L’azionista scomodo

Italia, Ivan Matteo Lombardo, politico italiano: Photographie originale / Original photograph

Ivan Matteo Lombardo: chi era costui? Ve lo dico subito, non posso mica fare come Manzoni: ho Wikipedia alle calcagne. Ivan Matteo Lombardo è stato segretario del Partito Socialista Italiano nell’immediato dopoguerra, fra il ’46 ed il ’47. Mesi decisivi, che precedono la scissione di Palazzo Barberini, capeggiata da Saragat, e la successiva sconfitta del Fronte popolare alle elezioni dell’aprile ’48. Lombardo fu scelto perché considerato non organico al gioco delle correnti. Un segretario di transizione, insomma, vaso di coccio fra i vari Nenni, Lombardi, Basso, Pertini.

Non è un gran che, come paragone, ma nella storia della sinistra italiana non vi sono stati molti altri segretari a cui facessero ombra i veri padroni del partito. Sicché la situazione in cui si trova il Pd dopo il voto del 4 marzo, con Matteo Renzi che controlla ancora la maggioranza della Direzione e dei gruppi parlamentari, senza tuttavia occupare la casella di Segretario, può difficilmente essere illustrata tramite precedenti storici. (La Dc: quella è un’altra storia).

Altro esempio, un po’ più ingombrante: Bettino Craxi, esponente della minoranza, viene eletto segretario del Partito Socialista grazie ai voti di un pezzo della maggioranza demartiniana in frantumi. Ma anche in quel caso alle sue spalle non c’è un vero dominus; vi sono piuttosto le diverse anime del partito che hanno raggiunto una precaria intesa sul suo nome. Senza, peraltro, neppure capire che non eleggevano un prestanome.

Maurizio Martina si trova dunque in una posizione assai più scomoda: non solo perché svolge solo le funzioni di reggente in attesa che il Pd riprenda il suo percorso naturale, verso un congresso o verso una nuova segreteria, ma perché dietro di sé, deve ancora fare i conti con una maggioranza sufficientemente compatta da dettare ai dem – e a lui stesso – tutte le mosse. Che non ci si trovi a suo agio lo hanno dimostrato le parole di ieri: dal ritorno in televisione di Renzi, che ha di fatto vanificato l’apertura di un tavolo di confronto con i Cinque Stelle, Martina ha tratto una traumatica conclusione: «è impossibile guidare un partito in queste condizioni».

Guidare, in effetti, è una parola grossa. Gravi nel metodo e nel merito, per Martina le dichiarazioni di Renzi significano comunque la violazione di un principio di collegialità di cui, accettando l’incarico, aveva voluto farsi espressione. Ora, collegialità è in realtà parola dal duplice significato, a seconda dei contesti: quando esiste una maggioranza forte e coesa, che non è sotto lo schiaffo di qualche rovescio elettorale e non ha complessi di sorta, collegialità significa il coinvolgimento della minoranza negli organismi di partito; quando invece regna la confusione, perché una maggioranza non c’è oppure non può dichiararsi tale, a seguito di una sconfitta politica o elettorale, allora collegialità è solo la foglia di fico dietro la quale si combatte senza esclusione di colpi la lotta per il controllo del partito.

Che è quello che sta chiaramente avvenendo nel partito democratico. Il rapporto con i Cinque Stelle c’entra fino a un certo punto, perché su un punto almeno è difficile dar torto a Renzi: senatori democratici che, allo stato, votino un governo Di Maio, non se ne vedono. Il fatto è che, dicendolo lui, prima della riunione della Direzione, Renzi ha dimostrato al colto e pure all’inclita che i numeri, nel partito, sono i suoi.  Perché Renzi continua ad essere l’azionista di riferimento, anche se è costretto, nell’attuale congiuntura, a dire che i renziani non esistono.

La stessa cosa, per la verità, la diceva D’Alema: ecco un esempio forse più calzante. Anche i dalemiani, nelle parole del loro leader, non sono mai esistiti, e tuttavia è sempre esistita un’influenza determinante di D’Alema sui Democratici di sinistra, anche dopo la fine del suo governo e la successiva vittoria del centrodestra nel voto del 2001. Nemmeno D’Alema, insomma, perse le elezioni regionali del 2000, e dimessosi da Palazzo Chigi, si ritirò a vita privata.

Quale ruolo possa o debba giocare Renzi nel futuro prossimo dei democratici non è chiaro. I vari Franceschini, Orlando, Cuperlo, agevolerebbero volentieri la collocazione di Renzi in quel di Rignano, in soffitta, nel Pantheon dei padri nobili, o anche in qualche prestigiosa posizione internazionale, ma insomma: da qualunque altra parte che non fosse il Nazareno. Renzi, lui, rimane convinto, che il progetto politico riformista, che si è infranto sullo scoglio del referendum istituzionale, sia non solo la sua carta migliore, ma pure l’unica a disposizione del centrosinistra. È vano, allora, e francamente anche un po’ ridicolo, farne una questione psicologica, di personalità o di carattere. Renzi che non sa perdere, Renzi a cui non sono bastate le scoppole rimediate. E via recriminando. Se mai, sono gli altri che non sanno vincere: in politica è sempre così. Si tratta dunque di un nodo politico vero. Che non c’è modo di affrontare senza mettere in campo strategie alternative. Non dunque mere differenze di sensibilità, romantiche spruzzate di questione sociale e, appunto, l’immancabile richiesta della collegialità. Piuttosto, se ci sono, idee diverse del Pd, del Paese, del mondo. Che, se non ci sono, forse è vano pure cercare l’Ivan Matteo Lombardo di turno.

(Il Mattino, 1° maggio 2018)

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