L’ipoteca giudiziaria estinta e il buon governo che serve

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Ha senso introdurre, nel già vasto corredo del mondo, una lista di «fatti negativi», cioè di cose che «non» si verificano? Domanda astrusamente filosofica, però pertinente, a commento della giornata di ieri: non è forse un fatto che De Luca non è stato sospeso dalla carica di Presidente della Regione Campania, grazie all’assoluzione nel processo Crescent? E questo fatto negativo non è forse denso di conseguenze? Una condanna avrebbe certamente cambiato il corso della politica campana. De Luca sarebbe finito fuori gioco, e forse la consiliatura non sarebbe arrivata alla sua scadenza naturale. Per il centrosinistra, già ridotto ai minimi termini dopo l’ultimo, disastroso esito elettorale, le chance di successo si sarebbero ridotte al lumicino. Adesso invece lo scenario è completamente diverso, e i mesi prossimi si presentano sotto tutt’altra luce.

Certo, dovrebbe far riflettere che, in nome della lotta alla corruzione, sia entrata in vigore in Italia una legge con ricadute così dirompenti sul funzionamento delle istituzioni e sullo stesso gioco democratico: la sospensione può infatti scattare dopo una condanna in primo grado (per un semplice abuso d’ufficio: anche questo conta), che nei successivi gradi di giudizio può ben essere rovesciata. Quando però è tardi, e gli effetti di misure accessorie così abnormi si sono già prodotte. Stavolta non è andata così: la politica campana ha ballato pericolosamente sul filo della legge Severino per qualche settimana, prima che il verdetto mandasse assolti De Luca e tutti gli altri co-imputati. Tutti.

Orbene, inasprire le pene, costruire in via emergenziale legislazioni speciali, accumulare interventi ai limiti del dettato costituzionale – come la Severino o, da ultimo, l’inibizione per i corrotti dell’accesso a gare pubbliche vita natural durante, voluta dal nuovo governo – sono tutte norme portate da uno stesso vento giustizialista, che soffia da tempo e che oggi è persino più impetuoso di sei anni fa, quando fu approvata la legge Severino. Lo spazio di riflessione critica, se non di ripensamento, rimane tuttavia assai esiguo.

De Luca, dunque, resta in sella. Ha dinanzi a sé un anno e mezzo di governo: dalle ecoballe alla sanità, dal piano per le assunzioni nella pubblica amministrazione alle prossime Universiadi, sono molti i dossier aperti, sui quali si tirerà a fine mandato un bilancio dell’attuale esperienza, ed è ragionevole ritenere che l’orientamento dell’elettorato sarà in grande parte deciso dal giudizio che verrà dato sulla qualità dell’azione amministrativa. Il voto cadrà del resto nel 2020, e fare oggi previsioni su come sarà il panorama politico fra 20 mesi circa è veramente arduo. La maggioranza giallo-verde promette di durare per l’intera legislatura, ma non è detto affatto che le cose andranno davvero così. Di mezzo ci sono le elezioni europee e un risultato che non è detto premi in egual misura i contraenti del governo del cambiamento: le conseguenze di una crescita impetuosa della Lega sugli equilibri politici nazionali sono imprevedibili. Di mezzo c’è, per la stessa ragione, la possibile ricomposizione del centrodestra, soprattutto se il motore a due cilindri dell’attuale esecutivo dovesse, per qualche motivo, ingolfarsi. E di mezzo ci sono, per l’appunto, i possibili incagli: una navigazione che, sui mercati e nel rapporto con l’Unione europea, non promette affatto di essere tranquilla. Come dunque prevedere che centrodestra sarà quello del 2020, oppure dove saranno, a quella data, i Cinquestelle? Lo stesso Pd, peraltro, si avvia a fare del rapporto con i grillini un tema della prossima assise congressuale. E pure questo non si può sapere: che Pd sarà, e che centrosinistra sarà quello che affronterà le prossime regionali. È vero, De Luca in passato non ha mai fatto molto affidamento sul suo partito. Ma neppure lui può immaginare di rivincere da solo, in un contesto così profondamente diverso da quello delle passate elezioni.

Infine c’è Napoli. A Napoli si vota, è vero un anno dopo, nel 2021, ma il sindaco De Magistris non ha fatto mistero di ambire ad altri palcoscenici. Anche lui prova quindi ad agganciare i Cinque Stelle, e immagina di poter usare Palazzo san Giacomo come una pedina di scambio.

Ora, Il fatto che così tante incognite si affollino intorno a un medesimo problema rende impossibile, al presente, la soluzione dell’equazione. Per De Luca, che ha sempre puntato sull’efficienza e l’efficacia della sua attività amministrativa, il banco di prova rimane dunque quello. Come diceva Totò? La serva serve, eccome se serve! Beh, libero da ipoteche processuali (anche se non ancora da ogni procedimento) anche il governatore governa, e come governa è quel che i cittadini, non altri, dovranno valutare, come è giusto che sia in una democrazia.

(Il Mattino, 30 settembre 2018)

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