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Silvio e Matteo, l’intesa e la discrezione

Pavlov

La solidarietà di Berlusconi a Matteo Renzi e a Maria Elena Boschi vale quel che vale. Per un leader politico che non ha conosciuto un solo giorno in cui non fosse sotto attacco della magistratura, è il minimo sindacale. È la risposta che il Cavaliere dà ormai di default, ogni volta che qualcuno inserisce il file: “magistratura e politica”. Ciò non vuol dire che il tema non sussista, né che Berlusconi non pensi davvero che le intercettazioni pubblicate in questi giorni ledano la sfera privata, ma siamo al cane che morde l’uomo, non all’uomo che morde il cane: non è quella, insomma, la notizia.

La notizia è invece che Berlusconi vuole essere della partita. E la partita più importante che si giocherà di qui alla fine della legislatura è quella che riguarda la legge elettorale. Ora che il Pd ha messo nero su bianco la sua proposta (in soldoni: metà maggioritaria, metà proporzionale), si apre la possibilità concreta di un percorso parlamentare. Per il quale però occorrono numeri che il partito democratico ha alla Camera, ma non ha al Senato (o, se li ha, sono talmente risicati che è difficile fare previsioni). Dunque bisogna inserirsi nella discussione: dare qualcosa per avere qualcosa. Così funziona. Cosa ha da perdere Forza Italia, in questo momento, e cosa può dare? Quello che ha da perdere è la possibilità di presentarsi come un’alternativa credibile alla sinistra di Renzi e ai Cinquestelle. Credibile significa: in grado di competere. Allo stato, la possibilità di competere passa per due condizioni: la presenza di una leadership riconosciuta, la capacità di aggregare lo schieramento di centro-destra. In un sistema maggioritario, si tratta di condizioni irrinunciabili. In un sistema proporzionale no. Dunque, quanto più Berlusconi sente lontane quelle condizioni, tanto più inclinerà per una soluzione di tipo proporzionale.

Questo semplice principio consente una prima lettura delle parole pronunciate ieri dal Cavaliere. Accantoniamo dunque il Berlusconi animalista che passeggia nel parco di Arcore tra simpatici animali e punta al voto dei proprietari di cani e gatti; mettiamo pure da parte le dichiarazioni sui volti nuovi, competenti e con voglia di fare necessari al partito e veniamo al sodo, badiamo a quel che c’è di nuovo. E di nuovo c’è che il leader azzurro considera possibili le elezioni in autunno, il che significa: non è sulla data delle elezioni che Forza Italia opporrà barriere insormontabili. Oppure: se troviamo un’intesa sul sistema elettorale, possiamo ragionare anche sulla data.

Poi il Cavaliere aggiunge: con Salvini non siamo poi così lontani, a parte la questione dell’euro. E qui il primo principio non basta più, ma forse ci vuole la lezione storica. Se infatti si torna con la memoria al Mattarellum – la prima legge elettorale con cui Forza Italia si misurò, con successo, nel ’94 – si ricorderà che, a parte altre differenze, la quota proporzionale era fissata più in basso rispetto all’attuale proposta del Pd: al 25%, contro il 50% del cosiddetto «Rosatellum». E però la legge non impedì affatto alla coalizione di centrodestra di presentarsi nei collegi uninominali della quota maggioritaria con una fisionomia variabile: al Nord in alleanza con la Lega Nord, al Sud con Alleanza nazionale di Fini. La prova di governo, dopo la vittoria alle elezioni, durò solo pochi mesi, ma resta memorabile l’impresa elettorale: Berlusconi riuscì infatti a mettere insieme due forze politiche che più lontane non si sarebbero potute dire (anche su temi fondamentali come l’unità nazionale).

Fermo restando allora il principio sopra enunciato, ho l’impressione che il Cavaliere abbia certo motivi di ostilità nei confronti della proposta dei democratici, perché preferirebbe un sistema alla tedesca che conducesse diritto e filato ad una qualche grande coalizione, che cioè dopo il voto emarginasse gli opposti estremismi di destra e sinistra, ma sappia anche che con il «Rosatellum» non è impossibile stringere accordi con la Lega a livello di singoli collegi. Un sistema del genere è sicuramente preferibile a qualunque soluzione di tipo premiale, sia che il premio vada alla lista (Forza Italia ben difficilmente sarà il primo partito italiano) sia che vada alla coalizione (perché qui vale il principio: un accordo organico con la Lega per un centrodestra unito è di là da venire). Un congegno elettorale che sia maggioritario ma non troppo, e che mantenga spazio sia per accordi elettorali prima, che per accordi politici dopo, è confacente alla situazione in cui si trova attualmente Forza Italia. E lo è anche al Pd, mentre lo è molto meno ai Cinquestelle, che non hanno il personale politico sperimentato per la prova nei collegi uninominali, e non hanno neppure facilità di accordi: né nei singoli collegi, né nella prospettiva del governo.

