniziative che deviarono dagli scopi di fermare le bombe, e servirono altri fini: nutrirono forse sordidi interessi, consolidarono inconfessabili patti di potere, sostennero indecenti carriere politiche. In larghissima parte, per non dire quasi esclusivamente, la dimostrazione è affidata tuttavia a dichiarazioni di pentiti, e in particolare di quel Massimo Ciancimino, dalla fedina penale non immacolata, che negli anni scorsi è assurto a vera star televisiva, grazie alle sue dichiarazioni.

E così siamo daccapo. Vi è sicuramente, da parte dei giudici palermitani, la volontà di gettare squarci di luce profonda su una stagione torbida della vita pubblica italiana, e non vi è motivo di respingere una sentenza prima ancora di conoscerne le motivazioni. Nessuna critica aprioristica è consentita. Ma vi è invece motivo di tenere desta l’attenzione su tutto quello che si è mosso e si muove attorno a un processo simile, e in particolare modo in cui esso, rilanciato dai giornali, alimenta e infiamma l’indignazione della pubblica opinione, cioè il più grande e decisivo fattore della storia politica della seconda Repubblica, che ne ha in buona misura stabilito il destino (e il fallimento). Non servirà a fini processuali, ma costituirà almeno una linea di resistenza intellettuale, e aiuterà forse, se qualche memoria del passato recente ancora serbiamo, a evitare di assegnare un’altra volta un formato eroico e un potere salvifico al pm di turno.

(Il Mattino, 21 aprile 2018)

Vincenti nelle urne e confusi alla meta

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Una commedia degli equivoci? È lecito persino pensare questo, al termine di una giornata che prima ha visto avvicinarsi, poi di nuovo allontanarsi la formazione di un governo e di una maggioranza. Il mandato affidato alla Presidente del Senato Casellati dal Presidente della Repubblica era volto a verificare (ancora una volta, si potrebbe aggiungere) se vi fossero condizioni tali da consentire il varo di un esecutivo sostenuto dal centrodestra e dai Cinque Stelle. Era doveroso, da parte di Mattarella, rivolgersi alla seconda carica dello Stato, eletta con i voti delle forze tra le quali si è in cerca di un’intesa fin dal giorno dopo il voto. L’ottimismo diffuso a piene mani da Salvini, a seguito dei contati coi pentastellati, ha fatto pensare, per tutta la giornata, che fossero cadute le pregiudiziali poste dai Cinque Stelle sulla presenza di Forza Italia. Ma in serata Di Maio ha chiarito che le colonne d’Ercole oltre le quali il Movimento non intende spingersi sono quelle che prevedono al più un appoggio esterno di Forza Italia e Fratelli d’Italia (ovviamente indisponibili a una ipotesi del genere). Il contratto alla tedesca, come lo chiamano i grillini, può insomma essere firmato solo con Salvini. Che però ha subito replicato ribadendo che il governo o lo si fa con tutto il centrodestra, o non lo si fa.

E siamo alle solite. È difficile dire che cosa vi sia dietro questo faticoso andirivieni: Salvini ha provato a forzare la mano ai Cinque Stelle? O è piuttosto Di Maio che ha margini molto limitati di pensiero e di azione, per cui quello che lascia intendere in un incontro rischia di essere da lui stesso sconfermato al successivo? Oppure è cambiata la valutazione delle ipotesi subordinate? È evidente infatti che è più facile tener duro se si dispone di un piano B. Dalle parti del Movimento, si son fatte più esplicite, nei giorni scorsi, le avances verso i democratici, ma è pur vero che la prima condizione che il Pd pone, per intavolare qualunque trattativa, è di veder rotolare la testa di Di Maio. Dall’altra parte, Forza Italia non ha mai smesso di guardare al Pd, ma Salvini ha escluso con ogni vigore possibile accordi con quelli che hanno perso. E anche un governo del Presidente, che dovrebbe comunque avere il sostegno dei democratici, comporterebbe per lui l’inconveniente di imbrigliarlo in uno schema di responsabilità senza vere contropartite, ma anzi con un inevitabile appannamento del profilo populista e sovranista uscito vincente dalle elezioni.

Questo è in realtà il nodo cruciale. Perché quel profilo è uscito effettivamente vincente dalle elezioni, tanto nella variante leghista quanto in quella grillina. Ma non riesce a produrre un’alleanza di governo. Rimane la carta vincente sul piano elettorale, ma non può esser giocata al tavolo del governo. Se non nella forma di un’interdizione ‘simbolica’ nei confronti di Berlusconi.

Così, quando Di Maio si riferisce al “governo del cambiamento” che dovrebbe dare agli italiani quello che gli italiani aspettano da trent’anni, per tenersi le mani libere lascia ormai del tutto indeterminato in cosa consisterebbe il cambiamento tanto atteso, a parte l’abolizione dei vitalizi. In una ripresa dello slancio riformatore? In un rinnovato europeismo? In un rinvigorimento dei contenuti sociali dello Stato entro un quadro di democrazia liberale? Oppure, all’opposto, nel superamento della forma rappresentativa della democrazia parlamentare, nel rinfocolare i sentimenti anti-europeisti degli italiani colpiti dalla crisi, nella sostituzione di nuove politiche welfaristiche con la misura universale del reddito di cittadinanza e nella mano dura su immigrazione, giustizia, sicurezza? Il voto, piaccia o no (e a noi, per la verità piace assai poco), aveva dato un’indicazione che nei logoranti tatticismi di queste settimane i Cinque Stelle hanno smarrito, anteponendo la questione del governo e della leadership di Di Maio ad ogni altra questione, senza però riuscire a tradurre in una scelta strategica questo mutamento di impostazione. Non è per un caso che Salvini appaia in questa fase quello risoluto, e Di Maio in preda invece ai demoni del dubbio. I suoi due forni non sono la rendita di posizione di una forza centrale nella vita del Paese e nello Stato, come lo erano invece nella originale formulazione democristiana; sono piuttosto espressione di una indecisione di fondo, di una serie di “vorrei, ma non posso” o di “potrei, ma non voglio”, che non vengono a soluzione. A pensarci, infatti: perché non potrebbe essere proprio il profilo politico, ideologico e programmatico di un accordo con la Lega ritagliato sul populismo speso a piene mani in campagna elettorale a tenere prima o poi fuori Forza Italia, che dopo tutto vuole ancora avere i tratti di una forza politica liberale e moderata? Probabilmente, c’era e c’è una quota elevata di impraticabilità, o forse di immaturità politica, in quelle posizioni, che ne impedisce la conversione esplicita nei fondamenti di un patto di governo. Per il bene dell’Italia, aggiungerei, ma anche con la confusione che tutto ciò continua a ingenerare.

(Il Mattino, 20 aprile 2018)

Sottomarino USA, lo svarione di Dema

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Donald Trunp è avvertito: Napoli è stata dichiarata «citta denuclearizzata», quindi il Presidente degli Stati Uniti d’America faccia il favore di portare i suoi sommergibili da un’altra parte. La lettera del primo cittadino parla chiaro: «qualsiasi natante a propulsione nucleare o che contenga armamenti nucleari» non è gradito, come recita una delibera approvata quasi tre anni fa, che De Magistris non ha mancato di richiamare nella lettera inviata al comandante del porto di Napoli, il Contrammiraglio Arturo Faraone. Possibile che l’Ammiraglio se ne sia dimenticato? Possibile che le forze militari americane non girino al largo del porto, dal momento che c’è la delibera del Municipio? Possibile che Trump muova i suoi natanti nello scacchiere mediterraneo, li faccia andare e venire di qua e di là, di sotto e di sopra, senza tenere in alcuna considerazione la ferma volontà di Palazzo San Giacomo? Possibile. Visto che è andata proprio così. Siccome però il sottomarino nucleare statunitense Uss John Warner ha preso parte all’attacco missilistico in Siria (muovendo per la verità da Gibilterra), allora è il caso di protestare fermamente. La Casa Bianca non potrà rimanere indifferente. I vertici militari non potranno fare orecchie da mercante. E soprattutto il mondo deve sapere, l’opinione pubblica deve essere informata.

