Il piano B: fare da stampella a M5S

Sostegno

Fassino, il mediatore del Pd, ha confessato la sua impressione a denti stretti: Bersani e compagni vogliono tenersi le mani libere. La questione è molto meno programmatica che politica. Non si tratta di concedere qualcosa in più sulle pensioni o sul lavoro, di cambiare la legge di Stabilità o di votare il biotestamento, ma della volontà di valutare soltanto dopo il voto cosa fare. Non c’è dunque solo l’ostinazione, dietro l’indisponibilità di Mdp a esplorare concretamente la possibilità di un accordo con il Pd. Trasferire la politica sul lettino dello psicanalista, o farne una questione di caratteri, di personalità che non si “prendono”, non serve a gran che. Certo, ci sono molte cose che concorrono insieme, nella lacerazione apparentemente insanabile che si è prodotta a sinistra: lo stile leaderistico di Matteo Renzi, che dal giorno in cui ha preso le redini del Partito democratico ha lasciato assai poco spazio ai suoi avversari interni, ma anche la difficoltà, per gente come Bersani o D’Alema, a fare la minoranza dentro un partito (e una tradizione) del quale hanno sempre rappresentato il corpaccione centrale. Poi concorre il controsenso di mettere insieme, sotto elezioni, ciò che si è appena separato, ma anche una buona dose di risentimento, che probabilmente non manca in nessuno dei protagonisti coinvolti in questa vicenda. Ma esaurite le ragioni personali, le questioni di stile e le professioni di coerenza, resta un punto che è tutto politico: quello innanzi al quale i partiti sono posti da una legge elettorale che non predispone un meccanismo obbligato di formazione della maggioranza. Il che significa che si può andare in Parlamento e vedere lì, il giorno dopo il voto, da che parte voltarsi.

È già stato così, negli anni della prima Repubblica. Senonché da quegli anni ci distinguono un paio di cose: la distanza storica prodottasi dopo due decenni di spirito maggioritario (dico spirito, perché il sistema elettorale e istituzionale si è adeguato solo parzialmente), e soprattutto la diversa configurazione di un sistema dei partiti di ben altra solidità, che di fatto limitava le formule politiche sperimentabili in Parlamento. Oggi, la situazione è ben diversa. Se – com’è probabile – dalle urne non uscirà una coalizione vincente, potrà accadere di tutto: che si formi una grande coalizione fra il Pd e il centrodestra, o con Forza Italia senza la Lega; che si formi una coalizione fra il Pd e le formazioni alla sua sinistra; che le coalizioni di centrodestra e di centrosinistra si scompaginino e si formi una specie di “coalizione nazionale”, pur di evitare nuove elezioni; che vadano al governo i Cinquestelle con l’appoggio esterno della Lega; che vadano al governo i Cinquestelle con l’appoggio esterno della sinistra; che più d’una di queste soluzioni vengano tentate nel corso della legislatura grazie a soluzioni tecnico-istituzionali e/o provvidenziali cambi di casacca.

In queste condizioni, per Mdp, che ha scritto nel suo atto di nascita la volontà di infliggere un ridimensionamento al partito democratico, non c’è motivo per trovare un’intesa con Renzi. L’obiezione: così si fa vincere il centrodestra non ha molta presa, perché Mdp punta piuttosto sulla non vittoria di tutti, nessuno escluso.

Bersani del resto, sa cos’è una non vittoria: è in questi termini che valutò infatti il risultato nel 2013. E per la verità sembra adesso che si avvii ad interpretarlo proprio come provò a fare allora, quando accettò l’infausto streaming con i Cinquestelle pur di ottenere il lasciapassare alla formazione di un governo di minoranza. Ora le parti sarebbero rovesciate, e chissà se Di Maio ci regalerebbe uno streaming con Bersani (o con Speranza) per avere lui il via libera, nel caso in cui i Cinquestelle fossero il primo partito. Ma quel che però rimane costante, in questa ipotesi come nell’altra, è il dato di subalternità di questo pezzo della sinistra storica. Non una dimostrazione di intelligente pragmatismo, ma una prova di disarmante arrendevolezza. Nel 2013 mancò del tutto la capacità di vedere l’evidenza: che un partito entrato in Parlamento a colpi di vaffa day, con il proposito di aprirlo come una scatoletta di tonno, non avrebbe mai compiuto la trasformazione in una forza di governo nel giro di 24 ore, né avrebbe mai potuto accettare di fare lo junior partner del Pd.  Oggi, manca altrettanto la capacità di leggere le conseguenze di un accordo coi Cinquestelle da posizioni di minoranza: la consumazione delle sue residue ragioni, in cui si brucerebbe definitivamente ogni ambizione di autonomia politica e culturale.

E però Mdp continua ad avere in testa due linee. Una dichiarata: tocca a noi recuperare i voti che a sinistra finiscono nell’astensione; l’altra taciuta, inconfessabile e sconsolata: non tocca a noi, non è toccato a noi, ma casomai ai Cinquestelle. Rivendicando la prima idea pensa ancora di poter dimostrare a Renzi che ha preso la strada sbagliata, e al Pd che deve fare macchina indietro e mollare Renzi. Coltivando la seconda, è a un passo dallo sbaraccare definitivamente il campo. Finché tiene alla prima, accusa il Pd di imitare, nelle politiche, il centrodestra; trafficando con la seconda, finisce con l’ammettere di essere pronto se non a imitare, certo a farsi accompagnare con le dande da Grillo e Di Maio, e a conferire loro i pochi voti rimastigli.

(Il Mattino, 23 novembre 2017)

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La sinistra rissosa in cerca d’autore

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Il fuoco di sbarramento contro l’iniziativa presa dal partito democratico dopo l’ultima direzione si è alzato subito, appena la proposta ha cominciato ad assumere qualche consistenza. È bastato che andasse bene l’incontro fra il mediatore del Pd, Piero Fassino, e Giuliano Pisapia, e che quest’ultimo rendesse noto l’incoraggiamento ricevuto da Romano Prodi, perché dall’altra parte della barricata si sentissero le voci in dissenso di Mdp e di Sinistra Italiana. Per loro, la partita è chiusa e non c’è appello all’unità che tenga. Nessuna preoccupazione per una vittoria del centrodestra può giustificare la fine delle ostilità con il Pd. E non basta neppure mettere a verbale che non c’è alcun premier in pectore della costruenda coalizione per indurre i fuoriusciti del Pd, e le altre formazioni di sinistra, a trovare un accordo prima del voto.

