Archivi del giorno: ottobre 10, 2018

Che cosa manca all’europeismo per essere davvero efficace

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Esiste un popolo europeo? No. Si può fare uno stato senza un popolo? No. Dunque non si può fare dell’Unione europea uno stato. Fine dell’europeismo? Sì, se non c’è altra soluzione all’infuori di quella statale. No, se esiste un’altra soluzione: quella dell’Unione federale. Il decoupling al quale Sergio Fabbrini ha dedicato lo scorso anno un libro (“Sdoppiamento. Una prospettiva nuova per l’Europa) prospetta questa ipotesi: che si possa distinguere e separare l’Europa del mercato unico da un’Europa politica.

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I 5 stelle e i riformisti al bivio

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Numeri che fan tremar le vene e i polsi, l’Unione Europea che manifesta la sua contrarietà, i timori per le valutazioni delle agenzie di rating, le preoccupazioni per lo spread. Vedremo come andrà a finire. Intanto, però, la maggioranza tiene duro. E a tenere sono soprattutto i Cinque Stelle, decisamente più esposti nella difesa delle misure di spesa che costituiscono il piatto forte, se non esclusivo, di questa manovra. A cominciare dal reddito di cittadinanza, la più onerosa di tutte, ma anche quella che si è caricata di maggior valenza simbolica.
Nelle intenzioni iniziali, anzi nel nome stesso, doveva trattarsi di una misura di carattere universalistico. Sei cittadino? Hai diritto a un reddito di base. Economisti radicali, come il belga Philippe van Parijs, che propugnano da trent’anni e più l’idea di un reddito minimo universale e incondizionato, hanno sostenuto che, in generale, l’accertamento di condizioni alle quali erogare il reddito si traduce inevitabilmente in una trappola per chi a quelle condizioni finisce in questo modo col rimanere vincolato: pur di non rinunciare al reddito, si preferisce restare nelle condizioni di svantaggio alle quali si ha diritto al sussidio. Se poi, in particolare, la condizione è la disponibilità ad accettare offerte di lavoro pur che siano, tra gli effetti non può non esservi un indebolimento della posizione del lavoratore sul mercato del lavoro. Per far passare il provvedimento e farlo stare nei 10 miliardi stanziati (in campagna elettorale la stima più prudenziale ne indicava 17, di miliardi), i Cinque Stelle hanno dovuto tuttavia accettare ulteriori rimodulazioni: restringendo la platea, vincolandolo all’accertamento di determinate condizioni economiche di svantaggio, dandogli per lo più il peso di un’integrazione al reddito, limitandone l’utilizzo sia nell’accesso ai beni acquistabili che nel tempo in cui il percettore potrà eventualmente fruirne.
Ciononostante, Di Maio e i grillini difendono – come dicevo prima: fin nel nome – la filosofia originaria del reddito di cittadinanza. Che per loro significa: spread o non spread, Europa o non Europa, mercati o non mercati, la politica deve fare premio sull’economia. In certo modo, il reddito di cittadinanza vale per i pentastellati come una variabile indipendente: quello che una volta, in altre stagioni di rivendicazione politica e sindacale, doveva essere il salario. Come la soddisfazione di una richiesta di aumento salariale non doveva essere vincolata (in linea di principio, se non di fatto) a inaccettabili considerazioni sulla sua sostenibilità, così ora l’adozione di un reddito di cittadinanza non deve essere subordinato al giudizio di un’agenzia di rating, o di un commissario di Bruxelles, o di Mario Draghi e della Merkel. La fraseologia è cambiata, e anche il punto di applicazione, ma il senso che si vuole dare al provvedimento non è molto diverso, anche se poi, nei fatti, si cercano forme di riduzione del danno o, se si vuole, di mediazione  – ragionevole o irragionevole che sia.
È per questo che la manovra così fortemente voluta dai Cinque Stelle pone alla sinistra una domanda cruciale, che va molto al di là delle schermaglie congressuali, dei posizionamenti tattici e delle rivalse personali. Perché non vi è dubbio che, sul piano almeno della politica economica, i Cinque Stelle sostengono una parte che in passato è stata assunta dalla sinistra massimalista, nelle sue varie declinazioni. Certo, è una parte dalla quale il centrosinistra si è progressivamente allontanato: votando a favore dell’Unione Europea, pilotando l’ingresso nella moneta unica, sostenendo riforme pensionistiche e giuslavoristiche in cui né le pensioni né i posti di lavoro conservavano più, neppure simbolicamente, il valore di una variabile indipendente.
Ora la questione ritorna, con l’ingombro però del 30% circa di consensi raccolto dai Cinque Stelle. E l’urgenza di una scadenza elettorale – quella delle europee – che impone ai democratici di definire con nettezza il proprio profilo ideologico, prima ancora che politico. E dunque: si tratta di ristabilirsi sul terreno che i pentastellati hanno reso di nuovo praticabile, e di archiviare come una parentesi l’europeizzazione democratica e liberale perseguita (a volte persino con qualche eccesso di zelo) dalle leadership riformiste, o di considerare definitivamente spezzato il cordone ombelicale con la sinistra novecentesca? Forse questa seconda strada è oggi decisamente più stretta e impervia: è la strada ostruita dall’insuccesso del referendum del 2016 e poi dal fallimento del 4 marzo. Ma lungo la prima strada quale spazio politico ci sarebbe, vista l’identificazione profonda, di durata più che ventennale, del Pd e prima ancora dell’Ulivo con la stagione delle riforme? Non è dopo tutto ancora da questo lato che il centrosinistra dovrà, nonostante i rovesci dell’ultima stagione, provare a reinventarsi, o pensa di poter ripartire fianco a fianco col populismo moraleggiante e giustizialista di Di Maio?
(Il Mattino, 7 ottobre 2018)

