Archivi del mese: giugno 2018

Ma i veri problemi del Paese sono altri

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Con la presa di posizione del ministro dell’Interno Salvini sul censimento dei rom, e il diluvio di dichiarazioni che ne è seguito, lo spostamento di attenzione dai problemi reali all’ordine dei problemi puramente immaginari si era già completato. Ora si è aggiunto Saviano e la scorta. Tutto si può dire però, meno che convenga al Paese andar dietro a quest’ordine di questioni per dividersi fra quelli che danno del fascista al leader leghista, e quelli per i quali bisogna strappare tutti i veli della pubblica ipocrisia. Dubito che in questo modo siamo messi dinanzi a dilemmi in qualche senso decisivi, urgenti e indifferibili. D’altronde, né in campagna elettorale, né nelle faticose settimane che hanno preceduto la nascita dell’esecutivo Conte, né nel contratto di governo fra Lega e Cinque Stelle, né infine nelle dichiarazioni rese alle Camere dal Presidente del Consiglio, si faceva menzione dei rom, dei campi nomadi e del censimento. Tantomeno di Saviano. A ragion veduta, direi, perché non vi era motivo di infilare simili questioni dentro documenti che dovevano servire a descrivere la situazione del Paese e a formulare risposte nuove e diverse ai nodi del suo mancato sviluppo, dei suoi molteplici ritardi, delle sue forti diseguaglianze. Tutte cose che coi rom non c’entrano per nulla.

Evidentemente Karl Marx aveva torto: non è vero, infatti, che l’umanità si pone soltanto quei problemi che può risolvere. C’è un mucchio di problemi che l’umanità si pone (o che le vengono imposti) non perché siano risolubili, e vengano poi effettivamente risolti, ma solo per distrarre da altri problemi, la cui risoluzione non è a portata di mano. Salvini ha detto che i rom in possesso della cittadinanza italiana “purtroppo ce li dobbiamo tenere”. Lasciamo perdere quel “purtroppo”, parecchio infelice, ma non è che gli altri, invece, li possiamo mandar via. Anche gli altri sono cittadini comunitari: non c’è alcuna base giuridica – aggiungerei: per fortuna –, per una politica di espulsioni di massa. E d’altra parte, siamo onesti: è molto dubbio che Salvini abbia davvero in mente qualcosa del genere. Probabilmente, pensa solo che sia bene che se ne parli.

E infatti se ne parla: si discute di indici di criminalità fra i rom, oppure di condizioni di vita nei campi, o anche dei Casamonica che spadroneggiano a Ostia. Nessuna di queste questioni ha però minimamente a che vedere con i problemi reali degli italiani: con le tasse, la sanità o il lavoro. Se il governo adotterà o meno un nuovo regime fiscale basato sulla flat tax, infatti, oppure: se gli riuscirà di dare il reddito di cittadinanza; o ancora: se il ministro Traia si muoverà in continuità o discontinuità con le politiche economiche dei precedenti governi, son cose che non dipendono né da presso né da lungi dal numero dei rom, italiani o di altre nazionalità. E lo stesso si dovrà dire quando sul tavolo sarà gettata la questione di un inasprimento della legittima difesa – accadrà: statene certi – o chissà cos’altro. Neppure la questione migranti, che pure rischia di mettere a soqquadro l’Unione Europea, avrebbe in sé un rapporto diretto con i nodi reali del Paese: nessuno può pensare seriamente che se blocchiamo gli sbarchi diminuisce la disoccupazione, cala il debito o cresce la produttività del sistema industriale.

Con ciò non voglio certo dire che solo i temi dell’economia devono preoccupare governo e maggioranza. Stiamo entrando in un’epoca in cui, anzi, par vero il contrario, che cioè le questioni strutturali contano sì, ma fino a un certo punto, perché tornano a pesare anche questioni ideologiche, sovrastrutturali, legate a identità, nazionalità, cultura, religione. La stessa polemica sulla scorta di Saviano: è vuota per un verso, ma per l’altro sposta linee e simboli del dibattito pubblico, cosa che di sicuro incide sugli orientamenti di voto.

Però con i rom, francamente, siamo un po’ oltre, siamo alla ricerca del capro espiatorio. Sarà come ha detto Giulia Grillo, dei 5S, che si tratta solo di una vivace modalità di espressione e non di un’idea sostanziale. Se però si andasse finalmente sulle idee sostanziali contenute nel contratto di governo, e fosse possibile, sia per la maggioranza che per l’opposizione, misurare su quelle la rotta del nuovo esecutivo, di sicuro sarebbe meglio: non dico per i rom, ma per il Paese.

