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De Giovanni Accademico dei Lincei. «La filosofia come diritto alla politica»

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Il caffè amaro, i quadri del Seicento napoletano alle pareti, la presenza di un gatto silenzioso e invisibile da qualche parte in giro: Biagio De Giovanni mi fa accomodare nel suo bel salotto, e comincia a parlare. Oggi diventa accademico dei Lincei e la nomina prestigiosa è un’occasione per ripercorrere una vita di studi e di pensieri. «Io ho la passione per il parlare. Mi è capitato di recente di imbattermi in un pensiero di Benedetto Croce: “altro è lo scrivere, altro il parlare”. Anche per me è così», mi dice, e intanto io osservo che però questi suoi ultimi anni sono stati pienissimi di scrittura. E che scrittura. Sono usciti uno di seguito all’altro, negli ultimi anni: un dialogo a due voci con Marcello Montanari su Gramsci e il Novecento (“Sentieri interrotti”); uno studio sul pensiero moderno nei suoi esiti più alti (“Hegel e Spinoza. Dialogo sul Moderno”); un saggio teso e drammatico su Giovanni Gentile e Emanuele Severino (“Disputa sul divenire”); due grandi lavori al confine tra filosofia, politica e diritto, là dove si trova il centro degli interessi intellettuali di De Giovanni: “Alle origini della democrazia di massa” e “Elogio della sovranità”: non si può dire che in età avanzata il filosofo napoletano abbia rinunciato a pensare.

Così, faccio un po’ fatica a riportarlo indietro nel tempo, ai suoi inizi, agli anni trascorsi all’università di Bari, all’impegno politico, all’esperienza parlamentare a Strasburgo: la conversazione precipita di continuo sul presente, sull’Italia di oggi, sulla crisi della sinistra e l’avanzata del populismo, su Macron e sulla Germania. Ed è inevitabile che mi annunci l’uscita di un paio di libri: uno su Croce, in cui De Giovanni pubblica la prolusione tenuta all’Istituto di studi storici lo scorso anno; l’altro invece su Kelsen, Schmitt e le categorie della politica novecentesca.

Ma io sono qui, nella sua grande casa a Mergellina, in un pomeriggio quieto e raccolto, per fargli raccontare le stagioni di una vita lunga e intensa. Mi accorgo di avere più nostalgia io della sua vita che non lui stesso.

«La laurea in giurisprudenza? Io ho un libretto universitario da iscritto a filosofia. Ma mio padre, avvocato penalista, mi chiese se fossi proprio sicuro della mia passione. Se ti iscrivessi a giurisprudenza, mi disse, avresti qualche possibilità professionale in più. Io accolsi questo consiglio, avendo però comunque in testa di laurearmi in filosofia del diritto. A volta i padri riescono perfino a vedere lontano: da lì è cominciato tutto».

Gli studi di legge non sono infatti restati senza seguito: sono anzi ben dentro l’idea stessa che De Giovanni ha del lavoro filosofico: «Secondo me, il laureato in giurisprudenza, proprio perché ha cognizione del funzionamento dello Stato, finisce con l’avere un pensiero più concreto, senza eccessivi teoretismi. Qualche volta i filosofi peccano di astrattezza. Il laureato in giurisprudenza, rispetto al puro filosofo, ha in testa la polis, il senso dell’organizzazione della vita umana, e tende ad avere un pensiero più dentro le cose».

De Giovanni non sta parlando solo dei suoi primi interessi, di quel piccolo classico che è diventato ormai il suo primissimo libro, «La nullità nella logica del diritto», ripubblicato di recente. Sta parlando del rapporto fra filosofi e giuristi, della sottovalutazione del momento giuridico in tanta parte del pensiero novecentesco:

«Più che sottovalutazione, direi un enorme isolamento del diritto nella mera dimensione della coercizione, della violenza. C’è tutta una tradizione di pensiero che ha ridotto la giuridicità a questo. Il testo di Walter Benjamin su diritto e violenza è un riferimento centrale. Ma questo riduzionismo comincia prima, c’è già in Marx, e prosegue dopo, per esempio in Foucault. C’è qui tutto il dramma del Novecento, ci sono Kelsen e Schmmitt, i grandi apici del pensiero novecentesco, due visioni del mondo alternative e connesse.

«Io provo invece a inserire il diritto nel processo di civilizzazione della forza. E in questa idea del diritto non come violenza ma come grande ordinamento della vita io ho avuto in Giuseppe Capograssi un costante punto di riferimento. Personale all’origine e vivissimo ancora oggi».

Gli chiedo allora cosa pensi della costruzione biopolitica contemporanea, che di nuovo sembra tenersi assai lontana, nel pensare il mondo odierno, dall’impiego di una concettualità di tipo giuridico:

«Quello che mi lascia attonito sono le modalità attraverso le quali questa interpretazione in chiave biopolitica si fa distruttiva di tutta la storia della filosofia politica, di tutte le categorie fondative con le quali la filosofia politica moderna ha funzionato. È un vero strappo concettuale. Quando fai questa operazione, in una fase nella quale le discontinuità sono vive nella vita degli uomini e delle società, è vero: cogli qualcosa dello spirito del tempo; ma il moderno come io lo penso è un’altra cosa. La modernità resta un libro chiuso, o del tutto travisato, se lo pensi senza il suo momento giuridico. La dialettica tra politica e diritto, non intese come discipline ma come mondi vitali, è il nucleo essenziale dell’Occidente. È la vitaIità del mondo che nasce in questo nesso contrastato, oppositivo e aspro fra ordinamento giuridico e autonomia della decisione politica».

La filosofia del diritto, dunque, e il ricordo del primo maestro, il gentiliano Angelo Cammarata, che insegnò a Napoli nel dopoguerra per circa un decennio, e che con ironia tutta siciliana soleva dire a De Giovanni: «come sarebbe bella l’università senza gli studenti!». È così che dall’attualità delle dispute intellettuali di oggi cerco di precipitare di nuovo indietro nel tempo. Da Napoli a Bari: gli anni dell’insegnamento universitario, la scuola barese che si raccolse tra l’università, il partito comunista e la casa editrice De Donato, il ruolo di Gramsci nella cultura italiana:

«Bari per me è stato un incontro fortunatissimo. Il mio primo incarico risale al 1959: avevo 28 anni. Ero incaricato di storia delle dottrine politiche. La filosofia del diritto non si poteva toccare: era riservata ad Aldo Moro, che pur essendo penalista scriveva di teoria dello Stato e teneva i corsi di filosofia del diritto per non lasciarli a quel “branco di comunisti” che veniva da Napoli o da altre facoltà.

