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I sicari del progresso

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Era il 2 settembre, anno del Signore 2018: Al Bano. A Monza. Sulla griglia di partenza, in occasione del Gran Premio d’Italia di Formula 1. Vettel e Hamilton, cappellini rossi e bandiere del Cavallino sugli spalti, piloti e monoposto sull’asfalto, ingegneri e pneumatici, auricolari e commissari, frecce tricolori in cielo e, dagli altoparlanti, l’Inno d’Italia cantato da lui, il nuovo Claudio Villa: Albano Carrisi, classe 1943. L’autore di successi indimenticabili come “Felicità”, o “Nostalgia canaglia” – quella che “ti prende…

(continua su Il Foglio del 15 ottobre 2018)

Sul fine vita la parola al Parlamento

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La Consulta decide di non decidere, ma non è una mossa pilatesca. È piuttosto una sollecitazione rivolta alle forze politiche e al Parlamento perché colmino un vuoto legislativo. Il processo Cappato, che la Corte di Assise di Milano ha sospeso investendo la Corte costituzionale, rientra solo a fatica nella fattispecie definita dall’art. 580 del codice penale, che riguarda l’istigazione o l’aiuto al suicidio. “Chiunque determina altri al suicidio – recita l’articolo – o rafforza l’altrui proposito di suicidio, ovvero ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione, è punito, se il suicidio avviene, con la reclusione da cinque a dodici anni”. Ora, l’esponente radicale Marco Cappato ha effettivamente accompagnato lo scorso anno Fabiano Antoniani, dj Fabo, in Svizzera, assistendolo nelle sue ultime ore (dopodiché si è autodenunciato ai carabinieri), ma questo non è bastato ieri perché la Corte di Assise di Milano lo condannasse, e non è bastato oggi perché la Corte Costituzionale sciogliesse ogni dubbio circa l’efficacia della tutela giuridica garantita dall’attuale assetto normativo. Questo significa in sostanza – così interpretiamo il tempo che la Corte concede alla politica, perché intervenga con una legge – che la Corte formula un forte auspicio: comportamenti come quelli tenuti da Cappato, di assistenza materiale e psicologica al suicidio, in determinate circostanze sarebbe bene che non fossero punibili.

Decisive sono ovviamente proprio le circostanze, cioè non solo la volontà espressa da dj Fabo, ma anche le sue condizioni di estrema sofferenza fisica e morale. Anche la legge svizzera, che di fatto ha liberalizzato l’aiuto al suicidio, impone in effetti alcune condizioni stringenti. In particolare: che la malattia renda probabile una morte ravvicinata, e che siano stati valutate o compiute azioni di supporto al paziente.

Il punto è però se anche nel nostro Paese vi sia finalmente spazio per l’introduzione di leggi eutanasiche. La Corte sembra ritenere di sì, e soprattutto sembra ritenere che non possono essere ancora una volta i tribunali a creare diritto, togliendo le castagne dal fuoco alla politica. Così in realtà è accaduto in passato, con i casi di Eluana Englaro e Piergiorgio Welby: solo dopo molti anni, e molto clamore, il Parlamento è riuscito a fare una legge sulle dichiarazioni anticipate di trattamento. Così è possibile che accada anche questa volta, in tema di eutanasia e suicidio assistito. Anche perché, diciamoci la verità, l’attuale Parlamento non sembra particolarmente orientato ad affrontare discussioni in tema di diritti fondamentali e di nuove garanzie di libertà.

È bene tuttavia aver chiaro qual è il dilemma sul quale siamo invitati a ragionare. Possiamo formularlo nel modo seguente: è giusto privilegiare i diritti soggettivi, la libertà di scelta dei singoli individui, anche quando questo privilegio può mettere taluni soggetti più fragili ed esposti in balìa di altre forze, di altri interessi, oppure è bene che la società si assuma la responsabilità di offrire una protezione maggiore in certe condizioni di estrema vulnerabilità, a prezzo però di comprimere la libertà individuale?

Il dilemma non concerne in verità solo il tema del fine vita. Non è quella l’unica situazione in cui domandarsi se sia giusto che ciascuno decida per sé, se non vi siano altri obblighi: dell’individuo nei confronti della società, ma anche della società nei confronti dell’individuo. Certo, l’idea che l’individuo debba in determinate circostanze essere difeso da se stesso inclina spiacevolmente verso il paternalismo, se non proprio verso modelli giuridici e culturali di carattere autoritario. Chi mai può decidere del resto, al posto mio, che cosa io posso fare della mia vita, e se la mia vita è ancora vita, è ancora degna di essere vissuta? Una legge che metta il fine vita nelle mani di chi quella vita è costretto non più a vivere ma a patire è, ormai, indispensabile, ed è probabile che nella società italiana, più ancora che nella classe politica, questa consapevolezza sia ormai maturata.

