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Adotta un filosofo

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L’idea, che la Fondazione Campana dei Festival sta promuovendo con il progetto “Adotta un filosofo”, di portare nelle scuole superiori uno studioso di filosofia a tenere una lezione sull’Europa – sull’identità europea, sulla costruzione europea, sul senso della storia europea (se ne ha uno) – ad Antonio Polito non è piaciuta.

Per le seguenti ragioni. Primo, scrive Polito sul Corriere del Mezzogiorno di ieri, perché «l’idea che l’Europa sia qualcosa che ha a che fare principalmente con il mondo delle idee è forse una delle cause principali della sua crisi odierna». Secondo, perché «se vogliamo ridare un senso all’idea di Europa ci serve spiegare ai cittadini cosa ha fatto per noi e che cosa può fare ancora: qualcosa di concreto, una convenienza, un fatto». Terzo, perché la cultura partenopea, in particolare, ha il difetto di considerare ancora la filosofia la regina delle discipline umanistiche, finendo così con l’identificarsi con «i voli pindarici e l’empireo platonico». Quarto, perché se vogliamo avvicinare l’Europa ai cittadini, non è il caso di puntare sulla «più sofisticata delle élite, quella accademica». Quindi molto meglio sarebbe se le scuole “adottassero” botanici, ingegneri ed economisti, cantanti e calciatori, piuttosto che filosofi. Peggio ancora se filosofi napoletani.

Avendo qualche responsabilità nella cura del progetto vorrei provare a rispondere a Polito, dandogli ragione, se vuole, su tutto o quasi: non, però sull’essenziale, cioè su cosa sia la filosofia. Perché a Polito devono avere insegnato, in anni lontani, che la filosofia è metafisica, e la metafisica è roba di voli pindarici e cieli platonici, una astruseria teologica che riguarda non questo mondo ma quell’altro. E cosa se ne fanno i nostri ragazzi dell’altro mondo astratto, puramente intellegibile, loro che sono interessati solo a questo nostro mondo sensibile e concreto: spiccio, se si può dir così?

Riguardo ai ragazzi, si vedrà: ho fiducia in loro, nella loro capacità di appassionarsi non solo a una convenienza, ma pure a un’idea, checché ne pensi Polito. Ma che poi le cose stiano nel modo in cui le mette Polito, con i filosofi astrusi da una parte e gli uomini positivi e concreti dall’altra, beh: lasciamo che a pensarlo siano coloro che, senza avvedersene, adottano non scienziati o economisti ma semplicemente una cattiva filosofia. In realtà, da un lato la filosofia è sempre stata pensiero della polis – cioè della città: della città in cui viviamo, non di un’altra –, con ambizioni a volte persino eccessive circa il modo di occuparsi e di trattare gli affari del mondo, dall’altro è una cosa curiosa: se davvero, come sostiene Polito, la causa della crisi odierna ha a che fare con il mondo delle idee, allora la prima cosa da fare sarebbe appunto quella di impegnarsi nella battaglia delle idee, anziché disertare. Polito, forse, non si è accorto di quale degenerazione culturale abbia subito la politica (e la società) nel giro di appena 10, 15 anni? Come ti confronti, con questo? A chi ti rivolgi: ai botanici?

Quando poi Polito scrive che per ridare un senso all’Europa bisognerebbe mostrare che stare in Europa ci conviene, invece di mettersi a fare grandi discorsi di filosofi, di nuovo: quasi quasi gli darei ragione. In effetti, penso anche io che l’Europa ci conviene, e molto. Non posso però non far notare che la dimensione del discorso filosofico è aperta già in queste poche parole: che cosa significa “senso” (dare un senso, avere un senso)? Chi siamo “noi” a cui l’Europa converrebbe? Siamo tutti d’accordo su cosa sia per noi “il conveniente”? (Polito pensa che Platone si occupasse solo dell’iperuranio, e invece la sua “Repubblica” è aperta proprio dalla domanda: che cos’è il conveniente, cos’è che ci conviene?) Certo, domande come queste possono procurare un lieve senso di vertigine: siccome non si sa bene come prenderle, le si classifica come astratte e fumose; si preferisce allora ignorarle, e tirare avanti. Ma sono abbastanza sicuro che non si può fare la storia d’Europa senza tentare – tentare, almeno – di darvi qualche risposta. Né saprei indicare quali saperi abbiano prevalso sulla filosofia nel tentare di rispondere a queste domande.

Non solo, ma penso pure che i nostri ragazzi non abbiano bisogno solo di conoscere la cifra dei fondi europei stanziati per le regioni meridionali, ma anche di capire cosa significa dire di una città che è europea, che in essa si respira aria d’Europa: che cos’è quest’aria, questa atmosfera? Di cosa è fatta? Da dove viene? Cos’è che la fa spirare o la tiene pulita? Non me ne voglia Polito: quest’aria non si tocca con le mani, e però la si respira e come; è maledettamente concreta e però non poggia solo su fatti, ma anche, anzi soprattutto, su idee. Chi ha sostenuto che Europa è filosofia, che c’è un nesso essenziale fra l’una e l’altra, non ha commesso un’esagerazione: parlava, io credo, della qualità di quest’aria.