Perché la risposta del Contrammiraglio, diciamo la verità, è inappuntabile sotto il profilo formale, ma lascia l’amaro in bocca: «le decisioni in ordine all’arrivo e/o al transito delle unità navali militari straniere nelle acque territoriali nazionali non competono all’Autorità Marittima». Quindi: niente da fare. Il Sindaco, d’altra parte, non ha che la polizia municipale, ma quella contro i sottomarini nucleari non può nulla. Allora che si fa? Si manda una missiva al Contrammiraglio, e si monta il caso dandone diffusione a mezzo stampa. Magari sperando in un bell’incidente diplomatico, così se ne parla per giorni.

E si colgono due o tre piccioni con una stessa fava, cioè con un solo sottomarino. Per prima cosa, si dirotta l’attenzione dai problemi del lungomare liberato al mare solcato dalle unità navali americane. Dai trasporti cittadini ai trasporti navali. Dalle noie dell’amministrazione alla grande politica. Dalla spicciola vita quotidiana ai grandi valori e ideali. Napoli città della raccolta differenziata? No: Napoli città della pace. E il gioco è fatto.

Poi si inserisce un altro tassello nel grande racconto ideologico demagistrisiano. L’antimilitarismo e l’antiamericanismo, infatti, ci stanno benissimo. Con Trump alla Casa Bianca, poi, viene anche più facile: la polemica contro gli Stati Uniti che si ergono a unico gendarme del mondo, che fanno il bello e il cattivo tempo contro ogni principio del diritto internazionale, che minacciano l’ordine e la pace con la loro miope politica di potenza è il sottofondo della ferma presa di posizione del Sindaco (tanto ferma quanto ineffettuale, va da sé), ed appartiene da sempre alla tradizione di una certa sinistra. Berlinguer diede scandalo quando dichiarò di sentirsi più sicuro sotto l’ombrello della Nato; ma, a parte il fatto che non viveva a Napoli, a contatto di gomito con il comando alleato e l’ingombrante presenza americana nel porto cittadino, le cose da allora sono cambiate: non c’è più l’Unione Sovietica né il Patto di Varsavia. Dunque la Nato cosa ci sta a fare? A cosa serve l’ombrello? Non sarà che esso, ben lungi dal proteggere, in realtà nasconde gli interessi imperialisti dell’Occidente capitalista, e del suo Paese capofila, gli USA? Per il Che Guevara del Vomero vecchio, questo è più che ovvio: è lapalissiano.

E a proposito del porto e della presenza americana nel capoluogo partenopeo, come non notare che nella sua missiva De Magistris si riferisce alle «acque della nostra città», che vorrebbe libere da navi a stelle e strisce, mentre il Contrammiraglio gli risponde che quelle acque sono «acque territoriali nazionali», e nazionali non vuol dire certo municipali? Ecco il terzo piccione: il municipalismo, per cui a De Magistris non riesce proprio di immaginarsi sindaco di una città che sta dentro una regione che sta dentro uno Stato. Anzi: lui liscia il pelo  ogni volta che può all’anima partenopea, all’identità cittadina, al cuore di Napoli. Non lo fa solo lui: lo fanno un po’ tutti in giro per lo Stivale, approfittando della cronica debolezza delle istituzioni statuali. Lui però lo fa un po’ di più, anche perché l’enorme storia della città glielo consente. E lui se ne appropria, la tira dalla sua parte, la colora del maggior numero di valori possibili e se ne fa l’ultimo, donchisciottesco rappresentante.

(Il Contrammiraglio però ha scritto, e non c’è bisogno di leggere fra le righe: caro Sindaco, stia tranquillo, nessuno ha autorizzato mezzi a propulsione nucleare o con carico radioattivo ad attraccare. Come Autorità marittima mi tocca regolare la navigazione, per ragioni di sicurezza. Che è proprio quel che ho fatto. Peccato, deve aver pensato il Sindaco: per la polemica ripasserò un’altra volta).

(Il Mattino, 17 aprile 2018)

Rebus governo, leader più distanti

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Prendere le misure alla crisi? Difficile oggi come quaranta giorni fa, all’indomani del terremoto elettorale che ha consegnato al Movimento Cinque Stelle la palma di primo partito d’Italia, e al centrodestra il primato come coalizione, con il sorpasso della Lega su Forza Italia. Il Presidente della Repubblica si è riservato di prendere una decisione, che probabilmente cadrà a metà della prossima settimana. Ma finora non ha ricevuto dalle forze politiche nessuna indicazione che gli consenta di dare una soluzione al Paese. Lo stallo continua. Per un Di Maio che lamenta l’ostinazione di Salvini a proporre un centrodestra unito («una strada non percorribile che può fare anche danno al Paese»), c’è un Salvini che invita il capo dei Cinque Stelle a «sforzarsi a fare qualcosa di più», e cioè a rinunciare al veto su Forza Italia. Per un Berlusconi che, all’uscita delle consultazioni, accusa i grillini di ignorare l’ABC della democrazia, c’è un Di Battista che tratta irridente Salvini come «il Dudù di Berlusconi».  La crisi siriana ha poi reso, se possibile, il quadro ancora più incerto, perché ha divaricato le posizioni di Lega e Cinque Stelle, e rilanciato, almeno a titolo di ipotesi, la possibilità che il Pd torni in campo. È uno dei regoli, con cui è possibile misurare le distanze fra le forze politiche. Accanto al regolo internazionale, c’è il regolo elettorale, il regolo del gioco politico, il regolo temporale, e infine il regolo del Quirinale: quello che proverà ad usare Mattarella per fare uscire le forze politiche dallo stallo in cui si sono cacciate.

Il regolo internazionale

È la novità delle ultime ore. Al termine delle consultazioni, il Capo dello Stato aveva espresso preoccupazione per la possibile escalation in Siria. I fatti gli hanno dato ragione: il bombardamento voluto da Trump, con l’appoggio di Francia e Inghilterra, ha posto sul tavolo il tema della politica estera, che né in campagna elettorale né nelle settimane successive ha occupato l’agenda politica nazionale. L’Italia non ha dovuto autorizzare l’uso delle basi militari, e questo ha reso meno evidente il problema rappresentato dall’assenza di un governo pienamente legittimato dal voto, ma le parole di Salvini, che ha giudicato l’attacco voluto da Trump «sbagliato, pericolosissimo, pazzesco», hanno scavato un solco profondo con Forza Italia. Era meglio tacere, gli ha mandato a dire Berlusconi. Che nella lettera al «Corriere della Sera» ha tenuto una posizione più equilibrata: confermando anzitutto la collocazione atlantica del nostro Paese, per rievocare poi lo spirito di Pratica di Mare, l’accordo fra Europa Usa e Russia con il quale si riconosceva a Putin il ruolo di partner strategico nella costruzione dell’ordine internazionale. È chiara la volontà di Berlusconi di mostrarsi come l’unico, nell’ambito del centrodestra, in grado di dare assicurazioni agli alleati occidentali sulla politica estera del nostro Paese. Un argomento al quale il Colle non può rimanere insensibile.

Anche Di Maio ha fatto (insolita) professione di atlantismo, mentre chiedeva l’intervento delle diplomazie, e così ha finito col ritrovarsi vicino al Pd. Che infatti ha mostrato di apprezzare la prudenza con cui il capo del Movimento si è mosso sulla crisi siriana. Misurata col regolo internazionale, insomma, l’ipotesi di un governo giallo-verde, fra Cinque Stelle e Lega, non appare più a portata di mano.

Il regolo elettorale.

I numeri, però, contano. E sostengono ancora gli argomenti con cui le forze politiche continuano a confrontarsi. I grillini sono il primo partito. Il centrodestra è la prima coalizione. Di Maio non perde occasione per ricordare i suoi 11 milioni di voti; Salvini, a sua volta, conta i parlamentari del centrodestra e ribadisce che i suoi sono di più. Per arrivare ad un accordo bisogna che i partiti ragionino tenendo conto del nuovo ambiente proporzionale in cui sono chiamati a misurarsi; ma la legge elettorale ha tuttavia richiesto che si mantenessero, su un terzo dei seggi assegnati, le coalizioni: come si fa allora a chiedere a Salvini di rinunciarvi? Lo stallo è dentro una rappresentanza parlamentare sghemba, che ha portato in Parlamento liste uniche e liste collegate: le ragioni degli uni non sono quelle degli altri. Anche l’idea di fare un governo solo per cambiare la legge elettorale si scontra col fatto che gli interessi di una forza a un eventuale premio di lista sono opposti a quelli dell’altra, interessata invece a un premio di coalizione.

