Se lo scacco non diventa mai matto

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Oggi tocca alla dodicesima, e ultima. Non era mai successo che il match per il titolo di campione mondiale di scacchi vedesse un simile equilibrio. Undici partite, tutte e undici terminate in parità. Se anche oggi finisse patta tra i due contendenti – il norvegese Magnus Carlsen, detentore del titolo, e l’italoamericano Fabiano Caruana, figlio di Santina, di Francavilla sul Sinni, provincia di Potenza, doppio passaporto ma nato e vissuto negli States (anche se per alcuni anni ha difeso i colori azzurri) – allora si andrebbe agli spareggi, partite a tempo breve fino all’Armageddon finale: 5 minuti al Bianco, 5 al Nero, e appena tre secondi di bonus per mossa.

Sergio Mariotti è sbottato: “Mi chiedo che tipo di match sia mai questo”. Lo si può capire: ai bei tempi Mariotti era soprannominato “The italian fury”, il primo italiano nella storia che si sia fregiato del titolo di Grande Maestro, mentre Caruana, di cui commenta le partite, non ha proprio l’aspetto, né il gioco, di uno scalmanato.

Anche per chi non ha mai giocato a scacchi, però, viene buona la domanda di Mariotti: a che gioco giocano gli scacchisti, nell’era dei superprogrammatori, quando ormai sono venti e più anni che il computer ha superato l’uomo? Perché si danno pena di stare ore e ore davanti ad una scacchiera? Perché non la fanno finita? Se poi si è in vena di filosofeggiare, ci si può anche domandare a che gioco giocano gli uomini, in generale, perché non la fanno finita pure loro con le mille preoccupazioni umane troppo umane che li affliggono quotidianamente, quando è evidente ormai che le macchine fanno tutto meglio, giocano meglio a scacchi ma sono più brave anche a pilotare un aereo o a stilare una diagnosi?

“Non c’è dubbio che gli algoritmi siano più saggi e più bravi di noi, quando si tratta di prendere una decisione”. Se lo dice Daniel Kahneman (su “La Stampa”), che la scienza delle decisioni l’ha rivoluzionata, c’è da credergli: “Quando fornisci gli stessi dati a un algoritmo e a un essere umano, nel 50% dei casi l’algoritmo dà la risposta giusta, negli altri c’è il pareggio, e in rarissime occasioni l’essere umano prevale”. A scacchi, c’è poco da fare, l’uomo non prevale. Il fatto che la vita non si giochi su una scacchiera lascia ancora qualche margine all’uomo. Ma, come mostra Kahneman, un margine molto piccolo.

Però quei due, che strano: continuano a giocare. A disputarsi la corona mondiale. Se poi siete norvegesi, allora aggiungete stranezza a stranezza. Perché quei due giocano, e voi rimanete per ore incollati davanti alla tv, per vedere il match in diretta: i commentatori in un riquadro e le telecamere sui volti dei campioni, a volte impassibili, altre volte invece preoccupati o contrariati. E ogni tanto un breve movimento del braccio. Una mossa: nient’altro. Segni astratti: pura arte concettuale.

Carlsen partiva da favorito, l’andamento del match ha minato qualche sua certezza. Caruana sfoggia una preparazione casalinga sulle aperture a dir poco granitica. Durante la nona partita ha difeso con grande precisione; durante la decima ha attaccato con grande coraggio: una Siciliana variante Svešhnikov: posizioni sbilanciate, attacchi sull’ala di Donna e controgioco sull’ala di Re, un finale complesso e incertezza fino all’ultimo sul risultato. L’undicesima è invece filata via senza grandi sussulti. E ora l’ultima, questo pomeriggio. Caruana gioca col Bianco, e deve decidere se rischiare, o finire agli spareggi rapid, dove si suppone che il campione in carica sia più forte di lui.

Gianni Brera diceva che lo 0-0 è il risultato perfetto in una partita di calcio. Lo stesso si può dire forse di una patta a scacchi. Ma di nuovo: perché seguirne le mosse, se da qualche parte, nei circuiti di qualche cervellone, il risultato sembra già scritto? Una risposta può essere: perché non è scritto per gli uomini, che non rinunciano affatto a scriverlo da sé, misurandosi gli uni contro gli altri, nello sport più violento che esista (Kasparov), in cui la tensione e la forza si esprimono nella forma più controllata e, perciò, più intensa e più bella possibile. Una bellezza che, forse, nell’epoca dei computer si tinge di malinconia romantica per quel che il gioco è stato, ma di cui in ogni caso il computer non sa nulla.

Se infine non siete norvegesi ma italiani, tifiate o no per Caruana sappiate che sabato scorso è cominciato il 78° campionato italiano assoluto, a Salerno. In una sala bianca come sul set di “2001 Odissea nello Spazio”, non c’è Hal 9000 ma sei scacchiere e dodici giocatori, alcuni giovanissimi: Luca Moroni, il detentore del titolo, ha 18 anni; il più giovane, Francesco Sonis, ne ha soltanto 16. E ci sono gli “anziani”, e anche la battaglia generazionale è una cosa che emoziona. Andrà avanti fino al 4 dicembre. Si può seguire in diretta, in rete, e c’è massima incertezza su chi lo vincerà.

(Il Mattino, 26 novembre 2018. Nel frattempo la dodicesima partita del match è finita in parità. Si va agli spareggi).

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