Infine, c’è Napoli. Non è questa la sede per fare un bilancio della filosofia partenopea, del tasso di cultura umanistica di cui sarebbe intrisa, e se pecchi o no di platonismo (usato come sinonimo del tutto improprio di astrattezza). Il significato dell’iniziativa con cui Polito polemizza (del tutto legittimamente, per carità) è: diamo ai nostri ragazzi modo di conoscere l’Europa, la sua storia, le sue istituzioni, il suo orizzonte ideale. Ebbene, Napoli e la sua cultura e tradizione filosofica hanno tutti i titoli per poter imbastire un’“ora di educazione civica” su questo argomento. “Educazione civica: proviamoci”: era il fondo del “Corriere”, giusto ieri. Ed allora: che quest’operazione abbia un significato elitario – come se non si andasse nelle scuole, come se non si parlasse a tutti, come se il bisogno di filosofia non fosse un bisogno universalmente umano –  lo si può pensare solo di questi tempi, evidentemente perché l’aria, purtroppo, non è più la stessa.

(Il Mattino, 14 gennaio 2019, con il titolo: Perché i filosofi possono aiutare i nostri ragazzi a capire il mondo)

 

Il nuovo lessico della fede e della morale

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A un certo punto venne fuori questo ragionamento: la fede cristiana predica la misericordia, la bontà e il perdono, ma un conto è la fede cristiana, un altro sono i cristiani in carne ed ossa. Quanto a questi ultimi, chi non li conoscesse avrebbe bisogno di vivere non più di quindici giorni in mezzo a loro per sapere che non seguono affatto i principi in cui dicono di credere. Tra il dire e il fare…

A qual punto, però, venne fuori questo ragionamento? Al punto in cui lo mise Pierre Bayle, nei paragrafi 133 e seguenti dei suoi Pensieri diversi sulla cometa. Siamo nel 1682 e i pensieri di Bayle sono tra i primi segnali della nuova mentalità che nel secolo successivo, con l’illuminismo, si spanderà per l’intera Europa. Dopo più di tre secoli, non facciamo molta fatica ad essere d’accordo con Bayle, né desta scandalo la conclusione che Bayle trasse da quei suoi pensieri, che cioè è ben possibile una società di atei virtuosi, di gente che non crede in Dio e non va a messa la domenica e però si comporta bene: «Ora è quanto mai chiaro e evidente – concluse infatti – che una società di atei si comporterebbe in maniera civile e morale proprio come qualsiasi altra società».

Un conto è però se a trarre conclusioni simili è un polemista francese di famiglia protestante, un altro è se è invece il Papa della Chiesa cattolica romana. Beninteso: i tre secoli sono passati anche per Roma, e non è certo una novità dottrinale quella introdotta da Papa Francesco. Però fa lo stesso un certo effetto ascoltarlo nel corso dell’udienza generale mentre dice: «Quante volte noi vediamo lo scandalo di quelle persone che vanno in chiesa e stanno lì tutta la giornata o vanno tutti i giorni e poi vivono odiando gli altri o parlando male della gente. Questo è uno scandalo! Meglio non andare in chiesa: vivi così, come fossi ateo. Ma se tu vai in chiesa, vivi come figlio, come fratello e dà una vera testimonianza». Meglio ateo che cattivo cristiano, insomma. Ovviamente, è facile per noialtri essere d’accordo con il Papa, su questo punto. Facile per quanti si sono già allontanati da tempo dagli aspetti rituali della fede religiosa. E naturalmente ancor più facile per tutti coloro che non hanno la fede, vivono in una dimensione laica e secolarizzata, e che – ancor prima che Francesco ne parlasse – erano già convinti che fra compiere una buona azione e osservare il precetto della messa domenicale fosse più importante la prima cosa. Ma per i cristiani praticanti, per quelli che ricevono i sacramenti e vivono nella comunità ecclesiastica, è un po’ meno facile. Perché il rischio è che non si comprenda più bene che cosa la religione abbia e dia in più rispetto alla morale. Se anche per il Papa sono sufficienti le opere, le buone azioni, e soprattutto «non odiare la gente», allora perché continuare a confessarsi, o a prendere la comunione? È un ben strano supplemento, il sacramento religioso, visto che può persino rivelarsi superfluo, dal punto di vista di ciò che si richiede a un uomo per vivere rettamente.

Quella dei rapporti fra morale e religione è una faccenda assai complicata: se la religione si riduce a morale, allora non si capisce a che serva tutto l’apparato istituzionale che vi è cresciuto sopra. Cristo dice a Pietro che su di lui costruirà la sua Chiesa: ma cosa l’ha costruita a fare? Se invece la religione offre qualcosa di più della morale (per esempio: una salvezza riservata esclusivamente ai propri fedeli) allora tornerà ad essere complicato preferire l’ateo buono al cristiano ipocrita (e l’autorità morale della Chiesa non potrà più valere universalmente, per ogni uomo in quanto uomo).