(Il Mattino, 22 giugno 2018)

I Cinquestelle nell’angolo

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E uno, e due, e tre. Uno: le elezioni amministrative. Due: la nave Aquarius. Tre: l’inchiesta sul nuovo stadio della Roma. Tre pugni che rischiano di mandare al tappeto i Cinque Stelle. Il primo colpo lo sferrano gli elettori, spingendo il Movimento fuori dai ballottaggi nelle città in cui si è andati al voto domenica scorsa. Va bene che i grillini vanno più forti alle politiche; va bene che, confrontato con la precedente tornata amministrativa, l’esito è persino positivo, ma l’arretramento rispetto all’exploit del 4 marzo è troppo pronunciato per poterne sottovalutare il significato. Con la nascita del governo, in luna di miele sembra essere andato il solo Salvini, che viene premiato nelle urne, e dimostra pure di avere sempre a disposizione la carta dell’alleanza col centrodestra, il giorno che l’esecutivo giallo-verde dovesse colare a picco.

Il secondo colpo arriva con la chiusura dei porti italiani e lo scatto di orgoglio nazionale di fronte alle reazioni francesi. Salvini si prende tutta la scena. Toninelli, il ministro dei Trasporti da cui pure dipendono i porti, va a rimorchio; Conte, non pervenuto. E mentre la Lega non ha bisogno di temperare le sue prese di posizione con distinguo su normative internazionali, slanci umanitari ed altre tenerezze, Di Maio e i suoi procedono con molto maggiore imbarazzo, frenati da un pezzo del Movimento che vive male la svolta sovranista del governo. Nessuno, neppure il Carroccio, ha ovviamente una soluzione semplice tra le mani, ma qualcuno – Salvini, per l’appunto – ha in mano le chiavi della narrazione, le parole per intestarsi il tema e un piglio determinato che altri non hanno. Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare. Salvini è, in questo momento, il duro, e a giocare in effetti è quasi soltanto lui.

Come se non bastasse, e tre! A Roma arrivano gli arresti, e in carcere finisce quel Lanzalone, messo a capo della municipalizzata Acea, che all’ombra del Campidoglio risolve i problemi per conto della giunta Raggi. Sul piano politico, per l’amministrazione capitolina è un disastro. Dico sul piano politico, perché le inchieste giudiziarie imboccano spesso strade destinate a rivelarsi in seguito sentieri interrotti. Ma anche se il sindaco di Roma non c’entra nulla nelle condotte del suo assessore de facto allo stadio, non è certo una prova di efficienza, di conoscenza delle cose e di buon governo, quella che l’inchiesta restituisce. Se poi ai Cinque Stelle gli sfili – o almeno gli macchi – la bandiera dell’onestà, gli comprometti il linguaggio-macchina su cui gira il software del Movimento.

In queste condizioni, c’è da meravigliarsi che sia la Lega a indicare la via? Che le posizioni su fisco, immigrazione, Unione Europea siano dettate da Salvini, e che i ministri 5 stelle non abbiano quasi voce in capitolo (e, quando ce l’hanno, è sovrastata dal leader leghista)? Di Maio si è riservato i temi scottanti del lavoro e delle crisi industriali. Ha promesso il reddito di cittadinanza, che però va per ora rinviato, per ragioni tecniche (la riforma dei centri per l’impiego) e finanziarie (la gran quantità di risorse necessarie, se almeno lo si vuole dare all’intera platea dei possibili beneficiari). Prima che i Cinque Stelle possano sventolare qualche risultato tangibile, insomma, ne passerà di tempo. E intanto, sull’altro cavallo di battaglia del Movimento, la democrazia diretta: trovatelo un solo elettore disposto ad appassionarsi per cose come i referendum o il vincolo di mandato.

I media, naturalmente, seguono. Non è che Salvini è bravo, è che in questa fase (e finché non tornano le ragioni dell’economia) sono i temi leghisti a fare egemonia, come si sarebbe detto una volta. I dati forniti da Mediamonitor lo confermano: sui mezzi di informazione, Salvini è molto più presente sia del premier Conte che di Di Maio.

