Se i giovani che emigrano non sono un’emrgenza

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Uno tsunami: è in questi termini che Svimez presenta ormai da tempo i dati che riguardano la demografia nel Mezzogiorno. Uno tsunami, oppure una desertificazione crescente: una metafora non dice meglio dell’altra che cosa accade da anni, e cosa conferma anche il Rapporto 2018, anticipato ieri alla stampa.

E subito il paradosso si fa stridente: di cosa dovremmo anzitutto preoccuparci, dei migranti che a migliaia arrivano in Italia dal mare, o non piuttosto delle decine e decine di migliaia di meridionali che ogni anno lasciano il Sud?

Il benaltrismo, com’è noto, è un modo di svicolare dai problemi, e quindi val poco dire che ben altre sono le emergenze. Quindi: si consideri pure un grande motivo di preoccupazione i flussi migratori incontrollati. Però per chi ha responsabilità di governo, ma più in generale per la classe dirigente di questo Paese, qualcosa dovrebbe pur significare la fuga di quasi due milioni di cittadini italiani, che nel giro degli ultimi 16 anni hanno lasciato il Mezzogiorno.

16 anni vuol dire che c’entra, naturalmente, la crisi economica e finanziaria del 2007-2008, ma vuol dire pure che l’esodo è cominciato prima, che i ritardi dell’economia italiana e il divario fra il Nord e il Sud, che ha ripreso negli ultimi decenni ad allargarsi, gravano da prima e da più tempo.

E chiamano in causa la storia di questo Paese, il modo in cui la questione meridionale è lentamente ma inesorabilmente scivolata fuori dai radar della politica italiana nell’ultimo quarto di secolo. Al punto da venire a noia, da essere percepita come una fastidiosa litania che si ripete stancamente sempre uguale a se stessa. E invece le cose non sono uguali, e anzi negli ultimi anni sono peggiorate. Così, uno dei motivi di fondo dell’identità repubblicana post-bellica, uno dei fondamenti della sua stessa legittimazione democratica, è, di fatto, venuto meno. Gli stranieri, da questo punto di vista, non c’entrano per nulla.

Dallo Stato unitario in poi, il Mezzogiorno è stato infatti interessato da un’emigrazione massiccia, sia interna, verso il Nord del Paese, che esterna, verso il Nord Europa e le Americhe. Negli ultimi decenni del Novecento questo continuo depauperamento di risorse umane, di energie intellettuali, di forza lavoro si era però arrestato, ed era divenuto possibile immaginare un’ipotesi di sviluppo fondata anzitutto sulla capacità di trattenere i giovani al Sud. Con la seconda Repubblica, il segno si è tuttavia un’altra volta invertito: bassa natalità ed emigrazione hanno depresso nuovamente la demografia meridionale. E, certo, il crollo degli investimenti pubblici non facilita le cose. Se non ci sono asili nido e mense scolastiche, è più difficile convincere le coppie a far figli. E se non c’è lavoro, è un’impresa proibitiva convincere i giovani a rimanere.

La drammaticità della situazione è tuttavia avvertita molto poco dall’opinione pubblica. Che vive l’attuale momento come una crisi demografica acuta, dalla quale vorrebbe tuttavia difendersi solo chiudendo la porta di casa. Senza rendersi conto che dietro quella porta le stanze rischiano di rimanere vuote, o poco popolate.

Ora, però, non vorremmo aggravare i toni di un nazionalismo già di suo montante (prima gli italiani!) suggerendo che bisogna sì fermare l’invasione e reagire alla strisciante sostituzione etnica in corso facendo più figli, premiando le famiglie numerose e le coppie più prolifiche. Vorremmo, piuttosto, invitare a considerare gli squilibri interni, le differenze territoriali, i fattori diseguali che insistono sull’economia del Paese, e che portano sempre più meridionali a riprendere la valigia. Non c’è Stato nazionale che sia nazionale sul serio, che non affronti in primo luogo questo dato.

Il Ministro del Mezzogiorno, Barbara Lezzi, ha tratto dai dati dello Svimez, motivo per insistere con forza sull’introduzione del reddito di cittadinanza. Può darsi sia la ricetta economica giusta, anche se personalmente ne dubito: sarei molto più confortato se gli investimenti infrastrutturali al Sud crescessero in misura significativa (prevista peraltro per legge), se si varasse un grande piano di rigenerazione urbana, se si riqualificasse la Pubblica Amministrazione, se si puntasse in modo deciso sulla decontribuzione per nuovi assunti.

In ogni caso, quale che sia la strada che verrà percorsa, bisogna sapere che, nel lungo periodo, due grandi fattori portano con sé il tanto agognato cambiamento: uno è la tecnologia, l’altro è la demografia. L’economia sta in mezzo, e prova a combinare le cose in modo che quei fattori diano il massimo prodotto. Ma per l’appunto: non c’è moltiplicazione che tenga, se i fattori mancano.

(Il Mattino, 3 agosto 2018)

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