Dopo il voto, casomai: così ha lasciato intendere Bersani, invitando a leggere la legge elettorale. «Non vince nessuno, ci si ritrova comunque in Parlamento», ha detto. Ed è una dichiarazione per un verso banale, ma per altro verso rivelativa. Banale in primo luogo, perché fotografa una realtà a tutti nota: la probabilità che in Parlamento arrivi una maggioranza autosufficiente, omogenea e coesa è molto bassa, per non dire nulla. La spinta a convergere su candidati comuni nei collegi uninominali è, così, troppo debole, mentre è più allettante la prospettiva di avere un peso determinante nei complicati giochi parlamentari che seguiranno, compreso un’eventuale governo a cinque stelle. Ma la dichiarazione è anche rivelativa di una collocazione tattica, cioè semplicemente temporanea, di qui alle elezioni, da parte di Bersani e compagni. Come, del resto, potrebbe essere altrimenti? Salvo ragioni anagrafiche (che valgono per i più giovani) a guidare Mdp ci sono quelli che hanno votato le riforme del lavoro, dal pacchetto Treu al Jobs Act, le riforme delle pensioni, da Lamberto Dini alla Fornero, il pareggio in bilancio in Costituzione e le politiche di austerità del governo Monti. A occhio e croce: una ventina d’anni. Che ora trovino motivi per essere assolutamente intransigenti e considerino per esempio di non poter votare la legge di bilancio firmata da Gentiloni: questo si può spiegare non certo in ragione di una profonda revisione ideologica e programmatica – che nessuno si è accorto essere stata condotta, in questi ultimi mesi – ma semplicemente in ragione di un’esigenza contingente, quella di superare il Pd renziano. Per la qual cosa non bastano certo i tentativi di appeasement di Fassino, e i distinguo della minoranza guidata da Orlando: ci vuole il passaggio sacrificale della sconfitta alle elezioni.

La cosa è così chiara, che quel che è da chiedersi è, se mai, perché il Pd si ostini comunque a cercare un’intesa a sinistra. Io direi che valgono tre considerazioni. La prima è anch’essa banale: non sposterà molto in termini di consenso, ma al Pd conviene rendere evidente che a rifiutare ogni appello all’unità sono quelli di Mdp. La seconda considerazione è che, in uno schema a prevalenza proporzionale, disporre di un ‘marchio’ di sinistra significa comunque ampliare l’offerta. Metterla in termini di marchio è sgradevole e persino ingeneroso, ma è per dire che anche da questo lato della barricata vi possono essere ragioni puramente tattiche per portare avanti il tentativo. Infine, non c’è dubbio che l’eventuale riduzione della conflittualità a sinistra può servire almeno a rendere un po’ più evidente il profilo politico che il partito democratico intende assumere, un profilo oggi oscurato da una nuvolaglia di parole spese in discussioni totalmente improduttive.

Dopodiché, però, resta appunto il compito di determinare questo profilo in maniera chiara e incisiva. Marco Damilano, neo-direttore de «L’Espresso», nel novero dei fatti respingenti che tengono lontano dalle urne l’elettorato di sinistra, insieme agli scontri, alle divisioni, ai risentimenti, ai partitini improvvisati e ai veti incrociati, ha messo pure le manovre di Renzi «che dopo una legislatura tutta giocata su una strategia di raccolta di voti centristi, moderati, post-berlusconiani, a poche settimane dal voto si converte alle alleanze a sinistra». Difficile dargli torto. Queste conversioni dell’ultimora ben difficilmente riescono vincenti. Ma soprattutto contraddicono l’idea che Renzi aveva provato a dare di sé, come del leader che fa una cosa nuova, e che non cancella certo ma ridetermina i tratti di una sinistra riformista. Del resto, quale partito, avendo governato per cinque anni, ha mai vinto le elezioni senza rivendicare i risultati di una legislatura? Per farsi di nuovo capire dal Paese, fare la faccia contrita – come chiedono Speranza, Bersani e gli altri – non serve a nulla, mentre può servire qualcosa spiegare in quale direzione si vuol cambiare il Paese.

(Il Mattino, 20 novembre 2017)

Brizzi, il sesso, le bugie e i video-fake

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Cara Claudia,

Ho scritto sul caso Brizzi un editoriale, in cui manifestavo tra l’altro la necessità (o, se vuoi, la preoccupazione) di preservare distinzioni, che la girandola di rivelazioni di questi giorni ha di fatto travolto: quelle fra le avances e le molestie, fra le molestie e le violenze, fra le violenze e lo stupro. Ma anche distinzioni fra comportamenti moralmente deprecabili e comportamenti penalmente rilevanti, fra atteggiamenti poco professionali e abusi di potere, e infind fra sfera pubblica e vita privata. Confesso perciò che ho letto con grande sollievo la lettera di Claudia Zanella: non mi è parsa in primo luogo una difesa del marito, Fausto Brizzi. O meglio: è anche questo, nella misura in cui ricorda quanto diverso sia l’uomo che lei ha conosciuto e con cui vive dall’uomo dipinto dalle “voci” che lo riguardano. Ma è soprattutto un tentativo di far valere le distinzioni che richiamavo sopra, e di cui sempre meno sembra importarsi la stampa che assedia Claudia Zanella sotto casa da una settimana. Ma, aggiungo, ho provato sollievo perché mi capita di temere che le affermazioni di principio vengano fraintese, vengano considerate puramente strumentali, utili solo a una difesa preconcetta, o, peggio ancora, a una orribile solidarietà fra uomini. Il garantismo peloso, insomma, che è l’etichetta che a volte ci viene affibbiata. E una stupida volontà di difendere l’indifendibile. È così? Vale ancora la pena di far valere certe distinzioni?

Caro Massimo,

vivo anch’io questo timore di essere fraintesa; peggio, il timore di trovarmi senza volere dalla parte di chi è indubbiamente in colpa. Se un uomo può temere di cadere nell’orribile solidarietà maschile, una donna può temere di cadere nell’altrettanto orribile misoginia femminile. Non abbiamo forse sempre negato che le vittime di violenza debbano dimostrare qualcosa? Non abbiamo sempre sostenuto che le molestie non sono meno gravi delle violenze? Eppure quello che sta succedendo ci obbliga a fare distinzioni, se non vogliamo essere travolti/e da un’onda mediatica troppo forte e troppo indiscriminata per non suscitare riserve. Anch’io ho provato sollievo leggendo la lettera di Claudia Zanella, perché con grande misura lì si pone la questione: è possibile rovinare la vita di un uomo – la sua carriera e anche il suo matrimonio – sulla base di voci o di dichiarazioni non verificate? E mi chiedo in che cosa una vicenda del genere si differenzia dalle tante vicende di malagiustizia che abbiamo vissuto in questi anni. La vita di molte persone – non c’è bisogno di fare nomi – è stata distrutta per una denuncia o una delazione, che poi si sono rivelate false. Basta il fatto che qui chi denuncia è una donna, o più donne, per cambiare il nostro atteggiamento garantista? Abbiamo combattuto perché venissero riconosciute la violenza e le molestie; e continueremo a farlo. Ma abbiamo anche combattuto contro la logica del “mostro in prima pagina”. Anche questa è una giusta battaglia e io non credo che possa essere sospesa perché si tratta di donne, e del difficile rapporto tra le donne e gli uomini. Trovare un equilibrio è difficile, ma trovarlo bisogna.