A questo punto, il leader del Carroccio ha un solo, vero problema: quello di non compromettere troppo presto l’equilibrio di governo. Ma finché i grillini porteranno pazienza, e Di Maio si contenterà di abbozzare per tenere unito il Movimento, la navigazione procederà così, almeno fino alla legge di Stabilità, e forse anche oltre: con Salvini a tracciare la rotta, e i grillini sottocoperta a remare.

(Il Mattino 15 giugno 2018)

La nuova sfida della sinistra democratica

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Si fa opposizione con una proposta alternativa e, per il momento, la proposta non c’è. Così la pensa Prodi, e, a me pare, ha ad un tempo torto e ragione. Vediamo prima dov’è il torto.

Il governo del cambiamento, che nella retorica della nuova maggioranza ha inaugurato la terza Repubblica, si propone esso come alternativo alle politiche condotte dai governi a guida democratica della passata legislatura. Il vero denominatore comune del contratto è questo: per quanto distanti fossero i programmi originari di Lega e Cinque Stelle, avevano un elemento che li univa, erano costruiti in opposizione, spesso frontale, alle politiche promosse dal Pd. Così, dal lavoro alla scuola ai migranti all’Europa fino alla politica estera, questa legislatura si apre con la promessa di una discontinuità profonda, non solo rispetto al recente passato, clamorosamente premiata dagli elettori.

Ora, l’esito delle elezioni non può non costringere il partito democratico a cercare nuove strade, ma sul piano della elaborazione culturale, del profilo ideologico (se torna ad essere lecito l’impiego di questa parola), è abbastanza contestabile che possa, voglia o debba abbandonare le linee generali che ha seguito in questi anni. L’idea di un partito riformista, europeista, progressista sul terreno dei diritti civili e integrazionista sul tema dell’immigrazione va mantenuta ferma, io credo, non foss’altro perché il campo populista e sovranista è già abbondantemente presidiato da leghisti e pentastellati.

Quest’idea, peraltro, non è solo una cornice vuota. In ogni caso, è l’intelaiatura su cui in Italia è stato tessuto l’ordito dell’Ulivo prima (1996-2001), dell’Unione in seguito (2006-08), del Pd infine (2013-18). Ha ovviamente un senso distinguere le diverse stagioni del centrosinistra – che non hanno avuto la stessa fortuna, né gli stessi interpreti – ma in qualunque libro di storia si racconteranno in futuro questi anni da una distanza sufficientemente grande da poter cogliere i lineamenti generali di un’epoca, prevarrà il filo che ha unito queste esperienze, l’idea che tutte le sottende.

Non solo quest’idea non è una cornice vuota, ma non è nemmeno un’idea banale. Lo è tanto poco, che da ogni parte si fanno largo tentativi di abbandonarla. Che la democrazia rappresentativa sia ormai un significante vuoto, che il compromesso fra capitalismo, democrazia e diritti sociali non sia più proponibile, che non abbia spazi sufficienti ed agibilità politica se non dentro contesti nazionali, che la società aperta escluda o emargini strati crescenti della società; che le distinzioni liberali in tema di diritti e garanzie non possano più reggere nel tempo della disintermediazione: sono, queste, visioni che non appartengono solo alla destra sovranista e nazionalista, ma sono in grado di riorientare tutta la sfera dell’opinione pubblica e delle forze politiche, anche a sinistra. C’è, dunque, già ora materia sufficiente per essere e proporsi come alternativa democratica.

Però Prodi ha ragione, e come se ne ha, se il discorso si fa più ravvicinato. Se ci si domanda cioè come fermare la rotta e da dove ripartire subito. Il Pd non può certo pensare di costruire la propria alternativa rimarcando le gaffe dei nuovi arrivati, o ritorcendo contro di loro la retorica demagogica di cui si è sentito vittima negli anni passati (“ora siete voi l’establishment”: ma magari! Ad avercelo, un establishment!). Non può nemmeno rimandare a data da destinarsi la questione della leadership e della riorganizzazione del partito, e non può, soprattutto, rinunciare ad affrontare lo scoglio contro il quale si è scontrato il progetto di modernizzazione del Paese. Che se anche doveva passare attraverso la riforma delle istituzioni o il rilancio dell’economia, non ha avuto il respiro sufficiente per dimostrare che l’una e l’altra strategia riducono le disuguaglianze, promuovono un nuovo dinamismo sociale, compongono le fratture che ancora dividono il Paese. Per la sinistra democratica che verrà, la sfida – non v’è dubbio – è questa.

