Che cosa resta dell’anno che ha stravolto la politica

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Con decreto del Presidente della Repubblica venivano convocati, giusto un anno fa, i comizi elettorali per domenica 4 marzo 2018: cominciava così l’anno che avrebbe terremotato la politica italiana, portando i Cinque Stelle alle stelle, un’inedita maggioranza grillino-leghista alla guida del Paese, e a capo del governo un professore di diritto, Giuseppe Conte, sconosciuto alla quasi totalità degli italiani.

Un risultato che non si sarebbe prodotto, se Matteo Renzi non si fosse dimesso a seguito della batosta rimediata a fine 2016, sul referendum costituzionale. Chi comanda non è disposto a fare distinzioni poetiche, cantava Lucio Dalla. E infatti non si è andati tanto per il sottile: Renzi sbalzato di sella, il partito democratico in caduta libera, mentre Gentiloni traghetta con sobrietà l’Italia fino all’appuntamento del 4 marzo. «È stato importante rispettare il ritmo, fisiologico, di cinque anni, previsto dalla Costituzione», spiegava il Presidente Mattarella nel messaggio di fine anno, ma per il Pd è un bagno di sangue: alle elezioni precipita dal 40% delle Europee al 18,7%. Non va meglio alla formazione di sinistra guidata da Bersani, Fratoianni, Speranza: un misero 3,4%, che li condannerà all’irrilevanza.

Il pallino della politica italiana è da un’altra parte. A destra avviene uno storico sorpasso: la Lega primo partito, col 17,4%, con Forza Italia due punti e mezzo sotto. Dove non erano riusciti Bossi, Fini, Casini, riesce invece Matteo Salvini, che quadruplica i voti della Lega Nord e soffia lo scettro del comando a Silvio Berlusconi. Il 5 marzo Luigi Di Maio annuncia solenne: «Inizia la Terza Repubblica, quella dei cittadini». Col senno di poi si può dire: non un inizio trionfale. E soprattutto non è chiaro perché sarebbe la Repubblica dei cittadini, visto che forme e liturgie sono quelle di prima: non ci sono mica streaming e referendum a go-go (per fortuna).

La legge elettorale non consegna la maggioranza a nessuno dei tre poli in campo. I titoli giornali europei si dividono fra il fragore della vittoria populista e l’incertezza sulle prospettive post-elettorali. Il Financial Times titola: «L’Italia stila un verdetto di condanna alla sua élite»; ma in un commento aggiunge: «La coalizione non sarà costruita in un giorno». Ce ne vorranno infatti novanta, più o meno. El Pais, in Spagna, parla di vendetta elettorale e si chiede se questi italiani non siano diventati pazzi. Le Monde, in Francia, parla di cataclisma; Le Figaro di choc, e allungando le antenne rileva il sisma che scuote l’intera Europa. La Faz, in Germania, va invece al sodo: Salvini e Di Maio vogliono fare entrambi i primi ministri. Toccherà invece a Conte (la Faz non poteva neanche sospettarlo), con i due a fare da vicepremier. Infine, il New York Times, in una lunga corrispondenza da Roma, parla di un big turn verso destra.

I temi politici, in effetti, sono questi: la rivolta contro l’élite e i partiti antiestablishment, la ventata populista che allarma Bruxelles, la bancarotta della sinistra e le nuove pulsioni sovraniste, le ambizioni dei due leader e la difficoltà di comporre una maggioranza. La democrazia, però, ha le sue regole. Che prevedono: elezione dei presidenti delle due Camere, costituzione dei gruppi parlamentari, avvio delle consultazioni al Quirinale. In tutto, tre mesi.

