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De Giovanni Accademico dei Lincei. «La filosofia come diritto alla politica»

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Il caffè amaro, i quadri del Seicento napoletano alle pareti, la presenza di un gatto silenzioso e invisibile da qualche parte in giro: Biagio De Giovanni mi fa accomodare nel suo bel salotto, e comincia a parlare. Oggi diventa accademico dei Lincei e la nomina prestigiosa è un’occasione per ripercorrere una vita di studi e di pensieri. «Io ho la passione per il parlare. Mi è capitato di recente di imbattermi in un pensiero di Benedetto Croce: “altro è lo scrivere, altro il parlare”. Anche per me è così», mi dice, e intanto io osservo che però questi suoi ultimi anni sono stati pienissimi di scrittura. E che scrittura. Sono usciti uno di seguito all’altro, negli ultimi anni: un dialogo a due voci con Marcello Montanari su Gramsci e il Novecento (“Sentieri interrotti”); uno studio sul pensiero moderno nei suoi esiti più alti (“Hegel e Spinoza. Dialogo sul Moderno”); un saggio teso e drammatico su Giovanni Gentile e Emanuele Severino (“Disputa sul divenire”); due grandi lavori al confine tra filosofia, politica e diritto, là dove si trova il centro degli interessi intellettuali di De Giovanni: “Alle origini della democrazia di massa” e “Elogio della sovranità”: non si può dire che in età avanzata il filosofo napoletano abbia rinunciato a pensare.

Così, faccio un po’ fatica a riportarlo indietro nel tempo, ai suoi inizi, agli anni trascorsi all’università di Bari, all’impegno politico, all’esperienza parlamentare a Strasburgo: la conversazione precipita di continuo sul presente, sull’Italia di oggi, sulla crisi della sinistra e l’avanzata del populismo, su Macron e sulla Germania. Ed è inevitabile che mi annunci l’uscita di un paio di libri: uno su Croce, in cui De Giovanni pubblica la prolusione tenuta all’Istituto di studi storici lo scorso anno; l’altro invece su Kelsen, Schmitt e le categorie della politica novecentesca.

Ma io sono qui, nella sua grande casa a Mergellina, in un pomeriggio quieto e raccolto, per fargli raccontare le stagioni di una vita lunga e intensa. Mi accorgo di avere più nostalgia io della sua vita che non lui stesso.

«La laurea in giurisprudenza? Io ho un libretto universitario da iscritto a filosofia. Ma mio padre, avvocato penalista, mi chiese se fossi proprio sicuro della mia passione. Se ti iscrivessi a giurisprudenza, mi disse, avresti qualche possibilità professionale in più. Io accolsi questo consiglio, avendo però comunque in testa di laurearmi in filosofia del diritto. A volta i padri riescono perfino a vedere lontano: da lì è cominciato tutto».

Gli studi di legge non sono infatti restati senza seguito: sono anzi ben dentro l’idea stessa che De Giovanni ha del lavoro filosofico: «Secondo me, il laureato in giurisprudenza, proprio perché ha cognizione del funzionamento dello Stato, finisce con l’avere un pensiero più concreto, senza eccessivi teoretismi. Qualche volta i filosofi peccano di astrattezza. Il laureato in giurisprudenza, rispetto al puro filosofo, ha in testa la polis, il senso dell’organizzazione della vita umana, e tende ad avere un pensiero più dentro le cose».

De Giovanni non sta parlando solo dei suoi primi interessi, di quel piccolo classico che è diventato ormai il suo primissimo libro, «La nullità nella logica del diritto», ripubblicato di recente. Sta parlando del rapporto fra filosofi e giuristi, della sottovalutazione del momento giuridico in tanta parte del pensiero novecentesco:

«Più che sottovalutazione, direi un enorme isolamento del diritto nella mera dimensione della coercizione, della violenza. C’è tutta una tradizione di pensiero che ha ridotto la giuridicità a questo. Il testo di Walter Benjamin su diritto e violenza è un riferimento centrale. Ma questo riduzionismo comincia prima, c’è già in Marx, e prosegue dopo, per esempio in Foucault. C’è qui tutto il dramma del Novecento, ci sono Kelsen e Schmmitt, i grandi apici del pensiero novecentesco, due visioni del mondo alternative e connesse.

«Io provo invece a inserire il diritto nel processo di civilizzazione della forza. E in questa idea del diritto non come violenza ma come grande ordinamento della vita io ho avuto in Giuseppe Capograssi un costante punto di riferimento. Personale all’origine e vivissimo ancora oggi».

Gli chiedo allora cosa pensi della costruzione biopolitica contemporanea, che di nuovo sembra tenersi assai lontana, nel pensare il mondo odierno, dall’impiego di una concettualità di tipo giuridico:

«Quello che mi lascia attonito sono le modalità attraverso le quali questa interpretazione in chiave biopolitica si fa distruttiva di tutta la storia della filosofia politica, di tutte le categorie fondative con le quali la filosofia politica moderna ha funzionato. È un vero strappo concettuale. Quando fai questa operazione, in una fase nella quale le discontinuità sono vive nella vita degli uomini e delle società, è vero: cogli qualcosa dello spirito del tempo; ma il moderno come io lo penso è un’altra cosa. La modernità resta un libro chiuso, o del tutto travisato, se lo pensi senza il suo momento giuridico. La dialettica tra politica e diritto, non intese come discipline ma come mondi vitali, è il nucleo essenziale dell’Occidente. È la vitaIità del mondo che nasce in questo nesso contrastato, oppositivo e aspro fra ordinamento giuridico e autonomia della decisione politica».

La filosofia del diritto, dunque, e il ricordo del primo maestro, il gentiliano Angelo Cammarata, che insegnò a Napoli nel dopoguerra per circa un decennio, e che con ironia tutta siciliana soleva dire a De Giovanni: «come sarebbe bella l’università senza gli studenti!». È così che dall’attualità delle dispute intellettuali di oggi cerco di precipitare di nuovo indietro nel tempo. Da Napoli a Bari: gli anni dell’insegnamento universitario, la scuola barese che si raccolse tra l’università, il partito comunista e la casa editrice De Donato, il ruolo di Gramsci nella cultura italiana:

«Bari per me è stato un incontro fortunatissimo. Il mio primo incarico risale al 1959: avevo 28 anni. Ero incaricato di storia delle dottrine politiche. La filosofia del diritto non si poteva toccare: era riservata ad Aldo Moro, che pur essendo penalista scriveva di teoria dello Stato e teneva i corsi di filosofia del diritto per non lasciarli a quel “branco di comunisti” che veniva da Napoli o da altre facoltà.

