Heidegger e i “Quaderni neri” antisemiti:

Come leggere Heidegger? Entro quale contesto: filosofico, politico, storico, biografico? La recente pubblicazione dei Quaderni neri ha costretto a riaprire il dossier dei rapporti del «mago di Messkirch» con il nazismo. Per volontà dello stesso filosofo, che scelse di inserire gli appunti e le riflessioni di questa specie di diario filosofico lungo quarant’anni in chiusura dell’edizione dell’opera completa. Le annotazioni tenute negli anni cruciali dell’ascesa di Hitler al potere, e subito dopo la sua caduta, hanno però riproposto non solo la questione del grado di compromissione del filosofo, e del suo pensiero, con il regime nazista, ma anche quella, ancor più scottante, dell’antisemitismo. A lungo, la linea prevalente è stata quella di addurre, a discolpa di Heidegger, i suoi buoni rapporti personali con allievi e colleghi ebrei, e la distanza dichiarata dal grossolano biologismo dell’ideologia nazionalsocialista. I Quaderni neri, tuttavia, non consentono più di dire – come si è detto e ripetuto in passato – che non si ritrova nella sua opera una sola frase antisemita. E la domanda così si ripropone: incidenti biografici, miserie umane, stereotipi mal digeriti, oppure temi di rango filosofico che chiamano in causa i fondamenti stessi della ratio filosofica dell’Occidente – come ha sostenuto, portando solide argomentazioni, Donatella Di Cesare?

Eugenio Mazzarella, tra i più noti e apprezzati studiosi di Heidegger, dedica il suo ultimo libro (Il mondo nell’abisso. Heidegger e i Quaderni neri, Neri Pozza, pp. 110, € 12,50) al «teatro filosofico» allestito con l’uscita dei Quaderni. E la tesi che accoglie è quella già formulata da Friedrich Wilhelm von Hermann e Francesco Alfieri, secondo i quali i concetti sotto i quali Heidegger conduce la critica dell’«ebraismo mondiale» – pensiero calcolante, razionalità puramente strumentale, oblio della questione dell’essere, sradicamento e mancanza di suolo, riduzione dell’intero dell’ente a mera compagine macchinica – descrivono in realtà un più generale spirito della modernità, e non scaturiscono quindi dall’antisemitismo del pensatore quanto piuttosto da una riflessione sull’epoca nel suo insieme.

Dire che ne va dell’orizzonte storico-destinale del nostro tempo non vuol dire, però, ignorare, o  «dare per tacitabili – anzi – le ricadute politico-ideologiche di una struttura di pensiero». Quelle ricadute vi furono, evidentemente. E non furono teatro. Ma dopo l’abbaglio dell’adesione al nazionalsocialismo, quello che per Mazzarella si ebbe, in mezzo a frustrazioni personali e delusioni esistenziali, fu piuttosto una «contrapposizione di principio al mondo nella sua totalità», un «disimpegno sempre più apocalittico», una sorta di «abbuiamento gnostico», di cui i Quaderni recano consistente traccia.

Con il che Mazzarella non si schiera né con i «detrattori politici» che negano a Heidegger rango filosofico, né con i «difensori politici a priori», che negano invece l’evidenza dei fatti, cioè il legame non episodico con il nazismo. Ma esso viene in certo modo circoscritto «all’impianto della storia dell’essere heideggeriana impregnata di destino», che domina la «crisi ontologica» degli anni Trenta e Quaranta, e lascia dunque impregiudicato l’interesse per la fatticità dell’esistenza del primo Heidegger così come il pensiero della tecnica che occupò, forse ossessionò i suoi ultimi anni, temi e problemi che, secondo il filosofo napoletano, meritano tuttora di essere ampiamente ripresi e discussi.

(Il Messaggero, 9 settembre 2018)

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