L’ipoteca giudiziaria estinta e il buon governo che serve

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Ha senso introdurre, nel già vasto corredo del mondo, una lista di «fatti negativi», cioè di cose che «non» si verificano? Domanda astrusamente filosofica, però pertinente, a commento della giornata di ieri: non è forse un fatto che De Luca non è stato sospeso dalla carica di Presidente della Regione Campania, grazie all’assoluzione nel processo Crescent? E questo fatto negativo non è forse denso di conseguenze? Una condanna avrebbe certamente cambiato il corso della politica campana. De Luca sarebbe finito fuori gioco, e forse la consiliatura non sarebbe arrivata alla sua scadenza naturale. Per il centrosinistra, già ridotto ai minimi termini dopo l’ultimo, disastroso esito elettorale, le chance di successo si sarebbero ridotte al lumicino. Adesso invece lo scenario è completamente diverso, e i mesi prossimi si presentano sotto tutt’altra luce.

Certo, dovrebbe far riflettere che, in nome della lotta alla corruzione, sia entrata in vigore in Italia una legge con ricadute così dirompenti sul funzionamento delle istituzioni e sullo stesso gioco democratico: la sospensione può infatti scattare dopo una condanna in primo grado (per un semplice abuso d’ufficio: anche questo conta), che nei successivi gradi di giudizio può ben essere rovesciata. Quando però è tardi, e gli effetti di misure accessorie così abnormi si sono già prodotte. Stavolta non è andata così: la politica campana ha ballato pericolosamente sul filo della legge Severino per qualche settimana, prima che il verdetto mandasse assolti De Luca e tutti gli altri co-imputati. Tutti.

Orbene, inasprire le pene, costruire in via emergenziale legislazioni speciali, accumulare interventi ai limiti del dettato costituzionale – come la Severino o, da ultimo, l’inibizione per i corrotti dell’accesso a gare pubbliche vita natural durante, voluta dal nuovo governo – sono tutte norme portate da uno stesso vento giustizialista, che soffia da tempo e che oggi è persino più impetuoso di sei anni fa, quando fu approvata la legge Severino. Lo spazio di riflessione critica, se non di ripensamento, rimane tuttavia assai esiguo.

