La nuova sfida della sinistra democratica

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Si fa opposizione con una proposta alternativa e, per il momento, la proposta non c’è. Così la pensa Prodi, e, a me pare, ha ad un tempo torto e ragione. Vediamo prima dov’è il torto.

Il governo del cambiamento, che nella retorica della nuova maggioranza ha inaugurato la terza Repubblica, si propone esso come alternativo alle politiche condotte dai governi a guida democratica della passata legislatura. Il vero denominatore comune del contratto è questo: per quanto distanti fossero i programmi originari di Lega e Cinque Stelle, avevano un elemento che li univa, erano costruiti in opposizione, spesso frontale, alle politiche promosse dal Pd. Così, dal lavoro alla scuola ai migranti all’Europa fino alla politica estera, questa legislatura si apre con la promessa di una discontinuità profonda, non solo rispetto al recente passato, clamorosamente premiata dagli elettori.

Ora, l’esito delle elezioni non può non costringere il partito democratico a cercare nuove strade, ma sul piano della elaborazione culturale, del profilo ideologico (se torna ad essere lecito l’impiego di questa parola), è abbastanza contestabile che possa, voglia o debba abbandonare le linee generali che ha seguito in questi anni. L’idea di un partito riformista, europeista, progressista sul terreno dei diritti civili e integrazionista sul tema dell’immigrazione va mantenuta ferma, io credo, non foss’altro perché il campo populista e sovranista è già abbondantemente presidiato da leghisti e pentastellati.

Quest’idea, peraltro, non è solo una cornice vuota. In ogni caso, è l’intelaiatura su cui in Italia è stato tessuto l’ordito dell’Ulivo prima (1996-2001), dell’Unione in seguito (2006-08), del Pd infine (2013-18). Ha ovviamente un senso distinguere le diverse stagioni del centrosinistra – che non hanno avuto la stessa fortuna, né gli stessi interpreti – ma in qualunque libro di storia si racconteranno in futuro questi anni da una distanza sufficientemente grande da poter cogliere i lineamenti generali di un’epoca, prevarrà il filo che ha unito queste esperienze, l’idea che tutte le sottende.

Non solo quest’idea non è una cornice vuota, ma non è nemmeno un’idea banale. Lo è tanto poco, che da ogni parte si fanno largo tentativi di abbandonarla. Che la democrazia rappresentativa sia ormai un significante vuoto, che il compromesso fra capitalismo, democrazia e diritti sociali non sia più proponibile, che non abbia spazi sufficienti ed agibilità politica se non dentro contesti nazionali, che la società aperta escluda o emargini strati crescenti della società; che le distinzioni liberali in tema di diritti e garanzie non possano più reggere nel tempo della disintermediazione: sono, queste, visioni che non appartengono solo alla destra sovranista e nazionalista, ma sono in grado di riorientare tutta la sfera dell’opinione pubblica e delle forze politiche, anche a sinistra. C’è, dunque, già ora materia sufficiente per essere e proporsi come alternativa democratica.

Però Prodi ha ragione, e come se ne ha, se il discorso si fa più ravvicinato. Se ci si domanda cioè come fermare la rotta e da dove ripartire subito. Il Pd non può certo pensare di costruire la propria alternativa rimarcando le gaffe dei nuovi arrivati, o ritorcendo contro di loro la retorica demagogica di cui si è sentito vittima negli anni passati (“ora siete voi l’establishment”: ma magari! Ad avercelo, un establishment!). Non può nemmeno rimandare a data da destinarsi la questione della leadership e della riorganizzazione del partito, e non può, soprattutto, rinunciare ad affrontare lo scoglio contro il quale si è scontrato il progetto di modernizzazione del Paese. Che se anche doveva passare attraverso la riforma delle istituzioni o il rilancio dell’economia, non ha avuto il respiro sufficiente per dimostrare che l’una e l’altra strategia riducono le disuguaglianze, promuovono un nuovo dinamismo sociale, compongono le fratture che ancora dividono il Paese. Per la sinistra democratica che verrà, la sfida – non v’è dubbio – è questa.

