Le ragioni dell’economia e della politica

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Che succede, dopo Genova? Sulla strada della formazione del nuovo Esecutivo, l’incidente Savona aveva costretto la nascente maggioranza giallo-verde a fornire qualche rassicurazione in più circa le proprie intenzioni. Gli accenti fortemente critici nei confronti di Bruxelles e dell’egemonia tedesca sull’Europa non dovevano essere intesi come l’espressione della volontà di uscire dall’euro. La scelta di Giovanni Tria al ministero dell’Economia aveva il significato di fornire garanzie sulla volontà di preservare la tenuta dei conti pubblici, nonostante l’ampio programma di spesa – dal reddito di cittadinanza alla flat tax, passando per l’abolizione della Fornero – contenuto nel contratto di governo.

Ebbene, il disastro di Genova sembra aver impresso una nuova direzione alla compagine governativa, più vicina ai propositi iniziali. L’incolumità degli italiani non può essere sacrificata in nome del rigore. Gli investimenti pubblici necessari all’ammodernamento infrastrutturale e alla messa in sicurezza del territorio non possono essere sottoposti al diktat di Bruxelles. La revoca della concessione ad Autostrade non può essere subordinata a ragionieristiche analisi di costo. E così via: al di là dei toni e delle dichiarazioni più o meno opportune rilasciate sull’onda dell’emozione, e dell’indignazione, la maggioranza pare essersi convinta definitivamente che la politica ha le sue ragioni, e se l’economia non le riconosce, allora tanto peggio per l’economia.

Ovviamente, il significato della parola d’ordine che ha impresso il suo sigillo a questa fase – prima gli italiani! – non va inteso come se, in nome della Nazione, si fosse disposti a mandare sottosopra le finanze del Paese. Anzi: la tesi è che, proprio al contrario, privarsi della sovranità sulla moneta, seguire pedissequamente i dettami europei, imporsi l’amara medicina del rigore finanziario, prendere per oro colato tutto quello che veniva da Bruxelles ha impoverito l’Italia. Lungi dall’irrobustirne la tempra, ne ha fiaccato la fibra. Questo governo si è dunque proposto di invertire decisamente la marcia, ed è anche confortato dal fatto che vede crescere il suo consenso ogni volta che rende più esplicita e più pronunciata la volontà di rottura rispetto al corso delle politiche degli ultimi anni (e, va da sé, anche ogni volta che prende le distanze dai protagonisti di quella stagione).

Ora, però, un conto è il consenso popolare che legittima e dà forza alle prese di posizioni giallo-verde; un altro sono i margini di manovra effettivi che questo governo ha dinanzi. Quei margini possono forse essere un poco ampliati, e una retorica intransigente (populista: osiamo la parola) può essere adottata allo scopo; ma non possono certo essere cancellati d’un sol tratto, grazie a un bagno di folla. Questa prova di realtà non è ancora venuta, e ad essa non ci si prepara soltanto mettendo le mani avanti, alimentando cioè timori e preoccupazioni circa quel che ci aspetta a settembre: lo spread che sale, le agenzie di rating che declassano l’Italia, le mire occhiute degli speculatori che ci azzannano per la giugulare, la Bce che volta le spalle e non viene più in nostro soccorso, e via evocando fantasmi. Il capitale di fiducia di cui un Paese gode sui mercati e nel consenso internazionale è una risorsa preziosa, e soprattutto è una risorsa limitata. Prima di gettarsi nella mischia con l’elmetto calato occorre pensarci bene. Il primato della politica è una cosa, il misconoscimento del principio di realtà un’altra.

Eppure, c’è qualcosa, nel modo in cui si è mossa l’opinione pubblica dopo i fatti di Genova, che somiglia più alla costruzione di un alibi, che non a una meditata riflessione sulle strategie da adottare. È per l’appunto il credito dato all’idea che non si diano condizioni sotto le quali debbano essere definite le scelte fondamentali del Paese: in tema di flussi migratori come in tema di flussi finanziari. Ma se nel primo caso a soffrirne sembra essere solo la coscienza civile (per quanto anche il saldo demografico sia una questione economica di primo peso), nel secondo caso a finire sotto pressione è l’equilibrio dei conti pubblici. Se la strada scelta non è quello di farlo saltare, per ricominciare da un’altra parte – per esempio: con un’altra moneta –, allora forse non è inutile mandare ogni tanto qualche robusto segnale che, oltre a revocare costi quel che costi, oltre a nazionalizzare costi quel che costi, oltre a fare qui e a non fare là ponti e ferrovie (sempre: costi quel che costi), ogni tanto un occhio a questi benedetti costi, e all’indirizzo generale di politica economica, questo governo non dimentica di darlo.

(Il Mattino, 21 agosto 2018)

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