Se poi, per essere della partita, bisogna spendere parole di solidarietà nei confronti di Renzi e Boschi – parole che sono abbastanza urticanti per le vecchie e nuove file dell’antiberlusconismo, e che quindi aprono un fossato sempre più ampio fra il Pd e quello che si trova alla sua sinistra – beh: che ci vuole? Con una mano Berlusconi accarezza idealmente tutti gli animali domestici degli italiani; con l’altra aizza invece il cane di Pavlov della sinistra dura e pura, la quale con un riflesso condizionato parla di intelligenza col nemico e chiama inciucio qualunque tentativo di intesa fra centrodestra e centrosinistra. Che se invece la legge elettorale la facesse il Pd da solo, certamente si ritroverebbe addosso l’accusa di essersela cucita su misura. Ma questa, delle eterne divisioni e contraddizioni della sinistra, è evidentemente un’altra storia.

(Il Mattino, 21 maggio 2017)

La sinistra e la feccia di Romolo

Lupa

Per quanto ci si voglia girare attorno, non si troverà un solo lato dal quale apparirà meno adamantina la seguente verità: che il grillismo è solo l’ultimo stadio del moralismo, cioè della malattia fondamentale che la sinistra italiana ha contratto nell’ultimo scorcio del ventesimo secolo, e dal quale non è ancora guarita.

Il fatto che questa verità cristallina si trovi oggi sulle pagine de Il Foglio non meraviglia né sorprende. Consente anzi di precisare meglio la verità in questione, perché Claudio Cerasa, il direttore, ne scrive in risposta a Eugenio Scalfari, e così l’assunto di cui sopra reca anche una precisa impronta genealogica: l’incubatore di questa commistione fra moralismo e sinistra è stato proprio il giornale fondato da Eugenio Scalfari. Dal Berlinguer della questione morale al De Mita vagamente tecnocratico e innovatore che doveva cambiare i connotati della Democrazia cristiana, tutti e due circonfusi dell’aureola morale di campioni dell’anti-craxismo, passando per le immancabili proposte di governo tecnocratici o «degli onesti» per finire con la lunga sfilza di papi stranieri elevati a guide della sinistra che non c’era – nel frattempo mandando a pezzi quella che c’era – Scalfari e il suo giornale hanno esercitato senza soluzione di continuità il loro patrocinio etico, intellettuale, spirituale su un intero campo, senza avvedersi che lo spessore ideologico, politico, programmatico della sinistra veniva così assottigliandosi sempre più, sempre più riducendosi al solo ed esclusivo terreno della denuncia morale, surrogato di una visione politico-culturale evidentemente esaurita.

Questo solo si può infatti aggiungere all’analisi di Cerasa: il moralismo è stata soltanto l’ultima ondata. Le altre sono più distanti nel tempo, ma non hanno contribuito meno a dissestare la tradizione della sinistra. La crisi del marxismo italiano è passata infatti anche per altre vicende: per una profonda revisione epistemologica, per una lenta acquisizione del lessico dei diritti e della cittadinanza; per una riscoperta delle tematiche che la cultura del movimento operaio aveva tenuto in disparte (la donna, l’ambiente, il desiderio). Mentre percorreva queste strade, la sinistra italiana perdeva qualcosa della sua ideologia originaria (perdeva tratti totalitari, illiberali, paternalistici), ma qualcosa acquistava anche: in termini di apertura alla modernità, di emancipazione, di progresso. Poi, più nulla. Giunta all’ultimo stadio, ha acquistato una capacità infinita di indignazione, ma ha perso l’unica cosa che non avrebbe mai dovuto perdere: il senso stesso della costruzione storica e della mediazione politica. Forse perché ha temuto di rimanere del tutto fuori dalla vicenda del Paese, dopo aver contribuito a fondarla e a costruirla, la sinistra ha cominciato a pensare che tutta la storia italiana recente, compromessa col malaffare e la corruzione, fosse da buttare. Di questo assunto la più coerente conseguenza, non v’è dubbio, è Beppe Grillo.

Non c’è da andare lontano: basta stare alle cronache di questi giorni. Sul giornale reclutatore del grillismo di sinistra, «Il Fatto quotidiano», viene pubblicata un’intercettazione che riguarda Renzi, padre e figlio. Non facciamone di nuovo la cronaca, ma resta clamoroso che esca fuori un’intercettazione del tutto irrilevante penalmente. Siccome c’è chi nel Pd protesta (meno male), «Il Fatto» non manca di ricordare che, però, quelli del Pd che oggi protestano indignati sono gli stessi che nel 2010 marciavano compatti al grido: «Intercettateci tutti!», protestando allora contro Berlusconi e i suoi tentativi di imbavagliare la stampa. Ecco: non sono proprio gli stessi. Ma è vero che sono quelli che «Repubblica» coltivava e vezzeggiava, accarezzava e lisciava, e con cui costruiva la sua moralistica egemonia sul discorso politico della sinistra. Di cosa meravigliarsi allora se oggi gli elettori vogliono ancora che tutti siano intercettati, e se perciò, delusi dal Pd, si volgono verso i Cinquestelle? C’è, in definitiva, qualche altra idea della politica che sia stata formata in questi anni da «Repubblica» diversa dalla santa coppia onestà/competenza? Non c’è. Perciò tanto vale andare tutti sulla piattaforma online dei grillini, e votare l’inserimento nel programma del Movimento dell’intercettazione illimitata, universale e indiscriminata. E chiunque è contrario lo sarà perché evidentemente vuol nascondere qualcosa.