«Sono poi passato a insegnare filosofia morale, ma quegli anni sono stati una svolta, nella mia vita. A Bari ho conosciuto la politica. Ero un timido, un introverso, con molte paure di parlare in pubblico. Un po’ le vicende del ’68, un po’ l’incontro con Beppe Vacca, di cui seguii la tesi, mi cambiarono. Arcangelo De Castris, Franco De Felice, Beppe Vacca, gli incontri alla De Donato: si creò un’atmosfera che mi trascinò letteralmente a vivere la riflessione e lo studio a tavolino in una prospettiva diversa. E nel ’69 – dopo la scelta del PCI sulla Cecoslovacchia, quando mi sembrò, forse un po’ ingenuamente, che si stava allentando il rapporto con l’Unione Sovietica – entrai nel partito comunista. In seguito, ho dovuto considerare la mancata chiamata a Napoli, nel ’67, la mia più grande fortuna. Se fossi andato a Napoli, non avrei fatto un’esperienza di vita e di pensiero che, forse, non avrei potuto conquistare in altro modo. E a quella stagione appartiene anche il mio libro su Hegel, “Hegel e il tempo storico della società borghese” che fu per me uno spartiacque».

Dopo il libro su Hegel, del 1970, il libro su Marx, del ’76, sull’analisi delle classi ne Il Capitale: un libro assai meno fortunato:

«Ignorato da tutti! È che la congiuntura stava cambiando. Uscì “Krisis” di Massimo Cacciari, che cambiò profondamente lo scenario culturale italiano. Fu un contributo dirompente, quello di Cacciari: critica del marxismo, pensiero negativo, Nietzsche e Wittgenstein, un insieme di riferimenti che metteva in crisi anche lo sforzo del gruppo di gramsciani baresi dei quali io facevo parte, sia pure in dialettica con certe letture che giudicavo troppo chiuse».

Sulla questione Gramsci chiedo a De Giovanni di soffermarsi. Perché quando negli anni Settanta lascia Bari per Salerno e poi per Napoli, si allontana anche da quella fucina di riflessioni sul pensiero gramsciano:

«I miei ripensamenti sono stati abbastanza radicali. Nella mia vita ho avuto più discontinuità che continuità. Scarti a volte più umorali, a volte più riflessivi. Me lo ascrivo a merito, ma anche a demerito. Il gruppo barese, formato ancora oggi da miei carissimi amici, ha però trasformato nel tempo la riflessione su Gramsci in una forma per me troppo rigida. Io mi sono sentito sempre più lontano dalla cristallizzazione del gramscismo, dall’idea che il gramscismo potesse essere la chiave che apre tutte le porte. A partire dagli anni Ottanta, avvertivo l’esigenza di una via d’uscita».

Nasce così l’idea de “il Centauro”, la rivista diretta da De Giovanni dal 1981 al 1986. Solo sei anni, ma intensissimi («ma puoi fare con Cacciari una cosa che duri più di sei anni?», mi chiede scherzoso De Giovanni), aperti da un editoriale in cui il Direttore manifestava l’esigenza di “accogliere qualcosa che ponga in discussione i vincoli di tradizioni che si considerano già interamente pensate”. Non a caso in quella rivista scrissero tutti, meno gli amici gramsciani di Bari.

«Furono loro scettici nei confronti della mia scelta. Ma intanto veniva fuori un’altra generazione di pensieri, non solo di persone ed età. “il centauro nacque anche contro la volontà dei maggiorenti del partito. Accettarono la cosa solo quando di riviste ne vennero fuori due: da una parte “Laboratorio politico” di Mario Tronti, con dentro l’operaismo italiano; dall’altra “il Centauro”, che dirigevo io, che almeno avevo il merito di non avere niente in comune con l’operaismo. Fu comunque un’operazione molto aperta, antidogmatica, in cui Gramsci finì con con il perdere la centralità avuta negli anni precedenti».

E come finì, quella esperienza?

«Cacciari se la prese perché secondo lui in un mio scritto lo avevo confuso con il pensiero debole. In realtà, la nostra diversità aveva funzionato per qualche anno come collante, ma a un certo punto ci rendemmo conto che prolungare la cosa non aveva senso. Ricordo la riunione in casa di Giacomo Marramao, a Napoli. Io parlai della “linea della rivista”. Dal fondo si sentì una voce dire in veneziano: “se entra la linea esco io”. Era Cacciari. Aveva ragione. Avevamo contribuito a mostrare consapevolezza di una discontinuità e di una crisi. L’effetto c’era stato, almeno in certi ambienti culturali, e ci bastò quello».

Finisce “il Centauro”, nel 1986. Ma è ormai prossimo alla fine tutto un insieme di rapporti intensissimi fra vita intellettuale e vita politica, che avevano segnato l’esperienza italiana.

«In Italia c’era stata un fatto particolarissimo: un partito comunista senza paragoni nel resto d’Europa. Ricordo i comitati scientifici dell’Istituto Gramsci: Luporini, Badaloni, Franco Ferri… Discussioni sui destini del mondo, seminari politico-filosofici che rifluivano poi nel Comitato Centrale del partito. Avevi la sensazione – in parte vera, in parte no – di un’effettiva dialettica, retto da una struttura della storia che ormai non c’è più. La dirigenza del PCI poteva anche chiudersi, ma era colta, in grado di dialogare con il mondo della cultura. Palmiro Togliatti era uno che all’uscita del rapporto sui crimini di Stalin rispose su “Rinascita” con una sua traduzione dal tedesco di un frammento di Hegel ignoto ai più. Hegel diceva: anche il volto di un assassino è illuminato da un punto di luce. Cioè: la personalità umana non ha un solo lato, è sempre molto complicata. Tu capisci? Di Maio non conosce i congiuntivi, Togliatti traduceva Hegel dal tedesco. Sbagliando, facendo errori ciclopici: però era Togliatti».

A proposito di Togliatti, che dire dell’articolo in prima pagina sull’Unità, a venticinque anni dalla morte? Siamo nell’agosto dell’89. De Giovanni siede nella direzione nazionale del partito, fresco di elezione al Parlamento europeo. Ha pubblicato a inizio d’anno un libro, “La nottola di Minerva” che contiene già l’ambizione di una rottura con la tradizione continuista del PCI.

«Ma dei libri non si accorge nessuno. Quando mi chiamo il vicedirettore dell’Unità, Giancarlo Bosetti, io gli chiesi se avesse letto il libro. In verità mi disse di sì, che proprio per questo avevano pensato a me. Mi sentii più tranquillo e scrissi. L’articolo uscì in prima pagina, col titolo: «C’era una volta Togliatti e il comunismo reale». In quell’articolo dicevo che un mondo era finito. Successe l’ira di Dio. Mi ritrovai il pezzo in televisione. Duecento e più articoli. Fu ripreso persino dal Washington Post.

«A settembre, alla prima riunione della direzione nazionale, avvertii il gelo intorno a me. Giancarlo Pajetta, di solito scherzoso, a stento mi salutò. Mi misi sul fondo. Natta introdusse il discorso dicendo: “D’estate i compagni devono stare molto attenti a quel che dicono, perché possono avere dei colpi di sole”. Tempo sei mesi e fui fatto fuori dalla Direzione».

Era comunque cominciata la stagione dell’impegno europeo. Il Pci aveva abbandonato nel corso degli anni Ottanta le posizioni antieuropeiste. E nel decennio successivo appoggiò convintamente la scelta di Maastricht. De Giovanni trascorse dieci anni a Strasburgo. Non posso non chiedergli che cosa è successo all’Europa, da allora.

