L’autonomia e il sonno del Sud

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Ma di cosa c’è bisogno perché i presidenti delle regioni del Sud, perché i parlamentari eletti nei collegi meridionali, perché i sindaci delle grandi e piccola città del Mezzogiorno prendano la parola? È un terzo del territorio nazionale, di cui il resto del Paese non vuole più saperne, eppure non si riesce a sentire una sola voce che dica forte e chiaro che l’autonomia rafforzata a cui lavorano Veneto e Lombardia rischia di essere un vero disastro: certo per il Meridione, ma anche per l’Italia intera. Sulle colonne di questo giornale Gianfranco Viesti ha provato a spiegarlo più volte: se il progetto va in porto, il Mezzogiorno riceverà meno risorse, dovrà rinunciare ad ogni prospettiva concreta di riduzione del divario con il Nord del Paese, mentre sparirà un principio di solidarietà senza del quale non esiste vera comunità politica.
Ma la classe dirigente meridionale, che dovrebbe essere sulle barricate per fermare o almeno correggere un simile disegno, non parla. O, se parla, parla d’altro. I Cinque Stelle sono impegnati a difendere il reddito di cittadinanza, e non sembrano rendersi conto che il flusso di risorse che, nel tempo, potrà spostarsi verso Nord grazie alla secessione dei ricchi è di gran lunga superiore a quello che la misura-simbolo dei grillini può dare al Sud (senza aggiungere che sposa una filosofia ben lontana dall’aggredire i nodi del ritardo strutturale del Mezzogiorno). Eppure, alle politiche, da Roma in giù hanno sfiorato e spesso superato il 50%: fra le loro file dovrebbe essere in via di formazione una nuova leva di meridionalisti, capaci di rappresentare gli interessi e le ragioni di questa parte del Paese, ma niente: non una parola, i governatori leghisti del Nord possono andare avanti, il contratto di governo non dice nulla al riguardo e loro, zitti e ossequiosi, nulla dicono.
Quanto al Pd, è in evidente stato confusionale, senza un chiaro orizzonte strategico, ripiegato su un percorso congressuale abbastanza incomprensibile ai più. E però è il centrosinistra che ha governato e ancora governa le regioni meridionali, che porta la responsabilità delle molte occasioni perdute lungo tutto l’arco della seconda Repubblica, e che avrebbe, anche solo per motivi strumentali, per mettere in difficoltà la maggioranza giallo-verde, tutti i motivi per farne terreno di battaglia politica. Ma niente anche loro: manco se ne accorgono che intanto il vento nordista ha ripreso a soffiare forte. Hanno perso il Sud, e ormai quasi non li si trova da nessuna parte. Restano a difesa dei fortilizi amministrativi, ma di riprendere l’iniziativa politica pare non abbiano più la capacità, né la voglia.
Infine, il centrodestra. Che con Berlusconi in fase declinante e l’esplosione del consenso alla Lega è finito in stand-by.  Come può infatti mettersi davvero di traverso, se un giorno sì e l’altro pure spera che finisca questa esperienza di governo e che Salvini ritorni all’ovile? Il fatto che vi tornerebbe non come un agnello ma come un lupo non cambia molto, per loro, perché di leadership alternative non ne vedono. E dunque tutti zitti, e pazienza se ormai Salvini i voti viene a prenderseli pure giù al Sud: neanche nel centrodestra si trova qualcuno che denunci la contraddizione fra la Lega nazionale che ormai prova a mettere le tende pure sotto il Garigliano, e quella veneto-lombarda che l’unità nazionale di fatto la piccona, lungo la linea molto precisa del gettito fiscale: quello che versiamo quello ci teniamo. E più non dimandare.
Questo è il quadro, drammaticamente desolante. In qualunque nazione degna di questo nome, tenere unito il Paese sarebbe la prima e più fondamentale preoccupazione. In qualunque democrazia rappresentativa minimamente funzionante, la parte svantaggiata troverebbe  una qualche forma di effettiva rappresentanza. In qualunque sistema sociale attraversato da differenze profonde e diseguaglianze accentuate, il disagio troverebbe il modo di manifestarsi. E la politica proverebbe a far propria la preoccupazione, a dare rappresentanza, a esprimere il disagio. E invece niente: nessuna idea di come contrastare l’autonomia rafforzata, nessuna proposta alternativa, nessuna volontà di unire le forze, nessuna istanza meridionalista da gettare nello stagno della politica nazionale. L’unica dialettica si svolge lungo l’asse Roma-Bruxelles, e Napoli, e Palermo, e Bari, e i sindaci e i governatori e i parlamentari nulla dicono e nulla sanno. Si spacca il Paese nell’indifferenza o forse nella rassegnazione  generale. E le Cassandre inascoltate possono solo temere che qualcuno forse si sveglierà quando sarà troppo tardi.
(Il Mattino, 20 dicembre 2018)

 

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