Non sono ovviamente questioni che si pongano per la prima volta con Papa Francesco: è infatti dai pensieri di Bayle che se ne parla. E in verità anche da prima, solo che gli scritti di Bayle si situano effettivamente su un crinale della coscienza europea, che si fa in quei decenni moderna, laica, razionale. Dopo di allora, è tutto il lessico del sacro, della fede, della grazia, del sacerdozio, del miracolo, che si mette in cerca di nuove giustificazioni, per tentare di resistere alla lenta consumazione del religioso ad opera dell’istanza morale. E però tutto il pontificato di Francesco sembra oggi mettersi sotto l’accento della morale, della carità e della misericordia cristiana come opera dell’uomo verso l’uomo, in una luce tutta laica, così laica appunto da essere preferita ad ogni sorta di omaggio ipocrita nei confronti della fede.

Cos’altro dovrebbe dire, però, il Papa? Non è così che la sua parola può farsi vicina e comprensibile all’uomo contemporaneo? Forse sì. Però è possibile misurare la novità che si viene producendo solo ricordando come siano rimbalzate di recente altre parole, spese agli inizi della modernità. Quelle di Grozio: etsi Deus non daretur. Facciamo come se Dio non ci fosse, diceva Grozio, per trovare un accordo laico fra gli uomini e vivere in pace. A riprenderle, e a ribaltare, è stato Benedetto XVI, che, tutt’al contrario, ha invitato anche chi non crede a vivere «come se Dio ci fosse»: una scommessa (su cui pure Blaise Pascal invitava a puntare) che provava a capovolgere, o almeno a resistere, all’impetuoso cammino di secolarizzazione intrapreso dall’Occidente. Le parole di Francesco – meglio vivere come si fosse atei, che dare scandalo con una fede ipocrita – sono letteralmente agli antipodi dell’invito di Ratzinger. Però è anche vero che, con esse, la resistenza che viene opposta alla secolarizzazione semplicemente si azzera. E la Chiesa pellegrina, aniziché opporsi al mondo, rischia sempre di più di confondersi con esso.

(Il Mattino, 3 gennaio 2019)

Che cosa resta dell’anno che ha stravolto la politica

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Con decreto del Presidente della Repubblica venivano convocati, giusto un anno fa, i comizi elettorali per domenica 4 marzo 2018: cominciava così l’anno che avrebbe terremotato la politica italiana, portando i Cinque Stelle alle stelle, un’inedita maggioranza grillino-leghista alla guida del Paese, e a capo del governo un professore di diritto, Giuseppe Conte, sconosciuto alla quasi totalità degli italiani.

Un risultato che non si sarebbe prodotto, se Matteo Renzi non si fosse dimesso a seguito della batosta rimediata a fine 2016, sul referendum costituzionale. Chi comanda non è disposto a fare distinzioni poetiche, cantava Lucio Dalla. E infatti non si è andati tanto per il sottile: Renzi sbalzato di sella, il partito democratico in caduta libera, mentre Gentiloni traghetta con sobrietà l’Italia fino all’appuntamento del 4 marzo. «È stato importante rispettare il ritmo, fisiologico, di cinque anni, previsto dalla Costituzione», spiegava il Presidente Mattarella nel messaggio di fine anno, ma per il Pd è un bagno di sangue: alle elezioni precipita dal 40% delle Europee al 18,7%. Non va meglio alla formazione di sinistra guidata da Bersani, Fratoianni, Speranza: un misero 3,4%, che li condannerà all’irrilevanza.

Il pallino della politica italiana è da un’altra parte. A destra avviene uno storico sorpasso: la Lega primo partito, col 17,4%, con Forza Italia due punti e mezzo sotto. Dove non erano riusciti Bossi, Fini, Casini, riesce invece Matteo Salvini, che quadruplica i voti della Lega Nord e soffia lo scettro del comando a Silvio Berlusconi. Il 5 marzo Luigi Di Maio annuncia solenne: «Inizia la Terza Repubblica, quella dei cittadini». Col senno di poi si può dire: non un inizio trionfale. E soprattutto non è chiaro perché sarebbe la Repubblica dei cittadini, visto che forme e liturgie sono quelle di prima: non ci sono mica streaming e referendum a go-go (per fortuna).

La legge elettorale non consegna la maggioranza a nessuno dei tre poli in campo. I titoli giornali europei si dividono fra il fragore della vittoria populista e l’incertezza sulle prospettive post-elettorali. Il Financial Times titola: «L’Italia stila un verdetto di condanna alla sua élite»; ma in un commento aggiunge: «La coalizione non sarà costruita in un giorno». Ce ne vorranno infatti novanta, più o meno. El Pais, in Spagna, parla di vendetta elettorale e si chiede se questi italiani non siano diventati pazzi. Le Monde, in Francia, parla di cataclisma; Le Figaro di choc, e allungando le antenne rileva il sisma che scuote l’intera Europa. La Faz, in Germania, va invece al sodo: Salvini e Di Maio vogliono fare entrambi i primi ministri. Toccherà invece a Conte (la Faz non poteva neanche sospettarlo), con i due a fare da vicepremier. Infine, il New York Times, in una lunga corrispondenza da Roma, parla di un big turn verso destra.

