Il Sud fuori dal Giro metafora del Paese

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Cristo si è fermato ad Eboli, e il Giro a San Giovanni Rotondo. Toccata e fuga: più a sud non si va. Siccome però il Giro d’Italia rimane una delle manifestazioni sportive più popolari del Paese, con i corridori più forti al mondo, siccome si va sulle strade, fra la gente, e si sta sul sellino per ore ed ore, con le moto in corsa e l’elicottero della Rai che dall’alto mostra i mille angoli della Penisola, e i sindaci e gli assessori sulla linea di partenza e all’arrivo, e tutta una carovana che si sposta con i corridori, quotidianamente, per tre settimane, uno si chiede che fine abbia fatto il Mezzogiorno. Perché non c’è un’arrampicata sull’Etna o sulla Sila, una tappa nervosa con arrivo per velocisti lungo la costa tirrenica, o una per passisti con qualche impegnativo saliscendi appenninico. Niente. Quest’anno si corre fra Bologna e Verona. Prima si scende dalla Toscana nel Lazio; poi si risale da san Giovanni Rotondo lungo la dorsale adriatica, e si conclude, com’è tradizione, sulle grandi montagne alpine. E stop.
Giro duro, per scalatori. Ma è dura da mandar giù pure questa fotografia di un’Italia che si contrae, si restringe, si accorcia. Un’Italia amputata di un terzo circa del territorio nazionale. Se non fosse per Padre Pio, infatti, l’Italia che la corsa rosa disegna starebbe ancora tutta di là dalla linea Gustav, oltre le rive del Garigliano. Giorgio Ruffolo diceva che l’Italia è un Paese troppo lungo, ed effettivamente: se non bastano 3600 chilometri per raggiungere le coste meridionali, vuol dire davvero che abbracciare tutta l’Italia in un unico giro è divenuta un’impresa improbabile.  Non però per i ciclisti, diciamoci la verità: loro sarebbero stati perfettamente in grado di percorrere qualunque tracciato. Ma per gli organizzatori, che nel disegnare questo Giro non hanno trovato nessuna buona ragione per attraversare tutto lo Stivale.
Perché il punto è proprio questo: per quale ragione le tappe del Giro si sarebbero dovuto correre anche fra Bari, Napoli e Palermo? Perché si tratta del Giro d’Italia, uno risponde, e perché di appassionati della corsa ce ne sono anche qui. Il che è vero, ma è vero pure che una tappa non è solo un evento sportivo, bensì anche un fatto organizzativo di prim’ordine. Ci sono costi da coprire e condizioni logistiche da assicurare. Ed evidentemente o non c’erano i soldi per coprire i primi, o non c’erano le struttura per soddisfare le seconde. Il percorso di questo Giro d’Italia 2019 costringe così ad una amara presa d’atto: il Mezzogiorno non c’è. E non c’è nella geografia sportiva perché non c’è in quella sociale ed economica. Lo sport produce simboli: a volte sono i campioni, altre volte sono le sfide. Questa volta il simbolo di un ritardo che invece di ridursi va approfondendosi è una cartina. Fitta di inchiostro al nord, completamente bianca al sud. Lo Svimez, negli anni scorsi, ha parlato di desertificazione: prima economica, poi demografica. Eccolo là, il deserto: un pezzo di Paese che rimane vuoto di segni, di storie, di imprese. Il siciliano Nibali, il sardo Aru, i due italiani più accreditati per le corse a tappe, non pedaleranno sulle strade del Sud: non in Sicilia, non in Sardegna, non nel Mezzogiorno continentale.
Ora però non è il caso di tirare un’altra volta fuori il giglio dei Borboni, e i biechi prefetti piemontesi e i ribelli (ma generosi, quanto generosi) briganti meridionali. La politica che dobbiamo giudicare è quella di questi anni, e la perdita di una qualunque sensibilità per la questione meridionale non è certo della direzione del Giro, ma della società italiana nel suo complesso. Ricucire il Paese: a chi dobbiamo chiederlo, chi deve farsene carico, la Gazzetta dello Sport di Milano? E a che serve ripetere la solita litania del sud dimenticato, se non si ha la forza di immaginare non già un percorso diverso del giro ciclistico, ma una strategia diversa di sviluppo economico e civile del Mezzogiorno? E a cosa lo dovremmo affidare, allora: alla Tap no ma al Giro sì? All’alta velocità sulla Napoli-Bari no, ma ai velocisti sulle strade provinciali sì? Sarebbe una ben grama consolazione. Anzi: sarebbe una presa in giro, è proprio il caso di dirlo.
(Il Mattino, 7 novembre 2018)

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