Misurato col solo regolo elettorale, lo stallo rischia di ripetersi anche in caso di elezioni anticipate. Tutti fanno ovviamente mostra di non temerle, di considerarle più vicine o più lontane ma comunque di non averne paura. Ma nessuno ha in mano sondaggi che assegnerebbero a questa o a quella formazione politica la maggioranza. Per questo, Mattarella sa che nuove elezioni non sono affatto la via d’uscita dall’impasse.

Il regolo temporale.

E allora come? Sono trascorsi ormai 40 giorni. Tempo sufficiente a Gesù per uscire dal deserto, non ancora ai partiti per trovare il bandolo della matassa. Il fattore tempo ha finora regolato il confronto fra le forze politiche. Prima un giro di consultazione, poi un altro. Nulla di fatto. La crisi internazionale ha sostenuto, nelle ultime ore, la convinzione che non si possa fare tardi, ma non c’è una vera emergenza alle porte, che costringa per esempio i partiti a dire di sì a un esecutivo formato da una personalità autorevole, super partes, indicata dal Quirinale. Ci sono però un paio di scadenze elettorali: il voto in Molise, domenica prossima; il voto in Friuli, quella dopo. È opinione diffusa che, superati questi appuntamenti, le forze politiche potranno essere più malleabili. In particolare, molti sono persuasi che se la Lega dovesse fare il pieno in Friuli, avrebbe modo di ridurre Forza Italia a più miti consigli. E anche Di Maio avrebbe forse meno da temere i mugugni interni per le prove di moderatismo che sta dando, cercando di tenersi aperte le due strade del «contratto alla tedesca»: sia l’accordo con un centrodestra senza Forza Italia, sia un accordo con un Pd non più derenzizzato. Se si usasse dunque il regolo temporale, bisognerebbe misurare le determinazioni del Presidente della Repubblica, sul pre-incarico o sul mandato esplorativo, in base al numero di giorni necessari, grazie al loro espletamento, a scavallare quei due appuntamenti col voto regionale. (L’altro, l’assemblea nazionale del Pd, che doveva tenersi il 21 aprile, è stato saggiamente rinviato).

Il regolo del gioco politico.

Passi pure del tempo. Ma per fare cosa? Che cosa si propongono Salvini, Di Maio, Berlusconi (e, eventualmente, il Pd)? Non la stessa cosa, evidentemente. Altrimenti un governo l’avremmo già. Di Maio vuole un governo pentastellato da lui presieduto. Che cosa è disposto a fare per raggiungere questo obiettivo? Non un governo col Cavaliere. Non può: la base (ma anche Grillo) non glielo perdonerebbe. Di Maio deve formare un governo e poter dire: il Pd lo ha tenuto in vita, il Cavaliere; noi lo abbiamo fatto fuori. Se può dire questo ai suoi elettori, simpatizzanti e militanti, tutto il resto, sul programma o sui ministri, può passare.

Nonostante si presenti unito, il centrodestra non ha invece un unico obiettivo. Perché Berlusconi vuole, lo ha scritto al «Corriere», «non un governo qualsiasi, con una qualsiasi maggioranza parlamentare, ma un governo autorevole sul piano interno e internazionale». L’autorevolezza che non riconosce ai Cinque Stelle è per il leader di Forza Italia criterio per formare un governo. Vale a dire: meglio, molto meglio un governo con il Pd che con i grillini. Salvini pensa l’opposto: tutto vuole meno che il Pd. Non vuole nemmeno «governissimi o governoni», cioè soluzioni avallate dal Quirinale che però non trovino fondamento in un accordo politico. Dunque continua a cercare un’intesa con Di Maio, e probabilmente pensa o di convincere Forza Italia a rimanere fuori (magari dopo il voto in Friuli), o che i 5S potrebbero far partire un governo col centrodestra, che potrebbe però perdere per strada il pezzo dei fedelissimi di Silvio. Un po’ come è accaduto nella scorsa legislatura. Col regolo del gioco politico, i prossimi giorni misureranno le mosse e le contromosse per forzare una soluzione o l’altra. Che se poi il gioco non riuscisse, il Pd potrebbe a quel punto (e solo a quel punto), provare a rientrare nella partita, aprendo un dialogo con i Cinque Stelle fino a qualche settimana fa impensabile.

Il regolo del Quirinale.

Il Capo dello Stato ha però per le mani un unico strumento di misura: l’incarico. Improbabile che sia pieno. Il centrodestra ha fatto, all’unisono, il nome di Salvini. Ma il capo della Lega ha chiarito lui stesso che non intende cercare i voti in Parlamento: accetterebbe un incarico solo avendo in tasca l’accordo. Poiché l’accordo non c’è, è ragionevole pensare che il Quirinale si orienterà per una soluzione diversa. Il mandato esplorativo, affidato per esempio alla Presidente del Senato, Casellati, rischierebbe di restituire la stessa fotografia già scattata nel corso delle consultazioni. Tuttavia, se Mattarella si convince che il tempo gioca a favore di una soluzione, allora può effettivamente imboccare questa strada; se invece pensa che rischierebbe di provocare ulteriori irrigidimenti, e per giunta di rendere più difficile la posizione del Paese sul piano internazionale, allora potrebbe osare un po’ di più e giocare la carta del pre-incarico, con la quale dare più chiare indicazioni sulla volontà del Colle. I nomi che circolano non sono molti: Giorgetti, il volto raziocinante e mediatore della Lega; oppure di nuovo la Casellati, con il diverso mandato di formare un esecutivo istituzionale, con tutti (o quasi) dentro. Oppure Fico, per verificare l’altra strada, quella di un governo 5S-Pd. O infine una personalità lontana dai partiti, ma di grande autorevolezza, a cui fosse difficile dire pregiudizialmente di no. Per nessuna di queste ipotesi Mattarella dispone purtroppo di certezze: misurata col regolo del Quirinale la crisi politica presenta ancora margini di indeterminatezza troppo ampi.

(Il Mattino, 16 aprile 2018)

I leader nel vicolo cieco

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Il secondo giro di consultazioni non ha cambiato di molto i termini del problema. È vero che i colloqui con Mattarella sono stati preceduti dall’intesa fra Cinque Stelle e Lega sul nome del Presidente della commissione speciale della Camera, il leghista Molteni, ma si è trattato, nelle dichiarazioni dei protagonisti, solo di una intesa istituzionale: l’intesa politica ancora non c’è.

Di Maio è tornato a chiedere un passo di lato a Berlusconi, Salvini ha rivendicato anzitutto l’unità di intenti del centrodestra. Per il capo dei Cinque Stelle è incomprensibile l’ostinazione di Salvini; per Salvini sono i grillini a non mostrare senso di responsabilità. Di Maio non chiude le porte al partito democratico, e ribadisce che la proposta del contratto alla tedesca, e il lavoro sul programma, è finalizzato a un confronto sia con la Lega che col Pd (anche se «il Pd non sta aiutando», mentre con la Lega «il Parlamento sarebbe subito operativo»). Salvini invece non contempla ipotesi subordinate: esclude ancora una volta sia l’accordo coi democratici, che di formare un governo senza aver prima definito chiaramente i contorni della maggioranza parlamentare. Sono l’una e l’altra tattiche dettate dalla situazione: Di Maio prova a ventilare ipotesi alternative per far pressione su Salvini; Salvini, al contrario, le ipotesi alternative le deve bocciare sonoramente per scoraggiare quanti, dentro Forza Italia, spingono per incarichi “istituzionali”. E tutti e due provano a gettare sull’altro l’eventuale colpa di un avvitamento senza soluzione della crisi, e di nuove elezioni.