«Sono poi passato a insegnare filosofia morale, ma quegli anni sono stati una svolta, nella mia vita. A Bari ho conosciuto la politica. Ero un timido, un introverso, con molte paure di parlare in pubblico. Un po’ le vicende del ’68, un po’ l’incontro con Beppe Vacca, di cui seguii la tesi, mi cambiarono. Arcangelo De Castris, Franco De Felice, Beppe Vacca, gli incontri alla De Donato: si creò un’atmosfera che mi trascinò letteralmente a vivere la riflessione e lo studio a tavolino in una prospettiva diversa. E nel ’69 – dopo la scelta del PCI sulla Cecoslovacchia, quando mi sembrò, forse un po’ ingenuamente, che si stava allentando il rapporto con l’Unione Sovietica – entrai nel partito comunista. In seguito, ho dovuto considerare la mancata chiamata a Napoli, nel ’67, la mia più grande fortuna. Se fossi andato a Napoli, non avrei fatto un’esperienza di vita e di pensiero che, forse, non avrei potuto conquistare in altro modo. E a quella stagione appartiene anche il mio libro su Hegel, “Hegel e il tempo storico della società borghese” che fu per me uno spartiacque».

Dopo il libro su Hegel, del 1970, il libro su Marx, del ’76, sull’analisi delle classi ne Il Capitale: un libro assai meno fortunato:

«Ignorato da tutti! È che la congiuntura stava cambiando. Uscì “Krisis” di Massimo Cacciari, che cambiò profondamente lo scenario culturale italiano. Fu un contributo dirompente, quello di Cacciari: critica del marxismo, pensiero negativo, Nietzsche e Wittgenstein, un insieme di riferimenti che metteva in crisi anche lo sforzo del gruppo di gramsciani baresi dei quali io facevo parte, sia pure in dialettica con certe letture che giudicavo troppo chiuse».

Sulla questione Gramsci chiedo a De Giovanni di soffermarsi. Perché quando negli anni Settanta lascia Bari per Salerno e poi per Napoli, si allontana anche da quella fucina di riflessioni sul pensiero gramsciano:

«I miei ripensamenti sono stati abbastanza radicali. Nella mia vita ho avuto più discontinuità che continuità. Scarti a volte più umorali, a volte più riflessivi. Me lo ascrivo a merito, ma anche a demerito. Il gruppo barese, formato ancora oggi da miei carissimi amici, ha però trasformato nel tempo la riflessione su Gramsci in una forma per me troppo rigida. Io mi sono sentito sempre più lontano dalla cristallizzazione del gramscismo, dall’idea che il gramscismo potesse essere la chiave che apre tutte le porte. A partire dagli anni Ottanta, avvertivo l’esigenza di una via d’uscita».

Nasce così l’idea de “il Centauro”, la rivista diretta da De Giovanni dal 1981 al 1986. Solo sei anni, ma intensissimi («ma puoi fare con Cacciari una cosa che duri più di sei anni?», mi chiede scherzoso De Giovanni), aperti da un editoriale in cui il Direttore manifestava l’esigenza di “accogliere qualcosa che ponga in discussione i vincoli di tradizioni che si considerano già interamente pensate”. Non a caso in quella rivista scrissero tutti, meno gli amici gramsciani di Bari.

«Furono loro scettici nei confronti della mia scelta. Ma intanto veniva fuori un’altra generazione di pensieri, non solo di persone ed età. “il centauro nacque anche contro la volontà dei maggiorenti del partito. Accettarono la cosa solo quando di riviste ne vennero fuori due: da una parte “Laboratorio politico” di Mario Tronti, con dentro l’operaismo italiano; dall’altra “il Centauro”, che dirigevo io, che almeno avevo il merito di non avere niente in comune con l’operaismo. Fu comunque un’operazione molto aperta, antidogmatica, in cui Gramsci finì con con il perdere la centralità avuta negli anni precedenti».

E come finì, quella esperienza?

«Cacciari se la prese perché secondo lui in un mio scritto lo avevo confuso con il pensiero debole. In realtà, la nostra diversità aveva funzionato per qualche anno come collante, ma a un certo punto ci rendemmo conto che prolungare la cosa non aveva senso. Ricordo la riunione in casa di Giacomo Marramao, a Napoli. Io parlai della “linea della rivista”. Dal fondo si sentì una voce dire in veneziano: “se entra la linea esco io”. Era Cacciari. Aveva ragione. Avevamo contribuito a mostrare consapevolezza di una discontinuità e di una crisi. L’effetto c’era stato, almeno in certi ambienti culturali, e ci bastò quello».

Finisce “il Centauro”, nel 1986. Ma è ormai prossimo alla fine tutto un insieme di rapporti intensissimi fra vita intellettuale e vita politica, che avevano segnato l’esperienza italiana.

«In Italia c’era stata un fatto particolarissimo: un partito comunista senza paragoni nel resto d’Europa. Ricordo i comitati scientifici dell’Istituto Gramsci: Luporini, Badaloni, Franco Ferri… Discussioni sui destini del mondo, seminari politico-filosofici che rifluivano poi nel Comitato Centrale del partito. Avevi la sensazione – in parte vera, in parte no – di un’effettiva dialettica, retto da una struttura della storia che ormai non c’è più. La dirigenza del PCI poteva anche chiudersi, ma era colta, in grado di dialogare con il mondo della cultura. Palmiro Togliatti era uno che all’uscita del rapporto sui crimini di Stalin rispose su “Rinascita” con una sua traduzione dal tedesco di un frammento di Hegel ignoto ai più. Hegel diceva: anche il volto di un assassino è illuminato da un punto di luce. Cioè: la personalità umana non ha un solo lato, è sempre molto complicata. Tu capisci? Di Maio non conosce i congiuntivi, Togliatti traduceva Hegel dal tedesco. Sbagliando, facendo errori ciclopici: però era Togliatti».

A proposito di Togliatti, che dire dell’articolo in prima pagina sull’Unità, a venticinque anni dalla morte? Siamo nell’agosto dell’89. De Giovanni siede nella direzione nazionale del partito, fresco di elezione al Parlamento europeo. Ha pubblicato a inizio d’anno un libro, “La nottola di Minerva” che contiene già l’ambizione di una rottura con la tradizione continuista del PCI.

«Ma dei libri non si accorge nessuno. Quando mi chiamo il vicedirettore dell’Unità, Giancarlo Bosetti, io gli chiesi se avesse letto il libro. In verità mi disse di sì, che proprio per questo avevano pensato a me. Mi sentii più tranquillo e scrissi. L’articolo uscì in prima pagina, col titolo: «C’era una volta Togliatti e il comunismo reale». In quell’articolo dicevo che un mondo era finito. Successe l’ira di Dio. Mi ritrovai il pezzo in televisione. Duecento e più articoli. Fu ripreso persino dal Washington Post.

«A settembre, alla prima riunione della direzione nazionale, avvertii il gelo intorno a me. Giancarlo Pajetta, di solito scherzoso, a stento mi salutò. Mi misi sul fondo. Natta introdusse il discorso dicendo: “D’estate i compagni devono stare molto attenti a quel che dicono, perché possono avere dei colpi di sole”. Tempo sei mesi e fui fatto fuori dalla Direzione».

Era comunque cominciata la stagione dell’impegno europeo. Il Pci aveva abbandonato nel corso degli anni Ottanta le posizioni antieuropeiste. E nel decennio successivo appoggiò convintamente la scelta di Maastricht. De Giovanni trascorse dieci anni a Strasburgo. Non posso non chiedergli che cosa è successo all’Europa, da allora.