 

Cara Claudia,

Credo che su un punto, che è essenziale, siamo d’accordo. Fausto Brizzi è ormai un mostro, per l’opinione pubblica: uno che molestava le donne, in maniera anche inutilmente greve e volgare. Questa sentenza è stata pronunciata già, prima che qualunque tribunale sia stato anche solo interessato dalle vicende rivelate ai microfoni di un giornalista. Per questo la lettera di Claudia Zanella è importante: perché è l’unico argine elevato da una persona offesa a protezione del marito regista, la cui reputazione, per il resto, è rovinata per sempre, comunque stiano davvero le cose. Ci sono però almeno un altro paio di cose su cui credo sia comunque giusto riflettere. Formulo a me stesso una prima obiezione: una donna, che sia stata molestata, che non abbia avuto lì per lì il coraggio di denunciare, che abbia temuto non di perdere un’occasione di lavoro, ma di rimanere per sempre tagliata fuori da un certo mondo, ha o no il dovere di parlarne, una volta che le circostanze siano mutate e gli diano la speranza che la sua testimonianza possa servire? Questo coro di denunce, questa specie di epidemia per cui a distanza di anni, a volte di decenni, certi fatti finora taciuti vengono raccontati pubblicamente, non rappresenta comunque una presa di parola? E non è sempre stata questa la prima difficoltà di chiunque fosse discriminato, di trovare intorno a sé le condizioni necessarie per prendere la parola, per non rimanere più invisibili e silenti, per rompere un certo conformismo, quello del “si sa, ma non si dice”, che fa continuare le cose sempre uguali?

 

Caro Massimo,

è chiaro che non si può negare a una donna che sia stata molestata di denunciare il fatto, anche a distanza di tempo. Il tempo evidentemente non conta, perché la cultura generale è completamente cambiata, e così il modo in cui la denuncia viene accolta. Questo è un lato della questione, un lato certamente importante. Oggi non accettiamo più quel comportamento da predatore che una volta era considerato più o meno normale; una delle molte insidie da cui le donne dovevano sapersi difendere. E questo è certamente un bene per le donne e per la società. Tuttavia, c’è un altro lato, ed è quello che riguarda il rischio di accuse ingiuste. Rispetto a questo, una prima risposta è quella del tuo editoriale: la necessità di distinguere. Per quanto odiose, le frasi sconce o i toccamenti non possono essere equiparati alla violenza o al ricatto esplicito. Mi chiedo però se qui non si debba introdurre un’altra distinzione, quella tra la donna che denuncia – ripeto, ne ha sempre il diritto, salvo potere, se non provare, circostanziare in modo ragionevole la sua denuncia – e il sistema mediatico che costruisce il caso e lo cavalca in modo chiaramente strumentale e morboso. A me questa campagna fa l’effetto di un maccartismo sessuale. Ci sento un’ispirazione puritana che non è mai venuta meno e non credo aiuti in nessun modo. Inoltre, la campagna mediatica ha un’altra caratteristica: vittimizza le donne. Non mi piace pensare le donne come vittime, penso che questa sia un’immagine che non corrisponde alla realtà, in nessuna società e tanto meno nella nostra. Le donne non hanno bisogno di queste difese pelose.

 

Cara Claudia,

anche a me fa effetto il modo in cui i media rilanciano questo genere di notizie: c’è la morbosità, c’è un puritanesimo che giudico indecente perché insincero, c’è la ricerca spasmodica del capro espiatorio. Aggiungo che c’è forse anche una coscienza in malafede. Perché due cose non si incontrano mai: da un lato il giudizio morale severo e inappellabile sui singoli comportamenti riprovevoli, dall’altro un contesto sociale e culturale che molti di quei comportamenti non sanziona affatto, ma se mai incoraggia. Non mi riferisco ovviamente agli abusi di potere e ai ricatti sessuali, ma al commercio dei corpi, che nessuno, credo, può escludere che sia stato e sia in gioco nei fatti balzati agli onori della cronaca. E che di certo è oggi più libero di ieri. Di nuovo ho paura di essere frainteso: non giudico sbagliata la morale individuale che viene applicata in questi casi (non ne ho un’altra da proporre), o sbagliata l’etica sociale che vige in generale (non sono un laudatore del tempo che fu: per niente). Trovo però che le due cose fanno a pugni l’una con l’altra, e che, quando esplodono questi casi, i pugni colpiscono chi capita, senza riguardo per alcuno. Trovo insomma che sul piano del diritto la vicenda Brizzi sia preoccupante, perché una pena più dura della sanzione penale è già stata irrogata dall’opinione pubblica, senza alcun rispetto per le persone coinvolte, e che per il resto sia del tutto finto il modo in cui si discute delle relazioni fra sesso e potere nella nostra società. Ma, mentre lo scrivo, sento già che qualcuno mi potrà accusare di aver dimenticato la parte debole, le donne, prima con l’ipocrisia del garantismo, adesso con un disinvolto sociologismo. E quello che in ogni caso manca, mi obietto da solo, è una presa di coscienza forte e una ferma risposta politica.

 

Caro Massimo,

tutto vero quello che dici. Io vorrei dire la parola che tu forse per pudore hai evitato: ipocrisia. C’è una grande ipocrisia in questa campagna mediatica, per la ragione che hai indicato (la contraddizione tra l’uso dei corpi e gli atteggiamenti moraleggianti), e anche, io credo, per un altro motivo. Si manifesta scandalo per un rapporto tra i sessi che certamente usa il potere sociale come chiave per il dominio sessuale. Un uso, peraltro, che c’è sempre stato, e se mai oggi è un pochino meno diffuso, e soprattutto svelato. Ma una volta che questo gran polverone si sarà posato, che cosa resterà del rapporto tra gli uomini e le donne? Quelli concreti, quelli di oggi, con le loro ambizioni (gli uni e le altre) e le loro miserie (gli uni e le altre). Con i loro desideri e le loro tristezze. Questo rapporto è oggi più che mai in difficoltà, come verifichiamo ogni giorno, non soltanto nella crescita dei femminicidi, ma in tanti episodi, meno eclatanti, della nostra vita quotidiana. Per esempio, io penso che la bassa natalità sia in gran parte dovuta a una certa incomunicabilità tra i sessi, piuttosto che alle ben note ragioni economiche. Troppe cose sono cambiate; soprattutto sono cambiate le donne, e gli uomini invece fanno fatica a cambiare. Non aiuta certamente un clima di sospetto reciproco, di diffidenza, di paura di quello che l’altro/a potrebbe farci. Di altra profondità, di altra gravità sono i motivi del difficile rapporto tra i sessi. Spero che, una volta finita questa vicenda tumultuosa e ambigua, si potrà affrontarli con una riflessione un po’ più serena.

(Il Mattino, 17 novembre 2017)

 

 

La lotta per la leadership e la tregua necessaria

Rivera

De Luca si chiama fuori. La partita del congresso non è ancora chiusa, ma la piega che ha preso spinge il Presidente della Regione a mettere la maggiore distanza possibile fra sé e le complicate vicende del partito democratico napoletano. Che ha tenuto un congresso a metà, che un’altra metà celebrerà domenica prossima – o più probabilmente non celebrerà affatto, lasciando così aperta la diatriba fra le parti in lizza – che ha visto prese di posizioni diverse e in diretto conflitto di dirigenti nazionali, che probabilmente avrà una coda lunga di polemiche e ricorsi, a meno che non si trovi una soluzione politica che consenta a tutti di rinfoderare le spade.

