Il caso Cosentino e i paradossi della Giustizia

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Ventiquattro ore prima una condanna, ventiquattro ore dopo un’assoluzione. Prima la condanna per un reato commesso in carcere, dopo l’assoluzione dall’imputazione per la quale era finito in carcere: la storia giudiziaria di Nicola Cosentino si arricchisce di un nuovo capitolo, non certo il più lineare. Se però scomodiamo l’aggettivo kafkiano, che secondo i dizionari va usato per le situazioni assurde e incomprensibili in cui si impiglia a volte l’esistenza umana, facciamo probabilmente un torto sia allo scrittore praghese che al politico casertano. Perché il caso Cosentino è perfettamente comprensibile e niente affatto assurdo. Già deputato per quattro legislature, in Parlamento ininterrottamente dal 1996 al 2013, Cosentino è stato a lungo il principale referente politico di Forza Italia in Campania, nonché sottosegretario all’Economia nel 2008, quando cominciarono a piovergli sul capo le accuse assai gravi, per le quali ha poi rimediato diverse condanne in primo grado. Una volta si diceva: un politico chiacchierato. Ma quanto valgono le chiacchiere? Quale peso bisogna dare ad esse, e chi deve dare questo peso? A leggere le cronache di quegli anni, le polemiche sui giornali e le intricate (e lunghe, soprattutto lunghe) vicende giudiziarie, si ricava ancora una volta l’impressione che il nostro Paese non dispone più di alcun filtro efficace tra le chiacchiere e le forme processuali: le fonti di prova, i dibattimenti, le sentenze. In mezzo le misure cautelari, quelle veramente decisive, che di fatto determinano l’uscita di scena del politico di turno. Questa è la storia, così come si ripete troppe volte. È la storia di un Paese che ha di fatto rinunciato al principio della presunzione di innocenza. Alzi la mano chi, oggi, è disposto a considerare Cosentino innocente: con tutto quel che si dice su di lui? Con tutto quello che è emerso dalle indagini? Con le cose che gli accusatori hanno detto sul suo conto (accusatori che ora, per l’inchiesta “carburanti”, rischiano di finire a processo a loro volta)? La distanza fra i “si dice” e i verdetti è caduta. Non solo, ma tutto avviene come se, essendosi formata negli inquirenti l’opposta presunzione della colpevolezza, fosse quella a orientare, anzitutto nel sentimento comune e nell’opinione pubblica, l’intera vicenda. È lì, infatti, che si presentano le accuse, che solo dopo verranno portate davanti a un giudice, ed è lì che viene in pratica inflitta la condanna, comunque vadano a finire poi le cose nell’aula di giustizia.

Nel caso di Cosentino, poi, c’è quel tocco di paradossalità in più, per cui la detenzione, che non avrebbe dovuto scontare, è proprio quella che lo ha spinto alla commissione del reato (corruzione di guardia carceraria). Prima si sconta la pena, insomma, poi arriva la condanna; per di più, la pena non è per il reato per il quale arriva la condanna, e la condanna è per il reato che è stato commesso mentre si scontava la pena. È l’aspetto per il quale uno pensa a Kafka, a disquisizioni metafisiche su una legge che ti fa essa stessa colpevole, per poi punirti.

Ripeto, però: non mi pare quest’ultimo l’aspetto determinante, benché sia persino drammatico sotto il profilo personale. Il fatto sostanziale è quello che riguarda la vita pubblica: una politica che rimane permanentemente sotto lo scacco della giustizia, e una giustizia che usa la politica come cassa di risonanza per le proprie inchieste, senza andare troppo per il sottile soprattutto quando il clima è – come dire? – favorevole. Da una parte, la giustizia diventa – certo con un grado di consapevolezza diverso nei diversi protagonisti – una continuazione della politica con altri mezzi; dall’altra, la politica diventa per la giustizia un mezzo un po’ spiccio per la costruzione di posizioni professionali.

Diventa, o può diventare. Ma avremmo forse bisogno di qualche rassicurazione in più sul fatto che queste dinamiche siano a tutti non solo ben presenti ma anche da tutti energicamente contrastate. E invece accade, come ha sottolineato Marco Demarco, che arrivi praticamente insieme al giudizio su Cosentino anche l’assoluzione – l’ennesima – per Clemente Mastella. Un pezzo di storia politica della Campania e dell’Italia smontato da inchieste giudiziarie finite in nulla. Non si contano i vituperi, non si contano le assoluzioni: ma sulla bilancia della giustizia non pesano, purtroppo, allo stesso modo.

(Il Mattino, 18 settembre 2018)

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