(iIl Mattino, 10 giugno 2018)

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Il daspo ai corrotti e la difesa a rischio

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Prima ancora di occuparsi di specifici temi, il premier Conte ha voluto spiegare, nel suo discorso al Senato, perché il governo da lui presieduto sarà il governo del cambiamento. E accanto alle questioni economiche, ai diritti sociali e alla sicurezza, ha posto i temi della giustizia. A ragion veduta: se l’Italia avesse, soprattutto in sede civile, una giustizia efficiente come quella di altri paesi europei, il cambiamento sarebbe tangibile, e ne beneficerebbero cittadini e imprese. Il passaggio riservato verso la fine del discorso al diritto fallimentare – appena riformato, ma con deleghe ancora da attuare – lascia ben sperare. Ma il Presidente del Consiglio non ha posto in premessa i nodi della giustizia civile, bensì quelli della giustizia penale, e più precisamente ha insistito sulla lotta alla corruzione. Che sarà combattuta, ha spiegato, “con metodi innovativi come il daspo ai corrotti e con l’introduzione dell’agente sotto copertura”.

Ora, che su questa materia vi sia un generale e diffuso consenso e che una delle forze politiche di maggioranza, i Cinque Stelle, ne abbia fatto un cavallo di battaglia dal quale non hanno alcuna intenzione di scendere, è fuori discussione. Se il governo non ponesse innanzi a tutto l’opera di pulizia promessa da anni a un elettorato sempre più convinto del marciume della politica nazionale, tradirebbe davvero aspettative assai diffuse. Ma la giustizia penale è materia delicatissima, nel riformare la quale inseguire il plauso dell’opinione pubblica non è affatto garanzia di equilibrio – parola che per fortuna il premier non ha mancato di usare più volte, e che sarebbe importante avesse presente anche quando proverà ad inasprire la legislazione penale corrente. Conte, del resto, è uomo di legge, è avvocato, e come avvocato capisce bene che cosa significhi toccare diritti e garanzie. Per la verità, avvocati, e avvocati del popolo, erano anche fior di giacobini: ma non è da loro che, in tema di giustizia, converrà prendere spunto.

Per esempio: il “daspo” ai corrotti . È presto per capire quale fisionomia avrà in concreto, ma intanto: il daspo è una misura amministrativa. Passerà pure, per la sua convalida, sulla scrivania di qualche giudice, ma in pratica significa che può piovere sul capo del presunto (soltanto presunto) corrotto senza che questi possa avvalersi di tutte le garanzie difensive, vedendosi in compenso rovinata la reputazione ben prima del processo.

Questa idea che la giustizia penale funziona meglio e più speditamente quanto più spoglia i soggetti del vestito dei diritti e lo consegna nudo nelle mani dell’autorità non appartiene più alla nostra tradizione giuridica, e sarebbe bene che non vi entrasse di nuovo. Se si applica il daspo in certi casi limitati (tipicamente, nei confronti degli ultras) è per non trattare tutti i cittadini come ultras, o peggio gli uffici pubblici come stadi. Son cose diverse, spazi diversi, soggetti diversi e interessi pubblici diversi.

Anche sull’agente sotto copertura è lecito nutrire più di una perplessità. Se ne può estendere l’utilizzo, ma senza un quadro molto, ma molto rigoroso di condizioni, vincoli e garanzie, rischia di diventare uno strumento non di giustizia ma di arbitrio. Lo è stato, in passato, dentro regimi politici non democratici: noi però dobbiamo lottare contro la corruzione, non usurare il quadro ordinamentale dei diritti e delle garanzie. Né vale la pena mettere a repentaglio beni costituzionali per adottare provvedimenti in ragione della loro valenza fortemente simbolica, a prescindere cioè dalla loro efficacia e dalla loro effettiva azionabilità.

Il premier ha ben detto che non è populismo ascoltare la gente. Ma lo è far fare le leggi alla gente. In Costituzione c’è scritto che la Costituzione è amministrata in nome del popolo. Ma appunto: in nome, non dal popolo. Mantenere una certa distanza fra l’ideale della giustizia, la sua amministrazione e gli umori popolari è essenziale per non considerare indagini e processi come antiche ordalie.

(Il Mattino, 6 giugno 2018)

La Ue e il fronte meridionale

 

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C’è di nuovo un fianco meridionale scoperto. Il corso della politica cambia in Italia, ma cambia anche in Spagna, con la sfiducia al popolare Mariano Rajoy e il passaggio della guida del governo nelle mani del socialista Pedro Sanchez. Un vero ribaltone, e una novità assoluta per la storia della Spagna democratica. Ma a mettersi in movimento è anche lo scenario politico greco, dove il governo di Alexis Tsipras è chiamato a fronteggiare nuovamente la mobilitazione popolare, che sta paralizzando il Paese. Nonostante i primi segnali di ripresa – in particolare sul versante occupazionale – è forte il malcontento verso l’ultimo round del piano di austerity adottato nel 2015 sotto la pressione di Unione Europea, FMI e BCE.