Ma nel post pubblicato ieri su Facebook De Luca ha chiarito che con tutto questo lui non c’entra e non vuole entrarci, e che è altro ciò per cui si era speso: una soluzione unitaria, che andasse oltre le divisioni fra ex-Ds e ex-Margherita, e oltre anche i nomi attualmente in campo (Costa, Oddati, Ederoclite). La mediazione non è riuscita e l’«ipotesi individuata» da De Luca (Pasquale Granata) non è passata. Ma, nel nascondere dietro una eufemistica formula impersonale («si è ritenuto di non accedere») i nomi di chi non ha voluto l’accordo (Casillo e Topo) il comunicato del governatore butta là una frase che non lascia molto adito a dubbi. Scrive infatti De Luca che il suo obiettivo era quello di «rendere percepibile l’immagine e la funzione di un PD che appare evanescente». Ora, il partito evanescente è il partito finora saldamente nelle mani di Casillo, che tiene da qualche anno le chiavi della federazione napoletana. De Luca non vuole essere tirato in ballo, smentisce tutte le illazioni sul suo conto, smentisce di aver parlato con Roma, smentisce di aver fatto pressioni perché Roma mandasse un candidato, smentisce di aver avuto un candidato in questa contesa. Ma non rinuncia, senza tuttavia far nomi, a un giudizio assai severo sul suo principale avversario politico dentro il Pd.

Ora, se la necessità di stare alla larga dal clima avvelenato in cui si è avvitato il percorso congressuale viene comprensibilmente dal ruolo che De Luca riveste in quanto presidente della Regione, tanto più nella fase che si apre adesso. In cui il congresso rischia di prendere la via delle carte bollate, è altrettanto comprensibile che la fatica di starci invece dentro, in un modo o nell’altro, non gli verrà risparmiata. Non si è acceduto all’ipotesi unitaria – da parte di Casillo e degli ex democristiani – perché il congresso costoro lo volevano vincere. E lo volevano vincere perché volevano limitare la supremazia politica di De Luca in Regione. Non c’è un’altra ragione: c’è invece una lotta politica, anche aspra, che passa sicuramente attraverso i nomi dei candidati, ma che punta direttamente a Palazzo Santa Lucia, lo voglia o no De Luca.

Del resto, che uomini a lui vicinissimi come il vicepresidente della Regione, Fulvio Bonavitacola, si siano impegnati al fianco di Nicola Oddati, è cosa a tutti nota. Certo, De Luca è stato molto rigoroso nell’imporsi una formale equidistanza. Ma volente o nolente De Luca – forse più nolente che volente –questo congresso lo si sta celebrando per un solo motivo: per segnare un punto contro De Luca.

Il gioco non può però essere condotto fino a un punto di rottura, perché le elezioni politiche sono prossime e non dovrebbe convenire a nessuno tirare ancora la corda: un equilibrio deve essere trovato. In questo senso, è ragionevole attendersi che invece di inasprire ulteriormente gli animi, Roma provi effettivamente a trovare una soluzione concordata, che non suoni come una sconfitta per nessuno. Il comunicato di De Luca è un passo in questa direzione. Vuol dire infatti: non sono io ad avere voluto lo scontro, e non sarò neppure io a impegnarmi in prima persona per il superamento dell’impasse che con tutta probabilità si determinerà dopo il 19 novembre, quando il congresso rimarrà ufficialmente monco della parte che sostiene Oddati. In questo modo, è lasciato più spazio perché Roma trovi il modo di far scoppiare la pace: o almeno una tregua, fino alle prossime elezioni.

Ma si sa: non sempre i percorsi più ragionevoli sono quelli che la politica è poi effettivamente in grado di percorrere.

(Il Mattino, 15 novembre 2017)

 

Le relazioni asimmetriche

Messico

Dopo quelli di Harvey Weinstein e di Kevin Spacey, esplode il caso del regista italiano Fausto Brizzi, accusato da decine di attrici di molestie e violenze sessuali. Brizzi si è difeso con un comunicato in cui afferma di non aver mai avuto rapporti non consenzienti, ma di fronte alla marea di accuse che gli è piovuta addosso – alle dichiarazioni, alle telecamere, agli articoli – è veramente improbabile che non ne venga travolto. Se è lecito dirlo, questo semplice fatto deve far riflettere, anche se questa riflessione viene considerata una deviazione, quando non una copertura, rispetto al tema principale. Che sono le molestie, le relazioni di potere di cui spesso si rimane vittime, le difficoltà che spesso le vittime hanno di denunciare i ricatti sessuali a cui sono state esposte, abbiano o no ceduto al ricatto.

E allora cominciamo di qui, dalla scoperta improvvisa (sto facendo dell’ironia) che in posizione di potere gli uomini ne approfittano. Si può generalizzare questa affermazione: chiunque si trovi in posizione di potere, uomo o donna che sia, tende ad approfittarne. Più spesso gli uomini, perché gli uomini hanno più spesso potere, ma si tratta quasi di una legge d’essenza. Il diritto e le regole ci sono appunto per quello: per imbrigliare il potere. Per contenerlo e per civilizzarlo, certo, ma questo non significa che riescano a cambiarne davvero la natura.

La seconda, improvvisa scoperta è che chi ha potere lo esercita spesso per ottenere favori sessuali. Sesso, potere e sopraffazione formano del resto un triangolo quasi naturale, perché le relazioni sessuali sono naturalmente asimmetriche, nelle parole e negli atti: il potere crea dissimmetria, e la dissimmetria, lo squilibrio, la vertigine è di per sé un potente fattore di erotizzazione dei rapporti umani.

Questo è il fondo. In superficie ci sono invece i diritti dell’individuo e la sua libertà, che è anche la cosa più preziosa che abbiamo. È la ragione per cui quando una donna dice no è no, quali che siano state le condizioni in cui si è trovata anche solo un secondo prima, quale che sia stata la relazione pregressa, la disponibilità inizialmente mostrata, le promesse o gli approcci fatti o subiti. Ma è bene saperlo: per quanto si sia diffusa e ispessita su tutta l’estensione delle società democratiche occidentali, questa è ancora soltanto la superficie: uno strato che si è aggiunto sopra altri strati, un suolo neanche troppo stabile, che comunque non ha affatto cancellato quel che c’è nel sottosuolo.