Durante i quali ne accadono, di cose. Sullo scranno di Montecitorio viene eletto Roberto Fico l’informale, leader dell’ala movimentista dei Cinque Stelle, con simpatie a sinistra e primo, strombazzato viaggio in pullman da Termini a Montecitorio (dei successivi non si ha notizia). Al Senato va invece Maria Elisabetta Alberti Casellati, di Forza Italia, prima donna ad essere eletta alla seconda carica dello Stato. lunga esperienza parlamentare alle spalle. A votarli sono insieme i Cinque Stelle e il centrodestra unito, anche se Berlusconi deve ingoiare il rospo del veto di Di Maio sul nome di Paolo Romani. Ma il ragionamento del Cavaliere è quello che verrà tenuto fermo anche nei mesi successivi: meglio salvare una parvenza di unità del centrodestra. Non solo perché nelle regioni Forza Italia è alleata alla Lega, ma perché non è detto che sbocci l’amore fra Salvini e Di Maio, e se sboccia non è detto che non finisca presto. D’altra parte, dopo la cavalcata nei sondaggi della Lega, che oggi è data davanti al M5S, non è questa la domanda che ancora ci si fa? Quanto durerà questa maggioranza? Quando Salvini staccherà la spina: prima o dopo il voto europeo, o magari prima della prossima Finanziaria, per non rivivere i patemi di queste ultime, faticosissime giornate?

Ma continuiamo a svolgere la pellicola del 2018. Dunque: Fico e Casellati. Che si fanno anche un giro esplorativo, per cercare di sbloccare la situazione. Il Pd, ancora a guida renziana, non ne vuol sapere di un’intesa coi Cinque Stelle, mentre dall’altra parte c’è il nodo Berlusconi. Che durante le consultazioni, all’uscita del Quirinale, fa finta, in una memorabile scenetta, muta ma eloquente, di essere ancora lui il regista del centrodestra e di poter dettare le condizioni per un’intesa di governo.

Non andrà così: Salvini si staccherà subito dopo, anche se fra i giallo-verdi e Palazzo Chigi ci sarà ancora un ultimo ostacolo, legato alla composizione del Ministero. Il Capo dello Stato non vuole Paolo Savona al Tesoro: un nome troppo contundente verso l’Europa. Quanta ragione avesse Mattarella a preoccuparsi di tenere buoni rapporti con l’UE lo si è capito qualche mese dopo, quando il governo Conte, partito lancia in resta contro i diktat di Bruxelles, ha dovuto riscrivere daccapo la legge di Stabilità per non incorrere in una procedura di infrazione. È la cronaca di questi giorni, di velleità almeno temporaneamente sopite e di accomodamenti dell’ultimo minuto. Ma è in quelle ore decisive, in cui Mattarella stoppa il nome di Paolo Savona, che Luigi Di Maio fa la sua uscita più infelice di questo primo scorcio di legislatura, chiedendo addirittura l’impeachment del Capo dello Stato. Farà, per sua buona ventura, retromarcia nel giro di 24 ore, e non sarà l’unica volta in cui i grillini faranno il passo più lungo della gamba: con la Tav, con il ponte Morandi, con il reddito di cittadinanza, ogni volta il formato delle presunzioni supera abbondantemente il realismo delle soluzioni. Dall’altra parte, invece, Salvini sceglie di cavalcare i temi che più stanno a cuore alla Lega – dall’immigrazione alla sicurezza, passando per la legittima difesa e l’amicizia con i nazionalismi europei – con una chiara connotazione ideologica (“prima gli italiani”), ma senza allargare troppo i cordoni della borsa. Scompaiono infatti la flat tax e le accise sulla benzina, mentre si ridimensiona lo stesso obiettivo di smantellare la legge Fornero.

Però, a guardarlo retrospettivamente, sono ancora il giallo e il verde i colori del 2018. Non solo perché nei sondaggi la fiducia rimane alta, ma perché gli altri non hanno ancora ritrovato la via. Il Pd è impegnato in un percorso congressuale in cui i suoi stessi dirigenti non mostrano di credere davvero. Renzi ha realizzato un bel documentario su Firenze, Calenda pare essersi consegnato al ruolo di commentatore via twitter, mentre Zingaretti e Martina si contendono quasi nell’ombra quel che resta del partito. Nel centrodestra, invece, le ultime notizie riguardano più la famiglia Berlusconi che Forza Italia: chi cena con chi, l’ultimo dell’anno, e come sta in salute il Cavaliere.

Così va in archivio l’annus mirabilis. La sicurezza di Conte sembra cresciuta, la stella di Di Maio è un po’ appannata. Intanto è tornato Di Battista e si comincia a parlare di rimpasto. Ci sarà un po’ di tran tran, prima della prossima campagna per le europee, ma eventuali, futuri scossoni li riserverà probabilmente solo la seconda parte del 2019.

(Il Mattino, 30 dicembre 2018)

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