(iIl Mattino, 10 giugno 2018)

Il daspo ai corrotti e la difesa a rischio

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Prima ancora di occuparsi di specifici temi, il premier Conte ha voluto spiegare, nel suo discorso al Senato, perché il governo da lui presieduto sarà il governo del cambiamento. E accanto alle questioni economiche, ai diritti sociali e alla sicurezza, ha posto i temi della giustizia. A ragion veduta: se l’Italia avesse, soprattutto in sede civile, una giustizia efficiente come quella di altri paesi europei, il cambiamento sarebbe tangibile, e ne beneficerebbero cittadini e imprese. Il passaggio riservato verso la fine del discorso al diritto fallimentare – appena riformato, ma con deleghe ancora da attuare – lascia ben sperare. Ma il Presidente del Consiglio non ha posto in premessa i nodi della giustizia civile, bensì quelli della giustizia penale, e più precisamente ha insistito sulla lotta alla corruzione. Che sarà combattuta, ha spiegato, “con metodi innovativi come il daspo ai corrotti e con l’introduzione dell’agente sotto copertura”.

Ora, che su questa materia vi sia un generale e diffuso consenso e che una delle forze politiche di maggioranza, i Cinque Stelle, ne abbia fatto un cavallo di battaglia dal quale non hanno alcuna intenzione di scendere, è fuori discussione. Se il governo non ponesse innanzi a tutto l’opera di pulizia promessa da anni a un elettorato sempre più convinto del marciume della politica nazionale, tradirebbe davvero aspettative assai diffuse. Ma la giustizia penale è materia delicatissima, nel riformare la quale inseguire il plauso dell’opinione pubblica non è affatto garanzia di equilibrio – parola che per fortuna il premier non ha mancato di usare più volte, e che sarebbe importante avesse presente anche quando proverà ad inasprire la legislazione penale corrente. Conte, del resto, è uomo di legge, è avvocato, e come avvocato capisce bene che cosa significhi toccare diritti e garanzie. Per la verità, avvocati, e avvocati del popolo, erano anche fior di giacobini: ma non è da loro che, in tema di giustizia, converrà prendere spunto.

Per esempio: il “daspo” ai corrotti . È presto per capire quale fisionomia avrà in concreto, ma intanto: il daspo è una misura amministrativa. Passerà pure, per la sua convalida, sulla scrivania di qualche giudice, ma in pratica significa che può piovere sul capo del presunto (soltanto presunto) corrotto senza che questi possa avvalersi di tutte le garanzie difensive, vedendosi in compenso rovinata la reputazione ben prima del processo.

Questa idea che la giustizia penale funziona meglio e più speditamente quanto più spoglia i soggetti del vestito dei diritti e lo consegna nudo nelle mani dell’autorità non appartiene più alla nostra tradizione giuridica, e sarebbe bene che non vi entrasse di nuovo. Se si applica il daspo in certi casi limitati (tipicamente, nei confronti degli ultras) è per non trattare tutti i cittadini come ultras, o peggio gli uffici pubblici come stadi. Son cose diverse, spazi diversi, soggetti diversi e interessi pubblici diversi.

Anche sull’agente sotto copertura è lecito nutrire più di una perplessità. Se ne può estendere l’utilizzo, ma senza un quadro molto, ma molto rigoroso di condizioni, vincoli e garanzie, rischia di diventare uno strumento non di giustizia ma di arbitrio. Lo è stato, in passato, dentro regimi politici non democratici: noi però dobbiamo lottare contro la corruzione, non usurare il quadro ordinamentale dei diritti e delle garanzie. Né vale la pena mettere a repentaglio beni costituzionali per adottare provvedimenti in ragione della loro valenza fortemente simbolica, a prescindere cioè dalla loro efficacia e dalla loro effettiva azionabilità.

Il premier ha ben detto che non è populismo ascoltare la gente. Ma lo è far fare le leggi alla gente. In Costituzione c’è scritto che la Costituzione è amministrata in nome del popolo. Ma appunto: in nome, non dal popolo. Mantenere una certa distanza fra l’ideale della giustizia, la sua amministrazione e gli umori popolari è essenziale per non considerare indagini e processi come antiche ordalie.