Proprio però per rispettare la fondamentale autonomia dell’individuo, occorre che la legge dia il profilo più stringente al modo in cui mettere al riparo da ogni sorta di strumentalizzazione, da ogni opera di suggestione o di persuasione, da ogni pressione di carattere economico o sociale la formazione della decisione individuale.

Viviamo un tempo di paradossi. Non v’è nella nostra epoca principio più fortemente avvertito del principio di auto-determinazione, ma al contempo non vi è nulla che si sia più infragilito di quell’”auto-“, di quell’esser se stessi da cui dipende tutta la nostra libertà. Facciamo quotidianamente esperienza di un dubbio radicale che investe l’identità del nostro io, disperso in mille circuiti, e però non possiamo non dare ad esso l’ultima parola su un numero sempre più esteso di questioni. Non è un equilibrio facile da trovare, ma è vero anche che non è una responsabilità a cui ci si possa sottrarre.

(Il Mattino, 25 ottobre 2018)

I Cinque Stelle senza meta in Europa

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La storiaccia del condono fiscale – la manina in Consiglio dei Ministri, o forse in qualche ufficio, o forse, più probabilmente, da nessuna parte – è destinata a lasciare strascichi. Di Maio non è più andato in Procura a sporgere denuncia, ma non per questo il clima si è rasserenato del tutto. Anche perché la materia del contendere è ancora viva, visto che l’iter della legge di bilancio non è affatto concluso. E siccome pendono ancora il giudizio di Bruxelles e quello dei mercati, non è detto che tutto filerà liscio. Di qui alle Europee ma soprattutto dopo. Tutti, dal premier Conte ai due vicepremier fino all’ultimo militante della Lega o dei Cinque Stelle, mostrano di credere che il governo durerà cinque anni: basta tener fede al contratto di governo, dicono. Però da un lato il risultato elettorale, che potrebbe cambiare i rapporti di forza tra i due partiti, dall’altro una crisi da spread potrebbero bruscamente interrompere l’esperienza in corso.
Che cosa succederà, a quel punto? È vero infatti che la storia non si fa con i “se”, come diceva Benedetto Croce, ma la politica è costretta a fare continuamente ipotesi, e a formulare piani e strategie in ragione di variabili che rimangono a lungo incerte. Tra queste variabili, ce n’è una di non poco peso, non ancora appariscente ma destinata a precipitare necessariamente in un valore determinato all’indomani del prossimo voto di maggio. Quando i Cinque Stelle dovranno decidere da che parte stare, in quale schieramento collocarsi all’interno del Parlamento europeo. Per quanto malmessi, infatti, sia il Pd che Forza Italia hanno una famiglia in Europa: quella, rispettivamente, dei socialisti europei e dei popolari. Persino le sparse truppe alla sinistra del Pd sapranno (se arriveranno in Parlamento) dove collocarsi: nel GUE, che riunisce partiti verdi e di sinistra estrema, fino ai comunisti. Quanto alla Lega, ovviamente una casa già ce l’ha, ed