C’era una volta il Vaffa. E ora?

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Che cos’è il Movimento Cinque Stelle? Si fa torto al Movimento se si considera l’intervista rilasciata a «Repubblica» da Di Maio, il Capo politico, come un documento attendibile di ciò che sono oggi i Cinque Stelle? Forse sì, dal momento che in questa fase è inevitabile che prevalgano esigenze di natura puramente tattica: il centrodestra fa mostra di compattezza annunciando di presentarsi unito al prossimo appuntamento col Presidente della Repubblica; Di Maio reagisce aprendo al Partito democratico. E tuttavia i lineamenti di questa inedita apertura meritano di essere considerati. Perché disegnano i contorni di una formazione politica che non ha più nulla, o quasi, del Movimento delle origini.

Per cominciare, sono cambiati completamente i toni. E non è solo questione di galateo, naturalmente, o di coerenza. Ma di giudizio politico. Di Maio non sembra più ritenere il Pd responsabile dei mali del Paese, come i grillini hanno ripetuto ossessivamente in questi anni. Per lui, solo Berlusconi rappresenta il passato, ed è questa la ragione che adduce per giustificare l’indisponibilità a discutere con l’intero centrodestra. Eppure è il Pd ad aver governato ininterrottamente nell’ultima legislatura, non Forza Italia. Se poi deve farsi un bilancio dell’intera seconda Repubblica, di nuovo: il centrosinistra è stato al governo per quasi quindici anni su venticinque. C’è di più. All’indomani del voto del 4 marzo, Di Maio ha salutato trionfalmente il risultato elettorale come l’inizio di una terza Repubblica. Un’espressione che solo in una prospettiva storica si potrà sapere quanto appropriata ma che, al momento in cui veniva pronunciata, valeva anzitutto come volontà di determinare una rottura definitiva, sia politica che istituzionale, con il recente passato. Ora, a leggere l’intervista di ieri, di quel tratto non rimane praticamente nulla, salvo appunto l’ostracismo verso Berlusconi. Il Movimento era nato per favorire l’avvento di nuove forme di partecipazione: il sogno della democrazia diretta. Ma Di Maio non lo richiama da nessuna parte. Nel suo preteso o presunto contratto alla tedesca, il primo partito digitale al mondo – così lo presenta Casaleggio, sul «Corriere» – non inserisce nessun punto al riguardo non dirò dello streaming o delle consultazioni online, il cui sapore propagandistico è ormai acclarato, ma di cose come le concentrazioni monopolistiche delle infrastrutture digitali, la difficile tutela online dei dati personali, gli effetti manipolatori e non solo liberatori delle nuove tecnologie. Nulla. Del resto, l’enfasi per l’orizzontalità della Rete è stata rapidamente sostituita dalla formula più verticistica possibile, quella che rimette tutte le decisioni più rilevanti al Capo.

L’attenzione va allora portata sul programma. Da scrivere insieme. Al Pd o alla Lega: indifferentemente (per la nota teoria che non essendo il Movimento né di destra né di sinistra può rivolgersi altrettanto bene agli uni o agli altri). Ma le indicazioni che Di Maio fornisce sul programma sfumano in una preoccupante indeterminatezza. Ai più era parso di capire che il reddito di cittadinanza sarebbe stata l’atout principale della politica economica e sociale di un governo pentastellato; il Capo dei 5S è ora disposto a derubricarlo alla voce: «misure contro la povertà». Il Movimento ha assunto negli anni toni decisamente critici nei confronti dell’UE? Di Maio mette ora ogni cura nel rassicurare i partner europei, giungendo addirittura ad affermare che il famoso rapporto deficit/PIL – quello che per le regole di Maastricht non può sforare il 3% – va tenuto all’1,5%! E così anche della polemica nei confronti dell’austerità di Bruxelles non resta più traccia, con buona pace del keynesismo pentastellato del ministro dell’economia in pectore, Andrea Roventini.

Si potrebbe continuare: per l’immigrazione Di Maio pensa a una «sintesi», ma è pronto a cercarla sia con la Lega che col Pd. Decisamente improbabile che venga fuori la stessa cosa. Quanto alla politica estera, terreno che pareva calcato con accenti filo-putiniani, Di Maio si ritrae imbarazzato da ogni presa di posizione netta: per le sanzioni alla Russia vedremo; quanto ai dazi di Trump, ci vuole pragmatismo. Campa cavallo. Persino sui provvedimenti simbolo della passata legislatura – dalla buona scuola al jobs act – Di Maio non sente più l’esigenza di marcare una distanza inequivoca. Di tutto si impegna ragionevolmente a discutere, su nulla pronuncia un insuperabile «non possumus».

Ma se non è il terreno programmatico quello che restituisce il senso della proposta politica che i Cinque Stelle formulano; se non lo è il profilo ideologico di un partito che si sottrae per principio all’onere di fornire le coordinate storiche, culturali, ideali della propria identità; se non lo è neppure l’assetto costituzionale dei poteri pubblici, di cui non si indica alcuna linea di riforma, che cosa rimane? Un esercizio di democristianeria nel senso deteriore del termine. E l’unico contenuto che, dopo dieci anni, il “vaffa” grillino rivela, anzi conferma, di avere: la liquidazione del ceto politico della seconda Repubblica, e la sua sostituzione con nuovi attori politici. Il cambiamento di cui parla con enfasi Di Maio nell’intervista è solo questo.

(Il Mattino, 8 aprile 2018)

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