I temi politici, in effetti, sono questi: la rivolta contro l’élite e i partiti antiestablishment, la ventata populista che allarma Bruxelles, la bancarotta della sinistra e le nuove pulsioni sovraniste, le ambizioni dei due leader e la difficoltà di comporre una maggioranza. La democrazia, però, ha le sue regole. Che prevedono: elezione dei presidenti delle due Camere, costituzione dei gruppi parlamentari, avvio delle consultazioni al Quirinale. In tutto, tre mesi.

Durante i quali ne accadono, di cose. Sullo scranno di Montecitorio viene eletto Roberto Fico l’informale, leader dell’ala movimentista dei Cinque Stelle, con simpatie a sinistra e primo, strombazzato viaggio in pullman da Termini a Montecitorio (dei successivi non si ha notizia). Al Senato va invece Maria Elisabetta Alberti Casellati, di Forza Italia, prima donna ad essere eletta alla seconda carica dello Stato. lunga esperienza parlamentare alle spalle. A votarli sono insieme i Cinque Stelle e il centrodestra unito, anche se Berlusconi deve ingoiare il rospo del veto di Di Maio sul nome di Paolo Romani. Ma il ragionamento del Cavaliere è quello che verrà tenuto fermo anche nei mesi successivi: meglio salvare una parvenza di unità del centrodestra. Non solo perché nelle regioni Forza Italia è alleata alla Lega, ma perché non è detto che sbocci l’amore fra Salvini e Di Maio, e se sboccia non è detto che non finisca presto. D’altra parte, dopo la cavalcata nei sondaggi della Lega, che oggi è data davanti al M5S, non è questa la domanda che ancora ci si fa? Quanto durerà questa maggioranza? Quando Salvini staccherà la spina: prima o dopo il voto europeo, o magari prima della prossima Finanziaria, per non rivivere i patemi di queste ultime, faticosissime giornate?

Ma continuiamo a svolgere la pellicola del 2018. Dunque: Fico e Casellati. Che si fanno anche un giro esplorativo, per cercare di sbloccare la situazione. Il Pd, ancora a guida renziana, non ne vuol sapere di un’intesa coi Cinque Stelle, mentre dall’altra parte c’è il nodo Berlusconi. Che durante le consultazioni, all’uscita del Quirinale, fa finta, in una memorabile scenetta, muta ma eloquente, di essere ancora lui il regista del centrodestra e di poter dettare le condizioni per un’intesa di governo.

Non andrà così: Salvini si staccherà subito dopo, anche se fra i giallo-verdi e Palazzo Chigi ci sarà ancora un ultimo ostacolo, legato alla composizione del Ministero. Il Capo dello Stato non vuole Paolo Savona al Tesoro: un nome troppo contundente verso l’Europa. Quanta ragione avesse Mattarella a preoccuparsi di tenere buoni rapporti con l’UE lo si è capito qualche mese dopo, quando il governo Conte, partito lancia in resta contro i diktat di Bruxelles, ha dovuto riscrivere daccapo la legge di Stabilità per non incorrere in una procedura di infrazione. È la cronaca di questi giorni, di velleità almeno temporaneamente sopite e di accomodamenti dell’ultimo minuto. Ma è in quelle ore decisive, in cui Mattarella stoppa il nome di Paolo Savona, che Luigi Di Maio fa la sua uscita più infelice di questo primo scorcio di legislatura, chiedendo addirittura l’impeachment del Capo dello Stato. Farà, per sua buona ventura, retromarcia nel giro di 24 ore, e non sarà l’unica volta in cui i grillini faranno il passo più lungo della gamba: con la Tav, con il ponte Morandi, con il reddito di cittadinanza, ogni volta il formato delle presunzioni supera abbondantemente il realismo delle soluzioni. Dall’altra parte, invece, Salvini sceglie di cavalcare i temi che più stanno a cuore alla Lega – dall’immigrazione alla sicurezza, passando per la legittima difesa e l’amicizia con i nazionalismi europei – con una chiara connotazione ideologica (“prima gli italiani”), ma senza allargare troppo i cordoni della borsa. Scompaiono infatti la flat tax e le accise sulla benzina, mentre si ridimensiona lo stesso obiettivo di smantellare la legge Fornero.

Però, a guardarlo retrospettivamente, sono ancora il giallo e il verde i colori del 2018. Non solo perché nei sondaggi la fiducia rimane alta, ma perché gli altri non hanno ancora ritrovato la via. Il Pd è impegnato in un percorso congressuale in cui i suoi stessi dirigenti non mostrano di credere davvero. Renzi ha realizzato un bel documentario su Firenze, Calenda pare essersi consegnato al ruolo di commentatore via twitter, mentre Zingaretti e Martina si contendono quasi nell’ombra quel che resta del partito. Nel centrodestra, invece, le ultime notizie riguardano più la famiglia Berlusconi che Forza Italia: chi cena con chi, l’ultimo dell’anno, e come sta in salute il Cavaliere.