L’unica novità della giornata è forse rappresentata dall’impiego della lingua dei segni all’uscita delle delegazioni dal Quirinale. Non che vi fosse, per la prima volta, un interprete. Ma c’era Berlusconi, al quale riusciva difficile rimanere nella parte che il copione gli assegnava: quella di stare, composto e silenzioso, di fianco al leader della coalizione. Così, prima ha dato lui la parola a Salvini, volendo con ciò ridurlo a semplice speaker del comunicato steso insieme, chiedendogli solo di darne lettura. Poi, quando Salvini ha preso la parola, non ha mai smesso di sottolineare, con una mimica fin troppo eloquente, i passaggi del discorso: contando sulle dita i punti del programma, muovendo il capo e le mani, mostrandosi serio e grave quando si trattava della Siria e disinvolto e sicuro invece quando si trattava di ribadire l’unità del centrodestra. Il Cavaliere – è chiaro – non sa fare la spalla: prova sempre a prendersi tutta la scena. Questa volta c’era però un di più di intenzione: la volontà di mostrare quanto forte rimanga la sua presa sulla linea politica decisa insieme con gli alleati.

Il che vuol dire che così non è. E del resto, appena Salvini ha lasciato il microfono, Berlusconi ne ha approfittato per una breve dichiarazione diretta contro i Cinque Stelle, che «ignorano l’Abc della democrazia». Di Maio ha forse ragione, allora, quando afferma che nonostante le apparenze il centrodestra è «tuttora diviso». Il fatto è che quella divisione non è profonda abbastanza perché la coalizione si spezzi. E non per lealtà, cavalleria, o fedeltà al mandato elettorale. È ormai chiaro a tutti, infatti, e non dovrebbe essere difficile spiegare agli elettori, che la ricerca di un accordo fra forze diverse è inevitabile. No, il punto è un altro: che Salvini, senza Forza Italia, vale in termini di voti e seggi la metà dei Cinque Stelle.

Ora, così stando le cose, non restano molte strade: il ritorno al voto, sempre possibile e che il Capo dello Stato ha il dovere di provare fino all’ultimo ad evitare (anche perché non è chiaro come potrebbe modificare gli equilibri, col rischio di riproporre dunque l’attuale stallo). Oppure un governo del Presidente, con un mandato limitato, formato da personalità fuori dai partiti: è una soluzione, però, da cui proprio i partiti vincitori, che dovrebbero portarne il peso maggiore, hanno tutto da perdere, dovendosi accollare gli oneri del governo senza poterne occupare le posizioni. O infine un cambio di strategia, qualcosa che spinga i Cinque Stelle a rinunciare al veto assoluto nei confronti di Forza Italia e/o che consenta alla Lega di prendere le distanze da Forza Italia. Nella prima Repubblica, che è vissuta a pane e proporzionale e che ha sperimentato formule di compromesso varie e diverse, era il partito maggiore che faceva i sacrifici più grandi. Le forze minori finivano con l’essere sovrarappresentate in cambio della loro disponibilità a far nascere il governo. Probabilmente, l’unica maniera per non andare a sbattere è questa: i Cinque Stelle non possono pensare di ottenere insieme la guida dell’esecutivo, la riduzione della Lega a junior partner e il centrodestra spaccato.

Ma ci vuole una certa maturità politica per provarci davvero. Non limitandosi a rivendicare di essere arrivati primi, ma costruendo sul piano programmatico un’intesa che Forza Italia potrebbe aver difficoltà a digerire (sulla giustizia, ad esempio, o sui migranti, o in materia di conflitto di interessi). E fare poi alla Lega, in termini di composizione del governo, una di quelle offerte che non si possono rifiutare.

(Il Mattino, 13 aprile 2018)

Debito ingiusto e alibi creati dal “sistema”

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La partita che si giocherà sabato mattina, nell’interpretazione che ne offre il Sindaco di Napoli, vede scendere in piazza «la forza e la potenza del popolo napoletano» contro una «legalità formale violenta e ingiusta», che impone ai cittadini e a chi li amministra di pagare per un «debito illegale, ingiusto, odioso». Un debito, sostiene Luigi De Magistris, che non grava sulla Città (che il primo cittadino, conformemente alla sua roboante retorica, scrive sempre con la maiuscola) per colpa dei napoletani o di chi li amministra, ma «per le azioni ed omissioni di chi ha devastato nei decenni passati la Città».

Le cose non stanno così. Le osservazioni della Corte dei Conti, contro le quali il Sindaco chiama a raccolta i napoletani, riguardano debiti non messi a bilancio dal Comune di Napoli, ma in questo monte di debiti non vi sono solo retaggi delle passate amministrazioni, ma anche debiti accumulati dalla giunta De Magistris. Sui 265 milioni di debiti fuori bilancio, il famoso Cr8, che arriva dagli anni Ottanta, grava per 85 milioni circa. Una cifra consistente, ma è consistente anche la somma di 48 milioni di euro, che risalgono invece al 2015, quando la rivoluzione arancione era già in corso.

I numeri hanno la testa dura, si dice. Ce l’hanno pure i sindaci, bisogna aggiungere. De Magistris ha scelto consapevolmente di andare a infrangersi contro la giustizia contabile. Ha scelto di non mettere a bilancio una massa debitoria ben più ampia di quella riconducibile a passate responsabilità. Ha scelto di non indicare a bilancio tutte le poste, vecchie e nuove, dovute dal Comune di Napoli, aggravando i conti degli oneri finanziari che han fatto ulteriormente lievitare quella somma. Soprattutto, ha scelto di non rispondere, ma di accusare.

Il tema del debito si presta, infatti, perché collima alla perfezione non con una cultura istituzionale, drammaticamente assente, ma con una retorica che De Magistris conosce e pratica con grandissima disinvoltura. Chi è l’indebitato, soprattutto in questi tempi di crisi? Chiunque, trovatosi in difficoltà, sia finito nelle grinfie di speculatori, banchieri, creditori senza scrupoli che lo strozzano e lo affamano. Su un piano generale, è il neoliberismo, è il capitalismo finanziarizzato che stritola tutti i Sud del Mondo. Quindi anche Napoli. La cornice ideologica è già lì, insomma: si tratta solo di inserirvi la città partenopea. Se poi si riesce con grande spudoratezza ad inscrivere tutto il debito in una storia di peccati originali commessi da altri, allora, oltre all’ingiustizia e all’odiosità, ecco che può comparire anche il terzo aggettivo demagistrisiano: quel debito oltre a essere ingiusto e odioso è pure illegale. Nientemeno!

Le cose non stanno così: l’ho detto poc’anzi. Napoli non è la vittima di nessun «sistema». Non più di quanto lo siano Roma o Torino. Più semplicemente, dopo sette anni sette a Palazzo San Giacomo, De Magistris: è lui il sistema. E dunque dovrebbe venire anche per lui il «redde rationem»: di quanti altri mandati altrimenti avrebbe bisogno De Magistris per prendersi intera la responsabilità dell’azione amministrativa fin qui condotta?

Se dunque sabato c’è un’altra piazza, non è perché si voglia gridare «sì al debito» contro i sostenitori del Sindaco che dicono no. Non sono questi i termini della contrapposizione che va in scena sabato. Né è il Sindaco che fa eroicamente da scudo alla città contro i poteri forti, ma è casomai lui a farsi furbescamente scudo della città per parare le critiche al suo operato. E lo fa con slancio e passione, senza nulla tralasciare al caso: chiamando a raccolta gli antagonisti dei centri sociali, ma anche tutto il sistema di potere che negli anni si è consolidato attorno alla gestione della cosa pubblica e delle aziende partecipate.

Ma i trasporti pubblici: c’entra qualcosa l’ingiustizia del debito? E la raccolta differenziata, lontanissima dagli obiettivi dichiarati? E il degrado urbano, e l’anarchia del lungomare liberato? Se c’è un’altra piazza, forse è perché ci vuole pure un luogo per parlare di tutto questo. Per togliere qualche alibi e sfrondare almeno un po’ la retorica che gronda e rumoreggia intorno al municipio napoletano.