La logica, purtroppo, è questa. Siccome Scalfari ha cominciato di recente a frequentare con sempre maggiore interesse i lidi della filosofia, ricorderà quel passo della Scienza Nuova in cui Giambattista Vico scrive: «La filosofia considera l’uomo quale dev’essere, e sì non può fruttare ch’a pochissimi, che vogliono vivere nella repubblica di Platone, non rovesciarsi nella feccia di Romolo». La politica, per Vico, doveva rovesciarsi nella feccia di Romolo: Vico non pensava così di fare un favore ai delinquenti; pensava invece all’umanità comune che alla politica chiede un’azione realistica ed efficace (oggi diciamo riformista), non l’autocompiacimento circa la propria superiorità morale e intellettuale. Non come giustamente scrive Cerasa, «il moralismo come strumento di lotta politica». E nemmeno – aggiungo io perché non si sa mai – un pool di magistrati a Palazzo Chigi.

(Il Mattino, 19 maggio 2017)

La nuova notte della Repubblica

sironi

La giornata di ieri ha segnato un nuovo, non invidiabile primato di pista sul circuito mediatico-giudiziario nel quale si avvita la politica e il dibattito pubblico in questo Paese. Il «Fatto quotidiano» pubblica un’intercettazione fra Matteo Renzi e il padre Tiziano, che finisce sui giornali in barba a ogni principio di riservatezza delle indagini e di rispetto della privacy. Finisce sui giornali un’intercettazione priva di qualunque rilevanza penale, che non era nella disposizione degli avvocati e che non era neppure contenuta nelle informative dei carabinieri, proprio per via della sua irrilevanza. Ma la pubblicazione consente di alzare nuovamente al massimo il volume sull’inchiesta: nonostante Renzi dimostri nel corso della telefonata una correttezza assoluta e una severità persino eccessiva nei confronti del padre; nonostante il padre confermi di non aver incontrato l’imprenditore Alfredo Romeo, per quanto egli ricordi; nonostante insomma non vi sia un solo particolare dell’inchiesta che prenda un significato diverso alla luce delle parole intercettate, sta il fatto che, grazie alla pubblicazione, nei titoli, nelle dichiarazioni, nei programmi televisivi ricompare “il caso”. E monta la speculazione politica: basti leggere, fra tutte, la dichiarazione dei capigruppo del Movimento Cinquestelle, Roberto Fico e Carlo Martelli, che prendono la notizia a pretesto per parlare di «aspetti opachi rispetto agli incontri di Tiziano Renzi», quando non c’è alcuna opacità nella telefonata, e per denunciare un «gruppo di potere», quando si tratta di un figlio che, sulla base di rivelazioni di stampa, chiede conto al padre di quel che si legge sui giornali (e che proprio quella sera mostrerà in tv, quindi in pubblico, la stessa severità tenuta in privato, uscendosene con la frase: «se è colpevole, deve essere condannato con una pena doppia»).

Ma ancor più impressionante è la nuda sequenza dei fatti: il 2 marzo scorso «Repubblica» pubblica un’intervista al commercialista napoletano Alfredo Mazzei, il quale asserisce di aver saputo da Romeo di un suo incontro riservato con Tiziano Renzi in una «sorta di bettola». Renzi chiama allora il padre, e gli chiede a muso duro se risponda a verità quanto riportato dal quotidiano. Il padre non ricorda di aver mai incontrato Romeo; di sicuro – dice – non l’ha incontrato a pranzo. Il giorno dopo, il 3 marzo, viene interrogato presso la procura di Roma, investita per competenza delle indagini avviate a Napoli, dai pm Paolo Ielo e John Henry Woodcock. Al termine, la difesa di Renzi rinuncia a richiedere gli atti per preservarne la riservatezza, ma il giorno dopo oplà: sui giornali si rovescia tutta la montagna di accuse prodotte dal Noe, il nucleo investigativo al quale si era affidata la procura napoletana e in particolare il suo pm di punta, John Henry Woodcock. La reazione della procura di Roma, è decisa: fin lì i capi degli uffici di Napoli e Roma avevano proceduto d’intesa, ma di lì in avanti l’intesa naufraga. Pignatone revoca l’indagine al Noe; dopodiché parte l’inchiesta sulla fuga di notizie e parte pure una scrupolosa verifica del lavoro svolto. Salta fuori, e siamo alle ultime settimane, che il capitano dei carabinieri Gianpaolo Scafarto, su cui Woodcock riponeva la massima fiducia, ha clamorosamente manipolato i verbali delle intercettazioni e ha pure costruito una storia di pedinamenti da parte dei servizi segreti, che finisce agli atti nonostante ne sia evidente l’infondatezza. Woodcock, dal canto suo, per difendere l’operato di Scafarto viola l’assoluto riserbo sugli sviluppi del caso chiestogli espressamente dal procuratore Fragliasso. Per aver violato il silenzio e per aver così interferito con il lavoro della Procura romana viene così incolpato dal Procuratore generale della Cassazione, Pasquale Ciccolo.