«È stato il momento più bello e illusorio: l’unificazione tedesca, l’allargamento a est, l’unione monetaria, la codecisione del Parlamento europeo, lo spazio Schengen. Tutto sembrava possibile. Io ebbi una grande esperienza come presidente della commissione istituzionale negli ultimi due anni e mezzo del mio secondo mandato, quando approvammo il Trattato di Amsterdam».

Perché però quel percorso si è arrestato? Perché alla Costituzione europea non si è mai arrivati?

«Perché la Germania si è unificata. Ma non sto dando una risposta antitedesca. È che l’unificazione della Germania ha scosso tutti gli equilibri. La Germania non si è chiamata fuori, non ha scelto il “Sonderweg”, ma non è riuscita ad assumere il ruolo di grande nazione europea. Questo elemento ha compromesso il vecchio equilibrio franco-tedesco e bloccato la possibilità di progredire. L’altro elemento che ha pesato è l’interpretazione della globalizzazione come un processo soft, come l’avvio del grande cosmopolitismo. Ne veniva la convinzione che non vi fosse più bisogno di politica. Quando poi ci si è scontrati con la durezza della globalizzazione, l’Europa non ha saputo dare risposte perché non aveva più dentro di sé la dimensione del conflitto politico».

Il pensiero di De Giovanni su questi temi è consegnato in particolare a due libri, “L’ambigua potenza dell’Europa” e “La filosofia e l’Europa moderna”, usciti alla fine di quella stagione, nei primi anni Duemila. Nel primo, in particolare, De Giovanni sosteneva che la sovranità statuale dovesse rimanere il perno della costruzione europea:

«Ne “L’ambigua potenza” davo ancora un’interpretazione ottimistica di questo processo. L’ineliminabilità della statualità, l’insufficienza del puro patriottismo della Costituzione di hambermasiana memoria: tutto questo è entrato in crisi. Da un lato rimane necessario, dall’altro è difficile se non impossibile. Nessuno mi farà pensare che la Commissione possa diventare all’improvviso il governo dell’Europa. Nessuno però mi riesce più a far capire come questa necessaria relazione fra gli Stati riesca ad essere creativa di spazi politici comuni. Chissà se dopo questa crisi drammatica l’Europa non sia costretta a rimettersi a pensare, a cercare un terreno meno friabile di costruzione dell’Unione».

L’esperienza nelle istituzioni comunitarie finisce nel ’99, quando, nonostante l’indicazione dell’allora segretario Veltroni, De Giovanni non viene rieletto. Le ragioni della mancata rielezione rimangono, per carità di patria, fuori dal taccuino. Il filosofo in lui rinato allo studio e alla ricerca preferisce cavarsela con una battura: «Ringrazio il Padreterno per non essere stato eletto, perché dopo quei dieci anni al Parlamento sono tornato a tempo pieno sui libri». Prima però di chiudere con il bisogno di filosofia che gli riempie le giornate, gli chiedo qualcosa sulla politica nazionale. Gli chiedo della questione meridionale. De Giovanni è tranchant:

«La questione meridionale è completamente fuori dalla cultura politica contemporanea. Il dualismo nasce rigorosamente all’interno di una nazione. Quando l’unità nazionale si incrina, e non ci sono più risorse per politiche distributive, finisce anche la questione meridionale. Vedi del resto la Catalogna: ormai le regioni ricche non guardano più le regioni povere».

E il Pd? De Giovanni ha ripreso la tessera, in controtendenza rispetto all’emorragia che il Pd ha subito negli ultimi tempi. Non è del resto la prima volta che De Giovanni va controcorrente. Si è iscritto al partito democratico per sostenere Renzi nelle primarie di quest’anno.

«Il rischio populistico è fortissimo. Sarà sbagliato, settario, ma io considero i Cinquestele una patologia della democrazia. E quindi il ruolo del partito democratico (sarà di destra, di sinistra: lasciamo perdere) non può che essere quello di punto di equilibrio per la difesa e lo sviluppo della democrazia rappresentativa e per un rapporto critico ma forte con l’Europa. È l’unico partito che può farlo. La centralità del Pd non deriva da astrazioni categoriali ma da compiti politici concreti, dalla necessità di deve combattere l’estremismo salviniano e la patologia populista. Che c’è a destra come a sinistra».

Sono trascorse più di due ore. Ho lasciato fuori da questo insufficiente resoconto gli anni salernitani, il velo di commozione con cui De Giovanni ricorda i libri splendidi di Roberto Racinaro, rettore a Salerno negli anni di Tangentopoli, finito in carcere e poi completamente assolto da ogni vicenda, ma distrutto moralmente e fisicamente. Ho lasciato fuori i rapporti con Napolitano, l’esperienza come Rettore all’Orientale di Napoli, l’incredibile storia del quadro di Caravaggio posseduto per un giorno soltanto, le pagine di Musil sull’Europa e sulla guerra – l’uomo che “straccia la sua esistenza al vento” – e infine i recenti, importanti discorsi di Macron. De Giovanni mi chiede di alzarmi. Apre una porta, mi mostra il suo ultimo quadro, da gran collezionista qual è: «Questo è un Giovanni Lanfranco», mi dice, e mi lascia di stucco. Le chiese di Napoli, pietre e luce, Caravaggio e Vico: tutto cammina ora con i suoi passi e nella sua voce.

«Noi siamo sempre figli degeneri di Hegel. Questo è tempo di scissioni. Quindi la filosofia è necessaria. Non c’è epoca più filosofica di questa. Essendo radicale la scissione, nel suo senso più lato, la filosofia – questa malattia del pensiero, come la definiva Croce –irrompe perché non basta più la storiografia, non basta più la storia degli storici. Diviene necessaria, perché necessaria diviene una rifondazione delle cose. Lasciami dire però – poiché non ne abbiamo parlato fin qui – che per me non è senza Croce, ma senza Gentile che non esiste la filosofia italiana. Non esisterebbe Gramsci come non esisterebbe Severino. L’attualismo è stata la vera filosofia italiana del Novecento. E Gentile è stato una delle chiavi della mia vita filosofica».

“Io che origlio alle porte dei filosofi”: così ha detto una volta De Giovanni di sé, con una modestia che i suoi ultimi libri non giustificano. È per via degli eccessi di teoria che sente come estranei, ma non certo perché non sappia leggere e interpretare il bisogno di filosofia del nostro tempo.

«Per me la filosofia è tornata così. Qui stanno i miei ultimi libri. Siamo tornati ai grandi momenti di crisi in cui il rapporto fra vita e forme si interrompe e la crisi diventa generale. Le forme consolidate – la famiglia, la società, il partito, lo stato – si vanno dissolvendo. Come riorganizzi allora la vita comune dell’umanità? Rottura di confini o ritorno delle identità? E che significa ritorno delle identità? O al contrario: il mondo sopporta la distruzione dei confini?».

Domande, pensieri che non si arrestano, questioni che rimangono aperte. Fuori è ormai sera, Napoli lungo il mare è bella come non mai.