Ciò detto, va detto pure che nessuno è ad oggi in grado di sapere dove va situata la vicenda di Brizzi, se al livello al quale la volontà individuale è tenuta in conto (Brizzi dice: solo rapporti consenzienti), o nelle falde più sotterranee in cui viene sbriciolata dall’esercizio del potere (le ragazze dicono: mi sentivo immobilizzata, non capivo più niente, non sapevo come reagire). C’è però almeno un altro punto che merita una considerazione ulteriore. E riguarda il fatto che solo ora, dopo tanto tempo, le presunte vittime abbiano trovato tutte insieme la forza di parlare, di venire allo scoperto, di affrontare anche le conseguenze di una denuncia (sebbene solo in tv, non anche davanti a un giudice). Ora, è comprensibile che denunciare non sia affatto semplice, quando si tratta di fatti scabrosi in cui è in gioco la propria reputazione, o anche quando denunciare significa rompere con un certo ambiente di lavoro. È anche vero però che una denuncia fatta a distanza di anni porta con sé il rischio che sia il frutto non della difficoltà di vincere la paura o di elaborare il trauma, ma di una considerazione a ritroso di certi fatti e circostanze, che vengono riletti alla luce di tutto quello che sta succedendo intorno (e che, di questi tempi, è tanto). Per questo, non c’è neppure bisogno di supporre che agisca in chi denuncia la ricerca di visibilità o chissà che altro: è sufficiente anche solo l’essersi sentiti vittima di una qualche ingiustizia, personale o professionale, per tramutare ex post qualche spudorata avances in un comportamento molesto.

Ecco il punto: dove si tira una linea fra una condotta e l’altra? In certi ambienti, in cui è facile provarci, forti del potere che si ha, ma in cui è altrettanto facile incontrare qualcuno che ci sta, pur di arrivare, ambienti in cui c’è chi vuol comprare, ma pure chi si vuol vendere, quella linea si sposta di continuo, e stabilire chi l’abbia varcata non è il più facile dei compiti. Tanto più a distanza di tempo. Il fatto poi che simili contegni appaiano tutti moralmente censurabili non li rende giuridicamente condannabili, ma questa è un’altra linea che non si riesce più a tracciare, nel clima che si è creato.

E allora non si dovrebbe dire qualcosa anche del clima da gogna mediatica, in cui rimbalzano oggi le accuse, senza vere possibilità di difesa? C’è da far pulizia, si dice. Ma siamo sicuri che facendo pulizia in questo modo facciamo anche giustizia, e che dopo ne usciremo davvero più puliti, e non invece sporcati da questo savonaroliano falò delle vanità, in cui, insieme alla doverosa solidarietà con le vittime, si alimentano le fiamme con invidie, sentimenti di vendetta, ricerca di capri espiatori, pulsioni voyeuristiche e altri, appetiti del genere?

(Il Mattino, 14 novembre 2017)

De Giovanni Accademico dei Lincei. «La filosofia come diritto alla politica»

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Il caffè amaro, i quadri del Seicento napoletano alle pareti, la presenza di un gatto silenzioso e invisibile da qualche parte in giro: Biagio De Giovanni mi fa accomodare nel suo bel salotto, e comincia a parlare. Oggi diventa accademico dei Lincei e la nomina prestigiosa è un’occasione per ripercorrere una vita di studi e di pensieri. «Io ho la passione per il parlare. Mi è capitato di recente di imbattermi in un pensiero di Benedetto Croce: “altro è lo scrivere, altro il parlare”. Anche per me è così», mi dice, e intanto io osservo che però questi suoi ultimi anni sono stati pienissimi di scrittura. E che scrittura. Sono usciti uno di seguito all’altro, negli ultimi anni: un dialogo a due voci con Marcello Montanari su Gramsci e il Novecento (“Sentieri interrotti”); uno studio sul pensiero moderno nei suoi esiti più alti (“Hegel e Spinoza. Dialogo sul Moderno”); un saggio teso e drammatico su Giovanni Gentile e Emanuele Severino (“Disputa sul divenire”); due grandi lavori al confine tra filosofia, politica e diritto, là dove si trova il centro degli interessi intellettuali di De Giovanni: “Alle origini della democrazia di massa” e “Elogio della sovranità”: non si può dire che in età avanzata il filosofo napoletano abbia rinunciato a pensare.

Così, faccio un po’ fatica a riportarlo indietro nel tempo, ai suoi inizi, agli anni trascorsi all’università di Bari, all’impegno politico, all’esperienza parlamentare a Strasburgo: la conversazione precipita di continuo sul presente, sull’Italia di oggi, sulla crisi della sinistra e l’avanzata del populismo, su Macron e sulla Germania. Ed è inevitabile che mi annunci l’uscita di un paio di libri: uno su Croce, in cui De Giovanni pubblica la prolusione tenuta all’Istituto di studi storici lo scorso anno; l’altro invece su Kelsen, Schmitt e le categorie della politica novecentesca.

Ma io sono qui, nella sua grande casa a Mergellina, in un pomeriggio quieto e raccolto, per fargli raccontare le stagioni di una vita lunga e intensa. Mi accorgo di avere più nostalgia io della sua vita che non lui stesso.

«La laurea in giurisprudenza? Io ho un libretto universitario da iscritto a filosofia. Ma mio padre, avvocato penalista, mi chiese se fossi proprio sicuro della mia passione. Se ti iscrivessi a giurisprudenza, mi disse, avresti qualche possibilità professionale in più. Io accolsi questo consiglio, avendo però comunque in testa di laurearmi in filosofia del diritto. A volta i padri riescono perfino a vedere lontano: da lì è cominciato tutto».

Gli studi di legge non sono infatti restati senza seguito: sono anzi ben dentro l’idea stessa che De Giovanni ha del lavoro filosofico: «Secondo me, il laureato in giurisprudenza, proprio perché ha cognizione del funzionamento dello Stato, finisce con l’avere un pensiero più concreto, senza eccessivi teoretismi. Qualche volta i filosofi peccano di astrattezza. Il laureato in giurisprudenza, rispetto al puro filosofo, ha in testa la polis, il senso dell’organizzazione della vita umana, e tende ad avere un pensiero più dentro le cose».

De Giovanni non sta parlando solo dei suoi primi interessi, di quel piccolo classico che è diventato ormai il suo primissimo libro, «La nullità nella logica del diritto», ripubblicato di recente. Sta parlando del rapporto fra filosofi e giuristi, della sottovalutazione del momento giuridico in tanta parte del pensiero novecentesco:

«Più che sottovalutazione, direi un enorme isolamento del diritto nella mera dimensione della coercizione, della violenza. C’è tutta una tradizione di pensiero che ha ridotto la giuridicità a questo. Il testo di Walter Benjamin su diritto e violenza è un riferimento centrale. Ma questo riduzionismo comincia prima, c’è già in Marx, e prosegue dopo, per esempio in Foucault. C’è qui tutto il dramma del Novecento, ci sono Kelsen e Schmmitt, i grandi apici del pensiero novecentesco, due visioni del mondo alternative e connesse.

«Io provo invece a inserire il diritto nel processo di civilizzazione della forza. E in questa idea del diritto non come violenza ma come grande ordinamento della vita io ho avuto in Giuseppe Capograssi un costante punto di riferimento. Personale all’origine e vivissimo ancora oggi».