Dunque: non c’è solo una questione meridionale in Italia ma, a quanto pare, una questione meridionale europea. Sul piano economico, a introdurre la nozione di mezzogiornificazione nel bel mezzo della crisi è stato Paul Krugman, per segnalare il dualismo economico che caratterizza i rapporti fra i Paesi centrali e i Paesi periferici dell’euro-zona, la desertificazione produttiva che ha colpito il Sud Europa a fronte dell’intensificazione della produzione e della crescita occupazionale registratesi nelle nazioni economicamente più forti.

Di una simile impostazione è in fondo figlio anche il gran parlare che si è fatto in questi giorni di piani B e uscite dall’euro, di revisione delle regole di Maastricht e di Europa a trazione tedesca. Se però ieri il neo-ministro dell’Economia, Giovanni Tria, subito dopo il giuramento nel palazzo del Quirinale, ha rassicurato i partner europei, spiegando che nessuno in Italia vuole uscire dall’euro – anche se, ha subito aggiunto, questo non significa che non si debba rivedere l’architettura economico-finanziaria dell’Unione – è sul piano politico che è più complicato fornire analoghe rassicurazioni.

Il paesaggio politico è infatti profondamente mutato, ma è ancora ben lontano dal garantire stabilità. L’Italia, in questo senso, costituisce una sorta di laboratorio. Tutto è ancora in movimento, e probabilmente non c’è oggi nessuno disposto a scommettere con convinzioni sulle seguenti cose: che la legislatura durerà cinque anni; che se proprio cinque anni interi dovesse durare, vigeranno ancora, al termine, le regole politiche e istituzionali in vigore al principio di legislatura; che nei prossimi cinque anni non nasceranno nuove forze politiche, non si rimescoleranno nuovamente le carte, non si ridefiniranno alleanze e schieramenti.

Lega e Cinque Stelle rappresentano indubbiamente il cambiamento, ma, si dovrebbe aggiungere, l’ennesimo. I partiti che sono stati relegati all’opposizione non sono infatti partiti storici, di antica tradizione: anche se iscritti in Europa alle famiglie socialiste e popolari, sono partiti di recente formazione. Forza Italia, fondata nel ’94, è in realtà rinata frettolosamente pochissimi anni fa, dopo la fine del progetto unitario del Popolo della Libertà. Il Partito democratico ha invece soltanto undici anni, benché abbia già cambiato più e più volte segretario. Tutto si può dire, insomma, meno che si tratti di sigle politiche radicate in profondità nella storia del Paese. Contemporaneamente, sono naufragati tutti i tentativi di riforma costituzionale, fino al clamoroso insuccesso del referendum del dicembre 2016. E lo stesso assetto bipolare, che sembrava un dato acquisito della seconda Repubblica, è, di fatto, saltato.

Il raffronto con le esperienze greche e spagnole conferma la mezzogiornificazione politica. E con ciò intendiamo: il dato di instabilità politica, l’affanno crescente delle procedure democratiche, di frammentazione del quadro dei partiti. In Spagna, nonostante il ritorno del partito socialista al potere, la scena politica ha due nuovi protagonisti, la sinistra di Podemos e i centristi di Ciudadanos, con questi ultimi considerati ormai il primo partito (e una crisi catalana ancora da domare). In Grecia al potere è invece la nuova formazione di Syriza, che ha ridotto ai minimi termini la sinistra tradizionale del Pasok, e che però dovrà vivere pericolosamente l’anno che lo separa dalle prossime elezioni europee, con le opposizioni in piazza (compresa quella para-nazista di Alba Dorata).

Ora, si può certo ricondurre la dialettica politica a quella che oppone sovranisti a europeisti, o partiti anti-establishment a partiti pro-establishment: sia però il populismo la malattia o la cura, è evidente che la politica è fuoriuscita dai suoi contenitori tradizionali. E, come con il dentrificio, è quasi impossibile farcela tornare dentro.

C’è un’eccezione, però, nel Sud Europa. Non mediterraneo, ma atlantico: il Portogallo. Dove continuano ad alternarsi al potere i vecchi partiti socialista e socialdemocratico (aderente al partito popolare europeo). Quella è però chiaramente una storia diversa. L’ha raccontata, una volta, José Saramago. Il grande scrittore portoghese, futuro premio Nobel della letteratura, era su un treno italiano e conversava amabilmente con i vicini di scompartimento, finché uno di essi non gli chiese la sua nazionalità. Saramago propose loro di indovinarla, e i viaggiatori ci provarono, citando Paesi vicini e lontani, ma a nessuno venne in mente il Portogallo. Da quell’esperienza, e da altre simili vissute in Europa, Saramago trasse lo spunto per un romanzo, «La zattera di pietra», uscito nel 1986, che racconta di una penisola iberica che si stacca dal continente europeo e comincia a vagare per l’oceano atlantico.