(Il Mattino, 10 novembre 2017)

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Gramsci e lo stato di salute della democrazia

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tre anni di guerra hanno ben portato delle modificazioni nel mondo. Ma forse questa è la maggiore di tutte le modificazioni: tre anni di guerra hanno reso sensibile il mondo». Chi scrive è Antonio Gramsci, nel1917. I bolscevichi hanno appena preso il potere in Russia, e Gramsci vi riflette nell’articolo suo forse più celebre, «La rivoluzione contro il “Capitale”». Ma nei suoi pensieri è anche il modo stesso di essere al mondo dell’uomo, così com’è stato aperto e sconvolto dal conflitto mondiale: la rottura di argini secolari entro cui un tempo scorrevano le vite degli uomini, dei popoli, delle nazioni, e l’esposizione al mondo in quanto tale. Non come un risultato della riflessione, ma come un tratto della sensibilità. Un affare del sentire, non del comprendere. Giuseppe Vacca, che riporta le parole del pensatore sardo nel suo ultimo libro, Modernità alternative. Il Novecento di Antonio Gramsci (Einaudi, pagine 235, euro 26) vi legge anzitutto il tema della mondializzazione della coscienza collettiva, che ritornerà anche più tardi, nei Quaderni, e i compiti che essa pone alla politica. Vincenzo Vitiello – ieri all’Istituto italiano per gli studi filosofici, insieme a Biagio De Giovanni per la presentazione del libro di Vacca – vi scorge una delle punte più alte della consapevolezza del naufragio della civiltà europea. Un tratto che si ritrova nei grandi pensatori della crisi: da Thomas Mann a Robert Musil a Ernst Jünger. Ma la lettura di Vitiello riserva una sorpresa: il Gramsci del ’17 che medita, con le sue proprie categorie, sulla finis Europae è il Gramsci più avanzato, quello che ancora parla alla nostra

coscienza, mentre il pensatore che riflette in carcere sulla storia d’Italia, sulla questione meridionale, sul

fascismo, sulle varie forme dell’egemonia, sul partito «moderno Principe»,riduce bruscamente orizzonte e

profondità di analisi: non ci serve più. Un paradosso, perché sono proprio questi pensieri ad alimentare in Italia e nel mondo gli studi gramsciani. Lo stesso Vacca ha scritto questo suo ultimo libro «per mettere ordine nel processo di formazione delle categorie filosofiche e politiche di Gramsci attraverso la collocazione di Gramsci nel suo tempo». Il libro è infatti scandito dalle parole chiave del pensiero gramsciano: il concetto di egemonia, innanzitutto, poi la rivoluzione passiva nelle sue varie declinazioni, in Italia e nello scenario internazionale, poi ancora la filosofia della praxis come teoria processuale del soggetto, infine la democrazia e i partiti. Ma la profonda distanza tra Vitiello e Vacca nel modo di tornare al prigioniero di Turi, pur nella comune convinzione che il tempo di Gramsci non è il nostro, è a sua volta spia di una difficoltà dell’epoca nostra, e cioè della difficoltà di ricomporre i rapporti fra filosofia e politica, fra sfera del pensiero e ambito delle decisioni, fra sapere e potere, oggi molto più problematici che in passato. Così come problematico è lo stato attuale di salute dell’unica forma politica che gode ancora di qualche patina di legittimità, la democrazia rappresentativa. Biagio De Giovanni è tornato ad occuparsi di Gramsci proprio per mettere a tema la crisi della democrazia. Che è, più precisamente, crisi del concetto di rappresentanza. «Né ciò può far pensare a un nuovo liberalismo, sebbene sia per essere l’inizio di un’era di libertà organica»: così Gramsci, che il De Giovanni di qualche anno fa, in allontanamento dai germi totalitari del pensiero del Novecento, prendeva assai criticamente, ma che ieri ha provato a rileggere come espressione di una acuta consapevolezza che la rappresentanza democratica non regge senza elementi che temperino e contengano gli impetuosi processi di individualizzazione – e, al tempo stesso, di massificazione – dei rapporti sociali portati all’epoca di Gramsci dalla prima mondializzazione dell’economia capitalistica, e oggi dalla nuova ondata della globalizzazione. Più che la revisione del marxismo, quello che allora interessa De Giovanni è l’approccio originale di Gramsci alla crisi europea, la forbice che si apre fra cosmopolitismo dell’economia e arcigna risposta nazionalista della politica: «non sta avvenendo anche adesso?», chiede con preoccupazione. La domanda non può non rimanere senza risposta: se mai risposta ci sarà, sarà nelle cose. Che Gramsci abbia però «individuato i problemi fondamentali della democrazia dei nostri tempi e indicato una prospettiva per risolverli» è ferma convinzione di Vacca, che con queste parole chiude infatti il suo libro. E di nuovo si misura, nei toni ancor più che negli argomenti, la distanza fra un «politico pratico, un combattente» (il Gramsci di Togliatti, cui Vacca aderisce) e un aspro pensatore della crisi, come appare nelle riletture offerte da De Giovanni e Vitiello.

(Il Mattino, 9 novembre 2017)

 

La commedia degli equivoci

Menecmi

Non è certo la prima volta che la sinistra chiede ai suoi elettori di armarsi di santa pazienza. Questa volta tocca loro farlo per i risultati deludenti del voto siciliano, ma ancor più per il dibattito che ne sta sortendo.

Che non è in grado di chiarire quale sia il punto di capitone, quello intorno al quale si annoda tutto il resto: si tratta di Renzi, o delle politiche adottate dal Pd in questa legislatura? Si tratta della leadership, o del jobs act? Per un pezzo della sinistra – quella, grosso modo, che fa capo a Sinistra italiana di Fratoianni e ai nuovi eroi della società civile, i Falcone e i Montanari – il problema sono le politiche, e Renzi solo in quanto è stato lo strumento più efficace della loro attuazione. In questa chiave, fra Gentiloni e Renzi non c’è tutta questa differenza. E in verità differenza sostanziale non c’è nemmeno rispetto al precedente governo Letta, se non per questioni di stile e di energia politica. Che differenza vi può mai essere, poi, sempre dal punto di vista di questa sinistra più radicale, col Pd di Bersani che sosteneva lealmente il governo Monti, insieme a Forza Italia? Nessuna vera differenza. E a riprova: mentre Bersani celebra il Presidente Grasso come un dio, Tomaso Montanari ha già scritto una lettera aperta per dire rispettosissimamente che per lui Grasso (come ieri Pisapia) non può affatto rappresentare il mutamento di politiche di cui vi sarebbe bisogno.

Le cose stanno invece tutt’al contrario per i fuoriusciti di Mdp: per loro il problema è Matteo Renzi, e solo subordinatamente le politiche. Se non la vogliono mettere troppo sul personale diranno che è il nefando giglio magico, ovvero un certo modo di gestire il potere, oppure la concezione renziana del partito e della democrazia, o semplicemente il suo essere troppo divisivo. Ma insomma: è lui. Le politiche di questi anni c’entrano solo strumentalmente: hanno votato persino il pareggio di bilancio in Costituzione (quasi una bestemmia, per la sinistra radicale), hanno ingoiato ogni specie di rospo finché sostenevano responabilmente il governo: quale altro anfibio non deglutirebbero, una volta che si fossero sbarazzati di Renzi?