Così va in archivio l’annus mirabilis. La sicurezza di Conte sembra cresciuta, la stella di Di Maio è un po’ appannata. Intanto è tornato Di Battista e si comincia a parlare di rimpasto. Ci sarà un po’ di tran tran, prima della prossima campagna per le europee, ma eventuali, futuri scossoni li riserverà probabilmente solo la seconda parte del 2019.

(Il Mattino, 30 dicembre 2018)

Se la democrazia deve fare i conti con il consenso cercato

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Si possono mettere in fila, uno dietro l’altro, gli elementi di cui si compone un ordinamento statale liberal-democratico? Certamente sì, e del resto non sono pochi gli autori di una biblioteca ideale che potrebbero essere chiamati a redigere un simile elenco. Un posto d’onore meriterebbero sicuramente l’austriaco Karl Popper e l’americano Robert Dahl, ma anche i nostri Bobbio e Sartori. Non sorprende, dunque, che siano proprio questi i fari principali che illuminano le pagine di «Democrazia avvelenata», il libro scritto da Dario Antiseri, Enzo Di Nuoscio e Flavio Felice (Rubbettino, pp. 189, € 13). Il cui merito principale, però, non mi sembra che stia nella ricapitolazione di una dottrina che, con accenti e sfumature diverse, costituisce pur sempre la più consueta cornice di legittimazione delle democrazie occidentali, quanto piuttosto nello spazio che viene dedicato ai temi del sapere, dell’istruzione, dell’educazione, del contributo delle scienze umane e sociali alla formazione dell’homo democraticus. Perché la democrazia attecchisca nei cuori e nelle menti degli uomini c’è bisogno infatti che sia nutrito e coltivato l’esercizio del dubbio e un’attitudine genuinamente critica, che sia solidamente stabilita la pratica del confronto e dell’argomentazione razionale, che sia diffusa la disponibilità a rifuggire dalle verità definitive (dagli schemi ideologici), che sia radicata la consapevolezza della pluralità delle prospettive etiche.

C’è bisogno, in una parola, di filosofia. «La filosofia insegna a convivere con l’incertezza senza rinunciare alla verità», è la tesi che Di Nuoscio presenta nel suo saggio. Naturalmente, la filosofia di cui parla Di Nuoscio non è quella dei sistemi metafisici totalizzanti o delle verità concluse, ma quella che strappa l’uomo ai pregiudizi del senso comune e allena alla ricerca inesauribile della verità. È la filosofia del razionalismo critico, che Dario Antiseri ha negli anni difeso e promosso nel nostro Paese, ma che si incontra abbastanza sorprendentemente con l’ermeneutica di Gadamer o, nel caso di Di Nuoscio, con quella di Luigi Pareyson. E che riceve inoltre dalla concezione cristiana della libertà e pari dignità di tutti gli uomini un apporto decisivo.

Fin qui, però, siamo in mezzo ai libri, alle scuole, alle tradizioni di pensiero. C’è pure, in queste pagine, una dose non omeopatica di neoliberalismo: di Hayek, di von Mises, di Ropke (e, nel saggio di Felice, dell’istituzionalismo di Acemoglu e Robinson). Ma il libro è scritto con una preoccupazione principale, dichiarata addirittura sulla copertina del libro, e che rimanda a un’urgenza del nostro tempo. Le democrazie rappresentative, costruite fra Otto e Novecento, si trovano oggi, scrivono gli autori, «a fare i conti con un nuovo spettro: la “democrazia del pubblico”. Assistiamo tutti i giorni a un confronto politico sempre meno concentrato nell’analisi della realtà e sulla progettazione del futuro e sempre più orientato alla ricerca del consenso immediato, attraverso sofisticate strategie comunicative». Quando si arriva alle trasformazioni della sfera pubblica, non è più chiaro se bastino iniezioni di cultura e riferimenti ideali. Naturalmente, circolano nel libro i nomi dei più illustri sostenitori contemporanei dell’importanza di una solida formazione umanistica per la pratica democratica: Amartya Sen e Martha Nussbaum. Il pantheon democratico è pieno di dèi, e ben forniti (e qui ottimamente utilizzati) sono gli arsenali argomentativi posti a difesa della democrazia dalle «tendenze disgregatrici» dell’economia come anche da quelle della comunicazione.

Cosa però si deve pensare, se si arriva al punto di dover dedicare un paragrafo al seguente argomento: «il cittadino democratico deve saper comprendere il senso di un testo»? Si deve forse mettere in dubbio che i cittadini siano in grado di capire ciò che leggono? Non è un paradosso che nell’era dell’informazione, in cui il consumo culturale si è fatto ampio e diffuso come mai in passato, non è più scontato che gli individui posseggano capacità critica nell’intelligenza di un testo? Lo è, certamente, se i media prendono ad occuparsi – com’è accaduto nelle scorse settimane – persino delle stravaganze dei «terrapiattisti», per i quali la Terra non è un geoide più o meno rotondo, bensì una specie di disco piatto. E però: così stanno le cose, per gli autori del libro. Che si offre dunque come un antidoto necessario. Che sia anche sufficiente per liberare lo spazio pubblico dai suoi veleni: anche di questo, come di ogni cosa, è salutare esercizio dubitare.