Ed ecco ora il nuovo coup de théâtre: la drammatica telefonata tra padre e figlio, che costringe la procura di Roma ad aprire una nuova indagine per violazione del segreto istruttorio e il ministro della Giustizia Orlando a disporre accertamenti. Si vedrà nelle prossime ore se anche il CSM, finora taciturno, riuscirà finalmente a prendere posizione sulla vicenda.

Non è detto però che sia l’ultimo episodio: a leggere «il Fatto» sembra anzi che nuove rivelazioni siano tenute in serbo per i prossimi giorni, e così la politica si ritrova sotto una specie di stordimento permanente, travolta da fiumi di parole che non hanno alcun valore probatorio, la cui pubblicazione avviene goccia a goccia, in esplicita violazione di legge, con una Procura che tiene evidentemente aperte le falle da cui fioccano le intercettazioni, e l’altra che prova (finora invano) a turarle.

In gioco, come si vede, non sono i «guai giudiziari» del padre di Renzi, la cui posizione non è minimamente toccata – non aggravata, se mai alleggerita – dalla divulgazione dell’intercettazione. In gioco è tutto il resto: il clamore mediatico sollevato da certe inchieste in via del tutto indipendente dalle risultanze investigative prima e processuali poi; la complicità che si stabilisce fra organi di stampa e organi inquirenti; la disinvoltura con cui certi meccanismi vengono attivati, con qualcuno che dietro le quinte alza la palla e qualcun altro che scende in campo e la schiaccia. E infine l’impotenza della politica, costretta ad assistere allo spettacolo, tacendo per timore di finire magari nel tritacarne della prossima intercettazione, segretamente confidando che la procura di Roma possa almeno questa volta respingere la palla nel campo avverso, dopo un quarto di secolo, anno più anno meno, in cui è stata presa a pallonate. La politica appare cioè ancora priva di qualunque, reale capacità di reazione visto che, giunta dinanzi a uno dei punti più oscuri della storia repubblicana recente, dinanzi a condotte investigative capaci di produrre – non sappiamo a quali livelli – un così grave inquinamento probatorio e di far emergere elementi di così eclatante privatezza, non batte i pugni sul tavolo ma si limita a rilasciare dichiarazioni: il miglior commento all’inazione di questi anni.

(Il Mattino, 17 maggio 2017; su Il Messaggero col titolo: Il clamore mediatico e la volontà nascosta di inquinare le prove)

 

Chi comanda in Procura?

napoli

L’incolpazione di Henry John Woodcock per illeciti disciplinari riporta alla ribalta una vicenda che sembrava dovesse spengersi lentamente, come a volte accade alle grandi fiammate che bruciano improvvisamente sui media, per poi scivolare poco a poco e consumarsi lontano dai riflettori.

E invece no: sotto i riflettori ci ritorna perché il procuratore generale della Cassazione, Pasquale Ciccolo, ha ravvisato gli estremi per incolpare Woodcock di aver violato sulla vicenda Consip la consegna del «più assoluto riserbo» voluta dal procuratore reggente di Napoli, Nunzio Fragliasso, e per avere interferito indebitamente con l’indagine della Procura di Roma.

Cos’era infatti accaduto? Che la Procura di Roma aveva revocato l’indagine tenuta dal Noe di Napoli e dal capitano dei carabinieri Gianpaolo Scafarto a seguito della fuga di notizie che aveva accompagnato il passaggio delle carte per competenza da Napoli a Roma. Passa un mese, o giù di lì, e i magistrati romani si accorgono di una manipolazione del contenuto delle intercettazioni, con la quale in bocca all’imprenditore Romeo finisce una frase da lui mai pronunciata, che l’investigatore giudica peraltro di particolare rilievo a sostegno dell’ipotesi di traffico di influenze che si viene formulando a carico del padre di Matteo Renzi, Tiziano. Una falsità, di una gravità inaudita, che però salta fuori solo perché la Procura di Roma spulcia fra le carte dell’inchiesta.