Queste cose le sanno tutti, dentro il Pd e fuori il Pd. Le sanno gli avversari interni, che, preoccupati o sollevati che siano, spingono Renzi verso il passo indietro, e le sanno quelli di fuori, che però non hanno alcun interesse a sciogliere tutte queste ambiguità.

E neppure hanno interesse a vedere quello che davvero è successo in Sicilia, dove il Pd non ha preso un solo voto in più rispetto al 2012, mentre ha subito una emorragia di voti che cinque anni fa erano venuti dal centro (dalle parti dell’Udc, non proprio una formazione di sinistra), e dove Mdp non ha aggiunto un solo voto a quelli raccolti da Fava nelle passate elezioni, quando Mdp non esisteva. Che è come dire che non esiste neanche adesso, se non come indice di un problema, certo non di una soluzione.

La soluzione, però, non ce l’ha nemmeno Matteo Renzi. Perché da un lato è perfettamente consapevole che dalla sconfitta al referendum ad oggi ha perso il suo appeal verso l’elettorato che lo aveva portato su, fino al 40% delle europee – un elettorato che solo una fervida fantasia potrebbe connotare come di sinistra, in una qualunque accezione ideologicamente significativa del termine –, ma che si trova, volente o nolente, invischiato in un logorante dibattito sul destino del campo democratico, che in realtà si fa sempre meno distinguibile, agli occhi dell’opinione pubblica, da un dibattito sul destino dei suoi gruppi dirigenti. E questa, c’è poco da fare, è una maniera sicura per avvitarsi su se stessi, e lasciare che le uniche proposte politiche credibilmente offerte al Paese siano quella del centrodestra (i cui problemi interni appaiono oggi in via di soluzione) e quella dei Cinquestelle (che per definizione problemi interni non ne hanno).

La discussione in corso a sinistra finisce così con l’essere una commedia degli equivoci: però voluti, per nulla involontari. Ci si mette in cerca del nome giusto per riunire finalmente il centrosinistra, e si fa finta che l’esigenza del partito democratico di allargare il campo, di costruire una coalizione di forze che restituisca al Pd un profilo innovatore, aperto, vincente, sia la medesima di esigenza di chi vuole semplicemente togliere di mezzo Renzi. Si cerca di produrre la necessaria discontinuità, il che di nuovo significa sacrificare Renzi, e si finge di credere che in questo modo i voti della sinistra radicale si potranno facilmente sommare a quelli del Pd. Il tutto avendo a disposizione soll quattro mesi, il tempo che ci separa dalle elezioni. Come se il centrosinistra non l’avesse già provata questa strada, nel 2001, quando a un passo dal voto cambiò cavallo e scelse Rutelli al posto di Giuliano Amato. Coi risultati che sappiamo.

Ma più di un cambiamento del genere il Pd non è in grado di proporlo, al punto in cui è. Non potendo restar fermo, è possibile che cercherà di qui in avanti tra le formule che consentano di salvare capra e cavoli: distinguendo fra premiership e leadership; fra segretario del partito e presidente del Consiglio; fra leader del partito e leader della coalizione. Come se davvero questo si aspettassero gli italiani, per portare il centrosinistra al 40%, o almeno Mdp a una percentuale di voti significativa. E poi non dite che non occorra molta, moltissima pazienza.

(Il Mattino, 8 novembre 2017)

E’ partito l’avviso di sfratto

Messerschmidt

Mozione di sfiducia per Luigi De Magistris. Firmata: Roberto Fico, Matteo Brambilla e il Movimento Cinquestelle. Dunque i grillini provano a fare sul serio anche a Napoli. E battono il loro primo colpo, da quando sono presenti in città, nel momento in cui massima è la difficoltà del sindaco di Napoli, e massima è anche l’eco del voto siciliano. Ci sono già state, è vero, le vittorie di Roma e Torino, ma quelle esperienze amministrative non hanno finora dato motivi di lustro particolari. La Raggi, a Roma, si sta rivelando un fallimento, e anche la Appendino, a Torino, dopo i primi mesi di luna di miele, comincia a sentire la fatica dell’amministrazione. Meglio dunque mettersi in scia del successo nell’isola. Anche se infatti è stato il centrodestra a spuntarla, il sentiment – come oggi si dice – è positivo e la sensazione che la ruota giri a favore dei Cinquesteĺle è forte.

Così, dopo anni di appeasement, anni in cui non si capiva se i grillini potevano considerarsi una proiezione nazionale degli umori espressi a Napoli da De Magistris, o viceversa De Magistris un precipitato locale di un fenomeno di rigetto della politica tradizionale già diffuso su scala nazionale, le cose sono infine venute a un chiarimento: Fico vuole candidarsi a sindaco di Napoli, i Cinquestelle non possono più accontentarsi di andare in scia. In realtà non era vera né l’una né l’altra cosa, Dema e Cinquestelle non sono sovrapponibili. Ma è chiaro che – date pure tutte le differenze – non possono esserci a Napoli due movimenti antisistema, due movimenti populisti, due formazioni in lotta contro tutti e tutto.

Il dado, dunque, è tratto. E il salto da Brambilla a Fico, quanto a peso politico, non è piccolo: nel 2016, il Movimento ebbe la bella idea di candidare contro De Magistris un volenteroso attivista, dal cognome inconfondibilmente settentrionale, oltretutto tifoso juventino: non proprio una scelta aggressiva. Così come non è stata finora aggressiva la condotta in consiglio comunale. Ma ora lo scenario è cambiato, il Movimento Cinque Stelle è il primo partito d’Italia, e a Napoli – ha spiegato Fico – «c’è la possibilità che la giunta salti». Bisogna allora farsi trovare pronti. L’annuncio di ieri, con la presentazione di una mozione di sfiducia per le condizioni in cui si trova il bilancio cittadino, e la richiesta di una «operazione trasparenza a salvaguardia del Comune e di tutti i cittadini napoletani» segna l’inizio delle ostilità.

De Magistris ha reagito abbozzando, provando a smorzare il significato dell’iniziativa, giudicando legittimo che una forza politica di opposizione «in un momento difficile per la città, provi a dare una spallata a sindaco». Il fatto è che per la città è un momento difficile, ma pure per il suo sindaco. Che avverte segni di scollamento nella sua maggioranza. Che intanto cerca di costruirsi un futuro politico oltre l’esperienza municipale. E che soprattutto si trova in una difficilissima impasse: ad ogni passo che fa in cerca di una soluzione istituzionale alle difficoltà amministrative e di bilancio in cui versa il Comune di Napoli, più fortemente sente l’insofferenza di un pezzo dei movimenti. E se viceversa continua a giocare alla rivoluzione, reclutando su Facebook «i combattenti nell’esercito popolare di lotta per i beni comuni», sente che gli si fa il vuoto istituzionale intorno. Ma quanto a lungo può funzionare scomodare la Costituzione e le lotte di popolo per l’accordo sul trasporto pubblico? Più alzi i toni, più in realtà misuri lo scollamento dalle fatiche quotidiane della città. Più ci dai dentro con la retorica, più dimostri tutta la stanchezza e l’affanno amministrativo.

