Il grande fratello dei Cinque Stelle

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“La riforma Orlando era stata scritta con l’intento di impedire ai cittadini di ascoltare le parole dei politici indagati”: con questo giudizio, il ministro della giustizia, Alfonso Bonafede, ha fermato la riforma delle intercettazioni alle quali aveva lavorato il governo precedente, senza riuscire a completarne l’iter. Il Guardasigilli, per la verità, ha aggiunto anche dell’altro, ha detto che si trattava di una riforma bavaglio, e che la spinta a fare la riforma era venuta dal caso Consip. Ora, se le intercettazioni non fossero divenute negli anni un vero e proprio genere letterario, si potrebbe anche credere che di una diversa regolamentazione della gestione e diffusione delle intercettazioni non ci fosse alcun bisogno, e che Orlando si era inventato un’urgenza che, in realtà, non c’è. Ma non è così: sui giornali si legge da gran tempo di tutto e di più, indipendentemente dagli svolgimenti processuali, da eventuali rilevanze penali e dai diversi motivi possibili di coinvolgimento in un’inchiesta. Quanto al caso Consip, colpisce che il ministro ne parli come se da quelle indagini fossero venute chissà quali conseguenze per il Pd, per Renzi o per il governo. In verità, l’unica conseguenza degna di rilievo è la nomina dell’ufficiale Scafarto come assessore a Castellammare di Stabia.
Ma queste sono considerazioni minori. Caso Consip a parte, al cuore delle parole del ministro Bonafede sta la convinzione che i cittadini hanno diritto di ascoltare quello che i politici dicono: ma non in Parlamento o nei congressi di partito, bensì nelle conversazioni private, al telefono, nei loro uffici o nelle loro abitazioni. Una convinzione simile, così nettamente espressa, senza cautele di sorta, sembra provenire direttamente dalla sceneggiatura di un film ambientato al tempo della guerra fredda, quando oltre la cortina di ferro i regime comunisti avevano orecchie dappertutto, controllavano e intercettavano “le vite degli altri” in ogni momento della giornata. La differenza c’è, naturalmente: lì erano i politici che spiavano i cittadini, qui si vuole che siano i cittadini a spiare i politici. Ma, nell’uno e nell’altro caso, non si tratta di democrazia, non si tratta dello Stato di diritto né dei principi fondamentali di una civiltà liberale, bensì della loro negazione.
L’idea sottesa è che se non hai nulla da nascondere non hai neppure nulla da temere se le tue parole finite in qualche intercettazione privata – magari riferite da terzi chissà a chi e per quali propositi – siano rese di pubblico dominio, in nome di un superiore interesse a sapere (ma a sapere che? Pure i  pettegolezzi o le maldicenze?). Invece è esattamente il contrario: io ho tutto da temere dal fatto che le mie parole vengano riproposte da altri e in contesti diversi da quelli in cui sono state proferite. Platone, che non doveva essere uno sprovveduto, non si fidava della trascrizione delle sue parole da parte dei suoi stessi allievi, per quanto fedele fosse la loro riproduzione, perché una volta trascritte non sapeva più che fine avrebbero fatte né avrebbe più potuto difenderle: figuriamoci come si sarebbe inalberato se qualcuno gli avesse messo una cimice sotto la cattedra. Il ministro pentastellato, invece, sembra sposare una filosofia dell’intercettazione universale, come se nessuno avesse mai inventato la distopia del grande fratello né spiegato quale incubo sia una casa totalmente di vetro, dove tutto sanno tutto di tutti. Come se, sia consentito di aggiungere, dopo aver esordito con l’ossessione dello streaming, i Cinque Stelle non avessero serrato porte e finestre, cercando di erigere una robusta barriera al riparo della quale tenere riunioni, prendere decisioni, decidere nomine, regolare conti e, in generale, fare politica. Tutte cose che sarebbe interessante sapere come si svolgano: e allora perché non ce le fanno sapere?
Il punto, infatti, è questo: la riforma Orlando non frena le inchieste, non limita le intercettazioni come strumento di prova, ma prova solo a mettere qualche filtro perché non tracimi tutto indiscriminatamente sui giornali. Se una critica le si può muovere, è se mai che è un po’ blanda e rischia di risultare inefficace. Se la si blocca con la motivazione che i cittadini devono sapere, vuol dire che ci si preoccupa non delle attività di indagine o dei poteri della polizia giudiziaria, ma di mettere a disposizione della pubblica opinione qualunque materiale sia stato raccolto, finisca o no nelle carte del processo. In questo modo non si rende un buon servizio al Paese, al funzionamento delle istituzioni, al dibattito pubblico, all’ethos democratico. Ma si sa: i Cinque Stelle hanmo costruito un pezzo del loro successo politico ed elettorale sul discredito della Casta, e non possono  rinunciarvi senza perdere la fiducia di un pezzo della loro base, cresciuta a pane e risentimento nei confronti della politica. Di svelenire il clima, purtroppo, se ne parla al prossimo giro.
(Il Mattino, 25 luglio 2018)

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