I Cinque Stelle senza meta in Europa

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La storiaccia del condono fiscale – la manina in Consiglio dei Ministri, o forse in qualche ufficio, o forse, più probabilmente, da nessuna parte – è destinata a lasciare strascichi. Di Maio non è più andato in Procura a sporgere denuncia, ma non per questo il clima si è rasserenato del tutto. Anche perché la materia del contendere è ancora viva, visto che l’iter della legge di bilancio non è affatto concluso. E siccome pendono ancora il giudizio di Bruxelles e quello dei mercati, non è detto che tutto filerà liscio. Di qui alle Europee ma soprattutto dopo. Tutti, dal premier Conte ai due vicepremier fino all’ultimo militante della Lega o dei Cinque Stelle, mostrano di credere che il governo durerà cinque anni: basta tener fede al contratto di governo, dicono. Però da un lato il risultato elettorale, che potrebbe cambiare i rapporti di forza tra i due partiti, dall’altro una crisi da spread potrebbero bruscamente interrompere l’esperienza in corso.
Che cosa succederà, a quel punto? È vero infatti che la storia non si fa con i “se”, come diceva Benedetto Croce, ma la politica è costretta a fare continuamente ipotesi, e a formulare piani e strategie in ragione di variabili che rimangono a lungo incerte. Tra queste variabili, ce n’è una di non poco peso, non ancora appariscente ma destinata a precipitare necessariamente in un valore determinato all’indomani del prossimo voto di maggio. Quando i Cinque Stelle dovranno decidere da che parte stare, in quale schieramento collocarsi all’interno del Parlamento europeo. Per quanto malmessi, infatti, sia il Pd che Forza Italia hanno una famiglia in Europa: quella, rispettivamente, dei socialisti europei e dei popolari. Persino le sparse truppe alla sinistra del Pd sapranno (se arriveranno in Parlamento) dove collocarsi: nel GUE, che riunisce partiti verdi e di sinistra estrema, fino ai comunisti. Quanto alla Lega, ovviamente una casa già ce l’ha, ed è quella del gruppo “Europa delle Nazioni e della Libertà” dove siedono a fianco del Front National di Marine Le Pen, dei tedeschi di Adf e di altre formazioni di estrema destra. Ma i pentastellati? Il gruppo EFDD (Europa della Libertà e della Democrazia diretta), del quale fanno oggi parte, si regge essenzialmente su due gambe, quella grillina, appunto, e quella euroscettica dei britannici dell’UKIP. Che però non ci saranno più, per via della Brexit. Nel nuovo Parlamento, dunque, Di Maio e soci dovranno nuovamente decidere il da farsi. Nuovamente, perché già in questa legislatura hanno tentennato, essendo tentati dalla soluzione liberaldemocratica, salvo poi acquartierarsi con quelli di Nigel Farage. Erano scelte quasi antipodali, e le disinvolte capriole compiute prima della decisione finale dimostravano con ogni evidenza quanto poco definito fosse il profilo europeo del Movimento. Un po’ come è avvenuto all’indomani del voto del 4 marzo, quando i 5 Stelle parevano disponibili ad allearsi – pardon: a scrivere un contratto – sia col Pd che con la Lega.
L’amletico dubbio è però destinato a riproporsi anche nel prossimo Parlamento. Soluzioni ad hoc è sempre possibile che se ne trovino, raccattando un po’ di parlamentari di paesi diversi per inventarsi un gruppo di sana pianta. Ma rimane un punto politico: se almeno si vuole cambiare davero l’Europa e non invece fare da comparse. O uscirne. Le dichiarazioni rese da Di Maio sull’ancoraggio europeista dei Cinque Stelle (“Finché sarò in questo governo sarà sempre garantito che l’Italia resterà in Europa e nell’euro”) sembrano indicare una strada nettamente distinta da quella nazionalista. Una strada che sarà persino necessario mantenere il più possibile aperta, se saranno i popolari a franare su posizioni più marcatamente sovraniste. Tenersi allora liberi per triangolare coi liberaldemocratici, coi macroniani e le altre forze progressiste potrà essere persino più facile. E aprirebbe anche i giochi in Italia, rendendo possibile, sotto l’ombrello europeo, cominciare lo scongelamento dei rapporti col Pd.
Ma c’è un ma. Anzi due. Uno è la disinvoltura con cui i grillini hanno saputo mutare posizione in questi mesi, su questioni anche sostanziali (fatte salve le bandiere simboliche del reddito di cittadinanza e della lotta alla casta), il che rende difficile fare previsioni. L’altro è nelle parole stesse del vicepremier. Che possono essere lette anche al contrario. Così: finché c’è questo governo, l’Italia resterà in Europa. Ma se questo governo cade (se i cattivi burocrati europei l’avranno fatto cadere), allora nessuna garanzia: l’Italia potrà rompere gli ormeggi, e rotolare via dall’Unione verso una “x”. Non è questa la lettura più immediata, non è un piano B e non è nelle intenzioni dichiarate di Luigi Di Maio. Ma rimane una possibilità. Che significherebbe, per i Cinque Stelle, finire definitivamente nell’orbita dei nazionalisti di Salvini e Le Pen.
(Il Mattino, 23 ottobre 2018)

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