Buon ultimi, i Cinquestelle si sono dunque messi a fare opposizione. L’onesto Brambilla rimane lì, a fare la sua figura da comprimario, e intanto scende in campo Roberto Fico (a cui peraltro Di Maio ha sbarrato la strada sul piano nazionale). Se le cose in tutta Italia arridono al movimento, perché Napoli dovrebbe fare eccezione? Finora, il solo motivo era rappresentato proprio dalla bandana di De Magistris. Se il vuoto della politica perdura, dopo l’arancione, non è forse possibile che invece dell’azzurro del centrodestra, o del rosso del centrosinistra, si arrivi al giallo limone dei grillini?

(Il Mattino, 7 novembre 2017)

Se la partita per il Paese si gioca a due

Klee

P. Klee

La forbice di numeri è ancora ampia, e può fare la differenza. Ma gli exit poll siciliani alcune cose le dicono fin d’ora. La prima è indiscutibile: non sappiamo se l’asticella toccherà davvero la quota psicologica del 40%, o si manterrà al di sotto, ma in ogni caso il risultato dimostra che nell’isola il centrodestra si è ripreso il suo elettorato. È vero che nelle passate elezioni regionali il centrodestra superò il 40%, ma cinque anni fa si presentò diviso, e questo consentì a Crocetta di divenire presidente della Regione, mentre questa volta si è presentato unito. La differenza l’ha fatta dunque la capacità di presentarsi con un solo candidato, Nello Musumeci. Dopodiché però la tenuta del centrodestra, soprattutto in proiezione nazionale, è ancora da dimostrare. Sentito da questo giornale, Salvini si è limitato a parlare di un punto di partenza, negando che il patto dell’arancino – la cena con Berlusconi e la Meloni – equivalesse a un accordo elettorale per le politiche del prossimo anno. Quel che vale in Sicilia non è ancora detto che valga a Roma. Anche se dalla Sicilia riceve una grossa spinta: il centrodestra unito, ha detto ieri sera il coordinatore di Forza Italia nell’isola, Micciché, farà il pieno nei collegi uninominali. Un argomento maledettamente convincente.

La seconda evidenza è il risultato dei Cinquestelle: da soli, hanno superato sicuramente il 30%, ed è probabile che siano sopra il 35%. È persino possibile che Cancelleri arrivi davanti a Musumeci e diventi il primo presidente di Regione a cinque stelle: sarebbe un esito clamoroso, che proietterebbe la sua ombra anche sul voto della prossima primavera. Comunque vada a finire il testa a testa fra i due candidati, è chiaro fin d’ora che i grillini sono di gran lunga il primo partito dell’isola. Non solo. Benché sia presto per avere numeri attendibili sui voti di lista, è sicuro che i Cinquestelle prendano il doppio o più dei voti andati a Forza Italia e al Partito democratico. Il doppio anche dei voti che lo stesso Cancelleri prese nel 2012, quando raggiunse il 18%. Grillo e i suoi sono ora di fronte al dilemma dinanzi al quale si troveranno probabilmente anche a marzo: sono la prima forza siciliana, stravincono tra i giovani (cosa di per sé significativa), e soprattutto vincono da soli contro quelle che chiamano «le armate Brancaleone» schierate da centrodestra e centrosinistra; ma proprio perciò, senza alleati di sorta, rischiano di fermarsi a un passo dal governo. Fin qui e non oltre, rischiano di infrangersi contro l’impossibilità di fare accordi con tutti gli altri.

La terza evidenza riguarda lo stato della sinistra. Difficile, a dir poco. Non solo il Pd è andato male, è andata male anche la sinistra di Fava. Il Pd ha preso gli stessi voti delle precedenti elezioni regionali, o forse anche meno, e questo dà tutto il senso della sconfitta: oggi come cinque anni fa, vuol dire che il renzismo in Sicilia è passato invano, o non è mai arrivato. Anche Claudio Fava ha preso però all’incirca i voti della volta scorsa (quando presentò liste col suo nome, pur non potendo essere candidato). Se Sparta piange, Atene non ride, insomma. E intanto Micari, se gli exit poll dovessero essere confermati, si troverebbe una decina di punti sotto il 2012, avendo perso tutta un’area di voto centrista che nelle scorse elezioni aveva sostenuto Crocetta. In questo contesto, pesa anche il risultato fortemente deludente di Alternativa popolare, il partito di Alfano, ridotto a poca cosa in quella che restava forse la sua ultima roccaforte.

Se poi si facessero raffronti con le politiche del 2013, o peggio con le europee del 2014, si misurerebbe più vistosamente l’arretramento del Pd e del centrosinistra. Si tratta di un confronto parecchio improprio, ma inevitabile. Soprattutto per un partito che aspira a governare il Paese, e che per farlo dovrebbe – almeno in linea teorica – traguardare quota 40%. Forse, però, più dei numeri conta il quadro politico complessivo. Micari è andato male per due ragioni: perché pagava il giudizio dei siciliani sul governo uscente di centrosinistra, che era ed è assai negativo, e perché non gli è riuscita l’operazione di allargare il suo campo. Fin da subito la sua è parsa così una candidatura marcata dal segno dell’isolamento. Ora, è vero che lo scenario locale è diverso da quello nazionale, ma il rischio è che anche nel resto del Paese il Pd non venga percepito come il perno di uno schieramento ampio. Né è minimamente immaginabile che siano gli altri, quelli alla sinistra del Pd, a poter assolvere questa funzione. Anche su questo il voto siciliano fa chiarezza, perché non regala a Fava, finito probabilmente sotto le due cifre, nessuna ragione per festeggiare, ma solo motivi per recriminare.

Il voto siciliano ha dunque, se gli exit poll saranno confermati, due sicuri sconfitti e due probabili vincitori. Farà ovviamente differenza se la guida della Regione andrà al centrodestra, come sembra, oppure ai Cinquestelle, ma rispetto al futuro politico del Paese gli uni e gli altri sanno già dove andare, mentre è il centrosinistra che deve probabilmente inventarsi nuove strade.

(Il Mattino, 6 novembre 2017)

La diaspora che sa di passato

Exitù

Lo scenario è in movimento, ed è fresca di stampa una legge elettorale che suggerisce di coalizzarsi anche solo in vista delle elezioni, giusto il tempo necessario per conquistare uno scranno parlamentare. Tutte le soluzioni sono dunque possibili. Vale a Roma e vale pure a Napoli, dove l’agitazione è da ultimo provocata dall’uscita di Antonio Bassolino, che ha abbandonato il partito democratico e ha ripreso a dialogare con il sindaco De Magistris. La motivazione risiede anzitutto nella vicenda personale di Bassolino, com’è chiaro dalle parole usate dalla moglie, l’onorevole democrat Annamaria Carloni: «Antonio non è stato rispettato sul piano politico e umano», «Contro Antonio è stato alzato un muro», «Antonio è stato maltrattato». Ma ci sono anche motivazioni politiche generali: Bassolino ritrova infatti la compagnia dei fuoriusciti del Pd, di tutti coloro cioè che pensano che il centrosinistra non può rinascere se Matteo Renzi non toglie il disturbo.