De Luca, dunque, resta in sella. Ha dinanzi a sé un anno e mezzo di governo: dalle ecoballe alla sanità, dal piano per le assunzioni nella pubblica amministrazione alle prossime Universiadi, sono molti i dossier aperti, sui quali si tirerà a fine mandato un bilancio dell’attuale esperienza, ed è ragionevole ritenere che l’orientamento dell’elettorato sarà in grande parte deciso dal giudizio che verrà dato sulla qualità dell’azione amministrativa. Il voto cadrà del resto nel 2020, e fare oggi previsioni su come sarà il panorama politico fra 20 mesi circa è veramente arduo. La maggioranza giallo-verde promette di durare per l’intera legislatura, ma non è detto affatto che le cose andranno davvero così. Di mezzo ci sono le elezioni europee e un risultato che non è detto premi in egual misura i contraenti del governo del cambiamento: le conseguenze di una crescita impetuosa della Lega sugli equilibri politici nazionali sono imprevedibili. Di mezzo c’è, per la stessa ragione, la possibile ricomposizione del centrodestra, soprattutto se il motore a due cilindri dell’attuale esecutivo dovesse, per qualche motivo, ingolfarsi. E di mezzo ci sono, per l’appunto, i possibili incagli: una navigazione che, sui mercati e nel rapporto con l’Unione europea, non promette affatto di essere tranquilla. Come dunque prevedere che centrodestra sarà quello del 2020, oppure dove saranno, a quella data, i Cinquestelle? Lo stesso Pd, peraltro, si avvia a fare del rapporto con i grillini un tema della prossima assise congressuale. E pure questo non si può sapere: che Pd sarà, e che centrosinistra sarà quello che affronterà le prossime regionali. È vero, De Luca in passato non ha mai fatto molto affidamento sul suo partito. Ma neppure lui può immaginare di rivincere da solo, in un contesto così profondamente diverso da quello delle passate elezioni.

Infine c’è Napoli. A Napoli si vota, è vero un anno dopo, nel 2021, ma il sindaco De Magistris non ha fatto mistero di ambire ad altri palcoscenici. Anche lui prova quindi ad agganciare i Cinque Stelle, e immagina di poter usare Palazzo san Giacomo come una pedina di scambio.

Ora, Il fatto che così tante incognite si affollino intorno a un medesimo problema rende impossibile, al presente, la soluzione dell’equazione. Per De Luca, che ha sempre puntato sull’efficienza e l’efficacia della sua attività amministrativa, il banco di prova rimane dunque quello. Come diceva Totò? La serva serve, eccome se serve! Beh, libero da ipoteche processuali (anche se non ancora da ogni procedimento) anche il governatore governa, e come governa è quel che i cittadini, non altri, dovranno valutare, come è giusto che sia in una democrazia.

(Il Mattino, 30 settembre 2018)

Pd, i riformisti che almeno parlano chiaro

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E finalmente ci sono delle tesi: undici, per la precisione, comprese in un corposo documento che LibertàEguale, l’area liberal del Pd che fa capo a Enrico Morando, Stefano Ceccanti e Giorgio Tonini, ha elaborato per portare la discussione nel partito democratico su contenuti e proposte, su scuola, Mezzogiorno, giustizia, sulla qualità dell’europeismo e sulla riforma delle istituzioni, sul lavoro e sull’immigrazione. Ne esce fuori il profilo di una forza politica spregiudicatamente riformista che, ben lungi dal fare macchina indietro dopo il referendum del 4 dicembre 2016 e la sconfitta alle politiche dello scorso marzo, propone invece di rilanciare la sfida delle riforme. Di osare di più, non di meno. Che ora il dibattito precongressuale si infiammi sul merito delle scelte politiche piuttosto che sui nomi del futuro segretario, su quel che farà Renzi e se Martina si ricandiderà, sulla data del congresso o sulla rifondazione del partito, bè: è alquanto improbabile. Però il sasso nello stagno è gettato.

Facciamo qualche esempio. La riforma della scuola: i governi a guida democratica hanno messo più soldi in istruzione e formazione, hanno ripreso a fare i concorsi, hanno promosso la cultura della valutazione e provato a cambiare l’organizzazione scolastica. Ma non lo hanno fatto abbastanza. Non hanno puntato in maniera decisa sull’autonomia del dirigente, su una forte differenziazione delle carriere docenti, su una più decisa competitività fra gli stessi istituti scolastici. (Andatelo a spiegare a quei dirigenti del Pd che si disperano per i voti persi con la Buona Scuola in un tradizionale serbatoio della sinistra). Capitolo immigrazione: fermi restando i principi di solidarietà, bisogna implementare «una politica migratoria selettiva, perché venire in Italia è un’opportunità, non un diritto». Quindi non accoglienza indiscriminata, ma un sistema di immissione a punti: «Età, sesso,, stato civile, istruzione, specializzazione, conoscenza della lingua, della cultura, dell’ordinamento costituzionale si combinano in un punteggio, o valutazione dell’ammissibilità dei candidati». (Questo bisognerebbe spiegarlo invece all’anima più di sinistra del Pd, che ha già dovuto ingoiare Minniti). Capitolo lavoro: qui di tutto si tratta meno che di tornare a prima del Jobs Act. Se mai, si tratta di essere più coerenti con quella impostazione – l’unica all’altezza di un mondo in continuo, rapidissimo cambiamento – e quindi di «accelerare il processo di concreta innovazione della legislazione in tema di mercato del lavoro», a cominciare dalla contrattazione, che va sempre di più spostata a livello di azienda e di territorio (E qui dovete rispiegare le cose ripartendo forse dal giudizio su Marchionne e dal referendum in Fiat).