Ora apprendiamo dall’atto del procuratore Ciccolo che, scoppiata la notizia dell’accusa nei confronti di Scafarto, il dottor Fragliasso tiene una riunione con i pm coinvolti, nel corso della quale Woodcok manifesta l’esigenza che l’ufficio confermi piena fiducia al capitano Scafarto e al nucleo investigativo del Noe. Cosa che avviene. Apprendiamo pure che, nel corso della riunione, Fragliasso raccomanda la consegna del silenzio con gli organi di informazione «per non interferire con le indagini». Cosa che invece non avviene: Woodcock parla, le sue parole finiscono sui giornali ed interferiscono pesantemente, perché il magistrato napoletano si perita di spiegare che, a parer suo, solo un pazzo avrebbe potuto deliberatamente compiere un falso negli atti dell’indagine in corso, escludendo dunque che potesse trattarsi di altro che di un errore. In tal modo, scrive Ciccolo nella sua incolpazione, «ha pubblicamente contraddetto e svalutato l’impostazione accusatoria della Procura di Roma, fondata invece sulla ritenuta falsità».

Ce n’è abbastanza per notare le seguenti cose. La prima, che ci troviamo di fronte a un magistrato che disattende palesemente il suo dover d’ufficio al riserbo, richiestogli in una circostanza così delicata dal capo della sua Procura, salvo poi sostenere di essere stato tratto in inganno: un’ingenuità che però appare sorprendente in un uomo navigato come Woodcock, peraltro avvezzo ad avere i giornalisti alle calcagna. La seconda, che mentre tutta Italia si chiede come sia possibile che in un’indagine così delicata, che lambisce i più alti vertici istituzionali, le parole agli atti non vengano controllate non una ma cento volte, prima di costruirci su un castello di accuse – mentre tutta Italia si chiede questo, Woodcock rivolge al procuratore Fragliasso la richiesta di mantenere Scafarto al suo posto. Una richiesta talmente imbarazzante, che lo stesso capitano dei carabinieri chiederà, a sua propria tutela, di essere sollevato dal ruolo. Prudenza avrebbe voluto che ci pensassero i magistrati napoletani, invece i magistrati pensano il contrario. Woodcock garantisce per Scafarto, e la Procura lo segue. Questa è la terza cosa che lascia di stucco: può darsi che i rapporti professionali fossero tali da giustificare una simile condiscendenza, sta di fatto che l’impressione che se ne ricava è che da quelle parti sia Woodcock a dettare la linea, persino in una circostanza così complessa.

Quarto: la procura di Napoli aveva assicurato, con tanto di comunicato ufficiale, che non c’era stato alcun attrito con Pignatone e i pm romani. Nessun contrasto, nessuna tensione. Su questa posizione si era attestato anche il Csm. Comprensibilmente, perché non è mai saggio alimentare conflitti istituzionali. Ma ora sappiamo dall’atto di incolpazione del procuratore generale che lo scontro c’è stato eccome, visto che un magistrato napoletano è accusato di avere interferito con le indagini romane, provando a demolire pubblicamente l’accusa formulata a danno di Scafarto. In sostanza, Woodcock ha mandato a dire ai colleghi romani, a mezzo stampa, che Scafarto era un suo uomo e non andava toccato.

L’ultimo punto accompagna questa vicenda fin dall’inizio. A Napoli manca da mesi il capo della Procura. Il Csm non l’ha ancora nominato. Lo segnalammo (incidentalmente, ma non troppo), quando il caso scoppiò. Torniamo a segnalarlo ora, visto che è palese – indipendentemente dalla grande qualità ed esperienza delle persone coinvolte – che non è la stessa cosa essere il procuratore ed essere il facente funzione. Forse ci sbagliamo, ma la condotta di Woodcock, per come viene delineata dal procuratore Ciccolo nella circostanza, inclina a darci ragione.

(Il Mattino, 9 maggio 2017)

 

Filosofia: un bisogno, non solo un sapere

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Ovunque, nel mondo, vi è stata una grande filosofia, lì vi è stata anche la posizione filosofica della questione del suo insegnamento, della sua trasmissione, della sua tradizione e della sua pratica. Platone, per dire non l’ultimo ma il primo arrivato, ci volle fondare su un’Accademia, e ha disseminato i suoi dialoghi di istruzioni, implicite ed esplicite, sul buon uso del logos filosofico. Dopo di lui, tutti gli altri: non solo gli antichi (per i quali era più facile: bastava fondarla, una scuola), ma anche i moderni, che hanno dovuto acconciare la materia alle esigenze (evidentemente non solo didattiche) delle istituzioni dell’epoca, la Chiesa e lo Stato. Oggi la filosofia si trova là: nell’università, dove da poco più di due secoli – dopo tutto: non un tempo lunghissimo – viene insegnata in regolari corsi di studio, e dove continua naturalmente a entrare in conflitto con le altre facoltà, come ben sapeva Kant.