Quale centrosinistra può però rinascere, se i protagonisti di questa estenuante diaspora sono gli stessi che hanno navigato prima nell’Ulivo e poi nel Pd in tutti questi anni? Non ha un inevitabile sapore di passato, tutta questa discussione? E che c’entra Napoli, la città, con tutto questo? Bassolino va ad aggiungersi ai Bersani e ai D’Alema che hanno guidato la sinistra in Italia per non meno di un paio di decenni. Sbalzati di sella dalla nuova generazione democrat, oggi faticano a riconoscersi nel Pd a guida renziana, ma faticano ancor di più ad accorgersi di come la sinistra che vuole essere alternativa a Renzi, se ha numeri e idee per esistere, non sarà certo per riconoscersi in costoro. Non ha nessun motivo per farlo.

Visto dalla sinistra radicale, questo fantomatico nuovo centrosinistra che nascerebbe se solo Renzi si facesse da parte non è infatti altro che un imbroglio, un pannicello caldo, un cambio di facce ma non di politiche.

A Napoli la cosa prende un’evidenza palmare. Bassolino si avvicina a De Magistris – come del resto ha fatto Mdp in consiglio comunale – e comincia a ragionare di possibili candidature nei collegi uninominali. Dalle parti di Dema, e dei movimenti che appoggiano l’attuale giunta, in molti storcono il naso, per non dire di più: com’è possibile che la rivoluzione arancione torni indietro agli anni di Bassolino alla guida della città? Come può Bassolino rappresentare l’area degli insorgenti, dei benecomunisti, dei centri sociali?

Non può. Però si finge che sia possibile, perché De Magistris qualche interesse a dialogare con Bassolino ce l’ha. Si tratta di costruire una sponda politica per compiere la traversata in Parlamento. Un collegio uninominale è quel che ci vuole. Il progetto di mettere dentro tutti quelli che non ne vogliono sapere del Pd fa giusto al caso, il caso suo o forse meglio quello del fratello, Claudio. E cade pure al momento opportuno, mentre si accentuano le difficoltà dell’Amministrazione comunale, che continua a camminare sull’orlo del definitivo dissesto: la politica interviene insomma come arma di distrazione di massa.

La conversione di un’esperienza amministrativa in una prospettiva politica, buona per conquistare un seggio in qualche quartiere della città, resta però un’operazione complicata assai. Ma il Sindaco ci lavora da tempo, consapevole che la sua stagione a Palazzo San Giacomo sta per finire. E una presenza in Parlamento di Dema è il miglior viatico per tentare, più in là, la conquista della Regione. Tanto più se il campo democratico dovesse rimanere privo di una riconoscibile identità e di un vero progetto politico.

Perché è chiaro: tutte le fortune di De Magistris dipendono dalle sfortune e dai fallimenti dei democratici. È stato così fin dalla prima elezione a Sindaco, nel 2011, e continua ad esserlo ancora oggi. La stessa figura di Bassolino può essere usata per sottolineare le difficoltà in cui si dibatte il Pd. Ogni parola di Bassolino è infatti un implicito atto di accusa contro tutto quello che è venuto dopo di lui, contro le insufficienze e i balbettamenti della dirigenza piddina.

Per questo, il congresso provinciale che il Pd celebrerà fra poche settimane può avere un’importanza cruciale. A condizione, naturalmente, che venga giocato non solo per riempire le caselle in vista dei posizionamenti futuri in lista, ma per proporre un nuovo, credibile profilo del partito in città. In passato le occasioni sono fioccate, tra elezioni municipali e elezioni politiche, commissariamenti e segretari di nuovo conio. Ciononostante, mancandole sempre tutte, il Pd si trova allo stesso punto di prima: senza una chiara linea politica, e con molte difficoltà a suscitare attenzioni e passioni nella società civile.

Ora c’è una nuova prova, il congresso provinciale. La competizione fra Oddati, Costa e Ederoclite per la segreteria democratica deve però ancora decollare. Ma può farlo solo a condizione che il confronto venga sottratto ad una dinamica introflessa, solo per addetti ai lavori (ed esperti di tesseramento), se smette cioè di essere una vicenda tutta piegata sulle diatribe interne, e viene proposto invece alla città come occasione per tirare finalmente una linea e ripartire.

Bassolino e De Magistris simboleggiano, insieme, i nomi di ciò che il Pd non può più essere: da un lato, un’opposizione priva di nerbo e di credibilità in città; dall’altro, il cono d’ombra in cui il centrosinistra si è cacciato dopo la fine politica di Bassolino. Ma cosa il Pd può invece essere, lo si deve ancora capire. E se quei due si mandano segnali, è evidentemente perché c’è ancora un vuoto in cui possono provare a infilarsi, provando a prolungare storie già finite da un pezzo (nel caso di Bassolino) o a inventarne di nuove per non rispondere del proprio operato (nel caso di De Magistris).

In effetti, qualcuno che chiuda questo intermezzo – come nel film di Billy Wilder, «Irma la dolce» –  promettendo finalmente di raccontare un’altra storia, ancora non c’è.

(Il Mattino, 5 novembre 2017)

Sicilia, un test per l’Italia

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Musumeci, Cancelleri, Micari, Fava: quattro nomi per quattro storie politiche e personali molto diverse le une dalle altre. Non è facile immaginare come si comporrà il puzzle siciliano all’indomani del voto. Ma le domande che alla viglia bisogna farsi sono queste:

Chi vincerà?

I sondaggi non lasciano adito a dubbi: la partita è fra Musumeci e Cancelleri, centrodestra e Cinquestelle. Finché sono stati diffusi, i sondaggi hanno sempre dato in vantaggio il candidato di Meloni, Salvini e Berlusconi, anche se i rumors dicono oggi che le distanze si sono accorciate. Nel centrosinistra si gioca una partita diversa: Micari, il candidato renziano, non ha possibilità di arrivare davanti agli altri due, ma deve assolutamente lasciarsi alle spalle il candidato della sinistra, Claudio Fava. Un risultato diverso equivarrebbe per il centrosinistra al rompete le righe.

Chi governerà?

Se la vittoria è una partita a due, più complicata è la partita per il governo della regione. La legge elettorale assegna infatti un piccolo premio di maggioranza, con ogni probabilità insufficiente ad assicurare ad uno schieramento una navigazione tranquilla nell’Ars, l’assemblea regionale siciliana. Le elezioni rischiano perciò di aprire una stagione di ingovernabilità, e invero non solo per via di un sistema proporzionale e di un premio che non è «majority assuring», ma anche perché la fine del bipolarismo costringe i diversi schieramenti a immaginare accordi «contro natura». Dopo il voto, se dovesse toccare al centrodestra la presidenza della regione, e se la sua maggioranza non fosse autosufficiente, Musumeci si rivolgerà al Pd? E riuscirà a tenere insieme tutti i pezzi della sua coalizione, aprendo verso il centro e la sinistra? Stessa domanda per Cancelleri: detto che è quasi impossibile che arrivi a quota 36 seggi, a chi chiederà una mano per governare? Lui, che ha il profilo del grillino di sinistra, avrà un lasciapassare dalle liste che si raccolgono intorno a Fava? Basterà? Bisogna ipotizzare governi di minoranza? E con quale capacità di fare, su basi politiche così fragili, la rivoluzione promessa? Il rischio è la paralisi, che la Regione Sicilia può correre proprio quando ci vorrebbe il massimo di forza politica per affrontare una situazione della cosa pubblica drammatica, prossima al fallimento.