Non manca naturalmente la tesi sull’Unione Europea. Che anzi sta in cima a tutte. Bollata come un’illusione la prospettiva nazionalista di rintanarsi nella dimensione nazionale, i liberal del Pd propongono anche qui di spingere sull’acceleratore delle riforme, provando a ricostruire la sovranità democratica a livello europeo, o almeno nell’area Euro: sui confini, sulla difesa e le politiche di sicurezza, su politiche fiscali e politiche sociali.

Credo di aver fornito uno spaccato sufficiente. Bisogna dire: se sotto traccia corre tra i democratici la domanda se bisogna o no aprire ai Cinque Stelle – oppure: farsi trovare pronti per quando la maggioranza giallo-verde andrà in frantumi – allora non c’è dubbio che Morando e gli altri danno una risposta assolutamente inequivoca: neanche per idea. Non c’è nulla di riformista là. E anzi i grillini appaiono, alla luce di questo documento, come la confusa riproposizione di vecchie ricette stataliste e assistenzialiste, portate avanti grazie al vento populista che gonfia il drappo rosso delle élites corrotte, contro cui è sobillato il risentimento popolare.

Dopodiché non manca qualche accenno autocritico qua e là: sulla necessità di tenere in maggior conto il bisogno di protezione degli individui, o sulla debolezza dell’azione riformatrice nel Mezzogiorno – con un giudizio molto duro sulla qualità delle classi dirigenti meridionali – ma il filo conduttore rimane uno: niente nostalgie socialdemocratiche, niente illusioni sovraniste, niente sconfessione delle politiche seguite dai governi Renzi-Gentiloni (se mai solo della loro insufficiente incisività).

Dove sia la vera posta in gioco è detto – credo – con estrema chiarezza: «Il binomio democrazia liberale ed economia di mercato funziona solo se la mobilità sociale si mantiene vivace». In un Paese come il nostro, dove invece non è mai stata vivace e dove in particolare non lo è ora, si capisce che la scommessa è grande. E lo è ancor di più in quanto prevale di gran lunga, nel ceto medio impoverito, non l’ambizione di salire, ma la paura di scendere ulteriormente i gradini della scala sociale.

Dove però si trovi, nel Pd, il capitale politico che è possibile gettare sul tavolo del confronto congressuale per una sfida così coraggiosa non è per niente chiaro, tanto più in quanto si tratta di rovesciare una narrazione, in Italia e nel mondo, che insiste non sulle speranze di progresso, ma sulle paure comportate dalle profonde crisi in atto. Quella economica, in primo luogo, ma anche quella ecologica e quella tecnologica, non meno profonde, non meno incerte e non meno durature.

E allora come si fa? E dov’è che era rimasto il Pd: a cena da Calenda o da Zingaretti?

(Il Mattino, 23 settembre 2018)

Il ponte e il Paese che sa solo indignarsi

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È vero, il crollo del ponte Morandi non era ancora avvenuto al tempo del contratto di governo. E dunque lì non si legge nulla al riguardo. Alla voce trasporti si parla di porti, di intermodalità, di linee ferroviarie regionali e, naturalmente, del Tav, «da rivedere integralmente». Su ponti e autostrade, manutenzioni e nazionalizzazioni, non c’è nulla. Ma è un buon motivo perché la situazione, a un mese dal tragico evento, rimanga così confusa? Il ministro Toninelli ha annunciato a gran voce un piano infrastrutturale «di portata eccezionale, senza limiti di spesa, fuori dai vincoli Ue» pronto per finire nella ormai imminente Legge di Bilancio. Ma, nel frattempo, alzi la mano chi ha certezze su come andrà questa storia. Il ministro e i suoi colleghi di governo – primo fra tutti Di Maio – giurano e spergiurano che non sarà Autostrade per l’Italia a rifare il ponte: questo, però, è l’unico punto che rimane stabilito. Su tutto il resto, l’incertezza regna sovrana. Per dare una scossa, il governo ha in via di perfezionamento un decreto, che dovrebbe dare larghissimi poteri al futuro commissario. Il cui nome, però, il premier Conte cercava invano tra i fogli che aveva davanti in conferenza stampa, al momento dell’annuncio. L’accordo, infatti, ancora non c’è.