Chissà: forse l’Italia non si staccherà mai dall’Europa. Ma, se mai dovesse essere, non sappiamo verso quali lidi uno scrittore può immaginare che il nostro Paese navigherebbe.

(Il Mattino, 2 giugno 2018)

I Cinquestelle all’inseguimento del Carroccio

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Le parole che Luigi Di Maio ha usato nelle ultime ventiquattro ore non lasciano molto margine all’interpretazione: i Cinque Stelle terranno alto lo scontro politico e istituzionale di qui al prossimo voto. Dimentichiamoci dunque del profilo conciliante mostrato nelle ultime settimane dal capo politico del Movimento. Finché ha potuto, Maio aveva provato a tenere una posizione la meno divisiva possibile: sembra ormai passato un secolo, ma c’è stato un tempo – solo qualche settimana fa – in cui la proposta di governo dei 5S aveva per base quel piatto insipido che il professor Giacinto Della Cananea era riuscito a preparare cercando un comune denominatore fra i programmi politici di tutte le forze politiche presenti in Parlamento. Uno schema edulcorato a tal punto che Di Maio, nel farlo proprio, poteva offrirlo contemporaneamente al Pd così come alla Lega.

Poi l’abbraccio fatale con Salvini e il suo spiccato antieuropeismo: di lì in avanti, le danze le ha condotte il leader della Lega, fino allo strappo finale. Logorato dalla necessità di far partire il tanto promesso governo del cambiamento, sul quale aveva puntato tutte le sue fiches, Di Maio ha dovuto seguire la testa d’ariete leghista fin sotto i bastioni del Quirinale, dove Salvini l’ha condotto prima di sferrare il colpo finale.

Ora però Di Maio si ritrova tra le mani due problemi non piccoli. Il primo riguarda proprio il rapporto con Salvini. Che gli ha rubato la scena, conquistando sempre maggiore popolarità e consenso sui propri temi, quelli dell’euro e dell’immigrazione. Che saranno anche, con tutta probabilità, al centro della prossima campagna elettorale. Per questo motivo Di Maio, che aveva avuto calde parole di stima per Mattarella, spingendosi sino ad affermare che sui ministri non c’erano discussioni in atto perché li avrebbe scelti il Presidente della Repubblica, ha dovuto mutare subitamente avviso, un minuto dopo la rottura: richiesta di impeachment, campagne online, manifestazione in piazza il 2 giugno, fino alla dichiarazione fine-di-mondo: “Faremo in modo che alle prossime elezioni non ci sia lo stesso Presidente”.

Evidentemente, Di Maio non può permettersi di tenere l’abito neo-democristiano che aveva provato a indossare dal giorno dopo le elezioni. Sul Colle era andato per fare la parte del poliziotto buono, lasciando alla Lega quella del poliziotto cattivo: per essere lui il pivot del nuovo sistema politico, in quanto esponente del partito che aveva preso più voti alle elezioni, che aveva dunque il maggior interesse a far nascere la «terza Repubblica» e che era dunque disponibile ad accollarsi le maggiori responsabilità.

Con la rinuncia del professor Conte, quel disegno è svanito. Quanta parte di calcolo e di premeditazione vi sia stata nell’irrigidimento della Lega non si saprà mai: Di Maio si porterà con sé il dubbio ancora a lungo. Il fatto è che però lo spartito su cui si svolgeranno le prossime elezioni vede ora il capo grillino costretto a inseguire il nazionalismo populista della Lega.

