I Cinquestelle e le promesse in frantumi

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E fai il deputato, il viceministro. O l’uomo di Stato, o il suo portavoce: Lodo Guenzi, il frontman del “Lo Stato Sociale” forse la metterebbe così. Dopodiché, però, arriverebbe immancabilmente la domanda, come nella canzone: perché lo fai? (E magari: perché non te ne vai in vacanza, come quel genio di Di Battista?). E la risposta non sarebbe facile, perché molte delle ragioni per cui i Cinque Stelle sono oggi al governo si stanno sgretolando, sotto il peso di una responsabilità politica che Di Maio e compagni esercitano con molta più fatica e molto maggiore impaccio di quanto non facciano i leghisti di Salvini.
Ultimo venne il metanodotto. La Tap, la Trans Anatolian Pipeline che in campagna elettorale i Cinque Stelle avevano promesso fieramente di bloccare, e che oggi invece dicono che si farà. Sano realismo politico, ma che è difficile da ingoiare quando hai cavalcato e anzi sobillato per mesi l’opposizione all’opera. Chi di comitato ferisce, di comitato perisce. Ora sono i pugliesi, inferociti e diffidenti, che chiedono alla ministra Lezzi di mostrare queste famose penali che renderebbero impraticabile disinvestire. (Che poi non si capisce perché la preoccupazione di vedere come stessero davvero le cose una forza politica che ambisce a governare il Paese non dovesse nutrirla già prima del voto, invece di scoprirla dopo, per ritrovarsi con le mani legate. Beata ingenuità).
Ma la Tap è solo l’ultimo anello di una catena. L’altro giorno sono stati i romani, a migliaia, a protestare in piazza contro il degrado della città amministrata dalla sindaca Raggi. E prima ancora è stata Genova, che ha sempre meno fiducia che il ponte verrà davvero ricostruito in fretta. E c’è Ischia, e una sanatoria edilizia che scontenta i duri e puri del Movimento. E c’è infine Torino, e le annose tribolazioni sulla Tav.
In Transatlantico le cose non vanno meglio. Il controllo dei gruppi parlamentari è molto rigido, eppure si cominciano a sentire non solo mugugni a mezza bocca, ma parole apertamente dissonanti. Non è soltanto il presidente della Camera Fico che non perde occasione di disegnarsi una posizione autonoma e di marcare politicamente le distanze dalla Lega; sono anche i cittadini deputati a chiedersi ad alta voce perché debbano votare “schifezze” come il decreto sicurezza o il condono. Che ne è dei principi ispiratori del Movimento – si chiedono – se su immigrazione, politica fiscale, pensioni, infrastrutture, rapporti con l’Unione europea, andiamo a ruota della Lega? Salvini porta a casa la revisione della Fornero, la pace fiscale, la legittima difesa, ora anche le grandi opere. Noi inseguiamo il Sacro Graal del reddito di cittadinanza, che pure rischia di annaspare tra mille complicazioni burocratiche, ma su tutto il resto niente. Le tematiche ambientaliste: che fine hanno fatto? E la democrazia diretta: a quando è rimandato il big bang della democrazia rappresentativa? Quanto infine alla lotta alla Casta, per quanto ancora quelli del Vaffa Day, che oggi siedono in Parlamento e nel governo, ci potranno marciare sopra, fingendo di essere opposizione contro il sistema, mentre in realtà governano e stanno pure tutti i santi giorni sugli schermi televisivi? In Rai, dove prima non si metteva piede, oggi si nominano i vertici (con inesorabile logica spartitoria): si comincia apocalittici; si finisce, ancora una volta, integrati.
Luigi Di Maio ha insomma parecchie gatte da pelare (e c’è sempre un Di Battista in vacanza). Non è semplice, se si tien conto che già nella passata legislatura le fuoriuscite e le espulsioni non furono poche. Non è certo nella cultura politica del Movimento articolarsi dialetticamente, e dare spazio a una minoranza interna. Finirebbero infatti col somigliare agli altri partiti, e perderebbero quel tratto tipico delle formazioni populiste che consiste nell’usare sistematicamente il singolare collettivo (il Popolo, il Movimento, il Contratto) e pensarsi come un soggetto unico, omogeneo e compatto.
L’unico rimedio è una forte verticalizzazione del rapporto politico: il Capo. Ma Di Maio non è Salvini: non ha il suo Movimento in pugno come ce l’ha Salvini. C’è sempre un Garante che risponde al nome di Beppe Grillo, e un Casaleggio che tiene le chiavi di tutta la baracca (e un Di Battista in vacanza: ancora per poco, però). Di Maio ha pure, sul capo, la spada di Damocle del numero di mandati, e sa che forzare quella regola significa cambiare tutto. A meno che non si sia costretto a farlo in condizioni di emergenza, nel precipitare delle condizioni politiche generali, anche a costo di spaccare il Movimento.
È presto per fare ipotesi. Bisognerà almeno avvicinarsi alle elezioni europee. Anche se di qui ad allora, il motivetto de “Lo Stato Sociale” si ascolterà ancora, tra le file pentastellate: perché fai il vicepremier, e pure il ministro, il capo politico e il sodale di Grillo?
(Il Mattino, 28 ottobre 2018)

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