Theresa e il rigore fallito a porta vuota

 

manuale del gol

Un disastro, secondo il Financial Times: Theresa May ha sbagliato un rigore a porta vuota. Ha voluto le elezioni anticipate per rafforzare la sua maggioranza e guidare la Brexit forte di un più chiaro e netto mandato politico. Ha scelto il momento che le sembrava più opportuno, quando i sondaggi davano i conservatori in vantaggio di circa venti punti sui laburisti di Jeremy Corbyn e ha lanciato la sua sfida. Ma con il passare delle settimane il distacco si è progressivamente ridotto e ieri sera, nelle urne, la May non ha raccolto alcun plebiscito a sua favore. Nessuna larga vittoria, e dunque nessun consolidamento della sua leadership. Dato l’alto numero di collegi in bilico, bisognerà aspettare i risultati ufficiali, per sapere se davvero i Tory non avranno la maggioranza assoluta e se dunque la formazione del governo sarà possibile – se sarà possibile – solo grazie ad accordi con forze minori (anzitutto i minuscoli partiti unionisti dell’Irlanda del Nord, visto che, stando alle proiezioni, agli indipendentisti dell’Ukip non dovrebbero andare seggi, mentre non è affatto semplice trovare un accordo con la quindicina di deputati liberal-democratici). Di certo, però, anche Theresa May ha avuto la sua non-vittoria.

Tutt’altra musica in casa laburista. Jeremy Corbyn è stato eletto nello scetticismo delle componenti blairiane e centriste del partito, persuase che con un leader con una piattaforma così sbilanciata a sinistra la vittoria non avrebbe più arriso al Labour Party. E in effetti, stando agli exit poll, i laburisti sono ben lontani dalla maggioranza assoluta. Ma Corbyn ha ridotto di parecchio le distanze dai tories, e soprattutto è andato meglio del predecessore Ed Miliband. Tra ali di giovanilissimo entusiasmo, il leader dalla barba brizzolata e dalle maniche rimboccate ha proposto una piattaforma programmatica fatta di massicci investimenti pubblici in sanità e trasporti, tassazione pesantemente progressiva dei redditi a scapito dei ceti medio-alti, lotta alla precarietà del lavoro; abolizione delle tasse universitarie, nazionalizzazione delle ferrovie. Corbyn ha saputo così ricostruire un rapporto con i ceti popolari, spaventati dalla immigrazione ma anche stufi delle politiche di austerity, dei tagli alla spesa e della riduzione dei servizi pubblici.

Populismo della più bella marca? Può darsi. Ma se il partito laburista ha virato a sinistra è anche perché le aperture al centro del New Labour, negli anni del blairismo, hanno molto meno senso quando lo spazio politico del centro si riduce, le diseguaglianze aumentano e invece diminuisce l’indice di fiducia (e la stessa consistenza) delle classi medie. Che è quello che sta accadendo oggi, in Gran Bretagna e non solo.

Un paio di ulteriori elementi hanno sicuramente pesato sul voto. Il primo è la minaccia terroristica. Nonostante i toni duri assunti dopo gli attentati degli ultimi giorni, ha pesato sull’immagine della May la riduzione delle forze di polizia, decisa per ragioni di bilancio quando era al Ministero dell’Interno. Un errore che Corbyn non ha mancato di sottolineare durante la campagna elettorale, e che ha reso molto meno credibile il profilo decisionistico della premier.

L’altro elemento è la linea da tenere nei prossimi mesi nelle trattative con l’Unione europea. È evidente infatti che vi saranno riflessi anche nei rapporti con gli altri Paesi europei. La May ha usato parole molto ferme, in queste settimane: è, del resto, sull’onda di un risultato che sorprese l’allora premier conservatore Cameron che si è consumato il passaggio di consegne fra i due. Nelle urne, però, questa posizione non ha pagato. Ne è una riprova il deludente risultato dell’UKIP, in verità in crisi di leadership, che a quanto pare non riuscirebbe a portare a Westminster un solo parlamentare. Il Labour ha invece tenuto sulla Brexit una linea molto più morbida, che ha avuto grandi riscontri soprattutto tra le giovani generazioni, preoccupate da una prospettiva marcatamente isolazionista. La distanza così ridotta fra i primi due partiti rende in definitiva molto più incerto il percorso che il Regno Unito seguirà nel confronto con Bruxelles.