(Il Mattino, 12 aprile 2018)

Matteo e Luigi i gemelli diversi

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Il terzo tempo della partita giocata dalle forze politiche in questo inizio di legislatura volge al brutto. Ieri i due vincitori delle elezioni – così ci siamo abituati a chiamarli, anche se non hanno ancora conquistato il trofeo di Palazzo Chigi – se le sono date di santa ragione. Salvini ha provato inizialmente a fare l’ottimista, concedendo a un governo di coalizione fra il centrodestra e i Cinque Stelle il 51% di probabilità di nascere. Di Maio non ha perso tempo: un governo del genere – con Berlusconi e «l’ammucchiata di centrodestra», per dirla con la carineria che ha voluto usare – avrebbe zero probabilità di nascere. Secca replica del leader della Lega: «Di Maio in questo momento mi interessa meno di zero». Siamo, insomma, al muro contro muro.

Non è così che è cominciata la partita tra Lega e Cinque Stelle. All’indomani del voto, era prevalente il legittimo orgoglio per il successo elettorale, ma anche la doverosa fiducia circa la possibilità di formare un governo. Come se la forza delle cose, manifestatasi così prepotentemente nelle urne, dovesse bastare a convincere tutti che non fosse più possibile frenare la spinta al cambiamento. La nascita della Terza Repubblica. Per Di Maio, le elezioni erano state «un trionfo», grazie ai voti di 11 milioni di italiani, a cui – spiegava – bisognava dare una risposta sui temi. E, per darla, il Capo dei Cinque Stelle si dichiarava aperto al confronto con tutte le forze politiche, a partire dalla scelta dei Presidenti delle Camere. Non diceva tutte meno una, Di Maio. Non diceva: tutte meno Forza Italia. Non era ancora il momento di provare a spaccare il centrodestra, per ottenere la guida del governo in quanto prima forza politica del Paese. Dal canto suo, Salvini aveva da festeggiare lo storico sorpasso sugli azzurri: «La Lega ha vinto all’interno della coalizione – dichiarava il leader del Carroccio – e rimarrà alla guida del centrodestra. Abbiamo il diritto-dovere di governare».

Naturalmente non mancavano gli altolà. Il 10 marzo Di Maio postava un video su Facebook in cui metteva in guardia dal fare un governo di tutti senza il Movimento: «sarebbe un clamoroso insulto alla democrazia e ai cittadini». Il giorno dopo anche Salvini chiariva le sue idee a riguardo di soluzioni diverse da quelle che riconoscessero la vittoria del centrodestra: «se bisogna inventarsi pateracchi o minestroni, non sono assolutamente a disposizione», diceva. E se Di Maio ribadiva nei giorni seguenti che il governo i Cinque Stelle lo avrebbero fatto solo partendo dalla squadra presentata in campagna elettorale, Salvini escludeva dal novero delle cose possibili solo una collaborazione col Pd: «non esiste», e fine delle trasmissioni.

Poi è venuta la prima, importante scadenza istituzionale: l’elezione dei Presidenti delle Camere. E dalle puntute dichiarazioni di principio si è passata alla più morbida ricerca di un accordo. Che è stata trovato, forzando la mano al Cavaliere. Lì si è disegnata per la prima volta la possibilità di un asse fra Cinque Stelle e Lega, che potrebbe fare da perno anche alla formazione del governo. Perché Di Maio e i suoi hanno rifiutato di intavolare una discussione con Berlusconi e di votarne la prima scelta, Paolo Romani, e il gioco è riuscito. Salvini ha fatto il bel gesto di non chiedere nulla per la Lega, rendendo possibile che il centrodestra votasse il grillino Fico alla Camera, per avere i voti dei Cinque Stelle al Senato, sulla Casellati. Dentro Forza Italia vi sono stati forti malumori: dopo tutto, Berlusconi era quello che pochi giorni prima aveva detto che lui avrebbe aperto la porta ai Cinque Stelle «solo per cacciarli via». Ma il Cavaliere, si sa, è un ottimo incassatore e non ha fatto un plissé.

A indicare un clima diverso erano comunque dichiarazioni al miele come quelle di Beppe Grillo, che subito dopo l’elezione dei due Presidenti affermava: «Salvini è uno che quando dice una cosa la mantiene, che è una cosa rara». Dall’altra parte il braccio destro di Salvini, Giorgetti, interrogato sul reddito di cittadinanza ci ragionava un po’ su per poi assicurare che «se è qualcosa che incentivi la ricerca del lavoro, allora può essere valutato».

Tutte rose e fiori? Evidentemente no, se con la scadenza successiva, il terzo tempo delle consultazioni al Quirinale apertosi ai primi di aprile, il clima è mutato. Fino alle ruvidissime parole di ieri. Il fatto è che per Salvini tenere unito il centrodestra è una priorità: è la condizione che permette alla coalizione di stare davanti ai Cinque Stelle e di aspirare alla premiership. Per Di Maio, invece, che passi indietro in questa fase non è disposto a farne, un accordo con Forza Italia è politicamente troppo oneroso, e d’altra parte se gli riuscisse di spaccare il centrodestra peserebbe il doppio della Lega. Gli obiettivi politici dei due contendenti sono dunque opposti.

Quel che si può aggiungere, è che entrambi pensano, al punto in cui sono, di avere ancora tempo a disposizione per presentarsi a Mattarella senza formulare ipotesi subordinate, con tutta la forza di cui possono disporre: Salvini andando ad Arcore per dare del centrodestra una rappresentazione unitaria (cosa non facile, visto che da quelle parti c’è chi ancora prova a tirar dentro il Pd, più che il M5S), Di Maio facendosi i selfie insieme a Grillo e Casaleggio, per dimostrare che non ci sono divisioni interne al Movimento.

Ora, ci sarà un altro tempo, dopo che si sarà consumato quello del tatticismo spigoloso di quest’ultima settimana? È difficile fare previsioni, perché nessuno, neppure gli attori politici protagonisti di questo tiro alla fune, sanno fino a quando la corda reggerà. E la verità sta probabilmente nel mezzo: forse non è il 51%, ma non è neanche lo zero.

(Il Mattino, 10 aprile 2018)

 