E forse a inseguire anche un altro leader. Perché l’altro problema Di Maio ce l’ha dentro il Movimento, con Alessandro Di Battista. Che partirà ancora per l’America, a quanto pare, ma tornerà precipitosamente quando si tratterà di votare un’altra volta. Grazie all’appoggio di Casaleggio, Di Maio aveva ricevuto il bastone del comando. E lo ha usato come ha creduto, vincendo le perplessità dell’ala ortodossa (quella accasatasi con Fico in cima a Montecitorio), costringendo Grillo a mordersi per qualche mese la lingua, mettendo soprattutto in standby Di Battista. Per quanto si sia affrettato a promettere che gli eletti torneranno tutti in Parlamento, perché si faranno le stesse liste, non è detto che gli riuscirà di tenere fermo e a lui ancorato il quadro politico interno. Per i tempi «interessanti» che Lega e Cinque Stelle promettono al Paese, non sarà meglio puntare sul movimentismo antagonista di Battista e sulla sua retorica infuocata, sempre a voce alta? Non ci sono elettori di sinistra da tener dentro, ora che il Movimento si è sbilanciato sulla destra, sposando la Lega? E non è Di Battista a interpretare con maggior vigore «le pulsioni esistenziali di un popolo che sta soffrendo»? Sono parole che Di Battista ha usato ieri, a «Otto e mezzo», mentre si augurava, senza alcuna ipocrisia, che Di Maio sia il capo politico del Movimento anche al prossimo giro. In effetti, Di Battista non pensa affatto di fare le scarpe a Di Maio. Ma le intenzioni soggettive sono una cosa, le condizioni oggettive un’altra. In questo Parlamento morto prima di nascere, Di Battista non c’è; nel prossimo invece ci sarà. In questo Parlamento, tutte le carte del Movimento erano in mano a Di Maio; nel prossimo, ci sarà anche la carta Di Battista, che qualcuno potrebbe decidere di calare sul tavolo. Fin qui il Movimento Cinque Stelle ha giocato ad una punta, da qui in poi potrebbe giocare con due punte, oppure fare qualche sostituzione a inizio della prossima legislatura. A un passo dalla storia, mentre già la stava scrivendo, Di Maio è stato ributtato indietro, e ora corre il rischio di ritrovarsi in un ruolo gregario: di Salvini da una parte, di Di Battista dall’altra. Per non fare questa fine, Di Maio deve tornare sulle barricate, e probabilmente gettare alle ortiche il lavoro di accreditamento nazionale e internazionale faticosamente svolto nei mesi scorsi. Se in gioco era la trasformazione del Movimento in forza di governo, beh: questo gioco è rimandato a data da destinarsi.

(Il Mattino, 29 maggio 2018)

L’ambizione che sola può salvare l’Italia

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In «Fatti e norme», il filosofo tedesco Jürgen Habermas distingue i discorsi pragmatici dai discorsi etico-politici. Nei primi, scrive, «noi verifichiamo la convenienza delle strategie d’azione partendo dal presupposto di sapere ciò che vogliamo»; nei secondi, invece, «ci accertiamo di una configurazione di valori partendo dal presupposto di non sapere ancora che cosa per davvero vogliamo». La discussione pubblica sul contratto di governo che Salvini e Di Maio si apprestano a firmare ha riguardato anzitutto gli aspetti pragmatici: quali strategie d’azione, sul presupposto che sia assodato ciò che i contraenti vogliono. Ieri, ad esempio, il Presidente di Confindustria, Boccia, rilevava che dal programma «non è affatto chiaro dove si recuperano le risorse per realizzare i tanti obiettivi e promesse elettorali». In effetti: non è chiaro. Però non è meno importante chiedersi che cosa veramente obiettivi e promesse elettorali riservano al nostro Paese. E cioè, per dir meglio: che Paese leghisti e grillini vogliono per davvero. È il discorso etico-politico che va esplicitato, e che riguarda la «configurazione di valori» o, come il filosofo dice in quella pagina, «l’autocomprensione politico-culturale di una certa comunità storica».

La comunità storica di cui parliamo è l’Italia, siamo noi. E l’Italia che il contratto di governo disegna è un’Italia tutta raccolta intorno a obiettivi di rivalsa, percorsa da uno spirito giustizialista, securitario e repressivo, intenta solo a difendersi da enormi ingiustizie (l’Europa) e apocalittiche minacce (l’immigrazione). Non che non sia un programma ambizioso, quello che le due forze politiche hanno scritto. Ma l’ambizione di cui Lega e Cinque Stelle danno prova non riguarda il futuro del Paese, ma solo un certo senso di giustizia sociale che verrebbe – alla buon’ora! – soddisfatto restituendo l’Italia agli italiani (qualunque cosa ciò significhi), elargendo con mani abbondanti il reddito di cittadinanza, liberando il cittadino dagli odiosi gravami del fisco, abolendo la vessatoria Legge Fornero, espellendo gli immigrati che o delinquono o ci rubano il lavoro.

