Se l’Antimafia sospetta anche di se stessa

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Siamo tutti sospettati. Tutti. A dirlo non è l’incorruttibile avvocato di Arras, Maximilien François Marie Isidore de Robespierre, ma Nicola Morra, che da pochi giorni presiede non il grande Comitato di Salute Pubblica, bensì la Commissione antimafia del Parlamento italiano. Non siamo dunque in Francia, all’epoca della Rivoluzione, ma in Italia, sotto il governo del cambiamento. E il primo partito italiano, il Movimento Cinque Stelle, manda alla guida dell’Antimafia uno dei campioni di quella cultura giustizialista che ha trovato nei pentastellati la sua più piena e più convinta espressione politica.

E cosa fa, Nicola Morra? Si insedia, si guarda intorno, scorge fra i colleghi della Commissione la senatrice Sandra Lonardo, di Forza Italia, e prontamente dichiara: «Verrà registrato ogni eventuale tentativo di ostacolare il lavoro della Commissione. Abbiamo il dovere di garantire sempre la tutela nei confronti di chi è sospettato ma abbiamo parimenti il dovere di tutelare le ragioni dello Stato. Lo Stato siamo noi, e un po’ di sano egoismo in termini di prudenza preventiva non guasta». Compreso nel suo ruolo, il Presidente Morra sceglie di esprimere in una prosa piuttosto articolata, all’altezza del complesso mandato conferitogli dal Parlamento, una cosa per lui molto semplice: della Lonardo non c’è da fidarsi né poco né punto. La Commissione non ha ancora cominciato a lavorare ma lui già immagina che la senatrice possa mettere il bastone fra le ruote alla inflessibile voglia di pulizia che lo anima. Perciò la mette in guardia preventivamente: va bene, fino a prova contraria lei è innocente, ma lui è sospettoso lo stesso.

In verità il Presidente Morra non dice che lui ha la virtù di essere sospettoso, ma lascia intendere, più gravemente, che lei, la senatrice, ha addosso l’infamia di essere sospettata. Evidentemente si ricorda dei guai giudiziari in cui la Lonardo è incorsa. Solo che di quelle vicende lontane non ricorda la conclusione vicina: Sandra Lonardo è stata recentemente assolta da qualunque addebito. È finita, nel 2008, agli arresti domiciliari – e un governo della Repubblica è caduto a seguito di quell’arresto, per le dimissioni rese da Clemente Mastella, suo marito, all’epoca ministro Guardasigilli –; poi è andata sotto processo, mentre le indagini della magistratura facevano franare l’Udeur, il suo partito; infine è stata assolta. Con formula piena.

Sentito da «Il Foglio», e vistesi contestate quelle parole improvvide (per le quali la senatrice Lonardo ha subito preannunciato querela) il Presidente della «Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere» – un organismo che solo nel nostro Paese si può credere che debba essere eternato, istituito a ogni nuova legislatura e rinnovato nei secoli dei secoli, forse per timore che, non facendolo, si finirebbe immediatamente raggiunti dal sospetto di essere complici, conniventi o collusi con la malavita organizzata – il Presidente Morra, dicevo, ha provato a metterci una pezza. Ma la pezza, come spesso capita, è risultata peggiore del buco: «Non c’è alcun intento persecutorio – ha infatti aggiunto –; essendo stata assolta, è una senatrice che ha la stessa dignità e la stessa meritevolezza di essere attenzionata». La «meritevolezza di essere attenzionati» è un’altra intricata formula che il Presidente probabilmente usa in omaggio all’alto ruolo. Ma questa volta ha spiegato con chiarezza inequivoca cosa avesse banalmente in mente, e ha concluso: «Siamo tutti sospettati, a partire dal sottoscritto».

Eh, già. Perché Morra sa che nel Comitato di Salute Pubblica succedeva effettivamente qualcosa del genere, che gli implacabili commissari che sulla base di semplici sospetti mandavano sul patibolo i nemici della rivoluzione, presto o tardi finivano a loro volta per essere raggiunti dai sospetti, e fatti fuori.

Non è quello che auguriamo al Presidente Morra, naturalmente. Ma non è quello che auguriamo neppure agli italiani, di finire prigionieri di una stagione di sospetti, di accuse motivate solo sulla base di illazioni, di giudizi morali usati come clave per stigmatizzare gli avversari politici, di omaggi solo ipocriti alle garanzie di legge e ai diritti delle persone, accompagnate da campagne mediatiche che, nei fatti, quelle garanzie e quei diritti calpestano. Il Presidente Morra ha un ruolo delicatissimo, e una tribuna autorevolissima. La ponderatezza, la cautela, l’equilibrio gli saranno necessari. Se riuscisse a trattenere l’ansia di epurare che lo agita, mantenendo l’istituzione che guida entro l’alveo suo proprio, senza impancarsi a supremo giudice morale e senza immaginare di dover procedere alla disinfestazione del Paese o delle sue aule parlamentari, siamo sicuri che ne guadagneranno i lavori della Commissione, e l’Italia tutta.

(Il Mattino, 29 novembre 2018)

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