La pesca a strascico del sindaco equilibrista

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Il Natale: quando arriva, arriva. Ma con le scadenze elettorali è uguale: quando arrivano, arrivano pure quelle. La prima cosa la diceva Renato Pozzetto, in un fortunato spot pubblicitario; la seconda Luigi De Magistris, nel discorso tenuto ieri sul palco del teatro Italia, a Roma. Lì si trattava del panettone, qui di liste elettorali: non ci si può far trovare impreparati. Anche perché non ne arriva mica una sola, di scadenza: il prossimo anno ci sono le europee. Poi ci sono le regionali, l’anno successivo. Infine le comunali, l’anno dopo ancora. Il sindaco di Napoli coltiva grandi ambizioni. Il fatto che le ambizioni politiche non siano mai disgiunte da una sua personale ricandidatura non deve gettare un velo sul progetto: che è quello di aprire nientemeno che un «terzo spazio alternativo sia al blocco dell’austerity» sia «al governo del cambiamento in cui tanti non si ritrovano». Al centro di questo terzo spazio ci sarà ovviamente lui, De Magistris: le elezioni arrivano – dicevamo – e lui si candida. Non solo non ne fa mistero, ma offre la sua disponibilità un po’ a tutti. A pezzi di partito democratico, fuoriusciti convinti che il Pd sia ormai da buttare. Ai rimasugli della fallimentare esperienza del raggruppamento di LeU, nata dal tentativo di mettere assieme Sinistra italiana e Articolo 1-Mdp (il numero di sigle di cui occorre conservare memoria per ricostruire tutte le diaspore della sinistra è quasi pari ai voti raccolti). Ai comunisti non pentiti di Rifondazione comunista, che De Magistris gratifica alzando il pugno come ai vecchi tempi. E ai più scanzonati e ribelli di tutti, quelli di “Potere al popolo”: chi meglio di loro, visto che a Napoli De Magistris non si stanca di ripetere che il potere non ce l’ha mica lui, ce l’ha il popolo sovrano? Infine –  perché no? – a Yanis Varoufakis, che tifa Napoli e mangia mozzarella, e che con il suo Movimento Diem25 propone di dar vita a una lista transnazionale.

Non tutto fila liscio, però, nel terzo spazio: perché ci sono quelli che non ne vogliono sapere dei vecchi partiti, e quelli che dai vecchi partiti tuttavia provengono; c’è Potere al popolo che a Roma non c’è voluta nemmeno andare, e Rifondazione che invece ci va convintamente, senza però mettersi (o potersi mettere) in prima fila; e c’è Varoufakis che dice niente carrozzoni, venite con noi, e Dema che risponde picche, semmai è Varoufakis che deve andare con loro.

Insomma, le solite cose. Alcune frizioni verranno forse superate, altre no. L’entusiasmo comunque è tanto, e la strategia è chiara. La strategia del sindaco, beninteso. Che sa illustrare il vasto senso della politica europea: c’è un gruppo di Visegrad e un gruppo di Maastricht, e non si può stare né con gli uni né con gli altri. Che sa spiegare contro chi fare la campagna elettorale: contro i Cinquestelle responsabili di aver portato al governo «l’uomo più a destra di questo paese», cioè Salvini. Ma che soprattutto sa come saltellare fra un’elezione e l’altra.

Mossa numero uno: candidarsi alle elezioni europee in nome dei popoli, dell’uguaglianza, della giustizia e dell’amore (l’amore c’è sempre, nei discorsi di De Magistris). Mossa numero due: dopo l’auspicata elezione, tirarla per le lunghe e rimanere alla guida del Comune il tempo necessario per arrivare sino all’appuntamento successivo, quello delle Regionali, dove De Magistris ha già da tempo dato ad intendere che vuole correre. Ovviamente, è molto più comodo scendere in campo avendo già conquistato un seggio europeo. In quel modo, il sindaco di strada può mollare senza rischi la poltrona di Palazzo San Giacomo, tanto, male che vada, mossa numero tre: rimane disponibile il paracadute di Bruxelles.

Una simile sequenza di mosse deve presentarsi però in tutt’altra veste: come un grande movimento civico, come una rete ampia di comitati territoriali, come una nuova leva di movimenti e associazioni, come un effervescente protagonismo dei popoli europei, come una semina di idee, esperienze, testimonianze. Tutto quello che ci vuole per superare la soglia di sbarramento del 4%. Dopodiché la retorica tronituante della rivoluzione partenopea verrà messa al servizio dell’impresa successiva: Palazzo Santa Lucia. Di tutto il resto – la città di Napoli e la sua ordinaria e prosaica amministrazione – si parlerà un’altra volta.

(Il Mattino, 2 dicembre 2018)

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