E dunque: chi abbatte quel che resta del ponte Morandi, e a chi toccherà ricostruire? Quando l’area sarà cantierabile? In che modo si procederà: per affidamenti diretti o magari per gare ristrette? E come si affronterà il prevedibile contenzioso che ne verrà, con Autostrade o con l’Unione Europea? E quanto tempo ci vorrà? E intorno a quale tavolo siederanno i soggetti interessati? L’idea che la politica non può aspettare, enunciata con grande forza già all’indomani della tragedia, quando il Presidente del Consiglio spiegò che non si poteva attendere il verdetto di un tribunale per revocare la concessione alla famiglia Benetton, è sicuramente un tratto distintivo di questo governo. Anche nelle discussioni di questi giorni, su quel che ci sarà o non ci sarà nella legge di bilancio, e se sforare o non sforare e di quanto sforare sul deficit, leghisti e pentastellati (più questi ultimi, in verità) mettono sul tavolo l’argomento della volontà politica, che deve far premio su vincoli comunitari, compatibilità di bilancio, pressioni finanziarie dei mercati. Ci hanno eletto per questo, dicono; siamo al governo per questo, ripetono. Il nocciolo del sovranismo così orgogliosamente riscoperto starebbe qui. E sarebbe pure una buona cosa. Solo che, alla prova dei fatti, il governo rischia di fare l’opposto: invece di far presto, rischia di far tardi. E per voler far meglio, non riesce a far bene. Mettendo avanti a tutto il punto morale dell’indignazione, finisce infatti indietro il punto vero, quello che riguarda il terreno concreto dell’operare del governo e dell’amministrazione. Che deve farsi largo tra leggi, procedure, e, non da ultimo, aprirsi un varco nella realtà del Paese. Bisognerà agire dunque con ampie deroghe, mentre cresceranno inevitabilmente le polemiche (e affileranno le armi gli studi legali).

Ad oggi, quella che è senz’altro dichiarata è l’incrollabile volontà di nazionalizzare il sistema autostradale del Paese. Tutto? In parte? A pezzi? Non si sa. Scelte di questa natura un tempo venivano prese a valle di grandi dibattiti politici e intellettuali. Allo stato, una simile volontà si fa forte solo dello sdegno verso “quelli che c’erano prima”. E va bene. Ma non risulta che sia sostenuta anche da analisi economiche reali di ciò che serve al Paese, né da una verifica tecnico-giuridica sul modo in cui giungere all’obiettivo. L’una e l’altra sono ancora da farsi, e chissà quanto ci vorrà, ma la decisione: quella è già stata presa, sull’onda emotiva seguita al disastro. Così però la volontà politica che ha cavalcato l’onda rimane come sospesa in aria: forte all’apparenza ma fragile nella realtà. I dubbi allora rimangono – sui costi, sui tempi, sulle modalità – e la strada per arrivare alla meta rimane tutta da percorrere.

D anzi, a proposito di strade: chi l’ha fatta la strada inaugurata l’altrieri per decongestionare Genova, a un mese dalla tragedia? I privati. Anzi: Pavimental, società del gruppo Atlantia-Autostrade per l’Italia. La strada di collegamento col porto, che serviva subito, per togliere i mezzi pesanti dal traffico cittadino e dare un po’ di respiro alla città ora che il ponte Morandi è crollato, è stata fatta da quelli che – secondo Toninelli – non devono mettere «neanche un grano di sabbia» nella ricostruzione del ponte.

Così uno pensa all’ILVA: anche lì, i grillini, animati da furore ideologico, erano partiti con l’idea che bisognasse chiudere tutto e tutto riconvertire; poi Di Maio, più realisticamente, ha per fortuna preso atto di quel che si poteva fare per davvero. E la cosa, almeno lì, si è chiusa. Ma a Genova come si chiuderà?

(Il Mattino, 21 settembre 2018)