è quella del gruppo “Europa delle Nazioni e della Libertà” dove siedono a fianco del Front National di Marine Le Pen, dei tedeschi di Adf e di altre formazioni di estrema destra. Ma i pentastellati? Il gruppo EFDD (Europa della Libertà e della Democrazia diretta), del quale fanno oggi parte, si regge essenzialmente su due gambe, quella grillina, appunto, e quella euroscettica dei britannici dell’UKIP. Che però non ci saranno più, per via della Brexit. Nel nuovo Parlamento, dunque, Di Maio e soci dovranno nuovamente decidere il da farsi. Nuovamente, perché già in questa legislatura hanno tentennato, essendo tentati dalla soluzione liberaldemocratica, salvo poi acquartierarsi con quelli di Nigel Farage. Erano scelte quasi antipodali, e le disinvolte capriole compiute prima della decisione finale dimostravano con ogni evidenza quanto poco definito fosse il profilo europeo del Movimento. Un po’ come è avvenuto all’indomani del voto del 4 marzo, quando i 5 Stelle parevano disponibili ad allearsi – pardon: a scrivere un contratto – sia col Pd che con la Lega.
L’amletico dubbio è però destinato a riproporsi anche nel prossimo Parlamento. Soluzioni ad hoc è sempre possibile che se ne trovino, raccattando un po’ di parlamentari di paesi diversi per inventarsi un gruppo di sana pianta. Ma rimane un punto politico: se almeno si vuole cambiare davero l’Europa e non invece fare da comparse. O uscirne. Le dichiarazioni rese da Di Maio sull’ancoraggio europeista dei Cinque Stelle (“Finché sarò in questo governo sarà sempre garantito che l’Italia resterà in Europa e nell’euro”) sembrano indicare una strada nettamente distinta da quella nazionalista. Una strada che sarà persino necessario mantenere il più possibile aperta, se saranno i popolari a franare su posizioni più marcatamente sovraniste. Tenersi allora liberi per triangolare coi liberaldemocratici, coi macroniani e le altre forze progressiste potrà essere persino più facile. E aprirebbe anche i giochi in Italia, rendendo possibile, sotto l’ombrello europeo, cominciare lo scongelamento dei rapporti col Pd.
Ma c’è un ma. Anzi due. Uno è la disinvoltura con cui i grillini hanno saputo mutare posizione in questi mesi, su questioni anche sostanziali (fatte salve le bandiere simboliche del reddito di cittadinanza e della lotta alla casta), il che rende difficile fare previsioni. L’altro è nelle parole stesse del vicepremier. Che possono essere lette anche al contrario. Così: finché c’è questo governo, l’Italia resterà in Europa. Ma se questo governo cade (se i cattivi burocrati europei l’avranno fatto cadere), allora nessuna garanzia: l’Italia potrà rompere gli ormeggi, e rotolare via dall’Unione verso una “x”. Non è questa la lettura più immediata, non è un piano B e non è nelle intenzioni dichiarate di Luigi Di Maio. Ma rimane una possibilità. Che significherebbe, per i Cinque Stelle, finire definitivamente nell’orbita dei nazionalisti di Salvini e Le Pen.
(Il Mattino, 23 ottobre 2018)