Tutto ciò è stato ben ricapitolato ieri da Alessandro Di Battista, nel post indirizzato in modo vagamente minaccioso a un Presidente della Repubblica ancora esitante a conferire l’incarico al professor Conte, in cui si chiede «un governo forte, un governo capace di intervenire, se necessario con la dovuta durezza, per ristabilire giustizia sociale», A cosa alluda la durezza di cui parla Di Battista non è dato sapere, ma non credo sia errato riconoscere in quella locuzione anni di battaglie contro la casta, contro la corruzione, contro le élites, e dunque la convinzione che la giustizia sociale si ristabilisca per via di manette e calci nel sedere alla vecchia politica. A una maggiore giustizia non concorrono, evidentemente, una maggiore crescita economica, più alti livelli occupazionali, un nuovo disegno di politica industriale, la definizione di nuovi obiettivi per il sistema delle imprese. Non c’è nulla del genere, nel contratto. Non c’è una visione del futuro dell’Italia, un punto di vista sul nuovo mondo trasformato dalla rivoluzione tecnologica in atto, un’idea di come affrontare lo scenario globale. C’è però un’ossessione: Bruxelles, la Germania, l’euro, e il mito pericolosamente regressivo di una sovranità economica che aspetterebbe solo di essere riconquistata, raccolta da terra e scagliata finalmente contro i cattivi mostri della burocrazia e della finanza, europea e internazionale. La contrapposizione di una cattiva Europa della moneta, da scardinare, e di una buona Europa dello spirito e della cultura, da recuperare, è già stata esiziale in passato, e rischia di esserlo anche in futuro.

Si possono dunque esprimere perplessità più o meno grandi sui «discorsi pragmatici» contenuti nel contratto: la mancanza di coperture, la vaghezza di certi impegni, l’assenza di certi temi (primo fra tutti il Sud). Ma è sul discorso etico-politico che bisognerebbe che nel Paese di aprisse una vera discussione pubblica. C’è una sola morale della favola, in quel testo, ed è una morale reattiva, che fa da comune denominatore a populismi (contro le élites corrotte) e a nazionalismi (contro gli stranieri). Il che non vuol dire che non sia maggioranza nel Paese: le indagini del Censis sull’Italia del rancore di qualche mese fa attestano anzi il contrario. Ma non vuol dire nemmeno che non si debba provare a ribaltarla. Per farlo, però, c’è bisogno di un investimento di senso nuovo, di offrire un’immagine alternativa, di pari e anzi più grande ambizione. L’Italia giallo-verde è un’Italia tramortita dagli anni di crisi, che ora teme di giocarsi la propria partita nel vasto mondo, e che reagisce al declino incipiente tirando su il ponte-levatoio, diffidando della modernità, espellendo gli estranei. È un’Italia a cui sta bene fare come l’Ungheria di Orbán, o come la Polonia di Kaczyński. Paesi a guida nazionalista e populista incistati nel cuore dell’Europa, che, diciamolo en passant, non hanno l’euro e sono in netta crescita economica. La sfida, dunque, è reale. Solo perciò se si riesce a proporre l’idea di un’Italia più grande, più aperta, più cosmopolita, un’Italia che contrasta l’impoverimento provando a liberare nuove energie, a nutrire nuove aspirazioni, a investire sulle nuove generazioni, solo così si potrà riaprire una contesa vera sul domani che ci attende. Un discorso etico-politico nuovo, in cui l’autocomprensione della comunità nazionale sia daccapo rimessa in gioco, e aperta sul futuro.

(Il Mattino, 24 maggio 2018)