(Il Mattino, 30 dicembre 2018)

L’autonomia e il sonno del Sud

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Ma di cosa c’è bisogno perché i presidenti delle regioni del Sud, perché i parlamentari eletti nei collegi meridionali, perché i sindaci delle grandi e piccola città del Mezzogiorno prendano la parola? È un terzo del territorio nazionale, di cui il resto del Paese non vuole più saperne, eppure non si riesce a sentire una sola voce che dica forte e chiaro che l’autonomia rafforzata a cui lavorano Veneto e Lombardia rischia di essere un vero disastro: certo per il Meridione, ma anche per l’Italia intera. Sulle colonne di questo giornale Gianfranco Viesti ha provato a spiegarlo più volte: se il progetto va in porto, il Mezzogiorno riceverà meno risorse, dovrà rinunciare ad ogni prospettiva concreta di riduzione del divario con il Nord del Paese, mentre sparirà un principio di solidarietà senza del quale non esiste vera comunità politica.
Ma la classe dirigente meridionale, che dovrebbe essere sulle barricate per fermare o almeno correggere un simile disegno, non parla. O, se parla, parla d’altro. I Cinque Stelle sono impegnati a difendere il reddito di cittadinanza, e non sembrano rendersi conto che il flusso di risorse che, nel tempo, potrà spostarsi verso Nord grazie alla secessione dei ricchi è di gran lunga superiore a quello che la misura-simbolo dei grillini può dare al Sud (senza aggiungere che sposa una filosofia ben lontana dall’aggredire i nodi del ritardo strutturale del Mezzogiorno). Eppure, alle politiche, da Roma in giù hanno sfiorato e spesso superato il 50%: fra le loro file dovrebbe essere in via di formazione una nuova leva di meridionalisti, capaci di rappresentare gli interessi e le ragioni di questa parte del Paese, ma niente: non una parola, i governatori leghisti del Nord possono andare avanti, il contratto di governo non dice nulla al riguardo e loro, zitti e ossequiosi, nulla dicono.
Quanto al Pd, è in evidente stato confusionale, senza un chiaro orizzonte strategico, ripiegato su un percorso congressuale abbastanza incomprensibile ai più. E però è il centrosinistra che ha governato e ancora governa le regioni meridionali, che porta la responsabilità delle molte occasioni perdute lungo tutto l’arco della seconda Repubblica, e che avrebbe, anche solo per motivi strumentali, per mettere in difficoltà la maggioranza giallo-verde, tutti i motivi per farne terreno di battaglia politica. Ma niente anche loro: manco se ne accorgono che intanto il vento nordista ha ripreso a soffiare forte. Hanno perso il Sud, e ormai quasi non li si trova da nessuna parte. Restano a difesa dei fortilizi amministrativi, ma di riprendere l’iniziativa politica pare non abbiano più la capacità, né la voglia.
Infine, il centrodestra. Che con Berlusconi in fase declinante e l’esplosione del consenso alla Lega è finito in stand-by.  Come può infatti mettersi davvero di traverso, se un giorno sì e l’altro pure spera che finisca questa esperienza di governo e che Salvini ritorni all’ovile? Il fatto che vi tornerebbe non come un agnello ma come un lupo non cambia molto, per loro, perché di leadership alternative non ne vedono. E dunque tutti zitti, e pazienza se ormai Salvini i voti viene a prenderseli pure giù al Sud: neanche nel centrodestra si trova qualcuno che denunci la contraddizione fra la Lega nazionale che ormai prova a mettere le tende pure sotto il Garigliano, e quella veneto-lombarda che l’unità nazionale di fatto la piccona, lungo la linea molto precisa del gettito fiscale: quello che versiamo quello ci teniamo. E più non dimandare.
Questo è il quadro, drammaticamente desolante. In qualunque nazione degna di questo nome, tenere unito il Paese sarebbe la prima e più fondamentale preoccupazione. In qualunque democrazia rappresentativa minimamente funzionante, la parte svantaggiata troverebbe  una qualche forma di effettiva rappresentanza. In qualunque sistema sociale attraversato da differenze profonde e diseguaglianze accentuate, il disagio troverebbe il modo di manifestarsi. E la politica proverebbe a far propria la preoccupazione, a dare rappresentanza, a esprimere il disagio. E invece niente: nessuna idea di come contrastare l’autonomia rafforzata, nessuna proposta alternativa, nessuna volontà di unire le forze, nessuna istanza meridionalista da gettare nello stagno della politica nazionale. L’unica dialettica si svolge lungo l’asse Roma-Bruxelles, e Napoli, e Palermo, e Bari, e i sindaci e i governatori e i parlamentari nulla dicono e nulla sanno. Si spacca il Paese nell’indifferenza o forse nella rassegnazione  generale. E le Cassandre inascoltate possono solo temere che qualcuno forse si sveglierà quando sarà troppo tardi.
(Il Mattino, 20 dicembre 2018)