Qual è lo stato di salute del centrodestra siciliano?

In regime di elezione diretta del Presidente, in Sicilia il centrodestra ha governato prima con Cuffaro e poi con Lombardo per oltre un decennio, fino alla clamorosa vittoria di Rosario Crocetta. Ma la vittoria di Crocetta è stata anzitutto il harakiri del centrodestra, che alle scorse elezioni si presentò spaccato in due: da una parte il «Grande Sud» di Gianfranco Micciché, dall’altra il Popolo della Libertà con Musumeci. Insieme, le due metà del centrodestra sfiorarono il 45%. Crocetta divenne presidente della Regione con poco più del 30% (di qui la gran parte dei problemi di tenuta della sua esperienza di governo). Questa volta invece a Musumeci è riuscito di avere tutti con sé (con Miccicché nel listino del Presidente), e anzi di rosicchiare anche parte del consenso centrista e moderato che nel 2012 aveva scelto Crocetta. Merito suo, e demerito del centrosinistra siciliano. Ma merito soprattutto del mutato quadro nazionale, che spinge in direzione di una ricomposizione fra forze che fino a ieri sembravano marciare lungo traiettorie incompatibili.

Qual è lo stato di salute del centrosinistra siciliano?

Crocetta: il megafono. La sua lista si presentava, nel 2012, addirittura con un simbolo grillino: la voce della gente, il populismo e l’onestà. Dopodiché però il governo regionale è un’altra cosa, e la voce di quel megafono si è fatta però sempre più fioca. I magri risultati e l’usura politica della frastagliata coalizione che lo ha sostenuto lo hanno messo fuori gioco. Preso atto della situazione, Crocetta ha accettato di farsi da parte. Ormai in prossimità della sconfitta, il centrosinistra ha fatto un passo indietro, indicando un candidato della società civile, il rettore dell’Università di Palermo Micari, sponsorizzato in primis dal sindaco del capoluogo, Leoluca Orlando. Una mossa simile è stata fatta in realtà dal Pd più volte in questi anni, in giro per l’Italia: supplenze e surroghe in attesa di tempi migliori. Civismo per deficit di politica. Per giunta, questa volta è mancato anche un forte impegno dei vertici nazionali: sfida dal sapore regionale, ha detto Renzi, che ha evitato i comizi finali. Ma circoscrivere il significato del voto siciliano non sarà facile, soprattutto se Fava, il candidato di tutto quello che c’è alla sinistra del Pd, dovesse arrivare davanti a Micari. Fava, politico di lungo corso, era già candidato nel 2012: poi il pasticcio della mancata residenza in Sicilia lo costrinse a mollare. Le liste che portavano il suo nome ottennero un misero 6%. Qualunque risultato a doppia cifra sarebbe ovviamente un buon successo, e potrebbe avere un peso nel determinare i futuri equilibri in seno all’Ars. Se poi arrivasse davvero più su del candidato piddino, allora rischierebbe di scatenare il big bang del centrosinistra.

Qual è lo stato di salute dei Cinquestelle?

Cancelleri sembra avere il vento in poppa. Ogni tanto capita un incidente: le firme false, le espulsioni e i ricorsi, l’assessore in pectore che vuol bruciare vivo il capogruppo Pd Rosato e così via. Quisquilie, quinzillacchere. Questi infortuni non sembrano costituire vere pietre d’inciampo per il popolo grillino, che marcia unito in vista del voto, consapevole dell’importanza della posta in palio. I problemi se mai verranno dopo, se si dovesse vincere, ma le elezioni nazionali sono così vicine che l’unico riflesso che si potrà registrare a Roma sarà la crescita del Movimento. Cancelleri potrà forse diventare una nuova Raggi, prigioniero di una situazione prossima all’ingovernabilità, ma non è cosa di cui il Movimento ha da preoccuparsi di qui alla primavera prossima. Perciò Di Maio e Di Battista hanno più di tutti gli altri leader nazionali attraversato volentieri lo Stretto. Non a nuoto, come Grillo la volta scorsa, ma con un investimento politico altrettanto forte.

Quali indicazioni per la politica nazionale?

Primo: il voto in Sicilia aiuterà a capire se la ritrovata unità del centrodestra è qualcosa in più di una risorsa elettorale. Berlusconi, Meloni e Salvini hanno cenato insieme, ma hanno tenuto comizi separati. Arancini sì, strette di mano in favore di pubblico ancora no. La linea di Salvini continua in effetti ad essere incompatibile con prospettive di appeasement con il centrosinistra, o anche solo con i pezzi del moderatismo centrista che in Sicilia contano pur qualcosa. Bisognerà vedere se un eventuale successo elettorale darà o no un’ultima spinta all’accordo nazionale. Secondo: se sarà Presidente Cancelleri, sarà interessante capire con chi cercherà di formare il governo. Il voto siciliano diventerebbe infatti la prima prova di un governo Cinquestelle non monocolore. Sia il Pd che, soprattutto, la sinistra, potrebbero essere tentati di dare una mano per contenere la destra. Senza dire dei fenomeni trasformistici che in Sicilia sono pane quotidiano. Anche quello sarà un terreno di prova: prevarrà l’intransigenza morale o il realismo politico? Comunque vada, è chiaro che la Sicilia farà per prima l’esperienza delle enormi difficoltà del tri- o quadripolarismo italiano.

Quali ripercussioni in casa Pd?

Mentre le altre forze politiche non hanno al momento grossi problemi interni, perché le relative leadership non sono in discussione, in casa democrat non si perde occasione per riproporre il tema: nonostante il congresso, nonostante le primarie. Per la verità è così fin dalla fondazione del Pd: sia Veltroni (da D’Alema) che Bersani (da Renzi) che da ultimo Renzi (prima da D’Alema e Bersani, ora da Orlando e Franceschini) han dovuto misurarsi con un lavorìo di logoramento iniziato fin dal giorno del loro insediamento. Per Renzi, quel lavorìo è cresciuto di intensità dopo la sconfitta referendaria. Una debacle in Sicilia sarebbe il segnale per un nuovo assalto. E rinfocolerebbe i propositi di chi ne trarrebbe dimostrazione per allargare a sinistra la coalizione nazionale. Sacrificando Renzi. Orlando, leader della minoranza, lo ha detto fin d’ora: prima il voto in Sicilia, poi il candidato premier. Ha così legato le due cose che Renzi invece tiene separate. Sarà il voto di domenica a decidere se prevarrà una linea o l’altra: se il centrosinistra ne uscirà politicamente indenne, o se le urne siciliane ne determineranno l’ennesima trasformazione.

(Il Mattino, 4 novembre 2017)