La severità che aiuta i giovani a rischio

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E poi c’è il Paese reale. Ci sono i tassi di dispersione scolastica e quelli sulla disoccupazione giovanile, e le stese, e un contesto sociale e ambientale che non fa solamente da sfondo ai continui episodi di criminalità, ma tra piazze e vicoli, caschi e motorini, balconi e marciapiedi, saracinesche arrugginite e capannoni abbandonati, vecchi quartieri del centro e case popolari in periferia, vive e muore ad ogni nuovo scoppio di violenza. Sempre più virulenta e diffusa.

Richiamare l’attenzione su Napoli, sulla condizione minorile, sull’intreccio fra questione minorile e questione sociale, questione sociale e questione criminale è dunque doveroso, e la riunione in città del plenum del Consiglio Superiore della Magistratura (una prima volta assoluta) è sicuramente un segnale importante da parte delle istituzioni. Sarebbe un segnale ancora più forte – come ci auguriamo – se non venisse trascinato in sede politica, in un vortice di polemiche, in un palleggio di responsabilità, in una scia di dichiarazioni che si limiterebbero a coprire il fenomeno da un punto di vista mediatico, lasciando però inalterati i fatti.

Il vice Presidente Legnini e il procuratore generale Riello hanno detto cose molto sagge: che c’è bisogno di un’azione di coordinamento fra le istituzioni, che ci vuole, ma da sola non basta, l’inasprimento dell’azione repressiva, che la camorra non si combatte con risposte meramente emergenziali. Occorre insomma una consapevolezza diversa, un impegno continuo, e strategie di medio-lungo periodo: quelle che i tempi sempre più corti della politica fanno fatica ad adottare. Ma devianza e criminalità vanno affrontate dal punto di vista legislativo e della sicurezza, intensificando il controllo del territorio e il contrasto all’illegalità, senza al contempo trascurare di mettere mano a un’opera più vasta: di riscatto culturale, di riqualificazione ambientale, di ricucitura del tessuto economico e sociale della società. Non togli una pistola dalle mani di un ragazzino se non lo togli anche dalla strada.

E, a volte, anche dalla famiglia. Il provvedimento tanto sollecitato e tanto discusso di sospensione della patria potestà dei camorristi – che, com’è stato spiegato, non deve scattare se non in situazioni-limite – va sostenuto. Non è una prevaricazione sulle famiglie, ma l’esercizio di una tutela del minore che rientra tra i compiti essenziali dello Stato. Non è figlio di una cultura autoritaria, punitiva o addirittura vendicativa, ma è perfettamente in linea con una tradizione giuridica che riconosce garanzie fondamentali a difesa dei soggetti più deboli. Abbiamo fortemente indebolito l’idea che lo Stato possa o debba intervenire «in ultima istanza» in settori diversi della vita associata, ma in questa materia non è possibile, lo Stato non può ritrarsi dal dovere di sottrarre il minore dal microcosmo criminale in cui vive in anni decisivi per la sua formazione. Quando si dispone della vita delle persone, bisogna che ogni potere sia esercitato con la massima cautela, secondo tutte le previsioni costituzionali (per la nostra Carta, la famiglia è pur sempre una società naturale pre-politica, di cui vanno riconosciuti i diritti), ma il fondamento di quell’esercizio sta in ciò, che esso dà non meno, ma più libertà al minore: lo strappa alla «seconda natura» criminale che rischia di consegnarlo a un destino già scritto.

Lo stesso si deve dire della maggiore severità nei confronti dell’abbandono scolastico. È uno scandalo che l’obbligo scolastico sia così impunemente eluso, nella nostra Regione in particolare, e che il contrasto al fenomeno non sia considerato una priorità assoluta per qualunque governo, di qualunque colore politico. A cosa potrà mai servire il famoso esercito di maestri elementari invocato dallo scrittore siciliano Gesualdo Bufalino per sconfiggere la mafia, più decisivo delle stesse forze dell’ordine, se quei maestri, una volta reclutati, si dovessero trovare in aule semi-deserte? Poi ci vorrà altro, sicuramente: ma se c’è un ambito in cui vale la formula «tolleranza zero» è quello che riguarda la frequenza scolastica. A fianco della famiglia è la via che lo Stato nazionale ha scelto per costruire sapere e cittadinanza: al momento, non ce n’è un’altra. Rinunciarvi, è rinunciare ad essere comunità. E là, dove il disagio sociale e le difficoltà economiche sono più grandi, più grande ancora è il vuoto che viene lasciato.

(Il Mattino, 12 settembre 2018)

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