Gli attacchi violenti e la violenza delle parole

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Le parole che ha usato De Luca all’indirizzo di De Magistris sono gravi e sbagliate. È vero che si trattava di un colloquio privato, ed è vero che De Luca non sapeva di essere registrato, ma anche in un colloquio privato non è certo auspicabile che il Presidente della Regione inviti gli interlocutori a sputare in faccia al Sindaco di Napoli. Non è una giustificazione sufficiente neppure aggiungere, come ha fatto ieri il Vicepresidente della Regione, Fulvio Bonavitacola, che “non è la prima volta che il Presidente della Regione si esprime con linguaggio popolare quando parla con il popolo, e con lo stile di Kant quando parla con i filosofi”. De Luca fa benissimo ad usare un linguaggio popolare, e qualche volta non sarebbe male che anche i filosofi lo usassero: nel più antico programma dell’idealismo tedesco, tre buoni amici – i filosofi Schelling e Hegel, il poeta Hölderlin –  si auguravano anche loro che le idee della ragione si facessero mitologiche, cioè sensibili, comprensibili, altrimenti “non avranno alcun interesse per il popolo”; ma poi aggiungevano, che, di converso, la “mitologia” cioè i racconti e le narrazioni più popolari dovevano essere razionali, altrimenti “il filosofo deve provarne vergogna”. E dunque: non solo il filosofo, come il politico, non deve usare parole di cui debba in seguito vergognarsi, ma anche il linguaggio popolare non è vero affatto che sia fatto solo di parole vergognose, di insulti o imprecazioni. Si fa un gran torto al popolo, quando si pensa che capisca solo un linguaggio da trivio.
La dichiarazione dell’onorevole Bonavitacola tuttavia dice anche altro. E cioè che sono mesi che il governatore è bersagliato da provocazioni e aggressioni, che paiono ben studiate, e che provengono sempre dagli stessi ambienti, da quei centri sociali e da quei gruppi antagonisti che a Napoli godono, di fatto, di una particolare condiscendenza da parte di Palazzo San Giacomo Nessuno tollera la violenza, per carità. Ma nessuno dice una parola di condanna. Nessuno inneggia alla rivolta, non sia mai. Ma nessuno prende le distanze. È andata così all’ospedale di Pozzuoli, è andata così al teatro Politeama, ed è andata così in diverse altre occasioni. Una volta è la signora arrabbiata, un’altra volta sono i sacchetti di spazzatura, un’altra volta sono i disordini per strada. Si ha quasi l’impressione che venga demandata a questa specie di ronda spontanea ed effervescente se non la gestione dell’ordine pubblico, almeno la regolazione della temperatura in città. Che si surriscalda o si raffredda alla bisogna, offuscando sistematicamente quella linea della legalità che sembra decisamente troppo elastica, quando si tratta della base sociale del Sindaco.
Sarebbe bene dunque che si facesse punto e a capo. La dialettica politica può essere anche dura, aspra, ma non può trascinare con sé le istituzioni del Comune e della Regione. Se De Luca è bersaglio di continue provocazioni, ha spalle abbastanza larghe per non rispondere, così come ha tutti i mezzi per popolarizzare il suo discorso senza venir meno al rispetto dovuto anche all’avversario politico. È avvilente dover commentare ogni volta parole dal sen fuggite, pubbliche o private che siano. Ma è deprimente anche dover constatare quanto poco si tenga, a Napoli, all’osservanza di regole elementari del vivere civile, quasi che fossero soltanto un elemento decorativo, oppure l’ipocrita cintura protettiva dei ceti proprietari – come l’ideologia radicaleggiante e benecomunista del Sindaco vorrebbe – e non anche un prerequisito del buon ordine e dello sviluppo economico e sociale di tutta la città.
 (Il Mattino, 20 maggio 2018)

La scossa che sfiora l’azzardo

Igino Lardani, detto Gigi Lardani, Lotteria di Capodanno Canzonissima, Locandina pubblicitaria, Cartoncino/cromolitografia, 20 x 34.3 cm, Stampatore Affissi Picchi, Roma 1959, Polo Museale del Veneto - Museo Nazionale Collezione Salce | Courtesy of Fondazione Benetton Studi Ricerche Treviso

Con l’intesa sul contratto di governo fra Lega e Movimento Cinquestelle non siamo ancora alla formazione del governo, ma quasi. I contenuti dell’ultima bozza circolata non si discostano poi molto da quelli anticipati nei giorni scorsi, e non c’è da meravigliarsene: sotto il profilo ideologico, questo programma aveva un’impronta già chiaramente tracciata. Se dunque non si legge più di percorsi di uscita dall’euro, viene tuttavia richiesto un ripensamento dell’intero impianto della governance economica europea, ivi compresa la politica monetaria. L’esempio più chiaro della direzione intrapresa è offerto nel capitolo relativo alle riforme istituzionali, là dove si prevede il superamento della regola dell’equilibrio di bilancio, cioè della riforma approvata in tutta fretta dal Parlamento italiano nel 2012, nel punto più alto della crisi finanziaria del Paese. Il testo mantiene una certa ambiguità e non è chiaro dunque fin dove ci si vorrà spingere, dal momento che fa riferimento alla necessità di far saltare la regola del pareggio «per far fronte ai diversi cicli economici», quando la cosa è, in realtà, già prevista nell’articolo della Costituzione sotto mira, il quale pure tiene conto «delle fasi avverse e sfavorevoli del ciclo economico». Quel che però conta è la volontà politica che così si esprime: rimettere in discussione l’architettura economica e finanziaria dell’Unione da Maastricht in poi. Un quarto di secolo di regole e trattati finanziari che vengono rimessi in discussione: da questo punto di vista, Salvini e Di Maio hanno ragione di parlare di governo del cambiamento e di Terza Repubblica, perché il loro contratto segna effettivamente un punto di rottura rispetto alle politiche perseguite in questi anni.