Se però è vero che ci vuole una grande filosofia per porre daccapo la questione di cosa significhi insegnarla, è anche una fortuna che le grandi filosofie non si succedano l’una dopo l’altra come i cambi d’abito: ad ogni nuova stagione. Altrimenti, con la stessa frequenza, si dovrebbero richiedere riforme legislative. Thomas Kuhn diceva che ci sono periodi in cui la scienza, il sapere in genere, se ne sta tranquilla dentro i propri paradigmi, e periodi in cui invece prova a sovvertirli. Ora, in che razza di periodo viviamo, dal punto di vista del sapere filosofico?

Qualche anno fa, in un’informata guida alla filosofia contemporanea si mostrava come non fosse possibile restituire un’immagine del pensiero contemporaneo senza includervi il tratto di “fine della filosofia” che sembra sbucare fuori ovunque: perché il suo credito scientifico è ridotto al lumicino, perché la tecnica si mangia ogni cosa, perché andare a braccetto con la storia l’ha fatta precipitare in un indistinto relativismo, perché non solo la scienza ma anche altri ambiti della cultura umana che di solito si accompagnavano alla filosofia si sono un po’ stufati: la politica ad esempio, per via della famosa fine delle ideologie in Occidente, oppure l’arte, che avrebbe scelto la strada più diretta della sua riproducibilità finanziaria (Andy Warhol: fare buoni affari è la forma d’arte più affascinante).

Può darsi che questa immagine non sia generosa, che vi siano miriadi di problemi particolari su cui i filosofi possono esercitarsi con profitto, che sia non il mestiere del filosofo ma solo i suoi paramenti sacerdotali ad essere caduti in disuso. Sta di fatto che le grandi filosofie latitano, e quindi le riforme che ne investono la caratura universitaria non debbono scontrarsi coi “funzionari dell’umanità”, ma solo con quelli più prosaicamente addetti al calcolo del numero dei crediti universitari necessari per accedere alla relativa classe di concorso.

La situazione, dunque, sta così: che non è previsto, nello schema di decreto legislativo in discussione, un numero minimo di crediti nella didattica specifica della disciplina. Si insegna a insegnare la qualunque, con l’idea che in questo modo si insegna a insegnare pure la filosofia. È un’idea assai discutibile: ma chi la discute? Ci hanno provato i presidenti delle Società di filosofia con una lettera, apparsa qualche giorno fa sul Corriere della Sera, accolti da un generale silenzio. Ieri è stata la volta di Mario De Caro e Pietro Di Martino, sul Sole. Ma non è di buon senso supporre perlomeno che per insegnare filosofia, per quanto malconcia essa sia, bisogna comunque averla studiata? Se sì, come mai allora il laureato in filosofia che acceda all’insegnamento di storia e filosofia nella scuola deve avere incamerato 36 crediti in discipline filosofiche, mentre un laureato in materie antropo-pisco-pedagogiche, per lo stesso insegnamento, può fermarsi a 24?

È solo colpa della fortuna declinante di quella che una volta, molto tempo fa, era la regina delle scienze, oppure c’è il concorso di una disattenzione, almeno altrettanto colpevole, del legislatore, che mentre cambia le vie di accesso alla professione docente (con qualche merito innegabile: mettendo fine ai megaconcorsi e costruendo un percorso formativo triennale, tra scuola e università, sulla base dei posti effettivamente disponibili), cambia pure lo status della disciplina, relegandola nella serie B dei saperi? Certo, si può anche decidere che non occorre conoscere la filosofia per insegnarla, oppure che è giunta l’ora di non insegnarla affatto. Che non c’è alcun “bisogno di filosofia”, come diceva quel cane morto di Hegel, oppure che è la sua esistenza universitaria a non potersi più giustificare. Importante è dirlo però chiaro e tondo, farci magari anche un bel dibattito su, e non farlo di soppiatto, cambiando qualche numeretto, e relegando la tradizione filosofica del pensiero in una posizione puramente ancillare rispetto al resto delle scienze umane. (Ma la filosofia, infine, è davvero una scienza “umana”?)

(Il Mattino, 8 maggio 2017)