(Il Mattino, 6 giugno 2018)

La Ue e il fronte meridionale

 

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C’è di nuovo un fianco meridionale scoperto. Il corso della politica cambia in Italia, ma cambia anche in Spagna, con la sfiducia al popolare Mariano Rajoy e il passaggio della guida del governo nelle mani del socialista Pedro Sanchez. Un vero ribaltone, e una novità assoluta per la storia della Spagna democratica. Ma a mettersi in movimento è anche lo scenario politico greco, dove il governo di Alexis Tsipras è chiamato a fronteggiare nuovamente la mobilitazione popolare, che sta paralizzando il Paese. Nonostante i primi segnali di ripresa – in particolare sul versante occupazionale – è forte il malcontento verso l’ultimo round del piano di austerity adottato nel 2015 sotto la pressione di Unione Europea, FMI e BCE.

Dunque: non c’è solo una questione meridionale in Italia ma, a quanto pare, una questione meridionale europea. Sul piano economico, a introdurre la nozione di mezzogiornificazione nel bel mezzo della crisi è stato Paul Krugman, per segnalare il dualismo economico che caratterizza i rapporti fra i Paesi centrali e i Paesi periferici dell’euro-zona, la desertificazione produttiva che ha colpito il Sud Europa a fronte dell’intensificazione della produzione e della crescita occupazionale registratesi nelle nazioni economicamente più forti.

Di una simile impostazione è in fondo figlio anche il gran parlare che si è fatto in questi giorni di piani B e uscite dall’euro, di revisione delle regole di Maastricht e di Europa a trazione tedesca. Se però ieri il neo-ministro dell’Economia, Giovanni Tria, subito dopo il giuramento nel palazzo del Quirinale, ha rassicurato i partner europei, spiegando che nessuno in Italia vuole uscire dall’euro – anche se, ha subito aggiunto, questo non significa che non si debba rivedere l’architettura economico-finanziaria dell’Unione – è sul piano politico che è più complicato fornire analoghe rassicurazioni.

Il paesaggio politico è infatti profondamente mutato, ma è ancora ben lontano dal garantire stabilità. L’Italia, in questo senso, costituisce una sorta di laboratorio. Tutto è ancora in movimento, e probabilmente non c’è oggi nessuno disposto a scommettere con convinzioni sulle seguenti cose: che la legislatura durerà cinque anni; che se proprio cinque anni interi dovesse durare, vigeranno ancora, al termine, le regole politiche e istituzionali in vigore al principio di legislatura; che nei prossimi cinque anni non nasceranno nuove forze politiche, non si rimescoleranno nuovamente le carte, non si ridefiniranno alleanze e schieramenti.

Lega e Cinque Stelle rappresentano indubbiamente il cambiamento, ma, si dovrebbe aggiungere, l’ennesimo. I partiti che sono stati relegati all’opposizione non sono infatti partiti storici, di antica tradizione: anche se iscritti in Europa alle famiglie socialiste e popolari, sono partiti di recente formazione. Forza Italia, fondata nel ’94, è in realtà rinata frettolosamente pochissimi anni fa, dopo la fine del progetto unitario del Popolo della Libertà. Il Partito democratico ha invece soltanto undici anni, benché abbia già cambiato più e più volte segretario. Tutto si può dire, insomma, meno che si tratti di sigle politiche radicate in profondità nella storia del Paese. Contemporaneamente, sono naufragati tutti i tentativi di riforma costituzionale, fino al clamoroso insuccesso del referendum del dicembre 2016. E lo stesso assetto bipolare, che sembrava un dato acquisito della seconda Repubblica, è, di fatto, saltato.

Il raffronto con le esperienze greche e spagnole conferma la mezzogiornificazione politica. E con ciò intendiamo: il dato di instabilità politica, l’affanno crescente delle procedure democratiche, di frammentazione del quadro dei partiti. In Spagna, nonostante il ritorno del partito socialista al potere, la scena politica ha due nuovi protagonisti, la sinistra di Podemos e i centristi di Ciudadanos, con questi ultimi considerati ormai il primo partito (e una crisi catalana ancora da domare). In Grecia al potere è invece la nuova formazione di Syriza, che ha ridotto ai minimi termini la sinistra tradizionale del Pasok, e che però dovrà vivere pericolosamente l’anno che lo separa dalle prossime elezioni europee, con le opposizioni in piazza (compresa quella para-nazista di Alba Dorata).