Tutti divisi alla meta

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L’idea del vertice domenicale ad Arcore era anzitutto quella di togliere ai Cinque Stelle un argomento: se Di Maio dice che il centrodestra è diviso, noi dimostriamo di essere uniti. Stendiamo un comunicato ufficiale, parliamo con una voce sola, ci presentiamo insieme dal Capo dello Stato per il secondo giro di consultazione, e insieme rivendichiamo la guida dell’esecutivo.
La dimostrazione di compattezza dovrebbe persuadere il Quirinale che l’incarico di formare il governo non può andare a Luigi Di Maio. La matematica non è un’opinione: il suo 32% vale meno del nostro 37%. Tutti e due i numeri sono, per la verità, lontani dall’agognata maggioranza, ma uno è più grande dell’altro: come può Mattarella non tenerne conto?
Siccome la tattica la fa da padrone, in queste settimane, si può aggiungere che si tratta probabilmente solo di una prima mossa, non dello scacco matto finale. Ma, in definitiva, è quello che serve affinché, anche grazie alla moral suasion del Presidente della Repubblica, il Movimento Cinque Stelle tolga dal tavolo la condizione finora reputata irrinunciabile, di rivendicare per il proprio Capo la premiership. A quel punto, avrà ragionato Salvini, e solo a quel punto, non sarà impossibile neppure ottenere un secondo risultato: quello di persuadere Silvio Berlusconi a rimanere in una posizione defilata, tenuto conto delle resistenze che i Cinque Stelle continuano ad opporre a un governo col Cavaliere. Ministri dal profilo non troppo ingombrante, oppure una sorta di appoggio esterno, o un cospicuo bilanciamento sulle posizioni ministeriali, e insomma una formula che salvi capra e cavoli. Se ognuno cede qualcosa, il governo si può fare. Del resto, lo stesso Salvini ha già da tempo messo in conto che non sarà lui il futuro Presidente del Consiglio. Solo un nome “terzo” può infatti consentire di avvicinare fino a congiungere il centrodestra e i Cinque Stelle.
Ma dopo il comunicato ufficiale sono arrivate le dichiarazioni di Salvini, e quelle di Giorgia Meloni. Il primo ha ripetuto per l’ennesima volta che se c’è una cosa di cui è sicuro, è che non farà mai e poi mai un governo con il Pd. Ora, perché il leader della Lega sente così impellente il bisogno di riaffermare, avvalorare, ribadire quel che ai più parrebbe persino scontato? Evidentemente, c’è qualcuno, nel centrodestra, che continua a ventilare l’ipotesi. Qualcuno che immagina che, certo, è anzitutto da scongiurare l’ipotesi dell’incarico a Di Maio, ma che la mossa successiva debba essere quella di mandare un Presidente del Consiglio indicato dal Presidente della Repubblica a cercare una maggioranza in Parlamento. Il centrodestra sosterrebbe anzitutto un tentativo in tal senso di Matteo Salvini, ma il nome, dopo tutto, non è la cosa più importante. I giochi, infatti, potrebbero riaprirsi: Salvini potrebbe non farcela, ma potrebbe farcela un altro nome, che potrebbe rivolgersi, per riuscire, non più ai Cinque Stelle ma ai democratici. Una personalità quasi-istituzionale alla quale il Pd potrebbe aver difficoltà a dir di no.
Così pare debba leggersi la nota diramata dalla Meloni: vogliamo l’incarico a Salvini, e cercheremo una maggioranza pur che sia in Parlamento. Ma così Salvini non ci sta. Non ci può stare. Non è disposto a bruciarsi sull’altare di una riedizione della grande coalizione. Che si scriverebbe non più: centrosinistra-Forza Italia, ma centrodestra-Pd. Cambiano i fattori, cambia il loro peso relativo: ma per Salvini fa lo stesso. E si capisce: una maggioranza simile è proprio ciò da cui la Lega si è tenuta alla larga in tutti questi anni, dal governo Monti in poi. Non solo. Questa è stata anche la principale ragione della grande rimonta leghista, che ha quadruplicato i suoi voti proprio facendo opposizione ai governi a guida Pd, sostenuti dal centrodestra. E, in effetti, è stata Forza Italia a raggiungere in corso di legislatura la Lega all’opposizione, non il contrario.
Dunque: la prima mossa, il vertice unitario, è stata compiuta. Ma su quella che deve seguire non c’è identità di vedute. E per la verità identità di vedute non la si trova ormai da nessuna parte. Non dentro il partito democratico, che procede con le posizioni ufficiali (gli elettori ci hanno collocati all’opposizione) e i distinguo della minoranza (Franceschini: dobbiamo andare a vedere il gioco di Di Maio). Non dentro gli stessi Cinque Stelle, dove tutti rimangono coperti e allineati dietro il Capo politico, ma al contempo tutti si domandano
 a ogni passo che cosa dice Grillo, che cosa pensa la base, che cosa faranno gli ortodossi, i duri e puri, in caso di accordo col centrodestra. Un bel rebus. Che non è detto troverà soluzione. Né è detto che, se pure verrà trovata, il panorama delle forze politiche che oggi osserviamo rimarrà a lungo inalterato.
(Il Mattino, 9 aprile 2018)

C’era una volta il Vaffa. E ora?

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Che cos’è il Movimento Cinque Stelle? Si fa torto al Movimento se si considera l’intervista rilasciata a «Repubblica» da Di Maio, il Capo politico, come un documento attendibile di ciò che sono oggi i Cinque Stelle? Forse sì, dal momento che in questa fase è inevitabile che prevalgano esigenze di natura puramente tattica: il centrodestra fa mostra di compattezza annunciando di presentarsi unito al prossimo appuntamento col Presidente della Repubblica; Di Maio reagisce aprendo al Partito democratico. E tuttavia i lineamenti di questa inedita apertura meritano di essere considerati. Perché disegnano i contorni di una formazione politica che non ha più nulla, o quasi, del Movimento delle origini.

Per cominciare, sono cambiati completamente i toni. E non è solo questione di galateo, naturalmente, o di coerenza. Ma di giudizio politico. Di Maio non sembra più ritenere il Pd responsabile dei mali del Paese, come i grillini hanno ripetuto ossessivamente in questi anni. Per lui, solo Berlusconi rappresenta il passato, ed è questa la ragione che adduce per giustificare l’indisponibilità a discutere con l’intero centrodestra. Eppure è il Pd ad aver governato ininterrottamente nell’ultima legislatura, non Forza Italia. Se poi deve farsi un bilancio dell’intera seconda Repubblica, di nuovo: il centrosinistra è stato al governo per quasi quindici anni su venticinque. C’è di più. All’indomani del voto del 4 marzo, Di Maio ha salutato trionfalmente il risultato elettorale come l’inizio di una terza Repubblica. Un’espressione che solo in una prospettiva storica si potrà sapere quanto appropriata ma che, al momento in cui veniva pronunciata, valeva anzitutto come volontà di determinare una rottura definitiva, sia politica che istituzionale, con il recente passato. Ora, a leggere l’intervista di ieri, di quel tratto non rimane praticamente nulla, salvo appunto l’ostracismo verso Berlusconi. Il Movimento era nato per favorire l’avvento di nuove forme di partecipazione: il sogno della democrazia diretta. Ma Di Maio non lo richiama da nessuna parte. Nel suo preteso o presunto contratto alla tedesca, il primo partito digitale al mondo – così lo presenta Casaleggio, sul «Corriere» – non inserisce nessun punto al riguardo non dirò dello streaming o delle consultazioni online, il cui sapore propagandistico è ormai acclarato, ma di cose come le concentrazioni monopolistiche delle infrastrutture digitali, la difficile tutela online dei dati personali, gli effetti manipolatori e non solo liberatori delle nuove tecnologie. Nulla. Del resto, l’enfasi per l’orizzontalità della Rete è stata rapidamente sostituita dalla formula più verticistica possibile, quella che rimette tutte le decisioni più rilevanti al Capo.

L’attenzione va allora portata sul programma. Da scrivere insieme. Al Pd o alla Lega: indifferentemente (per la nota teoria che non essendo il Movimento né di destra né di sinistra può rivolgersi altrettanto bene agli uni o agli altri). Ma le indicazioni che Di Maio fornisce sul programma sfumano in una preoccupante indeterminatezza. Ai più era parso di capire che il reddito di cittadinanza sarebbe stata l’atout principale della politica economica e sociale di un governo pentastellato; il Capo dei 5S è ora disposto a derubricarlo alla voce: «misure contro la povertà». Il Movimento ha assunto negli anni toni decisamente critici nei confronti dell’UE? Di Maio mette ora ogni cura nel rassicurare i partner europei, giungendo addirittura ad affermare che il famoso rapporto deficit/PIL – quello che per le regole di Maastricht non può sforare il 3% – va tenuto all’1,5%! E così anche della polemica nei confronti dell’austerità di Bruxelles non resta più traccia, con buona pace del keynesismo pentastellato del ministro dell’economia in pectore, Andrea Roventini.

Si potrebbe continuare: per l’immigrazione Di Maio pensa a una «sintesi», ma è pronto a cercarla sia con la Lega che col Pd. Decisamente improbabile che venga fuori la stessa cosa. Quanto alla politica estera, terreno che pareva calcato con accenti filo-putiniani, Di Maio si ritrae imbarazzato da ogni presa di posizione netta: per le sanzioni alla Russia vedremo; quanto ai dazi di Trump, ci vuole pragmatismo. Campa cavallo. Persino sui provvedimenti simbolo della passata legislatura – dalla buona scuola al jobs act – Di Maio non sente più l’esigenza di marcare una distanza inequivoca. Di tutto si impegna ragionevolmente a discutere, su nulla pronuncia un insuperabile «non possumus».

Ma se non è il terreno programmatico quello che restituisce il senso della proposta politica che i Cinque Stelle formulano; se non lo è il profilo ideologico di un partito che si sottrae per principio all’onere di fornire le coordinate storiche, culturali, ideali della propria identità; se non lo è neppure l’assetto costituzionale dei poteri pubblici, di cui non si indica alcuna linea di riforma, che cosa rimane? Un esercizio di democristianeria nel senso deteriore del termine. E l’unico contenuto che, dopo dieci anni, il “vaffa” grillino rivela, anzi conferma, di avere: la liquidazione del ceto politico della seconda Repubblica, e la sua sostituzione con nuovi attori politici. Il cambiamento di cui parla con enfasi Di Maio nell’intervista è solo questo.