E così la May si troverà a gestire, con tutta probabilità, un esito molto lontano dalle sue iniziali aspettative. È presto per dire se esso avrà conseguenze sul suo stesso destino politico. Certo è che in Parlamento e nel partito Theresa May non avrà d’ora innanzi vita facile. Se i risultati finali non consegneranno ai conservatori una maggioranza chiara, lasciando il Paese sul filo del rasoio (tutto il contrario di quel che si ripete guardando con ammirazione un po’ ingenua quei sistemi politici ed elettorali che garantirebbero maggioranza e governo un minuto dopo la chiusura dei seggi: non è così), la dialettica politica non potrà che accendersi, e non è escluso che anche Londra dovrà misurarsi, nel prossimo futuro, con scenari accompagnati da una accentuata incertezza.

(Il Mattino, 9 giugno 2017)

Labour rivitalizzati. L’impresa di Corbyn

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È come aver trovato un vecchio disco in vinile, averlo messo su un giradischi d’antan e avere all’improvviso scoperto che tutta la musica ascoltata negli ultimi vent’anni su cd e mp3 è semplicemente da buttare. Così appare agli entusiasti sostenitori del Labour Jeremy Corbyn, il leader che ha preso in mano nel 2015 il partito che fu di Tony Blair, nel 2015, per lanciare la sfida di un laburista d’altri tempi alla premier Theresa May, in cerca di una vittoria che sarebbe tanto imprevista quanto clamorosa.

In realtà, tra Blair e Corbyn ci sono stati prima Gordon Brown e poi Ed Miliband. E quando quest’ultimo perse le elezioni, tutto ci si aspettava meno che la vittoria di

dell’outsider Corbyn alle primarie del partito. Vecchio deputato – in Parlamento dall’inizio degli anni Ottanta – su posizioni perennemente di minoranza, pacifiste e socialisteggianti, Corbyn ha invece conquistato il Labour tra ali di giovanilissimo entusiasmo, spostandolo parecchio a sinistra: massicci investimenti pubblici in sanità e trasporti, tassazione pesantemente progressiva dei redditi a scapito dei ceti medio-alti, lotta alla precarietà del lavoro; abolizione delle tasse universitarie, nazionalizzazione delle ferrovie. Rispetto ai programmi socialisti e socialdemocratici di una volta qualche differenza però c’è, e attiene al contesto europeo e internazionale in cui si situa oggi il Regno Unito del dopo Brexit. Perché un conto è muoversi in una fase espansiva, di crescita dell’economia nazionale e internazionale, un altro è proporsi di attuare un programma del genere con la formula, di sovietica memoria, del socialismo in un paese solo. La ritrovata sovranità del Paese (che peraltro nell’Unione europea già godeva, prima del referendum dello scorso anno, di condizioni di particolare favore) è diventata intanto la retorica dominante non solo del partito conservatore, che molla i valori di apertura del liberalismo in nome della sicurezza e di un ritrovato orgoglio nazionale, ma anche dei socialisti in cerca di un rinnovato rapporto con i ceti popolari spaventati dalla immigrazione e stufi delle politiche di austerity, dei tagli alla spesa e della riduzione dei servizi pubblici.

Populismo della più bella marca? Può darsi. Ma se il partito laburista ha virato a sinistra è anche perché le aperture al centro del New Labour, negli anni del blairismo, hanno molto meno senso quando lo spazio politico del centro si riduce, le diseguaglianze aumentano e invece diminuisce l’indice di fiducia (e la stessa consistenza) delle classi medie. Che è quello che sta accadendo oggi, in Gran Bretagna e non solo.

Così Corbyn, col suo ritorno allo Stato e al welfare, forse non vincerà ma intanto convince. O meglio: fra i suoi, cioè nelle primarie per la leadership del Labour party, vince non una ma due volte: nel 2015 e poi di nuovo nel 2016. E lievita il numero degli iscritti al partito. Nonostante i gruppi parlamentari contrari, nonostante Tony Blair (o magari proprio grazie alla sua avversione, visto il discredito in cui in patria è caduto fra gli elettori di sinistra per via delle bugie sulla guerra in Iraq), nonostante lo scetticismo dei grandi giornali, nonostante i sondaggi che gli riconoscono una bassa credibilità come Primo Ministro: nonostante tutto Corbyn si è preso il partito.

Dopodiché le cose di sinistra che ha cominciato a dire hanno fatto breccia, soprattutto nell’elettorato giovanile (con un consenso che presso le giovani generazioni ha viaggiato intorno al 70%). In piazza e nei comizi il vecchio Jeremy, barba brizzolata e maniche rimboccate, ha funzionato alla grande, anche se ingessato dentro l’etichetta ufficiale del Regno, tra un cappellino della Regina Elisabetta e un the a Downing Street, solo in pochi riescono ad immaginarlo.

Questa poi è la ragione per cui Corbyn ha dovuto vincere scetticismi e diffidenze. Che lo si vota a fare un leader che rassicura la propria base sociale di riferimento, ma ha nulle o quasi nulle possibilità di conquistare la maggioranza del Paese?