«È stato il momento più bello e illusorio: l’unificazione tedesca, l’allargamento a est, l’unione monetaria, la codecisione del Parlamento europeo, lo spazio Schengen. Tutto sembrava possibile. Io ebbi una grande esperienza come presidente della commissione istituzionale negli ultimi due anni e mezzo del mio secondo mandato, quando approvammo il Trattato di Amsterdam».

Perché però quel percorso si è arrestato? Perché alla Costituzione europea non si è mai arrivati?

«Perché la Germania si è unificata. Ma non sto dando una risposta antitedesca. È che l’unificazione della Germania ha scosso tutti gli equilibri. La Germania non si è chiamata fuori, non ha scelto il “Sonderweg”, ma non è riuscita ad assumere il ruolo di grande nazione europea. Questo elemento ha compromesso il vecchio equilibrio franco-tedesco e bloccato la possibilità di progredire. L’altro elemento che ha pesato è l’interpretazione della globalizzazione come un processo soft, come l’avvio del grande cosmopolitismo. Ne veniva la convinzione che non vi fosse più bisogno di politica. Quando poi ci si è scontrati con la durezza della globalizzazione, l’Europa non ha saputo dare risposte perché non aveva più dentro di sé la dimensione del conflitto politico».

Il pensiero di De Giovanni su questi temi è consegnato in particolare a due libri, “L’ambigua potenza dell’Europa” e “La filosofia e l’Europa moderna”, usciti alla fine di quella stagione, nei primi anni Duemila. Nel primo, in particolare, De Giovanni sosteneva che la sovranità statuale dovesse rimanere il perno della costruzione europea:

«Ne “L’ambigua potenza” davo ancora un’interpretazione ottimistica di questo processo. L’ineliminabilità della statualità, l’insufficienza del puro patriottismo della Costituzione di hambermasiana memoria: tutto questo è entrato in crisi. Da un lato rimane necessario, dall’altro è difficile se non impossibile. Nessuno mi farà pensare che la Commissione possa diventare all’improvviso il governo dell’Europa. Nessuno però mi riesce più a far capire come questa necessaria relazione fra gli Stati riesca ad essere creativa di spazi politici comuni. Chissà se dopo questa crisi drammatica l’Europa non sia costretta a rimettersi a pensare, a cercare un terreno meno friabile di costruzione dell’Unione».

L’esperienza nelle istituzioni comunitarie finisce nel ’99, quando, nonostante l’indicazione dell’allora segretario Veltroni, De Giovanni non viene rieletto. Le ragioni della mancata rielezione rimangono, per carità di patria, fuori dal taccuino. Il filosofo in lui rinato allo studio e alla ricerca preferisce cavarsela con una battura: «Ringrazio il Padreterno per non essere stato eletto, perché dopo quei dieci anni al Parlamento sono tornato a tempo pieno sui libri». Prima però di chiudere con il bisogno di filosofia che gli riempie le giornate, gli chiedo qualcosa sulla politica nazionale. Gli chiedo della questione meridionale. De Giovanni è tranchant:

«La questione meridionale è completamente fuori dalla cultura politica contemporanea. Il dualismo nasce rigorosamente all’interno di una nazione. Quando l’unità nazionale si incrina, e non ci sono più risorse per politiche distributive, finisce anche la questione meridionale. Vedi del resto la Catalogna: ormai le regioni ricche non guardano più le regioni povere».

E il Pd? De Giovanni ha ripreso la tessera, in controtendenza rispetto all’emorragia che il Pd ha subito negli ultimi tempi. Non è del resto la prima volta che De Giovanni va controcorrente. Si è iscritto al partito democratico per sostenere Renzi nelle primarie di quest’anno.

«Il rischio populistico è fortissimo. Sarà sbagliato, settario, ma io considero i Cinquestele una patologia della democrazia. E quindi il ruolo del partito democratico (sarà di destra, di sinistra: lasciamo perdere) non può che essere quello di punto di equilibrio per la difesa e lo sviluppo della democrazia rappresentativa e per un rapporto critico ma forte con l’Europa. È l’unico partito che può farlo. La centralità del Pd non deriva da astrazioni categoriali ma da compiti politici concreti, dalla necessità di deve combattere l’estremismo salviniano e la patologia populista. Che c’è a destra come a sinistra».

Sono trascorse più di due ore. Ho lasciato fuori da questo insufficiente resoconto gli anni salernitani, il velo di commozione con cui De Giovanni ricorda i libri splendidi di Roberto Racinaro, rettore a Salerno negli anni di Tangentopoli, finito in carcere e poi completamente assolto da ogni vicenda, ma distrutto moralmente e fisicamente. Ho lasciato fuori i rapporti con Napolitano, l’esperienza come Rettore all’Orientale di Napoli, l’incredibile storia del quadro di Caravaggio posseduto per un giorno soltanto, le pagine di Musil sull’Europa e sulla guerra – l’uomo che “straccia la sua esistenza al vento” – e infine i recenti, importanti discorsi di Macron. De Giovanni mi chiede di alzarmi. Apre una porta, mi mostra il suo ultimo quadro, da gran collezionista qual è: «Questo è un Giovanni Lanfranco», mi dice, e mi lascia di stucco. Le chiese di Napoli, pietre e luce, Caravaggio e Vico: tutto cammina ora con i suoi passi e nella sua voce.

«Noi siamo sempre figli degeneri di Hegel. Questo è tempo di scissioni. Quindi la filosofia è necessaria. Non c’è epoca più filosofica di questa. Essendo radicale la scissione, nel suo senso più lato, la filosofia – questa malattia del pensiero, come la definiva Croce –irrompe perché non basta più la storiografia, non basta più la storia degli storici. Diviene necessaria, perché necessaria diviene una rifondazione delle cose. Lasciami dire però – poiché non ne abbiamo parlato fin qui – che per me non è senza Croce, ma senza Gentile che non esiste la filosofia italiana. Non esisterebbe Gramsci come non esisterebbe Severino. L’attualismo è stata la vera filosofia italiana del Novecento. E Gentile è stato una delle chiavi della mia vita filosofica».

“Io che origlio alle porte dei filosofi”: così ha detto una volta De Giovanni di sé, con una modestia che i suoi ultimi libri non giustificano. È per via degli eccessi di teoria che sente come estranei, ma non certo perché non sappia leggere e interpretare il bisogno di filosofia del nostro tempo.

«Per me la filosofia è tornata così. Qui stanno i miei ultimi libri. Siamo tornati ai grandi momenti di crisi in cui il rapporto fra vita e forme si interrompe e la crisi diventa generale. Le forme consolidate – la famiglia, la società, il partito, lo stato – si vanno dissolvendo. Come riorganizzi allora la vita comune dell’umanità? Rottura di confini o ritorno delle identità? E che significa ritorno delle identità? O al contrario: il mondo sopporta la distruzione dei confini?».

Domande, pensieri che non si arrestano, questioni che rimangono aperte. Fuori è ormai sera, Napoli lungo il mare è bella come non mai.

