I Cinquestelle nell’angolo

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E uno, e due, e tre. Uno: le elezioni amministrative. Due: la nave Aquarius. Tre: l’inchiesta sul nuovo stadio della Roma. Tre pugni che rischiano di mandare al tappeto i Cinque Stelle. Il primo colpo lo sferrano gli elettori, spingendo il Movimento fuori dai ballottaggi nelle città in cui si è andati al voto domenica scorsa. Va bene che i grillini vanno più forti alle politiche; va bene che, confrontato con la precedente tornata amministrativa, l’esito è persino positivo, ma l’arretramento rispetto all’exploit del 4 marzo è troppo pronunciato per poterne sottovalutare il significato. Con la nascita del governo, in luna di miele sembra essere andato il solo Salvini, che viene premiato nelle urne, e dimostra pure di avere sempre a disposizione la carta dell’alleanza col centrodestra, il giorno che l’esecutivo giallo-verde dovesse colare a picco.

Il secondo colpo arriva con la chiusura dei porti italiani e lo scatto di orgoglio nazionale di fronte alle reazioni francesi. Salvini si prende tutta la scena. Toninelli, il ministro dei Trasporti da cui pure dipendono i porti, va a rimorchio; Conte, non pervenuto. E mentre la Lega non ha bisogno di temperare le sue prese di posizione con distinguo su normative internazionali, slanci umanitari ed altre tenerezze, Di Maio e i suoi procedono con molto maggiore imbarazzo, frenati da un pezzo del Movimento che vive male la svolta sovranista del governo. Nessuno, neppure il Carroccio, ha ovviamente una soluzione semplice tra le mani, ma qualcuno – Salvini, per l’appunto – ha in mano le chiavi della narrazione, le parole per intestarsi il tema e un piglio determinato che altri non hanno. Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare. Salvini è, in questo momento, il duro, e a giocare in effetti è quasi soltanto lui.

Come se non bastasse, e tre! A Roma arrivano gli arresti, e in carcere finisce quel Lanzalone, messo a capo della municipalizzata Acea, che all’ombra del Campidoglio risolve i problemi per conto della giunta Raggi. Sul piano politico, per l’amministrazione capitolina è un disastro. Dico sul piano politico, perché le inchieste giudiziarie imboccano spesso strade destinate a rivelarsi in seguito sentieri interrotti. Ma anche se il sindaco di Roma non c’entra nulla nelle condotte del suo assessore de facto allo stadio, non è certo una prova di efficienza, di conoscenza delle cose e di buon governo, quella che l’inchiesta restituisce. Se poi ai Cinque Stelle gli sfili – o almeno gli macchi – la bandiera dell’onestà, gli comprometti il linguaggio-macchina su cui gira il software del Movimento.

In queste condizioni, c’è da meravigliarsi che sia la Lega a indicare la via? Che le posizioni su fisco, immigrazione, Unione Europea siano dettate da Salvini, e che i ministri 5 stelle non abbiano quasi voce in capitolo (e, quando ce l’hanno, è sovrastata dal leader leghista)? Di Maio si è riservato i temi scottanti del lavoro e delle crisi industriali. Ha promesso il reddito di cittadinanza, che però va per ora rinviato, per ragioni tecniche (la riforma dei centri per l’impiego) e finanziarie (la gran quantità di risorse necessarie, se almeno lo si vuole dare all’intera platea dei possibili beneficiari). Prima che i Cinque Stelle possano sventolare qualche risultato tangibile, insomma, ne passerà di tempo. E intanto, sull’altro cavallo di battaglia del Movimento, la democrazia diretta: trovatelo un solo elettore disposto ad appassionarsi per cose come i referendum o il vincolo di mandato.

I media, naturalmente, seguono. Non è che Salvini è bravo, è che in questa fase (e finché non tornano le ragioni dell’economia) sono i temi leghisti a fare egemonia, come si sarebbe detto una volta. I dati forniti da Mediamonitor lo confermano: sui mezzi di informazione, Salvini è molto più presente sia del premier Conte che di Di Maio.

A questo punto, il leader del Carroccio ha un solo, vero problema: quello di non compromettere troppo presto l’equilibrio di governo. Ma finché i grillini porteranno pazienza, e Di Maio si contenterà di abbozzare per tenere unito il Movimento, la navigazione procederà così, almeno fino alla legge di Stabilità, e forse anche oltre: con Salvini a tracciare la rotta, e i grillini sottocoperta a remare.

(Il Mattino 15 giugno 2018)

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