(Il Mattino, 8 aprile 2018)

Così il leghista si è presa tutta la scena

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Si riparte dal bacio. Da Matteo che prende Luigi per la collottola, e da Luigi che si mette sulle punte per arrivare all’altezza di Matteo. L’autore del murale subitamente cancellato dai muri di Roma ci aveva giusto: i due hanno proprio una diversa statura. Perché Salvini le ha indovinate tutte, mentre Di Maio è rimasto impigliato nell’unico copione che il Movimento gli ha consentito finora di recitare: siamo il primo partito, il governo tocca a noi, io farò il Presidente del Consiglio. Le uniche variazioni sul tema hanno riguardato i paletti che Di Maio ha creduto di porre per dialogare con le altre forze politiche: niente Renzi di qua, niente Berlusconi di là. Ma è chiaro che queste non sono le condizioni per trovare un accordo: neanche nella forma di un presunto “contratto alla tedesca”. Perché in Germania la Merkel non ha sottoscritto solo un contratto, ma firmato un accordo e stretto un’alleanza – com’è naturale che sia, in un regime parlamentare in cui non si arriva alla maggioranza senza trovare un’intesa con gli altri partiti. E un’intesa non la si trova, se si pensa di potersi scegliere gli interlocutori in casa d’altri. Delle due l’una, dunque: o i Cinque Stelle non puntano affatto ad andare al governo, ma allora Di Maio, salito alla ribalta delle consultazioni, sta solo dilapidando il credito politico accumulato col voto del 4 marzo, e se e quando un esecutivo dovesse nascere senza l’apporto dei Cinque Stelle la sua silhouette finto-democristiana non potrà che sbiadire a confronto di figure più arrembanti, pronte a reinterpretare lo spirito rivoluzionario del Movimento (Di Battista a fine maggio parte per le Americhe, ma, novello eroe dei due mondi, prima o poi torna). Oppure in questo improbabile balletto in cui si fissano condizioni irricevibili sta scontando tutta l’immaturità politica del Movimento, la cui conversione a formazione responsabile, primo gruppo parlamentare al quale Mattarella dovrebbe affidare l’incarico fidando sulla sua centralità politica e numerica, non è riuscita nemmeno a metà.

Centrale, nel senso che proprio non si vede come se ne possa prescindere è, oggi, Matteo Salvini. È stato lui il protagonista di queste prime settimane. È stato lui a trovare la quadra nell’elezione dei Presidenti delle due Camere, ed è ancora lui a formulare ora, a nome di tutta la coalizione di centrodestra, una proposta di governo ai Cinque Stelle. Da posizione di forza: coi voti della Lega, ma anche con il sostegno di Forza Italia e Fratelli d’Italia. Dapprima, nella scelta dei due Presidenti ha rafforzato la sua leadership sul centrodestra, tagliando pure la strada a intese diverse, trasversali, con il partito democratico. Se i Cinque Stelle da un lato o Forza Italia dall’altro ci hanno pensato, hanno fatto male i loro conti. Poi ha cominciato a restringere i margini di manovra dei pentastellati, in vista della trattativa per il governo. Il primo tempo gli è servito per mettersi al traino Forza Italia; il secondo tempo lo sta giocando per mettersi al traino il M5S. Salvini ha tirato la riga dove andava tirata, perché sapeva che nessuno avrebbe trovato la forza per modificarne il tracciato: nessun governo col Pd, ha detto, ma così si è lasciato libero tutto il resto del campo, quello sul quale soltanto è possibile che si giochi realisticamente la partita per il governo del Paese.

Ieri poi ha messo a segno un altro, rotondissimo punto. Dopo l’incontro col Presidente della Repubblica, Di Maio aveva dichiarato di non riconoscere una coalizione di centrodestra «perché non solo si sono presentati alle elezioni con tre candidati premier, ma perché si sono preparati alle consultazioni separati». Questa del non riconoscimento è una cosa che non si ascolta neanche nei negoziati dopo una guerra civile. Ad ogni modo, tempo ventiquattro ore, anche meno, e Salvini ottiene dagli alleati di recarsi insieme al Quirinale per il prossimo giro di consultazioni. Il Cavaliere accetta di buon grado, Giorgia Meloni rivendica la primogenitura dell’idea. Risultato: anziché spaccarsi, com’era parso in un primo momento dopo le parole di Berlusconi contro «un governo fatto di invidia sociale, odio e pauperismo» (leggasi: un governo grillino), il centrodestra si ritrova unito: una sola delegazione, e un solo candidato per la premiership, Matteo Salvini.

Naturalmente, non è detto affatto che alla fine della fiera Salvini si ritroverà Presidente del Consiglio e che i Cinque Stelle si contenteranno di prendersi qualche ministero. È anche possibile che, dopo aver rinunciato alla Presidenza delle Camere, la Lega debba rinunciare anche a Palazzo Chigi. Ma se questa fase non si concluderà con un brusco ritorno alle urne – cosa che bisognerà tenere di conto fino alla fine – non si vede all’orizzonte alcuna soluzione politica (politica, non istituzionale) che non ruoti intorno a Salvini. E anche se si dovesse davvero precipitare verso nuove elezioni, il leader della Lega è fin d’ora quello che si è posizionato meglio. Che ha mostrato maggiore disponibilità e aperture, senza inventarsi l’improbabile politica dei due forni, di andreottiana memoria, malamente tentata da Di Maio. E queste cose, si sa, in politica hanno un prezzo.

(Il Mattino, 7 aprile 2018)

Se i genitori si fanno da parte

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In ogni tragedia c’è una parte di fatalità. Una vita spezzata è sempre una vita che si è infranta contro una sorte assurda e crudele: perché quella notte? Perché quell’ultimo incontro? Perché quella sfortunata coincidenza o quella fatale leggerezza? Anche se gli inquirenti dovessero far luce sulle ultime ore di Nico Marra Incisetto, quelle domande non troveranno risposta né daranno consolazione. Vi è dunque sempre una distanza incolmabile tra un destino individuale e le riflessioni, a volte persino l’angoscia che la sua tragica fine può suscitare, quando si viene raggiunti dalla sua tragica eco. Quando si pensa a come, banalmente, quell’ultima notte è trascorsa: tra amici, in discoteca, bevendo e ballando come capita a migliaia di altri ragazzi di fare.

Tuttavia proprio questo non riesce a non chiedersi Luigi Tuccillo, un papà di Napoli, così si firma ieri su questo giornale: come capita ai ragazzi di fare? Cioè: come fanno ciò che fanno? Con quale consapevolezza, con quale attaccamento alla vita e alle cose? Con quale senso delle priorità, quale preoccupazione per il proprio futuro, quale ordine di idee sul mondo e su di sé? Se poi si è genitori, una domanda raggiunge e supera tutte le altre: quella che mette in causa se stessi, la propria capacità di entrare nei pensieri dei propri ragazzi, di avere una parola per aiutarli, come si diceva una volta, a discernere il bene dal male. E a dare il giusto peso alle cose.

Da dove infatti prendono i loro esempi? Vi sono maestri, genitori, preti che valgono per loro come figure esemplari? Sempre meno. Non ci sono nemmeno se si tratta di contestarli. Non sono lì né per dare né per prendere botte. Si sono semplicemente fatti da parte. Magari con la scusa che la verità è sempre autoritaria e ognuno deve poter trovare la sua strada. Mai nessuno che pensi che se ognuno sta solo sulla sua strada, nessuno su quella via incontra più nessuno. Mentre incontro significa relazione, e la relazione può accendersi solo a partire da una differenza: da un più rispetto a un meno, da un prima rispetto a un dopo; da un alto rispetto a un basso. Ma dove si trovano più questi dislivelli, questi scarti: queste asperità, anche?