La sfida tra i due mondi che rottamano il ‘900

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Che i sondaggi ci prendano o no, la sfida presidenziale di oggi, in Francia, ha giustamente l’attenzione di tutta Europa. Può darsi sia scontato l’esito; di sicuro non lo è il significato. Non lo è neanche se Macron dovesse vincere con largo margine la sfida e se, col senno di poi, potremmo dire di avere sovrastimato il pericolo lepenista. Con Macron vince infatti (se vince) una cosa nuova, che non c’era nel panorama politico francese fino a due anni fa. Basta questo, per lustrarsi bene gli occhi e domandarsi se non stiamo voltando definitivamente la pagina del ‘900, la pagina della grande politica, dei grandi partiti di massa, del grande movimento operaio. Dopo aver chiuso con il comunismo, l’Europa chiude anche con il socialismo democratico? Forse sì. È difficile trovare, nel panorama europeo, qualcosa di meno somigliante a Macron del Movimento Cinquestelle, in Italia. Eppure, alla domanda cosa siamo, Macron risponde sul suo sito: un popolo di marciatori, un movimento di cittadini. Zero onorevoli. Sembra grosso modo significare: non c’è bisogno di mettere i cittadini dentro la scatola di un partito. Del resto, la prima delle ragioni che sostengono la campagna per le presidenziali è così formulata: «Emmanuel Macron è diverso dai responsabili politici che lo hanno preceduto: in passato ha avuto un vero lavoro, nel settore privato e nel settore pubblico». È dunque un titolo di merito la discontinuità rispetto ai politici del passato e ai politici di professione: Macron non è né l’uno né l’altro. Quanto alle altre ragioni, sono di questo tenore: Macron propone di ridurre di un terzo il numero dei parlamentari (già sentita?), sa di cosa parla, non deve la sua fortuna politica a nessun’altro che non sia lui, sa riconoscere una buona idea anche se viene dal suo avversario politico, che non attacca mai sul piano personale. La competenza è evocata solo per dire che Macron saprà rimettere in sesto l’economia del Paese. Per il resto, c’è un riferimento non al mondo del lavoro, alle sue organizzazioni o alla sua rappresentanza ma ai salari: Macron promette di ridurre il cuneo fiscale e di pagare di più le ore di straordinario. Tradurre questo profilo nella figura di un politico di sinistra, di un socialista mitterandiano o dell’ultimo erede del Fronte popolare di Léon Blum è impossibile. Macron non rottama la vecchia sinistra soltanto, rottama il Novecento e i grandi quadri ideologici che lungo tutto il secolo scorso alimentavano lo scontro politico in Europa.

Non è un caso che proprio su questo terreno Macron ha cercato i punti deboli di Marine Le Pen. Certo: da un lato c’è il suo europeismo, dall’altro lato, c’è invece profonda diffidenza non solo verso l’Unione europea, ma verso tutto ciò che va oltre la dimensione dello Stato nazionale. Dal lato di Macron c’è una profonda fiducia nell’ordine economico internazionale e nella sua capacità di futuro; dal lato della Le Pen c’è invece una critica aspra nei confronti di quella specie di dittatura finanziaria che sarebbe il precipitato delle politiche neoliberali imposte da Berlino e Bruxelles. Dal lato di Macron resiste il vocabolario dell’accoglienza e della solidarietà nei confronti dei migranti; dal lato di Marine Le Pen c’è sciovinismo e islamofobia, per cui la Francia viene innanzi a tutto e gli stranieri, specie se musulmani, è meglio che non vengano proprio. Queste sono grandi linee di divisione lungo le quali si definisce con nettezza la differenza di identità politica e di proposta programmatica dei due candidati. Ma Macron ci aggiunge la differenza fra il nuovo e il vecchio, una carta che, quando è possibile (e lo sarà sempre, finché non si consoliderà un nuovo quadro politico), viene giocata con grande profitto. E così, mentre dietro Macron non c’è nulla, e  quello che lui promette e di cui discute è solo avanti a lui, dietro la Le Pen ci sono ancora le risorse simboliche della destra estrema, i fantasmi del passato, il radicamento nella Francia profonda, una certa cultura del risentimento, e insomma: quello che rappresentava il vecchio patriarca Jean Marie, fondatore del Front National, dal quale Marine Le Pen, l’erede politica, non si sarebbe mai staccata, nonostante la strategia di «dediabolizzazione» sventolata in questi anni.

Così, al dunque, rimangono due le France che vanno al voto: quella aperta al mondo, progressista, liberale, modernizzante, tendenzialmente cosmopolitica e dal vivace spirito urbano, e quella invece diffidente verso lo spirito di apertura, che agita sentimenti di rivalsa: dei «veri» francesi contro gli immigrati, delle periferie contro i palazzi del potere, dei perdenti della globalizzazione contro i pochi che se ne approfittano, delle persone in carne e ossa contro le gelide astrazioni del capitale, della tecnica e del denaro.

Ce n’è abbastanza per allestire nuovi conflitti e nuove linee di frattura. Ma il lessico della politica europea deve essere necessariamente reinventato.