(Il Mattino, 10 novembre 2017)

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La diaspora che sa di passato

Exitù

Lo scenario è in movimento, ed è fresca di stampa una legge elettorale che suggerisce di coalizzarsi anche solo in vista delle elezioni, giusto il tempo necessario per conquistare uno scranno parlamentare. Tutte le soluzioni sono dunque possibili. Vale a Roma e vale pure a Napoli, dove l’agitazione è da ultimo provocata dall’uscita di Antonio Bassolino, che ha abbandonato il partito democratico e ha ripreso a dialogare con il sindaco De Magistris. La motivazione risiede anzitutto nella vicenda personale di Bassolino, com’è chiaro dalle parole usate dalla moglie, l’onorevole democrat Annamaria Carloni: «Antonio non è stato rispettato sul piano politico e umano», «Contro Antonio è stato alzato un muro», «Antonio è stato maltrattato». Ma ci sono anche motivazioni politiche generali: Bassolino ritrova infatti la compagnia dei fuoriusciti del Pd, di tutti coloro cioè che pensano che il centrosinistra non può rinascere se Matteo Renzi non toglie il disturbo.

Quale centrosinistra può però rinascere, se i protagonisti di questa estenuante diaspora sono gli stessi che hanno navigato prima nell’Ulivo e poi nel Pd in tutti questi anni? Non ha un inevitabile sapore di passato, tutta questa discussione? E che c’entra Napoli, la città, con tutto questo? Bassolino va ad aggiungersi ai Bersani e ai D’Alema che hanno guidato la sinistra in Italia per non meno di un paio di decenni. Sbalzati di sella dalla nuova generazione democrat, oggi faticano a riconoscersi nel Pd a guida renziana, ma faticano ancor di più ad accorgersi di come la sinistra che vuole essere alternativa a Renzi, se ha numeri e idee per esistere, non sarà certo per riconoscersi in costoro. Non ha nessun motivo per farlo.

Visto dalla sinistra radicale, questo fantomatico nuovo centrosinistra che nascerebbe se solo Renzi si facesse da parte non è infatti altro che un imbroglio, un pannicello caldo, un cambio di facce ma non di politiche.

A Napoli la cosa prende un’evidenza palmare. Bassolino si avvicina a De Magistris – come del resto ha fatto Mdp in consiglio comunale – e comincia a ragionare di possibili candidature nei collegi uninominali. Dalle parti di Dema, e dei movimenti che appoggiano l’attuale giunta, in molti storcono il naso, per non dire di più: com’è possibile che la rivoluzione arancione torni indietro agli anni di Bassolino alla guida della città? Come può Bassolino rappresentare l’area degli insorgenti, dei benecomunisti, dei centri sociali?

Non può. Però si finge che sia possibile, perché De Magistris qualche interesse a dialogare con Bassolino ce l’ha. Si tratta di costruire una sponda politica per compiere la traversata in Parlamento. Un collegio uninominale è quel che ci vuole. Il progetto di mettere dentro tutti quelli che non ne vogliono sapere del Pd fa giusto al caso, il caso suo o forse meglio quello del fratello, Claudio. E cade pure al momento opportuno, mentre si accentuano le difficoltà dell’Amministrazione comunale, che continua a camminare sull’orlo del definitivo dissesto: la politica interviene insomma come arma di distrazione di massa.

La conversione di un’esperienza amministrativa in una prospettiva politica, buona per conquistare un seggio in qualche quartiere della città, resta però un’operazione complicata assai. Ma il Sindaco ci lavora da tempo, consapevole che la sua stagione a Palazzo San Giacomo sta per finire. E una presenza in Parlamento di Dema è il miglior viatico per tentare, più in là, la conquista della Regione. Tanto più se il campo democratico dovesse rimanere privo di una riconoscibile identità e di un vero progetto politico.

Perché è chiaro: tutte le fortune di De Magistris dipendono dalle sfortune e dai fallimenti dei democratici. È stato così fin dalla prima elezione a Sindaco, nel 2011, e continua ad esserlo ancora oggi. La stessa figura di Bassolino può essere usata per sottolineare le difficoltà in cui si dibatte il Pd. Ogni parola di Bassolino è infatti un implicito atto di accusa contro tutto quello che è venuto dopo di lui, contro le insufficienze e i balbettamenti della dirigenza piddina.

Per questo, il congresso provinciale che il Pd celebrerà fra poche settimane può avere un’importanza cruciale. A condizione, naturalmente, che venga giocato non solo per riempire le caselle in vista dei posizionamenti futuri in lista, ma per proporre un nuovo, credibile profilo del partito in città. In passato le occasioni sono fioccate, tra elezioni municipali e elezioni politiche, commissariamenti e segretari di nuovo conio. Ciononostante, mancandole sempre tutte, il Pd si trova allo stesso punto di prima: senza una chiara linea politica, e con molte difficoltà a suscitare attenzioni e passioni nella società civile.

Ora c’è una nuova prova, il congresso provinciale. La competizione fra Oddati, Costa e Ederoclite per la segreteria democratica deve però ancora decollare. Ma può farlo solo a condizione che il confronto venga sottratto ad una dinamica introflessa, solo per addetti ai lavori (ed esperti di tesseramento), se smette cioè di essere una vicenda tutta piegata sulle diatribe interne, e viene proposto invece alla città come occasione per tirare finalmente una linea e ripartire.

Bassolino e De Magistris simboleggiano, insieme, i nomi di ciò che il Pd non può più essere: da un lato, un’opposizione priva di nerbo e di credibilità in città; dall’altro, il cono d’ombra in cui il centrosinistra si è cacciato dopo la fine politica di Bassolino. Ma cosa il Pd può invece essere, lo si deve ancora capire. E se quei due si mandano segnali, è evidentemente perché c’è ancora un vuoto in cui possono provare a infilarsi, provando a prolungare storie già finite da un pezzo (nel caso di Bassolino) o a inventarne di nuove per non rispondere del proprio operato (nel caso di De Magistris).

In effetti, qualcuno che chiuda questo intermezzo – come nel film di Billy Wilder, «Irma la dolce» –  promettendo finalmente di raccontare un’altra storia, ancora non c’è.

(Il Mattino, 5 novembre 2017)

Sicilia, un test per l’Italia

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Musumeci, Cancelleri, Micari, Fava: quattro nomi per quattro storie politiche e personali molto diverse le une dalle altre. Non è facile immaginare come si comporrà il puzzle siciliano all’indomani del voto. Ma le domande che alla viglia bisogna farsi sono queste:

Chi vincerà?

I sondaggi non lasciano adito a dubbi: la partita è fra Musumeci e Cancelleri, centrodestra e Cinquestelle. Finché sono stati diffusi, i sondaggi hanno sempre dato in vantaggio il candidato di Meloni, Salvini e Berlusconi, anche se i rumors dicono oggi che le distanze si sono accorciate. Nel centrosinistra si gioca una partita diversa: Micari, il candidato renziano, non ha possibilità di arrivare davanti agli altri due, ma deve assolutamente lasciarsi alle spalle il candidato della sinistra, Claudio Fava. Un risultato diverso equivarrebbe per il centrosinistra al rompete le righe.

Chi governerà?

