La sinistra in sonno vera forza dei 5Stelle

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Forse il primo significato della piazza Si-Tav di Torino è: uno spazio per l’opposizione c’è. Ed è una buona notizia per la democrazia, che ha solo da guadagnarci se scopre di non essersi incamminata su una strada a senso unico. Poi però bisognerebbe subito correggersi, per mettere il verbo al condizionale. Ci sarebbe, lo spazio, se solo ci fosse un soggetto politico che avesse la forza e l’autorevolezza – ma forse si dovrebbe dire addirittura la voglia – di occuparlo.

E invece no: il Pd è alle prese con il congresso. Anche questa è una buona notizia: non sono molte le forze politiche, nel nostro Paese, che celebrano con una qualche regolarità le assisi congressuali. Ma che dal 4 marzo ad oggi non un solo voto pare essersi spostato verso il partito democratico qualcosa vorrà pur dire.

Lo smarrimento dopo una sconfitta imprevista nelle proporzioni? E sia. L’indispensabile dibattito interno? Vada per il dibattito interno. La crisi della sinistra in tutto l’orbe terracqueo? D’accordo, prendiamone atto. La luna di miele del governo con gli italiani? Se ne vede la fine, in realtà, ma va bene: mettiamoci pure quella. Nient’altro? L’invasione delle cavallette, no? Sta di fatto che per un motivo o per l’altro, o per tutti i motivi elencati messi insieme (comprese le cavallette), l’opposizione è ancora sotto la linea di galleggiamento, ancora percorsa da dubbi – esistenziali, prima che politici – ancora priva di voce riconoscibile. A non dire dei frantumi sparsi alla sinistra del Pd, tra una lista che si scinde e un’altra che scompare, senza aver lasciata traccia apparente.

Eppure di fieno da mettere in cascina ce ne sarebbe. La piazza gremita di folla di Torino, ma non solo: le contraddizioni, soprattutto in casa grillina, sono all’ordine del giorno. I Cinque stelle non si capisce più se siano o no una forza ambientalista. Il capitolo infrastrutture – dal crollo di Genova, alla Tap, alla Tav, alle Olimpiadi mancate – è tutta una sfilza di «vorrei ma non posso», di forbici che si aprono fra le promesse fatte (tante) e gli impegni mantenuti (pochi, molto pochi). Sugli altri capitoli del programma, che il Movimento ha innalzato come vessillo, prevalgono differimenti e ridimensionamenti. Il reddito di cittadinanza si farà, ma vai a capirne i contorni, le dimensioni, il funzionamento: tutto rimandato. La riforma della prescrizione si farà, ma se ne parla nel 2020, e di qui a quella data bisognerebbe fare una riforma del processo penale di cui non si è pensato ancora nulla. E via elencando: nessuno ha capito ancora dove questa maggioranza andrà a parare su temi sensibili come la scuola, il Mezzogiorno, la sanità. A non dire, infine, dell’Europa: oggi fioccano prudenti le rassicurazioni, ma fino a ieri, tutto al contrario, si ragionava impudentemente di possibili piani B.

Ma che vuol fare il Pd? Com’è possibile che non è in grado di intercettare e raccogliere malumori, malcontenti, delusioni? Come mai continua a subire l’agenda politica dettata dalla maggioranza? È tutta colpa delle incertezze sulla leadership, di Renzi se resta o se ne va, di Minniti se si candida o meno, di Zingaretti se tira fuori gli attributi oppure no?

In politica un fattore conta più di tutti: il fattore tempo. Sul tempo si misura il capitale di fiducia accordato dai cittadini. Con il voto, i cittadini concedono cinque anni alle forze politiche che vincono le elezioni. In realtà, quella è la durata della legislatura. Il più delle volte accade che i partiti consumino il tempo a loro disposizione ben prima della scadenza naturale; molto raramente riescono a proiettarsi in cicli più lunghi, tipo la Merkel. In Italia, la seconda Repubblica è stata anzi segnata da una profonda involuzione, resa evidente dalla rapida obsolescenza dei progetti politici che avrebbero dovuto animarne la vita e rinnovarne il respiro.

Ora è difficile dire se con il voto di marzo si è aperta davvero una nuova stagione, un nuovo tempo della politica, e se dunque l’investimento dei cittadini sulle forze di maggioranza si proietterà nel lungo periodo. Il fatto che le contraddizioni di cui i Cinque Stelle danno quotidianamente prova non procurino alcun vantaggio all’opposizione lo lascerebbe pensare, ma è presto per dirlo: si vedrà alle Europee, se ci saranno solo riequilibri fra le forze di governo o se le opposizioni sapranno rialzare la testa. Intanto però è chiara almeno una cosa, che il terreno sul quale il Pd e la sinistra dovrebbero portare la sfida non può non andar oltre le punzecchiature sulle sortite infelici di Di Maio o di Toninelli, oltre pure i giudizi caustici sull’incapacità e l’incompetenza. Serve un’idea: qualcosa che duri nel tempo e su cui qualcuno voglia insistere e investire per un tempo lungo. Serve, insomma, ripensarsi daccapo, uscir fuori dalle recriminazioni e riconnettersi in profondità con la società italiana. Tutto il resto – lo si vede, ahimè, tutti i giorni – ha veramente fatto il suo tempo.

(Il Mattino, 12 novembre 2018)

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