Gli chiedo allora cosa pensi della costruzione biopolitica contemporanea, che di nuovo sembra tenersi assai lontana, nel pensare il mondo odierno, dall’impiego di una concettualità di tipo giuridico:

«Quello che mi lascia attonito sono le modalità attraverso le quali questa interpretazione in chiave biopolitica si fa distruttiva di tutta la storia della filosofia politica, di tutte le categorie fondative con le quali la filosofia politica moderna ha funzionato. È un vero strappo concettuale. Quando fai questa operazione, in una fase nella quale le discontinuità sono vive nella vita degli uomini e delle società, è vero: cogli qualcosa dello spirito del tempo; ma il moderno come io lo penso è un’altra cosa. La modernità resta un libro chiuso, o del tutto travisato, se lo pensi senza il suo momento giuridico. La dialettica tra politica e diritto, non intese come discipline ma come mondi vitali, è il nucleo essenziale dell’Occidente. È la vitaIità del mondo che nasce in questo nesso contrastato, oppositivo e aspro fra ordinamento giuridico e autonomia della decisione politica».

La filosofia del diritto, dunque, e il ricordo del primo maestro, il gentiliano Angelo Cammarata, che insegnò a Napoli nel dopoguerra per circa un decennio, e che con ironia tutta siciliana soleva dire a De Giovanni: «come sarebbe bella l’università senza gli studenti!». È così che dall’attualità delle dispute intellettuali di oggi cerco di precipitare di nuovo indietro nel tempo. Da Napoli a Bari: gli anni dell’insegnamento universitario, la scuola barese che si raccolse tra l’università, il partito comunista e la casa editrice De Donato, il ruolo di Gramsci nella cultura italiana:

«Bari per me è stato un incontro fortunatissimo. Il mio primo incarico risale al 1959: avevo 28 anni. Ero incaricato di storia delle dottrine politiche. La filosofia del diritto non si poteva toccare: era riservata ad Aldo Moro, che pur essendo penalista scriveva di teoria dello Stato e teneva i corsi di filosofia del diritto per non lasciarli a quel “branco di comunisti” che veniva da Napoli o da altre facoltà.

«Sono poi passato a insegnare filosofia morale, ma quegli anni sono stati una svolta, nella mia vita. A Bari ho conosciuto la politica. Ero un timido, un introverso, con molte paure di parlare in pubblico. Un po’ le vicende del ’68, un po’ l’incontro con Beppe Vacca, di cui seguii la tesi, mi cambiarono. Arcangelo De Castris, Franco De Felice, Beppe Vacca, gli incontri alla De Donato: si creò un’atmosfera che mi trascinò letteralmente a vivere la riflessione e lo studio a tavolino in una prospettiva diversa. E nel ’69 – dopo la scelta del PCI sulla Cecoslovacchia, quando mi sembrò, forse un po’ ingenuamente, che si stava allentando il rapporto con l’Unione Sovietica – entrai nel partito comunista. In seguito, ho dovuto considerare la mancata chiamata a Napoli, nel ’67, la mia più grande fortuna. Se fossi andato a Napoli, non avrei fatto un’esperienza di vita e di pensiero che, forse, non avrei potuto conquistare in altro modo. E a quella stagione appartiene anche il mio libro su Hegel, “Hegel e il tempo storico della società borghese” che fu per me uno spartiacque».

Dopo il libro su Hegel, del 1970, il libro su Marx, del ’76, sull’analisi delle classi ne Il Capitale: un libro assai meno fortunato:

«Ignorato da tutti! È che la congiuntura stava cambiando. Uscì “Krisis” di Massimo Cacciari, che cambiò profondamente lo scenario culturale italiano. Fu un contributo dirompente, quello di Cacciari: critica del marxismo, pensiero negativo, Nietzsche e Wittgenstein, un insieme di riferimenti che metteva in crisi anche lo sforzo del gruppo di gramsciani baresi dei quali io facevo parte, sia pure in dialettica con certe letture che giudicavo troppo chiuse».

Sulla questione Gramsci chiedo a De Giovanni di soffermarsi. Perché quando negli anni Settanta lascia Bari per Salerno e poi per Napoli, si allontana anche da quella fucina di riflessioni sul pensiero gramsciano:

«I miei ripensamenti sono stati abbastanza radicali. Nella mia vita ho avuto più discontinuità che continuità. Scarti a volte più umorali, a volte più riflessivi. Me lo ascrivo a merito, ma anche a demerito. Il gruppo barese, formato ancora oggi da miei carissimi amici, ha però trasformato nel tempo la riflessione su Gramsci in una forma per me troppo rigida. Io mi sono sentito sempre più lontano dalla cristallizzazione del gramscismo, dall’idea che il gramscismo potesse essere la chiave che apre tutte le porte. A partire dagli anni Ottanta, avvertivo l’esigenza di una via d’uscita».

Nasce così l’idea de “il Centauro”, la rivista diretta da De Giovanni dal 1981 al 1986. Solo sei anni, ma intensissimi («ma puoi fare con Cacciari una cosa che duri più di sei anni?», mi chiede scherzoso De Giovanni), aperti da un editoriale in cui il Direttore manifestava l’esigenza di “accogliere qualcosa che ponga in discussione i vincoli di tradizioni che si considerano già interamente pensate”. Non a caso in quella rivista scrissero tutti, meno gli amici gramsciani di Bari.

«Furono loro scettici nei confronti della mia scelta. Ma intanto veniva fuori un’altra generazione di pensieri, non solo di persone ed età. “il centauro nacque anche contro la volontà dei maggiorenti del partito. Accettarono la cosa solo quando di riviste ne vennero fuori due: da una parte “Laboratorio politico” di Mario Tronti, con dentro l’operaismo italiano; dall’altra “il Centauro”, che dirigevo io, che almeno avevo il merito di non avere niente in comune con l’operaismo. Fu comunque un’operazione molto aperta, antidogmatica, in cui Gramsci finì con con il perdere la centralità avuta negli anni precedenti».

E come finì, quella esperienza?

«Cacciari se la prese perché secondo lui in un mio scritto lo avevo confuso con il pensiero debole. In realtà, la nostra diversità aveva funzionato per qualche anno come collante, ma a un certo punto ci rendemmo conto che prolungare la cosa non aveva senso. Ricordo la riunione in casa di Giacomo Marramao, a Napoli. Io parlai della “linea della rivista”. Dal fondo si sentì una voce dire in veneziano: “se entra la linea esco io”. Era Cacciari. Aveva ragione. Avevamo contribuito a mostrare consapevolezza di una discontinuità e di una crisi. L’effetto c’era stato, almeno in certi ambienti culturali, e ci bastò quello».

Finisce “il Centauro”, nel 1986. Ma è ormai prossimo alla fine tutto un insieme di rapporti intensissimi fra vita intellettuale e vita politica, che avevano segnato l’esperienza italiana.

«In Italia c’era stata un fatto particolarissimo: un partito comunista senza paragoni nel resto d’Europa. Ricordo i comitati scientifici dell’Istituto Gramsci: Luporini, Badaloni, Franco Ferri… Discussioni sui destini del mondo, seminari politico-filosofici che rifluivano poi nel Comitato Centrale del partito. Avevi la sensazione – in parte vera, in parte no – di un’effettiva dialettica, retto da una struttura della storia che ormai non c’è più. La dirigenza del PCI poteva anche chiudersi, ma era colta, in grado di dialogare con il mondo della cultura. Palmiro Togliatti era uno che all’uscita del rapporto sui crimini di Stalin rispose su “Rinascita” con una sua traduzione dal tedesco di un frammento di Hegel ignoto ai più. Hegel diceva: anche il volto di un assassino è illuminato da un punto di luce. Cioè: la personalità umana non ha un solo lato, è sempre molto complicata. Tu capisci? Di Maio non conosce i congiuntivi, Togliatti traduceva Hegel dal tedesco. Sbagliando, facendo errori ciclopici: però era Togliatti».