Se la vittoria è una partita a due, più complicata è la partita per il governo della regione. La legge elettorale assegna infatti un piccolo premio di maggioranza, con ogni probabilità insufficiente ad assicurare ad uno schieramento una navigazione tranquilla nell’Ars, l’assemblea regionale siciliana. Le elezioni rischiano perciò di aprire una stagione di ingovernabilità, e invero non solo per via di un sistema proporzionale e di un premio che non è «majority assuring», ma anche perché la fine del bipolarismo costringe i diversi schieramenti a immaginare accordi «contro natura». Dopo il voto, se dovesse toccare al centrodestra la presidenza della regione, e se la sua maggioranza non fosse autosufficiente, Musumeci si rivolgerà al Pd? E riuscirà a tenere insieme tutti i pezzi della sua coalizione, aprendo verso il centro e la sinistra? Stessa domanda per Cancelleri: detto che è quasi impossibile che arrivi a quota 36 seggi, a chi chiederà una mano per governare? Lui, che ha il profilo del grillino di sinistra, avrà un lasciapassare dalle liste che si raccolgono intorno a Fava? Basterà? Bisogna ipotizzare governi di minoranza? E con quale capacità di fare, su basi politiche così fragili, la rivoluzione promessa? Il rischio è la paralisi, che la Regione Sicilia può correre proprio quando ci vorrebbe il massimo di forza politica per affrontare una situazione della cosa pubblica drammatica, prossima al fallimento.

Qual è lo stato di salute del centrodestra siciliano?

In regime di elezione diretta del Presidente, in Sicilia il centrodestra ha governato prima con Cuffaro e poi con Lombardo per oltre un decennio, fino alla clamorosa vittoria di Rosario Crocetta. Ma la vittoria di Crocetta è stata anzitutto il harakiri del centrodestra, che alle scorse elezioni si presentò spaccato in due: da una parte il «Grande Sud» di Gianfranco Micciché, dall’altra il Popolo della Libertà con Musumeci. Insieme, le due metà del centrodestra sfiorarono il 45%. Crocetta divenne presidente della Regione con poco più del 30% (di qui la gran parte dei problemi di tenuta della sua esperienza di governo). Questa volta invece a Musumeci è riuscito di avere tutti con sé (con Miccicché nel listino del Presidente), e anzi di rosicchiare anche parte del consenso centrista e moderato che nel 2012 aveva scelto Crocetta. Merito suo, e demerito del centrosinistra siciliano. Ma merito soprattutto del mutato quadro nazionale, che spinge in direzione di una ricomposizione fra forze che fino a ieri sembravano marciare lungo traiettorie incompatibili.

Qual è lo stato di salute del centrosinistra siciliano?

Crocetta: il megafono. La sua lista si presentava, nel 2012, addirittura con un simbolo grillino: la voce della gente, il populismo e l’onestà. Dopodiché però il governo regionale è un’altra cosa, e la voce di quel megafono si è fatta però sempre più fioca. I magri risultati e l’usura politica della frastagliata coalizione che lo ha sostenuto lo hanno messo fuori gioco. Preso atto della situazione, Crocetta ha accettato di farsi da parte. Ormai in prossimità della sconfitta, il centrosinistra ha fatto un passo indietro, indicando un candidato della società civile, il rettore dell’Università di Palermo Micari, sponsorizzato in primis dal sindaco del capoluogo, Leoluca Orlando. Una mossa simile è stata fatta in realtà dal Pd più volte in questi anni, in giro per l’Italia: supplenze e surroghe in attesa di tempi migliori. Civismo per deficit di politica. Per giunta, questa volta è mancato anche un forte impegno dei vertici nazionali: sfida dal sapore regionale, ha detto Renzi, che ha evitato i comizi finali. Ma circoscrivere il significato del voto siciliano non sarà facile, soprattutto se Fava, il candidato di tutto quello che c’è alla sinistra del Pd, dovesse arrivare davanti a Micari. Fava, politico di lungo corso, era già candidato nel 2012: poi il pasticcio della mancata residenza in Sicilia lo costrinse a mollare. Le liste che portavano il suo nome ottennero un misero 6%. Qualunque risultato a doppia cifra sarebbe ovviamente un buon successo, e potrebbe avere un peso nel determinare i futuri equilibri in seno all’Ars. Se poi arrivasse davvero più su del candidato piddino, allora rischierebbe di scatenare il big bang del centrosinistra.

Qual è lo stato di salute dei Cinquestelle?

Cancelleri sembra avere il vento in poppa. Ogni tanto capita un incidente: le firme false, le espulsioni e i ricorsi, l’assessore in pectore che vuol bruciare vivo il capogruppo Pd Rosato e così via. Quisquilie, quinzillacchere. Questi infortuni non sembrano costituire vere pietre d’inciampo per il popolo grillino, che marcia unito in vista del voto, consapevole dell’importanza della posta in palio. I problemi se mai verranno dopo, se si dovesse vincere, ma le elezioni nazionali sono così vicine che l’unico riflesso che si potrà registrare a Roma sarà la crescita del Movimento. Cancelleri potrà forse diventare una nuova Raggi, prigioniero di una situazione prossima all’ingovernabilità, ma non è cosa di cui il Movimento ha da preoccuparsi di qui alla primavera prossima. Perciò Di Maio e Di Battista hanno più di tutti gli altri leader nazionali attraversato volentieri lo Stretto. Non a nuoto, come Grillo la volta scorsa, ma con un investimento politico altrettanto forte.

Quali indicazioni per la politica nazionale?

Primo: il voto in Sicilia aiuterà a capire se la ritrovata unità del centrodestra è qualcosa in più di una risorsa elettorale. Berlusconi, Meloni e Salvini hanno cenato insieme, ma hanno tenuto comizi separati. Arancini sì, strette di mano in favore di pubblico ancora no. La linea di Salvini continua in effetti ad essere incompatibile con prospettive di appeasement con il centrosinistra, o anche solo con i pezzi del moderatismo centrista che in Sicilia contano pur qualcosa. Bisognerà vedere se un eventuale successo elettorale darà o no un’ultima spinta all’accordo nazionale. Secondo: se sarà Presidente Cancelleri, sarà interessante capire con chi cercherà di formare il governo. Il voto siciliano diventerebbe infatti la prima prova di un governo Cinquestelle non monocolore. Sia il Pd che, soprattutto, la sinistra, potrebbero essere tentati di dare una mano per contenere la destra. Senza dire dei fenomeni trasformistici che in Sicilia sono pane quotidiano. Anche quello sarà un terreno di prova: prevarrà l’intransigenza morale o il realismo politico? Comunque vada, è chiaro che la Sicilia farà per prima l’esperienza delle enormi difficoltà del tri- o quadripolarismo italiano.

Quali ripercussioni in casa Pd?

