La politica ridotta alla caccia dei voti

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Dentro la diatriba sugli inceneritori, e se farli o non farli, ci sono: una questione ambientale, relativa all’inquinamento, a quello che si produce e a quello che eventualmente si riduce; una questione economica, relativa ai costi e ai benefici di nuovi impianti, ma anche ai costi che comuni e regioni sopportano attualmente; una questione energetica, relativa all’energia che un impianto consuma e a quella che invece si ottiene con esso; una questione temporale, relativa ai tempi di realizzazione di nuove strutture, e a quel che si fa nel frattempo; una questione culturale, relativa alle abitudini di produzione e acquisto di imprese e consumatori; una questione sociale, relativa alla logistica, alla presenza degli impianti su determinati territori, e dove più e dove meno; una questione criminale, relativa alle infiltrazioni malavitose nel settore. E poi naturalmente ci sono più generali profili di politica economica, di politica industriale, di tecnologie vecchie o nuove e di direttive e raccomandazioni dell’Unione europea. Infine, c’è una questione politico-ideologica. Anche l’ultima è ovviamente legittima: sono in gioco idee, appartenenze, storie, che si intrecciano con interessi, con forze sociali ed economiche, con responsabilità amministrative passate e recenti.

Ma quel che è un po’ meno legittimo, o almeno è francamente deludente in tutto questo bailamme quasi scoppiato all’improvviso, è che l’intera faccenda si riduca a un posizionamento elettorale in vista delle prossime elezioni europee: la Lega che tenta di insediarsi anche nel Mezzogiorno, i Cinque Stelle che difendono i loro maggiori bacini elettorali e intanto provano a rendere la pariglia al Nord, gettando tra i piedi degli alleati (pardon: contraenti) di governo i tredici inceneritori della Lombardia. Lì ce ne sarebbero troppi, secondo gli uni; qui ce ne sarebbero pochi, secondo gli altri. Ma di tutte quelle questioni legate insieme nessuno prova a riprendere il filo, a sostenerne la complessità e a misurarsi con le incombenze connesse. Il fatto è che a maggio si vota con il sistema proporzionale: ognuno corre da solo e Lega e Cinque Stelle pare al momento che debbano contendersi la palma di primo partito. A distanza di poco più di un anno dal voto del 4 marzo si tasterà il polso del Paese, si misureranno i rapporti di forza, si saprà se altri scenari, voti anticipati o ribaltoni, saranno possibili.

Non siamo ancora in dirittura d’arrivo, insomma, ma siamo già in campagna elettorale. I prossimi mesi saranno d’altra parte una sorta di stress test per l’economia italiana: per le previsioni del governo sulla crescita, per lo spread, per il sistema bancario. E conseguentemente anche per la tenuta della maggioranza. L’esito delle europee potrebbe fare da detonatore di tutte le piccole o grandi crisi finora avvertite nei rapporti fra leghisti e grillini, compreso il voto di ieri sera alla Camera, col governo battuto su un emendamento che ammorbidisce la disciplina del peculato, contenuta nel ddl anticorruzione. Una materia su cui i due partiti hanno già fatto scintille.

Comunque, al di là del merito dei più importanti provvedimenti sin qui annunciati, che la prossima legge di stabilità dovrà incardinare nel bilancio dello Stato, la domanda che rimane tuttora inevasa è proprio quella che riguarda l’orizzonte temporale delle misure che si intendono mettere in campo: la data di partenza e quella di arrivo. Il contratto sottoscritto da Salvini e Di Maio vale – si son detti i due – per una legislatura. Ma figuriamoci se in politica si possono scrivere oggi cose che debbono valere per cinque, lunghissimi anni. In ogni caso, i due vicepremier danno l’impressione esattamente contraria: di esser pronti a uno showdown anche domani, se fosse necessario. Se lo spread si impenna, se i mercati complottano, o se, più realisticamente, il voto europeo indicherà nuove, possibili vie.

Poi c’è il Mezzogiorno: è immaginabile che il futuro di questa terra sia affidabile ai sussulti di questa o quella polemica giornaliera? Certo in un giorno si può compiere una rivoluzione: ma solo sul piano linguistico. La terra dei fuochi può diventare d’incanto la terra dei cuori cambiando qualche sillaba (e – temo – pescando ancora una volta in qualche vecchio stereotipo sulla gente del Sud colma di grandi passioni), ma i nodi strutturali di un’economia in grave ritardo, e di una società fortemente indebolita, non possono essere aggrediti se non ci si proietta, nei provvedimenti e soprattutto nelle assunzioni di responsabilità politica, nella capacità di spiegarsi su tutte le questioni che si annodano insieme, assumendo un orizzonte temporale molto più ampio. E infine in decisioni di carattere strategico, che tutto possono essere meno che estemporanee, prese solo in vista del prossimo voto.

Altrimenti ci vuole un attimo, e invece di cuori si ricevono picche.

(Il Mattino, 21 novembre 2018)

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