A proposito di Togliatti, che dire dell’articolo in prima pagina sull’Unità, a venticinque anni dalla morte? Siamo nell’agosto dell’89. De Giovanni siede nella direzione nazionale del partito, fresco di elezione al Parlamento europeo. Ha pubblicato a inizio d’anno un libro, “La nottola di Minerva” che contiene già l’ambizione di una rottura con la tradizione continuista del PCI.

«Ma dei libri non si accorge nessuno. Quando mi chiamo il vicedirettore dell’Unità, Giancarlo Bosetti, io gli chiesi se avesse letto il libro. In verità mi disse di sì, che proprio per questo avevano pensato a me. Mi sentii più tranquillo e scrissi. L’articolo uscì in prima pagina, col titolo: «C’era una volta Togliatti e il comunismo reale». In quell’articolo dicevo che un mondo era finito. Successe l’ira di Dio. Mi ritrovai il pezzo in televisione. Duecento e più articoli. Fu ripreso persino dal Washington Post.

«A settembre, alla prima riunione della direzione nazionale, avvertii il gelo intorno a me. Giancarlo Pajetta, di solito scherzoso, a stento mi salutò. Mi misi sul fondo. Natta introdusse il discorso dicendo: “D’estate i compagni devono stare molto attenti a quel che dicono, perché possono avere dei colpi di sole”. Tempo sei mesi e fui fatto fuori dalla Direzione».

Era comunque cominciata la stagione dell’impegno europeo. Il Pci aveva abbandonato nel corso degli anni Ottanta le posizioni antieuropeiste. E nel decennio successivo appoggiò convintamente la scelta di Maastricht. De Giovanni trascorse dieci anni a Strasburgo. Non posso non chiedergli che cosa è successo all’Europa, da allora.

«È stato il momento più bello e illusorio: l’unificazione tedesca, l’allargamento a est, l’unione monetaria, la codecisione del Parlamento europeo, lo spazio Schengen. Tutto sembrava possibile. Io ebbi una grande esperienza come presidente della commissione istituzionale negli ultimi due anni e mezzo del mio secondo mandato, quando approvammo il Trattato di Amsterdam».

Perché però quel percorso si è arrestato? Perché alla Costituzione europea non si è mai arrivati?

«Perché la Germania si è unificata. Ma non sto dando una risposta antitedesca. È che l’unificazione della Germania ha scosso tutti gli equilibri. La Germania non si è chiamata fuori, non ha scelto il “Sonderweg”, ma non è riuscita ad assumere il ruolo di grande nazione europea. Questo elemento ha compromesso il vecchio equilibrio franco-tedesco e bloccato la possibilità di progredire. L’altro elemento che ha pesato è l’interpretazione della globalizzazione come un processo soft, come l’avvio del grande cosmopolitismo. Ne veniva la convinzione che non vi fosse più bisogno di politica. Quando poi ci si è scontrati con la durezza della globalizzazione, l’Europa non ha saputo dare risposte perché non aveva più dentro di sé la dimensione del conflitto politico».

Il pensiero di De Giovanni su questi temi è consegnato in particolare a due libri, “L’ambigua potenza dell’Europa” e “La filosofia e l’Europa moderna”, usciti alla fine di quella stagione, nei primi anni Duemila. Nel primo, in particolare, De Giovanni sosteneva che la sovranità statuale dovesse rimanere il perno della costruzione europea:

«Ne “L’ambigua potenza” davo ancora un’interpretazione ottimistica di questo processo. L’ineliminabilità della statualità, l’insufficienza del puro patriottismo della Costituzione di hambermasiana memoria: tutto questo è entrato in crisi. Da un lato rimane necessario, dall’altro è difficile se non impossibile. Nessuno mi farà pensare che la Commissione possa diventare all’improvviso il governo dell’Europa. Nessuno però mi riesce più a far capire come questa necessaria relazione fra gli Stati riesca ad essere creativa di spazi politici comuni. Chissà se dopo questa crisi drammatica l’Europa non sia costretta a rimettersi a pensare, a cercare un terreno meno friabile di costruzione dell’Unione».

L’esperienza nelle istituzioni comunitarie finisce nel ’99, quando, nonostante l’indicazione dell’allora segretario Veltroni, De Giovanni non viene rieletto. Le ragioni della mancata rielezione rimangono, per carità di patria, fuori dal taccuino. Il filosofo in lui rinato allo studio e alla ricerca preferisce cavarsela con una battura: «Ringrazio il Padreterno per non essere stato eletto, perché dopo quei dieci anni al Parlamento sono tornato a tempo pieno sui libri». Prima però di chiudere con il bisogno di filosofia che gli riempie le giornate, gli chiedo qualcosa sulla politica nazionale. Gli chiedo della questione meridionale. De Giovanni è tranchant:

«La questione meridionale è completamente fuori dalla cultura politica contemporanea. Il dualismo nasce rigorosamente all’interno di una nazione. Quando l’unità nazionale si incrina, e non ci sono più risorse per politiche distributive, finisce anche la questione meridionale. Vedi del resto la Catalogna: ormai le regioni ricche non guardano più le regioni povere».

E il Pd? De Giovanni ha ripreso la tessera, in controtendenza rispetto all’emorragia che il Pd ha subito negli ultimi tempi. Non è del resto la prima volta che De Giovanni va controcorrente. Si è iscritto al partito democratico per sostenere Renzi nelle primarie di quest’anno.

«Il rischio populistico è fortissimo. Sarà sbagliato, settario, ma io considero i Cinquestele una patologia della democrazia. E quindi il ruolo del partito democratico (sarà di destra, di sinistra: lasciamo perdere) non può che essere quello di punto di equilibrio per la difesa e lo sviluppo della democrazia rappresentativa e per un rapporto critico ma forte con l’Europa. È l’unico partito che può farlo. La centralità del Pd non deriva da astrazioni categoriali ma da compiti politici concreti, dalla necessità di deve combattere l’estremismo salviniano e la patologia populista. Che c’è a destra come a sinistra».

Sono trascorse più di due ore. Ho lasciato fuori da questo insufficiente resoconto gli anni salernitani, il velo di commozione con cui De Giovanni ricorda i libri splendidi di Roberto Racinaro, rettore a Salerno negli anni di Tangentopoli, finito in carcere e poi completamente assolto da ogni vicenda, ma distrutto moralmente e fisicamente. Ho lasciato fuori i rapporti con Napolitano, l’esperienza come Rettore all’Orientale di Napoli, l’incredibile storia del quadro di Caravaggio posseduto per un giorno soltanto, le pagine di Musil sull’Europa e sulla guerra – l’uomo che “straccia la sua esistenza al vento” – e infine i recenti, importanti discorsi di Macron. De Giovanni mi chiede di alzarmi. Apre una porta, mi mostra il suo ultimo quadro, da gran collezionista qual è: «Questo è un Giovanni Lanfranco», mi dice, e mi lascia di stucco. Le chiese di Napoli, pietre e luce, Caravaggio e Vico: tutto cammina ora con i suoi passi e nella sua voce.

