Archiviato Tiziano Renzi, non il fango

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Per la Procura di Roma, Tiziano Renzi può uscire dall’inchiesta Consip. E ora la richiesta di archiviazione obbliga a rivedere il film di un’indagine clamorosa. Tiziano, padre dell’allora premier Matteo Renzi, viene tirato in ballo per traffico di influenze illecite nel corso di un’indagine che, nata a Napoli intorno ad appalti nella sanità, arriva a Roma e investe la centrale acquisti della pubblica amministrazione, Consip. Un pezzo dell’inchiesta, che è ancora in piedi, riguarda l’amministratore delegato di Consip, Luigi Marroni, e le persone che secondo l’accusa lo avrebbero informato delle microspie nascoste nei suoi uffici. Luca Lotti, allora potente ministro dello Sport, e i generali dei carabinieri Del Sette e Saltalamacchia rischiano tuttora di finire sotto processo (per reati che vanno dal favoreggiamento alla rivelazione di segreto d’ufficio). Ma Tiziano Renzi no, niente influenze illecite per lui: la Procura non chiede nemmeno il rinvio a giudizio.

Eppure, nei giorni in cui i quotidiani si occupavano della vicenda, sembrava che Renzi padre fosse al centro di una inconfessabile ragnatela di interessi. C’era quello che riferiva di una cena con Alfredo Romeo (l’imprenditore napoletano che cercava di aggiudicarsi il mega-appalto Consip: quella cena sembra ora che non ci sia stata); c’era il tipo losco, che losco non era affatto, che aveva segretamente incontrato Tiziano Renzi a Fiumicino (per lavoro, s’è saputo poi); c’era il «pizzino» di Romeo con una somma indicata a fianco di una «T.», e come non pensare, allora…: chi altri potrebbe essere? Eppure, di passaggi di danaro in questa inchiesta non s’è mai trovata la benché minima traccia. C’erano, soprattutto, le impareggiabili trascrizioni dell’ufficiale del Noe, Gian Paolo Scafarto, infarcite di errori, a quanto pare involontari, ma che curiosamente andavano tutti nella medesima direzione: addosso a Renzi. E c’era infine una storia di pedinamenti dei servizi segreti inventata di sana pianta.

Se ora il gip accoglierà la richiesta della Procura, l’incredibile castello di carte cederà di schianto. E si vedrà meglio quel che è successo: una valanga di articoli e un’attività investigativa condotta – a non dir altro – con qualche approssimazione, hanno finito col condizionare pesantemente l’opinione pubblica e il corso della politica italiana. Non è la prima volta che accade, e non sarà l’ultima. Nella storia repubblicana, abbiamo avuto Capi di Stato costretti a dimettersi, travolti da violentissime campagne di stampa, e Presidenti del Consiglio spinti alle dimissioni per l’orchestrazione anche mediatica di inchieste, che non hanno poi prodotto nulla nelle aule giudiziarie. Ma questo non è un buon motivo per fingere di non vedere.

Certo, rientra nel gioco democratico che un potere confligga con un altro. È, anzi, salutare che la magistratura possa procedere indisturbata nell’accertare le ipotesi accusatorie che viene formulando, soprattutto quando riguardano i santuari del potere: politico, economico, finanziario. Ed è fondamentale che la stampa, libera e indipendente, possa fare – come si diceva una volta – da cane da guardia, non solo con la critica ma anche con la denuncia dei verminai della corruzione.

Questo però vale su un piano di principio. Nella realtà, alcuni motivi ricorrenti si presentano in indagini che, più che riguardare la politica, sembrano cercare nell’uomo politico da dare in pasto all’indignazione popolare il punto archimedico su cui far leva per trovare una sponda nell’opinione pubblica e ricavarne un ritorno in termine di immagine, di visibilità, di potere. C’è tutta una fase dell’attività giudiziaria che sembra dedicata meno a quel che si può portare in tribunale e molto di più a quel che si può ottenere sulla stampa, ben prima di qualunque esito processuale. C’è, ancora, una presunzione di colpevolezza che sembra fare da rumore di fondo a qualunque giudizio sulla cosiddetta “casta” della politica, così mantenuta in uno stato di minorità permanente (e a preoccuparsene dovrebbero essere proprio i sovranisti che sono oggi alla guida del Paese). E c’è infine che, anche quando tutto avviene in perfetta buona fede, una certa concezione del magistrato inquirente, cavaliere della virtù che deve essere armato del maggior numero possibile di strumenti per fare giustizia, che schiaccia ogni idea liberale di giusto processo.

L’inchiesta Consip, con le intercettazioni a strascico e le compiacenti fughe di notizie, i nuclei investigativi singolarmente fidelizzati e le ipotesi di reato configurate in funzione di pressioni investigative (invece del contrario), ricalca insomma un copione che finisce con lo stravolgere i cardini del nostro ordinamento. Che le accuse contro Tiziano Renzi finiscano in nulla è un fatto politico rilevante, vista la canea sollevata. Ma ancora più rilevante sarebbe riuscire a modificare quel pericolosissimo copione. Sarebbe di gran lunga preferibile a quel che invece continua ad accadere. Anche questa volta: si concludono le indagini dovendo prendere atto che non c’è nulla di penalmente rilevante, ma inserendo qua e là qualche parola da dare in pasto a chi vorrà scrivere, pure in presenza di una richiesta di archiviazione, che insomma, quel Tiziano Renzi uno stinco di santo non era. E il gioco è fatto. E la canea riprende. E un fumo di colpevolezza continua ad appestare l’aria, e l’idea non è che uno è innocente, ma che l’ha fatta franca. Non è un’idea sana, e non è una democrazia sana, questa.

(Il Mattino, 3 novembre 2018)

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