Il bambino e l’acqua sporca della questione meridionale

Distinguiamo. Lo so, è più faticoso che prendere tutto in blocco o rifiutare tutto in blocco, ma è necessario se non si vuole buttar via il bambino con l’acqua sporca. Il bambino è il Mezzogiorno, e l’acqua sporca sono le retoriche che fioriscono sul Sud.
O che sfioriscono, perché il meridionalismo sembra ormai un genere letterario dal quale tenersi alla larga. Per non ripetere vecchi cliché. Per non essere iscritti d’ufficio al partito neoborbonico. Per non vedersi appioppata l’etichetta dei soliti piagnoni. Per non mescolarsi con l’acqua sporca, insomma.
Così il governo del cambiamento può nascere felice e facondo sulla base di un contratto di pagine cinquantotto, in cui trovano doverosa attenzione pure il bullismo e il gioco d’azzardo, ma che al Sud dedica otto righe otto. In cui, peraltro, si dice che di misure specifiche non ne occorrono affatto. Certo, il gap tra Nord e Sud esiste, ma tutte le scelte politiche previste nel contratto «sono orientate dalla convinzione verso uno sviluppo economico omogeneo per il Paese» (mi sia concessa un po’ di spocchia: l’italiano tra virgolette non è il mio). E qui finisce la questione meridionale.
Era già finita? Forse sì, se è vero che la seconda Repubblica ha scalzato quel principio di legittimazione della politica democratica che era consistito, lungo tutto il dopoguerra, nel riconoscere, tra i propri compiti storici, il superamento del dualismo tra il Nord e il Sud del Paese. È vero, la Lega del Senatùr, che nel ’94 andava al governo col Cavaliere a colpi di federalismo e secessione, non c’è più, al suo posto c’è Salvini che prende voti pure a Napoli e i Cinque Stelle che con il reddito di cittadinanza hanno fatto il pieno di consensi in tutte le regioni meridionali, andando sopra il 50%. Ma non per questo nell’agenda politica del Paese è tornato il Mezzogiorno.
È bene così? Uno mette in fila la Cassa per il Mezzogiorno e l’intervento straordinario, poi la legge 488 e il sistema di incentivi pubblici, infine i diversi capitoli dei fondi europei, dopodiché constata che, però, siamo più o meno sempre allo stesso punto: il Paese duale è ancora lì, il Nord in Europa e il Sud in Africa, come a volte si dice con una punta di malcelato razzismo.
Cos’è: una maledizione? Una colpa atavica che si trasmette di generazione in generazione? Oppure è la solita storia: c’è tanto di quel sole, e fa caldo, e ci vogliamo più bene ma siamo pigri e indolenti? È iI famoso familismo amorale?
Maurizio Crippa, su “Il Foglio”, non vede ormai, a queste latitudini, molto più che un meridionalismo straccione, «un amalgama di rancore, di isolazionismo, di revisionismo storico gonfiato a livello di fake news». Forse ha ragione. Perché è vero che in libreria i libri neoborbonici di Pino Aprile son quelli che vendono di più, ed è bello pensare che è tutta responsabilità dei Piemontesi (ma non sono passati 150 anni?). Così come è vero che ci sono quelli che, in chiave antagonista, anticapitalista e altermondialista, e in nome di tutti i Sud del mondo nella modernità europea non ci vogliono proprio entrare: ne vogliono un’altra, va’ a capire quale. Ed è vero infine che i voti ai Cinque Stelle si sono nutriti di rancore. Lo diceva pure il Censis, per la verità dell’Italia intera: risentimento e nostalgia alimentano la domanda politica, tanto più in tempi di crisi e di blocco della mobilità sociale.
Però distinguere si deve; si può. Di tanta retorica sudista ci si può sbarazzare senza per questo rinunciare a un’autentica voce meridionalista, a un pensiero e a una visione della società che non ne voglia sapere di localismi presuntamente virtuosi o di benecomunismi in salsa antistatuale. Una voce che è in grado di denunciare lo stato di minorità in cui versa il Mezzogiorno, ma che al tempo stesso non apprezza le scorciatoie populiste e ha molti motivi di temere che il reddito di cittadinanza finirà per conservare questo stato, non per cambiarlo. Perché non aumenta il numero di chilometri ferroviari, di asili nido o di laureati. Non modifica i livelli di spesa per investimenti e non porta un solo posto di lavoro in più.
Una voce simile non ha molta udienza, oggi. Ma questa è una ragione in più, non una di meno, per farla sentire. Per non lasciare il campo a quelli che propongono ancora e sempre ricette puramente elettoralistiche e clientelari, ma nemmeno a quelli che, per noia, stanchezza o sfiducia, pensano che di ricette, cioè di strategie pubbliche di crescita e di una nuova responsabilità delle classi dirigenti, non vi sia più alcun bisogno.
(Il Mattino, 11 ottobre 2018)

Che cosa manca all’europeismo per essere davvero efficace

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Esiste un popolo europeo? No. Si può fare uno stato senza un popolo? No. Dunque non si può fare dell’Unione europea uno stato. Fine dell’europeismo? Sì, se non c’è altra soluzione all’infuori di quella statale. No, se esiste un’altra soluzione: quella dell’Unione federale. Il decoupling al quale Sergio Fabbrini ha dedicato lo scorso anno un libro (“Sdoppiamento. Una prospettiva nuova per l’Europa) prospetta questa ipotesi: che si possa distinguere e separare l’Europa del mercato unico da un’Europa politica.

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I 5 stelle e i riformisti al bivio

