Pd, i riformisti che almeno parlano chiaro

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E finalmente ci sono delle tesi: undici, per la precisione, comprese in un corposo documento che LibertàEguale, l’area liberal del Pd che fa capo a Enrico Morando, Stefano Ceccanti e Giorgio Tonini, ha elaborato per portare la discussione nel partito democratico su contenuti e proposte, su scuola, Mezzogiorno, giustizia, sulla qualità dell’europeismo e sulla riforma delle istituzioni, sul lavoro e sull’immigrazione. Ne esce fuori il profilo di una forza politica spregiudicatamente riformista che, ben lungi dal fare macchina indietro dopo il referendum del 4 dicembre 2016 e la sconfitta alle politiche dello scorso marzo, propone invece di rilanciare la sfida delle riforme. Di osare di più, non di meno. Che ora il dibattito precongressuale si infiammi sul merito delle scelte politiche piuttosto che sui nomi del futuro segretario, su quel che farà Renzi e se Martina si ricandiderà, sulla data del congresso o sulla rifondazione del partito, bè: è alquanto improbabile. Però il sasso nello stagno è gettato.

Facciamo qualche esempio. La riforma della scuola: i governi a guida democratica hanno messo più soldi in istruzione e formazione, hanno ripreso a fare i concorsi, hanno promosso la cultura della valutazione e provato a cambiare l’organizzazione scolastica. Ma non lo hanno fatto abbastanza. Non hanno puntato in maniera decisa sull’autonomia del dirigente, su una forte differenziazione delle carriere docenti, su una più decisa competitività fra gli stessi istituti scolastici. (Andatelo a spiegare a quei dirigenti del Pd che si disperano per i voti persi con la Buona Scuola in un tradizionale serbatoio della sinistra). Capitolo immigrazione: fermi restando i principi di solidarietà, bisogna implementare «una politica migratoria selettiva, perché venire in Italia è un’opportunità, non un diritto». Quindi non accoglienza indiscriminata, ma un sistema di immissione a punti: «Età, sesso,, stato civile, istruzione, specializzazione, conoscenza della lingua, della cultura, dell’ordinamento costituzionale si combinano in un punteggio, o valutazione dell’ammissibilità dei candidati». (Questo bisognerebbe spiegarlo invece all’anima più di sinistra del Pd, che ha già dovuto ingoiare Minniti). Capitolo lavoro: qui di tutto si tratta meno che di tornare a prima del Jobs Act. Se mai, si tratta di essere più coerenti con quella impostazione – l’unica all’altezza di un mondo in continuo, rapidissimo cambiamento – e quindi di «accelerare il processo di concreta innovazione della legislazione in tema di mercato del lavoro», a cominciare dalla contrattazione, che va sempre di più spostata a livello di azienda e di territorio (E qui dovete rispiegare le cose ripartendo forse dal giudizio su Marchionne e dal referendum in Fiat).

Non manca naturalmente la tesi sull’Unione Europea. Che anzi sta in cima a tutte. Bollata come un’illusione la prospettiva nazionalista di rintanarsi nella dimensione nazionale, i liberal del Pd propongono anche qui di spingere sull’acceleratore delle riforme, provando a ricostruire la sovranità democratica a livello europeo, o almeno nell’area Euro: sui confini, sulla difesa e le politiche di sicurezza, su politiche fiscali e politiche sociali.

Credo di aver fornito uno spaccato sufficiente. Bisogna dire: se sotto traccia corre tra i democratici la domanda se bisogna o no aprire ai Cinque Stelle – oppure: farsi trovare pronti per quando la maggioranza giallo-verde andrà in frantumi – allora non c’è dubbio che Morando e gli altri danno una risposta assolutamente inequivoca: neanche per idea. Non c’è nulla di riformista là. E anzi i grillini appaiono, alla luce di questo documento, come la confusa riproposizione di vecchie ricette stataliste e assistenzialiste, portate avanti grazie al vento populista che gonfia il drappo rosso delle élites corrotte, contro cui è sobillato il risentimento popolare.

Dopodiché non manca qualche accenno autocritico qua e là: sulla necessità di tenere in maggior conto il bisogno di protezione degli individui, o sulla debolezza dell’azione riformatrice nel Mezzogiorno – con un giudizio molto duro sulla qualità delle classi dirigenti meridionali – ma il filo conduttore rimane uno: niente nostalgie socialdemocratiche, niente illusioni sovraniste, niente sconfessione delle politiche seguite dai governi Renzi-Gentiloni (se mai solo della loro insufficiente incisività).

Dove sia la vera posta in gioco è detto – credo – con estrema chiarezza: «Il binomio democrazia liberale ed economia di mercato funziona solo se la mobilità sociale si mantiene vivace». In un Paese come il nostro, dove invece non è mai stata vivace e dove in particolare non lo è ora, si capisce che la scommessa è grande. E lo è ancor di più in quanto prevale di gran lunga, nel ceto medio impoverito, non l’ambizione di salire, ma la paura di scendere ulteriormente i gradini della scala sociale.

Dove però si trovi, nel Pd, il capitale politico che è possibile gettare sul tavolo del confronto congressuale per una sfida così coraggiosa non è per niente chiaro, tanto più in quanto si tratta di rovesciare una narrazione, in Italia e nel mondo, che insiste non sulle speranze di progresso, ma sulle paure comportate dalle profonde crisi in atto. Quella economica, in primo luogo, ma anche quella ecologica e quella tecnologica, non meno profonde, non meno incerte e non meno durature.

E allora come si fa? E dov’è che era rimasto il Pd: a cena da Calenda o da Zingaretti?

(Il Mattino, 23 settembre 2018)

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