Se la versione definitiva che sarà approvata nelle prossime ore non si scosterà da quella che è già possibile leggere, si ritroveranno infatti tutti insieme: la flat tax voluta dalla Lega, il reddito di cittadinanza e la pensione di cittadinanza voluti dai Cinquestelle, il superamento della Legge Fornero voluto da entrambi, più altre misure di spesa, in particolare nel settore della giustizia e nel comparto sicurezza. In queste condizione, è inevitabile lo sfondamento delle regole europee, al quale il testo allude quando pudicamente parla, oltre che di un non precisato e non quantificato «taglio agli sprechi», di «gestione del debito e appropriato ricorso al deficit». Si può avanzare la considerazione che in fondo tutti i governi avrebbero voluto fare quel che la coalizione giallo-verde si appresta a fare, avendone finalmente la piena e convinta volontà politica. Nel criticare Bruxelles si sono infatti esercitati un po’ tutti; ora si tratterebbe di passare ai fatti. Solo che tra i fatti ci sono pure la bassa crescita del Paese e un debito pubblico che viaggia sopra il 130%: non sono precisamente le condizioni che consentano di far la voce grossa in Europa, o di tener buoni i mercati.

Per questo è facile attendersi, purtroppo, robusti scossoni. Dai quali Salvini e Di Maio provano fin d’ora a cautelarsi stringendo i bulloni dell’accordo. L’indirizzo di politica generale è infatti già formato: il futuro Presidente del Consiglio, chiunque egli sia, ben lungi dal dirigere il governo, sarà diretto dall’organo di conciliazione di cui il contratto fissa la composizione. In luogo di un premier, rischiamo così di avere un semplice portavoce, al più una figura di raccordo, certo non un leader politico autorevole, pienamente autonomo nelle decisioni. Anche sotto questo profilo siamo quindi a un punto di rottura. L’Italia ha già sperimentato, negli anni scorsi, una perdita di centralità del Parlamento. Con il vero di un «Comitato di conciliazione» nel quale siederanno, oltre al Presidente del Consiglio e ai capigruppo in Parlamento, anche i due capi delle forze politiche di maggioranza, si determinerà evidentemente anche una forte diminuzione di peso e di ruolo del futuro primo Ministro. Il punto di equilibrio fra Lega e Cinquestelle viene infatti trovato non nel governo, ma fuori di esso. Se ciò non è contrario alla Costituzione, di certo vi è assai poco conforme: diciamo allora che rappresenta un’innovazione robusta sotto il profilo della Costituzione materiale.

Cinquestelle e Lega non hanno del resto rinunciato neppure a ambizioni di riforma in questa materia: Salvini intende rilanciare le autonomie regionali, mentre i Cinquestelle, oltre alla valorizzazione dell’istituto referendario, mettono nel programma il «vincolo di mandato», che, se attuato sul piano della norma costituzionale, rischia davvero di cambiare i connotati della democrazia rappresentativa.

A scorrere le diverse voci del contratto si coglie insomma il senso di una grande scommessa politica. La cui posta viene ulteriormente elevata in quei campi nei quali forte è l’investimento simbolico e il tratto identitario: nel contrasto al fenomeno migratorio, ad esempio, o nella lotta alla corruzione. Due atout che Lega e Cinquestelle intendono giocarsi fino in fondo, dando forma a un indirizzo giustizialista, panpenalistico e securitario che risponde pienamente alle pulsioni profonde, di stampo populista e nazionalista, presenti oggi sulla scena politica nazionale, europea e internazionale.

Anche di questo, però, c’è poco da meravigliarsi. Non solo perché sia Salvini che Di Maio dovevano rassicurare il proprio elettorato, mostrando di non aver dimenticato la propria, rispettiva ragione sociale, ma anche, anzi soprattutto perché si tratta di un esperimento politico che non attinge la sua legittimazione in alcuna delle tradizioni politiche che hanno retto il nostro Paese. Anche la seconda Repubblica nasceva dal venir meno di un paesaggio tradizionale, ma i partiti che l’hanno governata mantenevano comunque, direttamente o indirettamente, un rapporto con il passato. Lega e Cinquestelle non sentono invece il bisogno di rivendicare alcuna eredità, ed è possibile che provino anzi a spingersi il più lontano possibile dalle contrade finora frequentate dalla politica italiana. È doveroso sospendere il giudizio, per verificare alla prova dei fatti se questo tentativo prenderà il volo, o abortirà ancor prima di nascere. Ma, insieme al giudizio, bisognerà trattenere pure il fiato.

(Il Mattino, 17 maggio 2018)