Ora, si può certo ricondurre la dialettica politica a quella che oppone sovranisti a europeisti, o partiti anti-establishment a partiti pro-establishment: sia però il populismo la malattia o la cura, è evidente che la politica è fuoriuscita dai suoi contenitori tradizionali. E, come con il dentrificio, è quasi impossibile farcela tornare dentro.

C’è un’eccezione, però, nel Sud Europa. Non mediterraneo, ma atlantico: il Portogallo. Dove continuano ad alternarsi al potere i vecchi partiti socialista e socialdemocratico (aderente al partito popolare europeo). Quella è però chiaramente una storia diversa. L’ha raccontata, una volta, José Saramago. Il grande scrittore portoghese, futuro premio Nobel della letteratura, era su un treno italiano e conversava amabilmente con i vicini di scompartimento, finché uno di essi non gli chiese la sua nazionalità. Saramago propose loro di indovinarla, e i viaggiatori ci provarono, citando Paesi vicini e lontani, ma a nessuno venne in mente il Portogallo. Da quell’esperienza, e da altre simili vissute in Europa, Saramago trasse lo spunto per un romanzo, «La zattera di pietra», uscito nel 1986, che racconta di una penisola iberica che si stacca dal continente europeo e comincia a vagare per l’oceano atlantico.

Chissà: forse l’Italia non si staccherà mai dall’Europa. Ma, se mai dovesse essere, non sappiamo verso quali lidi uno scrittore può immaginare che il nostro Paese navigherebbe.

(Il Mattino, 2 giugno 2018)

I Cinquestelle all’inseguimento del Carroccio

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Le parole che Luigi Di Maio ha usato nelle ultime ventiquattro ore non lasciano molto margine all’interpretazione: i Cinque Stelle terranno alto lo scontro politico e istituzionale di qui al prossimo voto. Dimentichiamoci dunque del profilo conciliante mostrato nelle ultime settimane dal capo politico del Movimento. Finché ha potuto, Maio aveva provato a tenere una posizione la meno divisiva possibile: sembra ormai passato un secolo, ma c’è stato un tempo – solo qualche settimana fa – in cui la proposta di governo dei 5S aveva per base quel piatto insipido che il professor Giacinto Della Cananea era riuscito a preparare cercando un comune denominatore fra i programmi politici di tutte le forze politiche presenti in Parlamento. Uno schema edulcorato a tal punto che Di Maio, nel farlo proprio, poteva offrirlo contemporaneamente al Pd così come alla Lega.

Poi l’abbraccio fatale con Salvini e il suo spiccato antieuropeismo: di lì in avanti, le danze le ha condotte il leader della Lega, fino allo strappo finale. Logorato dalla necessità di far partire il tanto promesso governo del cambiamento, sul quale aveva puntato tutte le sue fiches, Di Maio ha dovuto seguire la testa d’ariete leghista fin sotto i bastioni del Quirinale, dove Salvini l’ha condotto prima di sferrare il colpo finale.

Ora però Di Maio si ritrova tra le mani due problemi non piccoli. Il primo riguarda proprio il rapporto con Salvini. Che gli ha rubato la scena, conquistando sempre maggiore popolarità e consenso sui propri temi, quelli dell’euro e dell’immigrazione. Che saranno anche, con tutta probabilità, al centro della prossima campagna elettorale. Per questo motivo Di Maio, che aveva avuto calde parole di stima per Mattarella, spingendosi sino ad affermare che sui ministri non c’erano discussioni in atto perché li avrebbe scelti il Presidente della Repubblica, ha dovuto mutare subitamente avviso, un minuto dopo la rottura: richiesta di impeachment, campagne online, manifestazione in piazza il 2 giugno, fino alla dichiarazione fine-di-mondo: “Faremo in modo che alle prossime elezioni non ci sia lo stesso Presidente”.

Evidentemente, Di Maio non può permettersi di tenere l’abito neo-democristiano che aveva provato a indossare dal giorno dopo le elezioni. Sul Colle era andato per fare la parte del poliziotto buono, lasciando alla Lega quella del poliziotto cattivo: per essere lui il pivot del nuovo sistema politico, in quanto esponente del partito che aveva preso più voti alle elezioni, che aveva dunque il maggior interesse a far nascere la «terza Repubblica» e che era dunque disponibile ad accollarsi le maggiori responsabilità.