Io non voglio dire che l’orizzontalità delle relazioni nel mondo liscio di internet ha ormai fatto franare tutte queste difficili mediazioni, creando comunità virtuali (virtuale vuol quasi dire magiche, ormai) al contempo selettive e fragili, illimitatamente aperte al mondo ma anche, al tempo stesso, chiuse e impermeabili come nicchie esclusive. In fondo, fatte le debite differenze, geremiadi come queste si ascoltano da quando esiste il mondo. E se proprio vogliamo tirare in ballo l’Edipo, o la scomparsa del padre, ci tocca ricordare che l’anno prossimo fa cent’anni la conferenza tenuta dal Paul Federn, un allievo di Freud, dal titolo quanto mai emblematico: la società senza padre. Insomma: è roba vecchia, di quando non c’era internet, ma nemmeno la televisione. Però questo non può esimerci dal chiederci se la stessa strutturazione della personalità non sia toccata – non so se peggiorata, ma almeno modificata, e in profondità – dai nuovi contesti sociali, “mediali”, in cui si svolge la nostra esistenza, privata e pubblica. Ce lo si chiede con riguardo alla sfera politica, o alle attività professionali: come non chiederselo anche con riguardo agli ambiti più ristretti della vita familiare e dei rapporti amicali?

Ora, io non so davvero se sia colpa della spasmodica attenzione ai like, ai selfie, alle storie su instagram e alle chat su whatsapp, se sia corretto parlare di una estetizzazione degli stili di vita che, a certi livelli di reddito, non conoscerebbe effettivi contrappesi. Allo stesso modo, non mi sento di dire che in certi ambienti conta più di ogni altra cosa la bottiglia di champagne sul tavolo o l’esibizione di un’auto sportiva. Forse sì; forse però è sempre stato così. Forse certi fenomeni si ingigantiscono, è vero, grazie alla velocità della Rete, ma forse è possibile che sempre in Rete si sviluppino anche anticorpi: nuove forme di relazione, di incontro e di mediazione. Nuovi tutorial, magari, come si potrebbe dire oggi.

Non voglio insomma trovarmi tra gli apologeti, ma nemmeno tra i catastrofisti. Voglio però poter fare esercizio di critica. E invitare a farlo. Ieri Luigi Tuccillo scriveva sconsolato che quasi non c’è modo di fermarli. Senza abdicare al compito, ma anche senza troppo fiducia che ci si possa riuscire. A fermare loro, i nostri ragazzi: se escono di casa, se si sballano o bevono un po’ troppo: «ogni richiamo al buon senso è retorica». Forse. Ma non è una retorica inutile, è l’esercizio quotidiano e irrinunciabile dell’essere genitori. Che poggia non su quello che c’è attorno ai nostri figli, ma sul modo in cui siamo noi. Perché siamo noi che non sopportiamo il peso della loro educazione, non loro. Siamo noi che li assolviamo più di quanto loro vogliano essere assolti. Temiamo noi più di loro che possano sentirsi esclusi, o sfigati, perché siamo noi per primi a non reggere il gioco dell’inclusione e dell’esclusione.

De te fabula narratur: di te, cioè di noi e della nostra responsabilità. Che è tale, come diceva Bonhoeffer, solo se è sentita verso di sé e verso i propri atti, ma insieme anche verso tutti. E verso chiunque perda la vita in modo assurdo.

(Il Mattino, 5 aprile 2018)

Il dilemma del Pd: che cosa vuol dire sinistra in Europa

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Socialisti perché europeisti, o europeisti perché socialisti? Non è un gioco di parole, e neppure un mero dubbio sulla collocazione del partito democratico in Europa, ma una domanda sull’infrastruttura culturale – starei per dire ideologica – del Pd. Una domanda non rinviabile, dal momento che manca solo un anno alle prossime elezioni europee. Una domanda, e forse anche una ciambella di salvataggio, per un partito che, dopo la rotta del 4 marzo, ha bisogno di dotarsi di un forte progetto politico.

Che cosa dunque significa porre una simile questione? In primo luogo una cosa: che i due fulcri ideali del Pd – il socialismo democratico, da un lato, l’europeismo dall’altro – non vanno considerati polarmente opposti. In realtà, la tentazione di fare altrimenti serpeggia. A sinistra, vi è in effetti chi pensa che l’Unione europea sia stata e sia ancora solo il nome che la globalizzazione neoliberista ha assunto in Europa. Vi è chi pensa che quello che sono stati negli anni Ottanta Reagan e la Thatcher nel mondo, è quello che è arrivato in Europa negli anni Novanta con Maastricht e l’egemonia tedesca (anche grazie all’arrendevolezza della Terza via di Clinton e Blair – e, in Italia, dell’Ulivo). E, dunque, i due fuochi dell’ellisse democratica debbono allontanarsi e infine separarsi: si può essere socialisti solo nella dimensione nazionale; si può essere socialisti solo fuori dall’Unione europea. Compagni, ci siamo sbagliati: l’Unione è un vicolo cieco e bisogna tornare indietro.

Se così fosse, dirsi socialisti europei sarebbe ormai una contraddizione in termini. Aver praticato questa contraddizione sarebbe il motivo della sconfitta del socialismo democratico. Il risultato del 4 marzo non si legge da solo, ma come ultimo anello di una catena che, nel tempo, si è stretta sempre di più attorno al collo della sinistra.

Questa sinistra (sinistra intellettuale, ancor prima che sinistra politica: ma credere che sia possibile fare politica in termini puramente pragmatici, senza un filo di pensiero, è un errore esiziale) sarebbe insomma disponibile a compiere una mossa opposta, ma speculare a quella che sovranisti e nazionalisti in giro per il continente propongono: disfare l’Unione. «Factum infectum fieri nequit», dice l’adagio: non si può fare come se i fatti non fossero avvenuti. E però in politica si può provare a fare pure questo, anche se in realtà una deflagrazione dell’Unione, o il definitivo, drastico ridimensionamento delle sue ambizioni, non riporterebbe affatto i Paesi europei là dov’erano, dopo la caduta del Muro di Berlino, e la fine del mondo bipolare, ma chissà dove.

Chi però a sinistra non volesse rischiare questa deriva, ha il dovere di chiarire in qual modo intende legare i due termini. Non si tratta di un’esigenza soltanto concettuale o morale, ma di una necessità di ordine strategico. Perché lo scenario europeo è destinato a mutare e perché i confini delle famiglie politiche continentali sono anch’essi in via di ridefinizione.

Così torna la domanda. Detto che non si tratta di sciogliere ogni legame, Il modo in cui si annodano socialismo riformista ed europeismo può essere duplice. In un caso, si è anzitutto europeisti, dopodiché si valuta quanto socialismo, in termini di politiche pubbliche, può essere ospitato sotto il tetto dell’Unione. Nell’altro caso si è anzitutto socialisti, e solo dopo si definiscono i lineamenti dell’Europa possibile. Si tratta di due modi diversi di definire la propria identità politica e culturale. Ancora in forma di domanda: la sinistra prova a legittimare democraticamente l’Europa per produrre politiche efficaci, oppure l’efficacia delle politiche europee è la via attraverso la quale ricostruire la fiducia negli strumenti comunitari e la sua piena legittimità democratica?

Definire con chiarezza il profilo dell’alternativa aiuta, io credo, a non pretendere di dirimere la questione infilandosi in discussione su ciò che è vivo e ciò che è morto dell’eredità del Novecento. Perché in ogni caso è viva la domanda. Viva come problema politico, posto concretamente dall’iniziativa presa dal Presidente Macron, che cerca alleati nella sua battaglia per cambiare l’Europa. Si muove, Macron, fuori dallo schema tradizionale: socialisti di qua, popolari di là. Denunciandone l’insufficienza. Perché da un lato i popolari rischiano di essere incalzati dai movimenti nazionalisti e risucchiati su posizioni apertamente conservatrici; dall’altro i socialisti sono tentati dal rilanciare la loro azione su piattaforme demagogiche e radicaleggianti.

Se questo è lo stato delle cose, allora al Pd ora tocca battere un colpo. Gli tocca stabilire cosa significa il suo europeismo, e poi farne una bandiera non retorica. Gli tocca capire se vi è ancora, e qual è, una causa comune in Europa. Gli tocca chiarire se la maniera in cui va coniugato con il suo riformismo è congruente con la modificazione sostanziale del quadro politico europeo alla quale pensa Macron, oppure no. Gli tocca decidere, infine, se Parigi val bene una messa.

(Il Mattino, 1° aprile 2018)