 

Il Don Rodrigo e i don Abbondio del sapere

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Una buona notizia e una cattiva. Quella cattiva è che l’accordo con la Scuola Normale di Pisa per la creazione di un polo di alta formazione a Napoli, d’intesa con la Federico II, è saltato. È bastato che il sindaco leghista della città toscana, come un Don Rodrigo qualunque, si mettesse a strillare che il matrimonio non s’aveva da fare, perché tutto finisse a carte quarantotto. Non diremo chi sia il don Abbondio, o se magari non ve ne sia più d’uno, ma Innominati che si pentono in questa storia non ve ne saranno. I due Atenei non convoleranno a nozze, nonostante i Rettori si fossero già da tempo trovati d’accordo su un’offerta formativa di eccellenza, che avrebbe permesso di ospitare la Scuola Normale nel cuore della città, nella sede federiciana di via Mezzocannone, e di conferire un prestigiosissimo titolo di studio, riconosciuto da entrambe le istituzioni accademiche.

La buona notizia è che il Ministero mantiene comunque l’impegno finanziario per la creazione a Napoli di una scuola di studi superiori, autonoma dalla Normale, ma inserita comunque nel circuito della didattica d’eccellenza. Può darsi che sia un compromesso soddisfacente: dopo tutto, è la prima volta che nasce, se nasce, una scuola di eccellenza nel Mezzogiorno, e le difficoltà dell’ultimo miglio dimostrano quanto poco fosse un risultato scontato. Ma un paio di considerazioni ulteriori non è possibile non farle, viste come sono andate le cose.

Perché le cose sono andate così, che due Università di prestigio internazionale e di lunghissima tradizione hanno lavorato per molti mesi a un progetto di altissima qualità – sia didattica che scientifica – che l’alzata di ingegno del sindaco di Pisa ha potuto mandare per aria dalla sera alla mattina. Nonostante i più alti vertici istituzionali del Paese lo avessero guardato con particolare favore. Nonostante il governo avesse dato il suo parere favorevole. Nonostante ci fosse già un emendamento approvato nelle sedi parlamentari. La Scuola Normale di Pisa è una scuola, e, certo, è di Pisa. Il fatto che sia una scuola, che sia cioè una sede del sapere, chiamata a coltivare in autonomia la propria vocazione culturale, i propri indirizzi di ricerca, la propria missione formativa, è, però, passato in secondo piano. In primo piano è venuto il fatto che è di Pisa, che ha sede a Pisa, in piazza dei Cavalieri, e che dunque ne andava difesa la pisanità. L’autorità accademica ha dovuto piegarsi all’autorità politica, ma aggiungo: a un’autorità politica ripiegata su ragioni grettamente localistiche. Forse è più sensato dire che una politica senza un disegno strategico e un’idea di Paese ha prevalso rispetto a istanze di interesse generale, di più ampio respiro e di più larghe vedute. Così sappiamo una volta per tutte quanta miopia si nasconda nella paroletta “territorio”, quanto corto sia il suo raggio, e quanto slabbrato e sdrucito sia un Paese che si riduca alla somma particolaristica ed egoistica dei suoi territori. Peggio: che quella somma proprio non la riesce a fare.

E questo è l’altro punto dolente della storia. Da un lato c’è il colpo inferto al sistema universitario, alla sua autonomia, dall’altro c’è il colpo inferto al Paese. Non dico al Mezzogiorno, dico al Paese: alla sua capacità di fare sistema, di creare sinergie, di tenere insieme tutte le sue parti. Anche se il leghismo ha messo la sordina ai temi federalisti, è ancora molto lontano dall’indicare e perseguire una strategia di sviluppo per il Sud. L’unica strategia che si vede, sta nella ricerca di un’autonomia rafforzata da parte delle regioni settentrionali, Veneto in testa, che toglierebbe ulteriore terreno alla parte meridionale del Paese. Purtroppo, il fatto che, con l’eccezione di De Luca, non ci sia stata voce a Napoli che abbia sostenuto il progetto federiciano, mentre il sindaco pisano faceva fuoco e fiamme in Parlamento, è segno di quanto, in mezzo a professioni altisonanti di orgoglio partenopeo, i ripiegamenti in una dimensione localistica, o addirittura folcloristica, facciano danno anche da queste parti.

Infine. Qualcuno lo dica al sanguigno sindaco di Pisa che oggi celebra la sua vittoria per la città: la Normale non è come la pizza, perché la scienza non porta l’etichetta di indicazione geografica tipica, e non diminuisce se viene diffusa ma, anzi, aumenta. Aprire una sede a Napoli avrebbe dato lustro alla Scuola: non avrebbe tolto, avrebbe aggiunto. E non c’è stato chierico nel Medioevo, e studente in tempi moderni, così come non ci sarà “millennial” nel futuro che non amerà muoversi, spostarsi e scambiare esperienze, perché di queste cose è fatto il sapere.