«Noi siamo sempre figli degeneri di Hegel. Questo è tempo di scissioni. Quindi la filosofia è necessaria. Non c’è epoca più filosofica di questa. Essendo radicale la scissione, nel suo senso più lato, la filosofia – questa malattia del pensiero, come la definiva Croce –irrompe perché non basta più la storiografia, non basta più la storia degli storici. Diviene necessaria, perché necessaria diviene una rifondazione delle cose. Lasciami dire però – poiché non ne abbiamo parlato fin qui – che per me non è senza Croce, ma senza Gentile che non esiste la filosofia italiana. Non esisterebbe Gramsci come non esisterebbe Severino. L’attualismo è stata la vera filosofia italiana del Novecento. E Gentile è stato una delle chiavi della mia vita filosofica».

“Io che origlio alle porte dei filosofi”: così ha detto una volta De Giovanni di sé, con una modestia che i suoi ultimi libri non giustificano. È per via degli eccessi di teoria che sente come estranei, ma non certo perché non sappia leggere e interpretare il bisogno di filosofia del nostro tempo.

«Per me la filosofia è tornata così. Qui stanno i miei ultimi libri. Siamo tornati ai grandi momenti di crisi in cui il rapporto fra vita e forme si interrompe e la crisi diventa generale. Le forme consolidate – la famiglia, la società, il partito, lo stato – si vanno dissolvendo. Come riorganizzi allora la vita comune dell’umanità? Rottura di confini o ritorno delle identità? E che significa ritorno delle identità? O al contrario: il mondo sopporta la distruzione dei confini?».

Domande, pensieri che non si arrestano, questioni che rimangono aperte. Fuori è ormai sera, Napoli lungo il mare è bella come non mai.

(Il Mattino, 10 novembre 2017)

Gramsci e lo stato di salute della democrazia

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tre anni di guerra hanno ben portato delle modificazioni nel mondo. Ma forse questa è la maggiore di tutte le modificazioni: tre anni di guerra hanno reso sensibile il mondo». Chi scrive è Antonio Gramsci, nel1917. I bolscevichi hanno appena preso il potere in Russia, e Gramsci vi riflette nell’articolo suo forse più celebre, «La rivoluzione contro il “Capitale”». Ma nei suoi pensieri è anche il modo stesso di essere al mondo dell’uomo, così com’è stato aperto e sconvolto dal conflitto mondiale: la rottura di argini secolari entro cui un tempo scorrevano le vite degli uomini, dei popoli, delle nazioni, e l’esposizione al mondo in quanto tale. Non come un risultato della riflessione, ma come un tratto della sensibilità. Un affare del sentire, non del comprendere. Giuseppe Vacca, che riporta le parole del pensatore sardo nel suo ultimo libro, Modernità alternative. Il Novecento di Antonio Gramsci (Einaudi, pagine 235, euro 26) vi legge anzitutto il tema della mondializzazione della coscienza collettiva, che ritornerà anche più tardi, nei Quaderni, e i compiti che essa pone alla politica. Vincenzo Vitiello – ieri all’Istituto italiano per gli studi filosofici, insieme a Biagio De Giovanni per la presentazione del libro di Vacca – vi scorge una delle punte più alte della consapevolezza del naufragio della civiltà europea. Un tratto che si ritrova nei grandi pensatori della crisi: da Thomas Mann a Robert Musil a Ernst Jünger. Ma la lettura di Vitiello riserva una sorpresa: il Gramsci del ’17 che medita, con le sue proprie categorie, sulla finis Europae è il Gramsci più avanzato, quello che ancora parla alla nostra

coscienza, mentre il pensatore che riflette in carcere sulla storia d’Italia, sulla questione meridionale, sul

fascismo, sulle varie forme dell’egemonia, sul partito «moderno Principe»,riduce bruscamente orizzonte e

profondità di analisi: non ci serve più. Un paradosso, perché sono proprio questi pensieri ad alimentare in Italia e nel mondo gli studi gramsciani. Lo stesso Vacca ha scritto questo suo ultimo libro «per mettere ordine nel processo di formazione delle categorie filosofiche e politiche di Gramsci attraverso la collocazione di Gramsci nel suo tempo». Il libro è infatti scandito dalle parole chiave del pensiero gramsciano: il concetto di egemonia, innanzitutto, poi la rivoluzione passiva nelle sue varie declinazioni, in Italia e nello scenario internazionale, poi ancora la filosofia della praxis come teoria processuale del soggetto, infine la democrazia e i partiti. Ma la profonda distanza tra Vitiello e Vacca nel modo di tornare al prigioniero di Turi, pur nella comune convinzione che il tempo di Gramsci non è il nostro, è a sua volta spia di una difficoltà dell’epoca nostra, e cioè della difficoltà di ricomporre i rapporti fra filosofia e politica, fra sfera del pensiero e ambito delle decisioni, fra sapere e potere, oggi molto più problematici che in passato. Così come problematico è lo stato attuale di salute dell’unica forma politica che gode ancora di qualche patina di legittimità, la democrazia rappresentativa. Biagio De Giovanni è tornato ad occuparsi di Gramsci proprio per mettere a tema la crisi della democrazia. Che è, più precisamente, crisi del concetto di rappresentanza. «Né ciò può far pensare a un nuovo liberalismo, sebbene sia per essere l’inizio di un’era di libertà organica»: così Gramsci, che il De Giovanni di qualche anno fa, in allontanamento dai germi totalitari del pensiero del Novecento, prendeva assai criticamente, ma che ieri ha provato a rileggere come espressione di una acuta consapevolezza che la rappresentanza democratica non regge senza elementi che temperino e contengano gli impetuosi processi di individualizzazione – e, al tempo stesso, di massificazione – dei rapporti sociali portati all’epoca di Gramsci dalla prima mondializzazione dell’economia capitalistica, e oggi dalla nuova ondata della globalizzazione. Più che la revisione del marxismo, quello che allora interessa De Giovanni è l’approccio originale di Gramsci alla crisi europea, la forbice che si apre fra cosmopolitismo dell’economia e arcigna risposta nazionalista della politica: «non sta avvenendo anche adesso?», chiede con preoccupazione. La domanda non può non rimanere senza risposta: se mai risposta ci sarà, sarà nelle cose. Che Gramsci abbia però «individuato i problemi fondamentali della democrazia dei nostri tempi e indicato una prospettiva per risolverli» è ferma convinzione di Vacca, che con queste parole chiude infatti il suo libro. E di nuovo si misura, nei toni ancor più che negli argomenti, la distanza fra un «politico pratico, un combattente» (il Gramsci di Togliatti, cui Vacca aderisce) e un aspro pensatore della crisi, come appare nelle riletture offerte da De Giovanni e Vitiello.

(Il Mattino, 9 novembre 2017)