Con la rinuncia del professor Conte, quel disegno è svanito. Quanta parte di calcolo e di premeditazione vi sia stata nell’irrigidimento della Lega non si saprà mai: Di Maio si porterà con sé il dubbio ancora a lungo. Il fatto è che però lo spartito su cui si svolgeranno le prossime elezioni vede ora il capo grillino costretto a inseguire il nazionalismo populista della Lega.

E forse a inseguire anche un altro leader. Perché l’altro problema Di Maio ce l’ha dentro il Movimento, con Alessandro Di Battista. Che partirà ancora per l’America, a quanto pare, ma tornerà precipitosamente quando si tratterà di votare un’altra volta. Grazie all’appoggio di Casaleggio, Di Maio aveva ricevuto il bastone del comando. E lo ha usato come ha creduto, vincendo le perplessità dell’ala ortodossa (quella accasatasi con Fico in cima a Montecitorio), costringendo Grillo a mordersi per qualche mese la lingua, mettendo soprattutto in standby Di Battista. Per quanto si sia affrettato a promettere che gli eletti torneranno tutti in Parlamento, perché si faranno le stesse liste, non è detto che gli riuscirà di tenere fermo e a lui ancorato il quadro politico interno. Per i tempi «interessanti» che Lega e Cinque Stelle promettono al Paese, non sarà meglio puntare sul movimentismo antagonista di Battista e sulla sua retorica infuocata, sempre a voce alta? Non ci sono elettori di sinistra da tener dentro, ora che il Movimento si è sbilanciato sulla destra, sposando la Lega? E non è Di Battista a interpretare con maggior vigore «le pulsioni esistenziali di un popolo che sta soffrendo»? Sono parole che Di Battista ha usato ieri, a «Otto e mezzo», mentre si augurava, senza alcuna ipocrisia, che Di Maio sia il capo politico del Movimento anche al prossimo giro. In effetti, Di Battista non pensa affatto di fare le scarpe a Di Maio. Ma le intenzioni soggettive sono una cosa, le condizioni oggettive un’altra. In questo Parlamento morto prima di nascere, Di Battista non c’è; nel prossimo invece ci sarà. In questo Parlamento, tutte le carte del Movimento erano in mano a Di Maio; nel prossimo, ci sarà anche la carta Di Battista, che qualcuno potrebbe decidere di calare sul tavolo. Fin qui il Movimento Cinque Stelle ha giocato ad una punta, da qui in poi potrebbe giocare con due punte, oppure fare qualche sostituzione a inizio della prossima legislatura. A un passo dalla storia, mentre già la stava scrivendo, Di Maio è stato ributtato indietro, e ora corre il rischio di ritrovarsi in un ruolo gregario: di Salvini da una parte, di Di Battista dall’altra. Per non fare questa fine, Di Maio deve tornare sulle barricate, e probabilmente gettare alle ortiche il lavoro di accreditamento nazionale e internazionale faticosamente svolto nei mesi scorsi. Se in gioco era la trasformazione del Movimento in forza di governo, beh: questo gioco è rimandato a data da destinarsi.

(Il Mattino, 29 maggio 2018)

L’ambizione che sola può salvare l’Italia

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In «Fatti e norme», il filosofo tedesco Jürgen Habermas distingue i discorsi pragmatici dai discorsi etico-politici. Nei primi, scrive, «noi verifichiamo la convenienza delle strategie d’azione partendo dal presupposto di sapere ciò che vogliamo»; nei secondi, invece, «ci accertiamo di una configurazione di valori partendo dal presupposto di non sapere ancora che cosa per davvero vogliamo». La discussione pubblica sul contratto di governo che Salvini e Di Maio si apprestano a firmare ha riguardato anzitutto gli aspetti pragmatici: quali strategie d’azione, sul presupposto che sia assodato ciò che i contraenti vogliono. Ieri, ad esempio, il Presidente di Confindustria, Boccia, rilevava che dal programma «non è affatto chiaro dove si recuperano le risorse per realizzare i tanti obiettivi e promesse elettorali». In effetti: non è chiaro. Però non è meno importante chiedersi che cosa veramente obiettivi e promesse elettorali riservano al nostro Paese. E cioè, per dir meglio: che Paese leghisti e grillini vogliono per davvero. È il discorso etico-politico che va esplicitato, e che riguarda la «configurazione di valori» o, come il filosofo dice in quella pagina, «l’autocomprensione politico-culturale di una certa comunità storica».