(Il Mattino, 7 maggio 2017)

Roma, l’indecenza di chi scherza su quei tre manichini impiccati

Manichini

I manichini con le maglie dei giocatori della Roma appesi dinanzi al Colosseo? Una presa in giro, uno sfottò, una boutade. Così si sono giustificati gli ultrà della Lazio, ma in realtà non si sono giustificati affatto, perché non hanno sentito minimamente la necessità di una giustificazione, ma, se mai, l’orgoglio di una rivendicazione. C’era il rischio, infatti, che qualcuno pensasse che a impiccare i fantocci con le maglie di Salah, Nainggolan, De Rossi, fossero stati gli stessi tifosi romanisti, delusi e arrabbiati con la squadra dopo la sconfitta nel derby. Quelli della Lazio, a scanso di equivoci, hanno allora pensato di metterci la firma. La scena era terribilmente macabra, e a detta dell’ex laziale Mihajlovic – uno slavo tosto, che in campo non è mai stato una mammoletta – la minaccia formulata nello striscione esposto alle spalle dei manichini faceva paura (“Un consiglio senza offesa. Dormite con la luce accesa”). Ma per i tifosi laziali si è trattato solo di uno scherzo. Magari di cattivo gusto, ma sempre e solo di uno scherzo. I giocatori della Roma, avranno pensato, sono come i fanti: coi santi non si può scherzare, ma con loro sì.

Il fatto è che ormai si scherza con tutto e di tutto, e a tracciare i limiti di quello che è lecito e di quello che non lo è non ci prova più nessuno. Non dico i limiti di legge: teniamoci pure le leggi più liberali del mondo e difendiamo strenuamente libertà di espressione, di critica e pure di scherzo (ma una minaccia, sia chiaro, non è affatto uno scherzo). Prima della norma giuridica c’è però l’opinione pubblica, prima della sanzione penale c’è il regime comune di discorso al quale collettivamente apparteniamo, e c’è (o ci dovrebbe essere) la ragionevolezza del buon senso. Ci sono o ci dovrebbero essere, aggiungo, l’educazione e la formazione nelle scuole, la cultura della cittadinanza nella società, la serietà nei comportamenti, la correttezza nell’uso delle parole, e il senso dell’onore e l’amore della verità in ciascuno di noi. Roba vecchia, superata? Può darsi. Allora accantoniamola per un momento, prendiamo a misura di ciò che si può fare o non fare lo scherzo laziale del Colosseo (o magari le indecenti offese di parte juventina contro il Grande Torino schiantatosi a Superga, il 4 maggio di 68 anni fa) e andiamo in giro per la città di Roma a fare qualcuno di questi tiri.

Per cominciare, si potrebbero impiccare a Saxa Rubra tre pupazzi col volto di tre noti presentatori televisivi, fate voi quali. Al mattino, al lavoro, i dipendenti della Rai se li potrebbero trovare davanti ai cancelli, magari con un cartello ingiurioso affisso sul petto. Spostiamoci ora in via Nazionale, davanti alla banca d’Italia, e lì allestiamo la scena: tre pupazzi con la macina al collo e i volti di celebrati uomini della grande finanza mondiale: da ridere, non vi pare? Tra l’altro, mentre i giocatori della Roma hanno almeno i loro tifosi a difenderli (e magari, la prossima volta a vendicarli: sarà legittima difesa?), questi qua chi volete che li difenda?

Si potrebbe proseguire, naturalmente. E allora nella nostra galleria degli scherzi funerei non potrebbero certo mancare tre politici, a cui fare per finta la pelle davanti a Montecitorio. Anche più di tre, visto il discredito di cui gode la categoria. E siccome infine nelle curve spesso si annidano sentimenti xenofobi e razzisti, non ci facciamo mancare qualche croce a cui appendere tre sporchi negri o tre luridi ebrei. Sempre di cartapesta, s’intende. Sempre per scherzo, si capisce: tanto per giocare.

Ho esagerato, forse. Ma la domanda rimane. Ed è la seguente: può una società ospitare il turpiloquio in televisione e appendere manichini in piazza, lasciare che si diffondano i discorsi d’odio on line e deridere le espressioni politically correct nel dibattito pubblico, senza farsi venire il dubbio che quella cosa fatta di buone maniere, di rispetto e di decenza che si chiama civiltà, processo di civilizzazione, va difesa, coltivata, promossa, non disprezzata come una ipocrisia vecchia, falsa e inautentica.

Avishai Margalit, filosofo politico israeliano, ha introdotto qualche tempo fa il concetto di «società decente», che è tale se non umilia coloro che vi appartengono. E, direi pure, se non umilia se stessa. La decenza ha a che fare con qualcosa di più fondamentale della giustizia, ed è dovuta agli uomini indipendentemente da ciò che prescrive la legge (né una società formalmente giusta risparmia a volte umiliazioni ai suoi membri). Dove infatti si trovi il limite della decenza non può essere una legge a dirlo: una comunità dovrebbe aver cura di trovarlo da sé. Se non lo trova, oggi succede che dinanzi al Colosseo compaiano striscioni e lugubri manichini, domani chissà: forse si farà un bel programma TV con il sondaggio, le domande per il pubblico a casa,e il dibattito in studio fra gli ospiti. Tema: e voi, dove appendereste i vostri funesti manichini?  Risate, applausi, pubblicità.

(Il Mattino, 6 maggio 2017)