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Numeri che fan tremar le vene e i polsi, l’Unione Europea che manifesta la sua contrarietà, i timori per le valutazioni delle agenzie di rating, le preoccupazioni per lo spread. Vedremo come andrà a finire. Intanto, però, la maggioranza tiene duro. E a tenere sono soprattutto i Cinque Stelle, decisamente più esposti nella difesa delle misure di spesa che costituiscono il piatto forte, se non esclusivo, di questa manovra. A cominciare dal reddito di cittadinanza, la più onerosa di tutte, ma anche quella che si è caricata di maggior valenza simbolica.
Nelle intenzioni iniziali, anzi nel nome stesso, doveva trattarsi di una misura di carattere universalistico. Sei cittadino? Hai diritto a un reddito di base. Economisti radicali, come il belga Philippe van Parijs, che propugnano da trent’anni e più l’idea di un reddito minimo universale e incondizionato, hanno sostenuto che, in generale, l’accertamento di condizioni alle quali erogare il reddito si traduce inevitabilmente in una trappola per chi a quelle condizioni finisce in questo modo col rimanere vincolato: pur di non rinunciare al reddito, si preferisce restare nelle condizioni di svantaggio alle quali si ha diritto al sussidio. Se poi, in particolare, la condizione è la disponibilità ad accettare offerte di lavoro pur che siano, tra gli effetti non può non esservi un indebolimento della posizione del lavoratore sul mercato del lavoro. Per far passare il provvedimento e farlo stare nei 10 miliardi stanziati (in campagna elettorale la stima più prudenziale ne indicava 17, di miliardi), i Cinque Stelle hanno dovuto tuttavia accettare ulteriori rimodulazioni: restringendo la platea, vincolandolo all’accertamento di determinate condizioni economiche di svantaggio, dandogli per lo più il peso di un’integrazione al reddito, limitandone l’utilizzo sia nell’accesso ai beni acquistabili che nel tempo in cui il percettore potrà eventualmente fruirne.
Ciononostante, Di Maio e i grillini difendono – come dicevo prima: fin nel nome – la filosofia originaria del reddito di cittadinanza. Che per loro significa: spread o non spread, Europa o non Europa, mercati o non mercati, la politica deve fare premio sull’economia. In certo modo, il reddito di cittadinanza vale per i pentastellati come una variabile indipendente: quello che una volta, in altre stagioni di rivendicazione politica e sindacale, doveva essere il salario. Come la soddisfazione di una richiesta di aumento salariale non doveva essere vincolata (in linea di principio, se non di fatto) a inaccettabili considerazioni sulla sua sostenibilità, così ora l’adozione di un reddito di cittadinanza non deve essere subordinato al giudizio di un’agenzia di rating, o di un commissario di Bruxelles, o di Mario Draghi e della Merkel. La fraseologia è cambiata, e anche il punto di applicazione, ma il senso che si vuole dare al provvedimento non è molto diverso, anche se poi, nei fatti, si cercano forme di riduzione del danno o, se si vuole, di mediazione  – ragionevole o irragionevole che sia.
È per questo che la manovra così fortemente voluta dai Cinque Stelle pone alla sinistra una domanda cruciale, che va molto al di là delle schermaglie congressuali, dei posizionamenti tattici e delle rivalse personali. Perché non vi è dubbio che, sul piano almeno della politica economica, i Cinque Stelle sostengono una parte che in passato è stata assunta dalla sinistra massimalista, nelle sue varie declinazioni. Certo, è una parte dalla quale il centrosinistra si è progressivamente allontanato: votando a favore dell’Unione Europea, pilotando l’ingresso nella moneta unica, sostenendo riforme pensionistiche e giuslavoristiche in cui né le pensioni né i posti di lavoro conservavano più, neppure simbolicamente, il valore di una variabile indipendente.
Ora la questione ritorna, con l’ingombro però del 30% circa di consensi raccolto dai Cinque Stelle. E l’urgenza di una scadenza elettorale – quella delle europee – che impone ai democratici di definire con nettezza il proprio profilo ideologico, prima ancora che politico. E dunque: si tratta di ristabilirsi sul terreno che i pentastellati hanno reso di nuovo praticabile, e di archiviare come una parentesi l’europeizzazione democratica e liberale perseguita (a volte persino con qualche eccesso di zelo) dalle leadership riformiste, o di considerare definitivamente spezzato il cordone ombelicale con la sinistra novecentesca? Forse questa seconda strada è oggi decisamente più stretta e impervia: è la strada ostruita dall’insuccesso del referendum del 2016 e poi dal fallimento del 4 marzo. Ma lungo la prima strada quale spazio politico ci sarebbe, vista l’identificazione profonda, di durata più che ventennale, del Pd e prima ancora dell’Ulivo con la stagione delle riforme? Non è dopo tutto ancora da questo lato che il centrosinistra dovrà, nonostante i rovesci dell’ultima stagione, provare a reinventarsi, o pensa di poter ripartire fianco a fianco col populismo moraleggiante e giustizialista di Di Maio?
(Il Mattino, 7 ottobre 2018)

L’ipoteca giudiziaria estinta e il buon governo che serve

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Ha senso introdurre, nel già vasto corredo del mondo, una lista di «fatti negativi», cioè di cose che «non» si verificano? Domanda astrusamente filosofica, però pertinente, a commento della giornata di ieri: non è forse un fatto che De Luca non è stato sospeso dalla carica di Presidente della Regione Campania, grazie all’assoluzione nel processo Crescent? E questo fatto negativo non è forse denso di conseguenze? Una condanna avrebbe certamente cambiato il corso della politica campana. De Luca sarebbe finito fuori gioco, e forse la consiliatura non sarebbe arrivata alla sua scadenza naturale. Per il centrosinistra, già ridotto ai minimi termini dopo l’ultimo, disastroso esito elettorale, le chance di successo si sarebbero ridotte al lumicino. Adesso invece lo scenario è completamente diverso, e i mesi prossimi si presentano sotto tutt’altra luce.