Mentre le altre forze politiche non hanno al momento grossi problemi interni, perché le relative leadership non sono in discussione, in casa democrat non si perde occasione per riproporre il tema: nonostante il congresso, nonostante le primarie. Per la verità è così fin dalla fondazione del Pd: sia Veltroni (da D’Alema) che Bersani (da Renzi) che da ultimo Renzi (prima da D’Alema e Bersani, ora da Orlando e Franceschini) han dovuto misurarsi con un lavorìo di logoramento iniziato fin dal giorno del loro insediamento. Per Renzi, quel lavorìo è cresciuto di intensità dopo la sconfitta referendaria. Una debacle in Sicilia sarebbe il segnale per un nuovo assalto. E rinfocolerebbe i propositi di chi ne trarrebbe dimostrazione per allargare a sinistra la coalizione nazionale. Sacrificando Renzi. Orlando, leader della minoranza, lo ha detto fin d’ora: prima il voto in Sicilia, poi il candidato premier. Ha così legato le due cose che Renzi invece tiene separate. Sarà il voto di domenica a decidere se prevarrà una linea o l’altra: se il centrosinistra ne uscirà politicamente indenne, o se le urne siciliane ne determineranno l’ennesima trasformazione.

(Il Mattino, 4 novembre 2017)

Il processo senza difesa

Testo 5

Non nascondiamoci dietro un dito: la nuova indagine accesa a Firenze a carico di Silvio Berlusconi è una enormità, e il fatto che non sia la prima volta che il Cavaliere sia tirato dentro la storia delle stragi mafiose dei primi anni Novanta suona come un’aggravante: non certo per Berlusconi, ma per il giudizio che va reso su questo nuovo materiale, e sul modo in cui si ripresenta sulla scena pubblica, a meno di una settimana dalle elezioni siciliane.

Certo, ci sono le intercettazioni, che fanno sobbalzare. Ma si tratta delle parole che un mafioso pronuncia in carcere e che tuttavia, secondo la Procura di Firenze, meritano opportuni approfondimenti, perché riguarderebbero nientemeno che l’ex premier. Ora, si facciano pure tutti gli accertamenti del caso, ma si sappia bene quello che si sta accertando, e che nel frattempo, accertamento o no, viene dato in pasto all’opinione pubblica: le confidenze di un padrino, già condannato per le stragi, che si prende la libertà di chiacchierare con un altro recluso, durante l’ora d’aria. E in una situazione simile, c’è qualcosa che Graviano non direbbe, dovrebbe riservarsi di non dire, mentre passeggia in carcere? Ovviamente no. E c’è modo di difendersi dalle sue illazioni? Nemmeno. Perché Graviano può dire quel che vuole, e la Procura che gli sta dietro può fare ciò che vuole delle dichiarazioni carpite. Così si riaprono fascicoli che erano già stati archiviati, e, a un anno di distanza dal tempo in cui le intercettazioni sono state effettuate (un anno!), il Cavaliere finisce nuovamente nel registro degli indagati. Gli avvocati intervengono e protestano la totale estraneità di Berlusconi, i giornalisti usano il condizionale e mettono ogni prudenza nel riferire la nuova iniziativa della Procura, ma intanto  la parola “Berlusconi” e la parola “mafia” compaiono nella stessa riga, formano un’unica notizia. È da questo che non c’è modo alcuno, per il leader del centrodestra, di difendersi. Un pregiudizio negativo è già disponibile, e la nuova inchiesta non deve far altro che rimetterlo in circolo.

Non vengono portati alla luce fatti nuovi: bastano le parole. Le parole di per sé richiedono un approfondimento. E l’approfondimento di per sé produce i suoi effetti: politici, non processuali. Effetti nello spazio pubblico, non nelle aule giudiziarie.

Il gioco è fatto. Il gioco che si gioca ormai da decenni, e che ruota attorno  al nodo irrisolto dell’uso politico della giustizia, di un dibattito intossicato da iniziative della magistratura. Non importa quanto sia credibile questa idea che Berlusconi pianifichi con i capi mafia una strategia politica a suon di bombe, per preparare la sua discesa in campo; è sufficiente che circoli, che per qualcuno valga come una narrazione possibile della storia d’Italia, fatta di manovre oscure, di illecite complicità, di compromessi con i poteri criminali, per gettare discredito, ed erodere consenso.

Non siamo il Paese delle stragi impunite? Cosa costa scrivere un nuovo capitolo, o meglio riscriverlo a seconda delle esigenze del momento?

“Puntualmente, a ridosso di una competizione elettorale, arriva la notizia di una nuova indagine nei confronti di Silvio Berlusconi”, ha dichiarato il suo avvocato, Ghedini. Francamente, non riesco a dargli torto.  O forse Ghedini un torto ce l’ha: chiama nuova indagine il rimestare vecchie storie, mai comprovate da fatti, ma sempre riproposte attraverso libere parole di personaggi di cui non è impossibile pensare che siano manovrati, o che semplicemente sappiano loro stessi manovrare. Ha le prove, Ghedini, per affermare quanto afferma?  Non le ha, e come potrebbe averle, del resto? Le avrà quando ci sarà la futura archiviazione. Ma il giustizialista con la bava alla bocca può dire, fino a quella data: e come si può sapere che anche questa volta finirà con l’archiviazione? La distorsione sta così in ciò, che le prove si richiedono a Ghedini, a Berlusconi, non certo all’accusa. Perché qui un’accusa non occorre nemmeno formularla: basta che la vicenda stia sui giornali, e che dell’avvocato difensore si possa dire che fa il suo mestiere, cosa volete che faccia? Intanto, però, al telegiornale passano le immagini del capomafia in carcere, e i telespettatori leggono “Berlusca” sotto quelle immagini: cosa si vuole di più?

Si vorrebbe una campagna elettorale non inquinate da simili exploit, un Paese che non costruisca il proprio spazio pubblico con i fogli delle Procure, una magistratura meno disponibile a così smaccate invasioni di campo, un’Italia in cui non siano i boss della mafia ad avere una incredibile centralità politica. Si vorrebbero infine dichiarazioni non di avvocati e compagni di partito, ma di avversari politici, che facciano capire come queste narrazioni hanno stancato e nessuno gli va più dietro.

Ma sappiamo già che non è così, che ci attendono paginate di ricostruzioni più o meno fantasiose, e magistrati pronti a scendere in campo, a mettere a disposizione le loro competenze, e cioè il loro spirito inquisitorio, per  raccontare ancora una volta chi sono i buoni e chi sono i cattivi. Povera Italia.