La comunità storica di cui parliamo è l’Italia, siamo noi. E l’Italia che il contratto di governo disegna è un’Italia tutta raccolta intorno a obiettivi di rivalsa, percorsa da uno spirito giustizialista, securitario e repressivo, intenta solo a difendersi da enormi ingiustizie (l’Europa) e apocalittiche minacce (l’immigrazione). Non che non sia un programma ambizioso, quello che le due forze politiche hanno scritto. Ma l’ambizione di cui Lega e Cinque Stelle danno prova non riguarda il futuro del Paese, ma solo un certo senso di giustizia sociale che verrebbe – alla buon’ora! – soddisfatto restituendo l’Italia agli italiani (qualunque cosa ciò significhi), elargendo con mani abbondanti il reddito di cittadinanza, liberando il cittadino dagli odiosi gravami del fisco, abolendo la vessatoria Legge Fornero, espellendo gli immigrati che o delinquono o ci rubano il lavoro.

Tutto ciò è stato ben ricapitolato ieri da Alessandro Di Battista, nel post indirizzato in modo vagamente minaccioso a un Presidente della Repubblica ancora esitante a conferire l’incarico al professor Conte, in cui si chiede «un governo forte, un governo capace di intervenire, se necessario con la dovuta durezza, per ristabilire giustizia sociale», A cosa alluda la durezza di cui parla Di Battista non è dato sapere, ma non credo sia errato riconoscere in quella locuzione anni di battaglie contro la casta, contro la corruzione, contro le élites, e dunque la convinzione che la giustizia sociale si ristabilisca per via di manette e calci nel sedere alla vecchia politica. A una maggiore giustizia non concorrono, evidentemente, una maggiore crescita economica, più alti livelli occupazionali, un nuovo disegno di politica industriale, la definizione di nuovi obiettivi per il sistema delle imprese. Non c’è nulla del genere, nel contratto. Non c’è una visione del futuro dell’Italia, un punto di vista sul nuovo mondo trasformato dalla rivoluzione tecnologica in atto, un’idea di come affrontare lo scenario globale. C’è però un’ossessione: Bruxelles, la Germania, l’euro, e il mito pericolosamente regressivo di una sovranità economica che aspetterebbe solo di essere riconquistata, raccolta da terra e scagliata finalmente contro i cattivi mostri della burocrazia e della finanza, europea e internazionale. La contrapposizione di una cattiva Europa della moneta, da scardinare, e di una buona Europa dello spirito e della cultura, da recuperare, è già stata esiziale in passato, e rischia di esserlo anche in futuro.

Si possono dunque esprimere perplessità più o meno grandi sui «discorsi pragmatici» contenuti nel contratto: la mancanza di coperture, la vaghezza di certi impegni, l’assenza di certi temi (primo fra tutti il Sud). Ma è sul discorso etico-politico che bisognerebbe che nel Paese di aprisse una vera discussione pubblica. C’è una sola morale della favola, in quel testo, ed è una morale reattiva, che fa da comune denominatore a populismi (contro le élites corrotte) e a nazionalismi (contro gli stranieri). Il che non vuol dire che non sia maggioranza nel Paese: le indagini del Censis sull’Italia del rancore di qualche mese fa attestano anzi il contrario. Ma non vuol dire nemmeno che non si debba provare a ribaltarla. Per farlo, però, c’è bisogno di un investimento di senso nuovo, di offrire un’immagine alternativa, di pari e anzi più grande ambizione. L’Italia giallo-verde è un’Italia tramortita dagli anni di crisi, che ora teme di giocarsi la propria partita nel vasto mondo, e che reagisce al declino incipiente tirando su il ponte-levatoio, diffidando della modernità, espellendo gli estranei. È un’Italia a cui sta bene fare come l’Ungheria di Orbán, o come la Polonia di Kaczyński. Paesi a guida nazionalista e populista incistati nel cuore dell’Europa, che, diciamolo en passant, non hanno l’euro e sono in netta crescita economica. La sfida, dunque, è reale. Solo perciò se si riesce a proporre l’idea di un’Italia più grande, più aperta, più cosmopolita, un’Italia che contrasta l’impoverimento provando a liberare nuove energie, a nutrire nuove aspirazioni, a investire sulle nuove generazioni, solo così si potrà riaprire una contesa vera sul domani che ci attende. Un discorso etico-politico nuovo, in cui l’autocomprensione della comunità nazionale sia daccapo rimessa in gioco, e aperta sul futuro.

(Il Mattino, 24 maggio 2018)