Certo, dovrebbe far riflettere che, in nome della lotta alla corruzione, sia entrata in vigore in Italia una legge con ricadute così dirompenti sul funzionamento delle istituzioni e sullo stesso gioco democratico: la sospensione può infatti scattare dopo una condanna in primo grado (per un semplice abuso d’ufficio: anche questo conta), che nei successivi gradi di giudizio può ben essere rovesciata. Quando però è tardi, e gli effetti di misure accessorie così abnormi si sono già prodotte. Stavolta non è andata così: la politica campana ha ballato pericolosamente sul filo della legge Severino per qualche settimana, prima che il verdetto mandasse assolti De Luca e tutti gli altri co-imputati. Tutti.

Orbene, inasprire le pene, costruire in via emergenziale legislazioni speciali, accumulare interventi ai limiti del dettato costituzionale – come la Severino o, da ultimo, l’inibizione per i corrotti dell’accesso a gare pubbliche vita natural durante, voluta dal nuovo governo – sono tutte norme portate da uno stesso vento giustizialista, che soffia da tempo e che oggi è persino più impetuoso di sei anni fa, quando fu approvata la legge Severino. Lo spazio di riflessione critica, se non di ripensamento, rimane tuttavia assai esiguo.

De Luca, dunque, resta in sella. Ha dinanzi a sé un anno e mezzo di governo: dalle ecoballe alla sanità, dal piano per le assunzioni nella pubblica amministrazione alle prossime Universiadi, sono molti i dossier aperti, sui quali si tirerà a fine mandato un bilancio dell’attuale esperienza, ed è ragionevole ritenere che l’orientamento dell’elettorato sarà in grande parte deciso dal giudizio che verrà dato sulla qualità dell’azione amministrativa. Il voto cadrà del resto nel 2020, e fare oggi previsioni su come sarà il panorama politico fra 20 mesi circa è veramente arduo. La maggioranza giallo-verde promette di durare per l’intera legislatura, ma non è detto affatto che le cose andranno davvero così. Di mezzo ci sono le elezioni europee e un risultato che non è detto premi in egual misura i contraenti del governo del cambiamento: le conseguenze di una crescita impetuosa della Lega sugli equilibri politici nazionali sono imprevedibili. Di mezzo c’è, per la stessa ragione, la possibile ricomposizione del centrodestra, soprattutto se il motore a due cilindri dell’attuale esecutivo dovesse, per qualche motivo, ingolfarsi. E di mezzo ci sono, per l’appunto, i possibili incagli: una navigazione che, sui mercati e nel rapporto con l’Unione europea, non promette affatto di essere tranquilla. Come dunque prevedere che centrodestra sarà quello del 2020, oppure dove saranno, a quella data, i Cinquestelle? Lo stesso Pd, peraltro, si avvia a fare del rapporto con i grillini un tema della prossima assise congressuale. E pure questo non si può sapere: che Pd sarà, e che centrosinistra sarà quello che affronterà le prossime regionali. È vero, De Luca in passato non ha mai fatto molto affidamento sul suo partito. Ma neppure lui può immaginare di rivincere da solo, in un contesto così profondamente diverso da quello delle passate elezioni.

Infine c’è Napoli. A Napoli si vota, è vero un anno dopo, nel 2021, ma il sindaco De Magistris non ha fatto mistero di ambire ad altri palcoscenici. Anche lui prova quindi ad agganciare i Cinque Stelle, e immagina di poter usare Palazzo san Giacomo come una pedina di scambio.

Ora, Il fatto che così tante incognite si affollino intorno a un medesimo problema rende impossibile, al presente, la soluzione dell’equazione. Per De Luca, che ha sempre puntato sull’efficienza e l’efficacia della sua attività amministrativa, il banco di prova rimane dunque quello. Come diceva Totò? La serva serve, eccome se serve! Beh, libero da ipoteche processuali (anche se non ancora da ogni procedimento) anche il governatore governa, e come governa è quel che i cittadini, non altri, dovranno valutare, come è giusto che sia in una democrazia.

(Il Mattino, 30 settembre 2018)