(Il Mattino, 1° novembre 2017)

La campagna elettorale delle alleanze simulate

Testo 4
L’onestà dei Cinquestelle e l’esperienza della Lega: così la mette Salvini, e in effetti non v’è chi non veda le somiglianze, quando non le affinità, fra la Lega e il Movimento di Beppe Grillo. Somiglianze e anzi affinità ricercate, se il leader della Lega Nord risponde all’insulto di Grillo (“Salvini è un poveraccio”) non con un vaffa, ma con cortesissime avances: se nel voto non vince nessuno il primo a cui telefono è Grillo. Loro onesti, noi esperti, ha detto: il giusto mix.
E siccome i rapporti di forza sono oggi tali, che la sera delle elezioni è quasi impossibile che ci sia un unico vincitore, possiamo supporre fin d’ora che Salvini quella telefonata la farà. O almeno: è chiaro fin d’ora che la vuole fare, che non ha alcun imbarazzo a telefonare a Grillo, perché sa che sui temi sui quali la Lega costruisce il suo consenso – dall’immigrazione alle piccole imprese, passando per le pensioni e la critica a Bruxelles – non vi sono distanze incolmabili, piuttosto convergenza di vedute. Sono due populismi che pescano nello stesso elettorato, che attingono agli stessi serbatoi del risentimento, che nutrono gli stessi obiettivi polemici e condividono le stesse paure.
Ma non stanno dalla stessa parte. Il caso vuole che la Lega sia alleata con Forza Italia, mentre i Cinquestelle corrono da soli, oggi in Sicilia e domani in tutta Italia. Certo, la vicinanza delle elezioni siciliane è probabilmente la causa immediata delle parole di Salvini, che non vuole lasciare ai grillini la bandiera del partito anti-sistema. Ma il 5 novembre passa presto, mentre la questione resta: che genere di alleanza è quella che unisce la Lega a Forza Italia? La legge elettorale incentiva la formazione di coalizioni nella quota di seggi attribuita con il sistema uninominale. Ma quella quota difficilmente si convertirà in una maggioranza parlamentare, così  non è detto affatto che il giorno dopo gli eletti della Lega si troveranno insieme ai colleghi di Forza Italia, perché Berlusconi non ha nessuna voglia (e nessuna possibilità) di rivolgersi ai Cinquestelle, mentre Salvini non ha nessuna voglia (e nessuna possibilità) di rivolgersi a Renzi o ai centristi di Alfano.
Quel che dunque si profila è una complicatissima partita in Parlamento, il cui fischio d’inizio sarà però  fischiato solo un minuto dopo il voto, quando con ogni probabilità saranno sciolte le squadre che avranno partecipato alla partita di prima, quella che si gioca in campagna elettorale. Nella democrazia mediata della prima Repubblica, era chiaro che una maggioranza poteva formarsi solo in Parlamento: il proporzionale non consentiva agli elettori di conoscere prima quale formula politica sarebbe stata adottata dopo il voto. Nella seconda Repubblica, per quanto imperfetto fosse il sistema maggioritario adottato, e diffusi i cambi di casacca, si andava invece al voto per scegliere insieme una coalizione e un governo. Nella condizione attuale, non abbiamo né il primato della mediazione parlamentare né quello della immediata espressione popolare. Con le coalizioni presenti sulla quota uninominale, si finge di scegliere una maggioranza, ma è appunto solo una finzione, perché non solo non vi sono veri vincoli fra le forze che lo compongono, ma si conosce già la forza con la quale la necessità di dare un governo al Paese premerà per la loro disarticolazione.
In realtà, è già andata così la volta scorsa, nel 2013: né a destra né a sinistra hanno resistito gli schieramenti con cui ci si era presentati agli elettori. Fin da subito il centrosinistra ha perso pezzi alla sua sinistra e il centrodestra ha perso pezzi alla sua destra. Forza Italia è andata al governo (con Letta), la Lega no. E dall’altra parte: il Pd è andato al governo (con Letta, poi con Renzi e Gentiloni), Sinistra e Libertà no. La novità, questa volta, è che la parvenza di una coalizione che si candidi a governare è già venuta meno, con le parole di Matteo Salvini di ieri, ancor prima che inizi la campagna elettorale. Il centrodestra appare così fin d’ora come una sorta di accordo tattico, non politico. Questione di tecnica elettorale, insomma. Politicamente parlando, Salvini ammette di potersela intendere più facilmente con gli altri populisti, i grillini, che non con centristi e moderati, tantomeno con i democratici. E ci tiene a dirlo subito, fin da adesso, perché non vuole essere confuso con i suoi alleati.
E dunque il vero problema del Rosatellum non è che è passato a colpi di fiducia, o che non ci sono le preferenze. È che, a quanto pare, non aiuta i partiti a disporsi secondo le linee di fratture reali che attraversano il campo della politica oggi, e anzi confonde le acque. Il Rosatellum consente alla Lega di fare la Lega antisistema anche se fa accordi con Forza Italia. Due parti in commedia. Ed è possibile che qualcosa del genere si produca persino a sinistra, dove pure la scissione ha scavato solchi profondi. Ma non abbastanza profondi perché non si stia pensando a desistenze elettorali e altri complicati escamotage tecnici.
Né mediata grazie a chiari accordi parlamentari, né immediata grazie a chiari mandati popolari, la democrazia che avremo sarà probabilmente ancora più confusa nelle sue ragioni e nelle sue fondamenta politiche di quanto già non sia. Non avrà vita facile.
(Il Mattino, 31 ottobre 2017)

Il dilemma dei candidati al Sud

Testo 3

Discutere del programma – ha detto ieri il premier Gentiloni, seduto a fianco a Renzi sul treno del Pd: la pace è fatta – è un modo di discutere come presentarsi alle prossime sfide elettorali. Ed è sicuramente questa la vera discussione, che terrà banco nelle prossime settimane. Solo che riguarderà il profilo programmatico, che il Pd ha cominciato ad elaborare nel weekend di Pietrarsa, ma anche il più complicato risiko delle liste e dei candidati. E se non disponi della retorica a cinquestelle – sul garante che tutto infallibilmente sovrintende, sui candidati freschi e immacolati scelti dalla Rete, oppure sugli inflessibili contratti a prova di inciucio ai quali vincolare i futuri “portavoce” del Movimento –, se, soprattutto, devi andare contro il vento dell’antipolitica che diffida per principio di tutto ciò che sa di partito, allora non hai un compito facile.

In casa democrat hanno insomma i loro problemi, e la richiesta di Vincenzo De Luca, ieri, li ha evidenziati tutti. Con il Rosatellum, da un lato tornano i candidati uninominali; dall’altro ci sono liste bloccate. La qualità della rappresentanza politica è per questo affidata ancora una volta alle segreterie di partito. Quelli che: la preferenza è l’unico metodo dignitoso di selezione delle candidature storcono il naso. Ma siccome l’assunto non è vero – come dimostra il confronto con gli altri paesi europei – e siccome la legge ormai c’è (ed è difficile dire che era migliore quella di prima), meglio è fare bene il lavoro di composizione delle liste.

Qui sono cadute le parole del governatore: «si tengano presenti più i curricola dei candidati che i loro tutori politici delle diverse correnti di partito». Il ragionamento di De Luca è semplice: se passa l’idea che le liste del Pd sono fatte col manuale Cencelli; se le candidature recano troppo evidente il segno della sponsorizzazione politica del capocorrente, e nessun altro segno, allora si va a sbattere. Se invece si riuscirà a trasmettere il senso di un’apertura alla società civile, di una selezione fatta tenendo conto del merito e della qualità, allora ne beneficerà la credibilità complessiva dell’offerta politica e l’immagine del partito. E la partita dei collegi potrà essere vinta.