(Il Mattino, 14 dicembre 2018)

Il sapere calpestato

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È o non è il governo del cambiamento? E allora, se è il governo del cambiamento, gli scienziati che siedono nel Consiglio superiore della sanità possono accomodarsi alla porta. Si cambia anche lì. È prerogativa del ministro della Salute, Giulia Grillo, nominare nuovi consiglieri? E allora la prerogativa viene esercitata, con o senza interlocuzione con la comunità scientifica (più senza che con, per la verità) e i vecchi consiglieri vanno a casa. Non diversamente il collega all’Istruzione, Bussetti, si era regolato con il Presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana, Battiston: fuori pure lui. Poi però il ministro doveva pensare al successore, e lì le cose si sono complicate alquanto, poiché, a detta degli esperti che lavoravano al bando, dal ministero si volevano allentare un po’ troppo i criteri per individuare il nuovo nome, e così sono fioccate le dimissioni. In blocco. Il governo del cambiamento da una parte, gli accademici da un’altra.

Qualche mese fa Davide Barillari, consigliere regionale pentastellato nel Lazio, nel bel mezzo della polemica sull’obbligatorietà dei vaccini, aveva posto retoricamente la domanda decisiva: «quando si è deciso che la scienza è più importante della politica?». Già, quando? Ora i ministri del nuovo governo stanno chiarendo il significato di quella domanda, e soprattutto le sue pratiche conseguenze. Se la scienza non può essere più importante della politica, ma deve essere a quella subordinata, allora il ministro esautora, nomina o estromette come meglio gli aggrada.

E può giustificare la decisione, al di là della sua legittimità formale, in nome della «scienza democratica» alla quale inneggiava Barillari. Ma la scienza – domando – è davvero democratica? Si vota forse a maggioranza, tra gli scienziati, cosa fa il neutrino, o cosa ti combina un farmaco? Evidentemente no. Perché non è affatto questione di chi sia più importante, se la politica o la scienza, ma, semmai, di quella distinzione che faceva già Aristotele, alle origini della politica occidentale, tra le cose sulle quali ha senso deliberare (e lì ne va della politica, evidentemente), e le cose su cui non ha alcun senso deliberare perché stanno come stanno, e non ci puoi fare niente (e lì è meglio che la politica resti fuori, sennò combina solo disastri). La modernità si è abituata a ritenere – credo proprio a ragion veduta – che in questo secondo genere di cose rientrino le risultanze scientifiche, sulle quali dunque la politica non ha, o non dovrebbe avere, nulla da dire (da decidere e da votare). E invece dall’omeopatia agli ogm, dalla Xylella ai vaccini, dalle malattie portate dagli immigrati ai dibattiti sulle fonti di energia, non sembra vi sia più alcuna questione su cui si possano esibire evidenze sperimentali, o anche solo qualche pacifico dato di fatto. Non siamo, del resto, nell’epoca dei fatti alternativi e della post-verità?

Alla modificazione della sfera pubblica, per cui oggi è possibile, nel mare magno della Rete, trovare conferma alla più strampalata delle teorie, si aggiungono, nel populismo che ci governa, un altro paio di ingredienti mica da poco. Il primo è una profonda sfiducia nei confronti di quel mondo istituzionale nel quale i nuovi governanti hanno messo piede per la prima volta. Non importanti quali istituzioni finiscano nel mirino: anche se si tratta di tecnici, di esperti, o di scienziati, lavorino all’Economia, alla Salute o all’Istruzione, parliamo di un personale che svolge anche compiti amministrativi e gestionali, consultivi e non solo, e di cui dunque si diffida in principio: sono Casta pure costoro, e nessun curriculum li proteggerà.

Il secondo è una evidente immaturità democratica, una chiara insofferenza nei confronti delle molte istanze che compongono il tessuto complesso di una società plurale. Nella semplificazione populista, chi detiene il potere politico decide: punto e basta. Vedersi opporre un «non si può fare» suona come un’intollerabile limitazione dell’esercizio democratico della sovranità. Anche se ad opporre un rifiuto è, a volte, la realtà stessa.

Poi, certo: c’è la debole cultura scientifica del nostro Paese. Ma per una volta eviterei di scomodare la polemica crociana sugli pseudoconcetti, o le tirate marxiste contro la scienza borghese, la presunta dittatura dell’idealismo o la cappa spiritualista della tradizione cattolica: sarebbe fare troppo onore a faccende molto più modeste, a volte persino penose. Se proprio si vogliono trovare radici, saranno in un certo ecologismo, in un certo anticapitalismo, e in una presunta democratizzazione delle competenze che ne produce, in realtà, l’azzeramento.

Ed è un peccato, perché tutto sta cambiando, e l’impatto delle tecnoscienze sulla vita umana, individuale e sociale, richiederebbe ben altra attenzione, da parte della politica e del mondo intellettuale. E invece, alla fin fine, siamo semplicemente alla sostituzione di tecnici e consiglieri, per ragioni di bottega, di consorterie e di camarille varie.

(Il Mattino, 5 dicembre 2018)