Sembra ovvio, ma non lo è affatto. Il Pd ha spinto per l’approvazione del Rosatellum nella convinzione che nei collegi uninominali i Cinquestelle saranno penalizzati dalla scarsa o nulla capacità coalizionale. Correranno da soli. Ma ora è possibile che la convergenza di più liste a sostegno dei candidati nei collegi uninominali si faccia intorno a portatori di voti, ad appartenenti a pezzi di ceto politico ormai usurato: invece di riceverne una spinta, il Pd rischierebbe di finire schiantato dal peso eccessivo di un personale politico compromesso.

È un antico dilemma, reale soprattutto al Sud. Chi prende più voti: la personalità illustre, o il notabile? È chiaro che quanto più è forte il voto di opinione, tanto meno forte è il voto clientelare. Ma è chiaro pure che, essendosi fatto più volatile il voto di opinione, più forte è la tentazione di non rinunciare al peso delle clientele, per quanto esso si sia visibilmente, negli anni, consumato.

Si guardi infatti all’attuale Parlamento, l’ultimo esempio che il Pd ha sotto gli occhi: non v’è alcun dubbio che i democratici hanno profondamente rinnovato la loro rappresentanza ma, si potrebbe aggiungere, sta lì una delle ragioni perché l’allora segretario Bersani, entrato col vento in poppa nella campagna elettorale, ha finito col «non vincerle». Evidentemente scegliere un bel po’ di candidati di primo pelo, invece di qualche vecchio volpone, non ha pagato.

Ancor meno paga però la rissosità interna al partito, per ragioni varie e diverse il vero leit motiv di questi ultimi mesi in casa Pd. Se ora si riaccendesse sulla conta dei candidati – di Renzi, di Orfini, di Franceschini, di Orlando e così via – De Luca avrebbe completamente ragione: il Pd si destinerebbe da solo alla sconfitta. E le parole usate da Gentiloni ieri insistevano proprio su questo: non si vince se ci si divide. Le baruffe non pagano. Siccome però la divisione a sinistra si è prodotta già, e non è recuperabile, non resta che evitare nuove baruffe, per esempio sulle liste. E resta a Renzi di provare ad allargare il campo, non più a restringerlo, come Gentiloni ha provato a dire con la più soft delle critiche possibili. Per il premier, la leadership di Renzi non è assolutamente in discussione, ma le modalità del suo esercizio forse sì.

(Il Mattino, 29 ottobre 2017)

Il prezzo alto di una strategia all’attacco

Testo 2

La giornata politica ha regalato tre fatti di grande rilievo: primo, l’approvazione definitiva della nuova legge elettorale; secondo, la decisione del presidente del Senato Piero Grasso di lasciare il gruppo del partito democratico; terzo, l’indicazione, da parte del governo, per il secondo mandato alla guida della Banca d’Italia, del governatore uscente Ignazio Visco, nonostante il diverso avviso del Pd. I primi due fatti sono collegati fra di loro, perché Grasso ha solo atteso che si concludesse l’iter di approvazione del Rosatellum prima di compiere una scelta già maturata nei mesi scorsi; il terzo no, ma ha comunque un denominatore comune, perché chiama in causa la linea politica con la quale Renzi ha scelto di andare alle prossime elezioni. Dopo la giornata di ieri, infatti, è facile misurare la distanza del segretario del partito democratico dai massimi vertici istituzionali del Paese: i presidenti delle due Camere, Grasso e Boldrini, non si candideranno (se si candideranno) nelle file del principale partito di maggioranza: salvo errori, non era mai accaduto che una legislatura si concludesse con un esito del genere. Con la sortita su Bankitalia, si è prodotta una certa freddezza fra Renzi e il Quirinale, che di sicuro non ha gradito la mozione parlamentare su Visco presentata dal Pd; e ora che Gentiloni è andato dritto per la sua strada, anche con il presidente del Consiglio l’allineamento non è perfetto. Ovviamente non mancano le attestazioni di stima reciproca, né, a quanto pare, sono in discussione i rapporti personali, però se il sistema bancario continuerà ad essere, nelle prossime settimane, un tema di confronto politico, oggi sappiamo che non sarà Gentiloni e l’attuale governo a interpretare la linea del partito.

Distanza dai vertici istituzionali, autonomia rispetto alle decisioni assunte dal governo: con lo schema di gioco adottato, Renzi sembra voler rinunciare all’andatura compassata che i partiti di maggioranza di solito tengono, anche in prossimità del voto, e interpretare all’attacco, e da solo sul palcoscenico, la prossima campagna elettorale, con quella forte impronta personale che è nelle corde del segretario dem. È fin troppo chiaro, infatti, che il Pd non sarà, in campagna elettorale, il partito di Renzi e Gentiloni: sarà il partito di Renzi. Così come è chiaro che i risultati da presentare a giudizio dell’elettorato non saranno i risultati dei governi Renzi e Gentiloni: saranno i risultati conseguiti nel corso della legislatura dal Pd, il cui segretario è Matteo Renzi. Una strategia del genere va messa ovviamente alla prova dei fatti (cioè delle urne), ma va intanto spiegata nei suoi termini politici. E in termini politici: non v’è alcun dubbio che sia stata la forza di Renzi a consentire la prosecuzione di una legislatura, nata sghemba e precaria, fino al suo termine naturale.  È però la stessa forza che a sinistra ha prodotto continue lacerazioni. È facile supporre che se il referendum del 4 dicembre avesse avuto un esito diverso, la diaspora sarebbe stata contenuta; dopo la sconfitta referendaria, invece, sia all’interno delle istituzioni che nel partito si sono scavati fossi, intorno a Renzi. Tuttora, però, è difficile misurare peso e proposta politica alla sinistra del Pd se non in relazione a quel che Renzi fa o non fa, a dimostrazione che se Renzi pecca per eccesso, gli altri peccano assai per difetto.

Ma in politica vale il motto del riformatore Lutero: pecca fortiter, sed crede fortius. Pecca pure fortemente, ma abbi ancora più fiducia. Per smuovere le acque e giocare di rottura, non c’era altro modo. Per portare la sinistra fuori dal suo steccato tradizionale non c’era altra strada. Così dunque si è mosso Renzi: questa era la sua scommessa nel 2014 e questa è la sua scommessa anche adesso. E come nel 2014 Renzi non ne volle sapere di fare le europee dietro a Enrico Letta presidente del Consiglio, così questa volta non eviterà certo lo scivolamento di Gentiloni in secondo piano. I rapporti sono diversi, e diverso pure il contesto e il momento politico: e infatti quel governo cadde e questo rimane in piedi. Ma uguale è l’esigenza di Renzi di giocare la partita da prima punta, tutta davanti. Se saranno uguali anche i risultati è più difficile a dirsi. Oggi la partita è molto più complicata. Se poi il voto siciliano, fra dieci giorni, dovesse sospingere il pd troppo indietro, allora si farebbe ancora più dura. Renzi ha voluto tenersi alla larga dall’isola, e infatti il suo treno non varcherà lo stretto. Ma se il Pd perde di brutto ci vorrà un attimo a leggere le regionali siciliane in chiave nazionale: quanto più si deideologizza il voto, tanto più lo si lega alle aspettative di successo o di insuccesso. E su quelle, qualunque cosa se ne vorrà dire, il risultato siciliano peserà.

(Il Mattino, 27 ottobre 2017)