I critici malevoli hanno perciò paragonato Jeremy Corbyn a Michael Foot. Foot fu un leader molto popolare del partito laburista, che ebbe però la sventura di scontrarsi alle elezioni contro la Lady di Ferro, Margaret Thatcher. E di perdere rovinosamente. Molto amato, molto stimato, Foot aveva grandi capacità oratorie e un profilo morale indiscutibile. Ma parlava solo agli iscritti e ai simpatizzanti tradizionali del partito, senza riuscire a rimescolare almeno un po’ le carte. Ora è vero: Corbyn ha un profilo politico assai simile, ma soprattutto riesce a dare una visione forte dei compiti e degli obiettivi di un partito di sinistra, dopo anni da tutti trascorsi a spiegare che le ideologie sono finite. Invece no. E lui, che sembrava finito ai margini della politica, ha invece potuto conquistare a sorpresa il centro della scena. Un gran risultato, anche se alla fine gli applausi dovessero toccare alla nuova signora della politica britannica.

(Il Mattino, 9 giugno 2017)

Terrore e modernità: le radici dell’Isis spiegate agli occidentali

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Disponiamo di tre paradigmi principali di interpretazione del terrorismo jihadista: il primo può esser fatto risalire alla teorizzazione dello scontro di civiltà del politologo americano Samuel Huntington; il secondo si situa nell’eredità del marxismo, e mette sotto accusa le gravi diseguaglianze economiche e sociali fra le diverse aree del pianeta; il terzo chiama in causa la religione, e più in particolare una certa visione, fortemente eretica, dell’islam. Nessuna di queste interpretazioni è sufficiente: le civiltà non sono blocchi monolitici, la povertà non basta da sola ad armare il terrorista; la religione non è vero affatto che significhi violenza, ogni qual volta voglia darsi una presenza e una rilevanza nella vita pubblica. Queste importanti correzioni si trovano, con dovizia di argomenti, nell’ultimo libro di Donatella Di Cesare, «Terrore e modernità» (Einaudi, € 12), e consentono, tra le altre cose: di opporre forte resistenza alla lettura neo-conservatrice della guerra fra l’Occidente e l’Islam; di spiegare certi sbandamenti della sinistra internazionale, indecisa se riconoscere nell’islamismo radicale un avversario o un alleato nella lotta contro il capitale; di limitare infine le pretese del laicismo di ergersi a unico, comune denominatore dei regimi democratici, col risultato di acuire, invece di risolvere, lo scontro fra cultura religiosa e cultura laica.

Ma il libro è utile anche per altre due ragioni. Perché, in primo luogo, mostra, in una prospettiva storica, il disegno politico entro il quale vanno collocati gli attacchi terroristici recenti, muovendo anzitutto dalle radici teoriche, rintracciabili nel pensiero di Sayyd Qutb (di cui tanto Osama bin Laden quanto il leader dell’autoproclamato Stato islamico, il califfo al-Baghdadi, si sono riconosciuti discepoli), e cioè nel «progetto di una teocrazia assoluta, realizzato nella umma, e affidato a una “avanguardia” rivoluzionaria che, grazie al jihad, deve fare tabula rasa di tutte le ideologie e di tutte le istituzioni precedenti». Ed è utile perché, in secondo luogo, fornisce il contesto più ampio entro il quale provare a comprendere (che non vuol dire giustificare) il fenomeno. Il contesto è descritto da tre parole: globalizzazione, modernità, sovranità. Ciascuna di queste parole designa un tratto tipico della civiltà occidentale, del quale difficilmente potremmo fare a meno: non riusciamo infatti a pensare una forma politica che deponga la categoria della sovranità; non riusciamo a pensare una civiltà che non si autocomprenda come moderna, laica e illuministica; non riusciamo a pensare le sfere dell’economia, della tecnica e della comunicazione se non in termini globali, come fenomeni illimitatamente espansivi. La tesi del libro, però, è che il terrorismo appartiene costitutivamente a questo spazio, ed è dunque illusorio ritenere che più modernità, più globalizzazione, più sovranità bastino a cancellarlo. C’è anzi il rischio che l’«insonnia poliziesca» – così la chiama la Di Cesare con un’immagine felice, presa in prestito dalla filosofia di Emmanuel Lévinas – riduca gli spazi della democrazia. La conclusione del saggio resta così aperta, com’è aperta la storia del mondo, nonostante l’utopia neoliberale della “fine della storia”: da un lato la guerra al terrore sta infatti erodendo le istituzioni democratiche; dall’altro, però, la democrazia mostra di possedere, a differenza dei regimi autocratici, «una sua insita elasticità, che potrebbe dar prova di un’inattesa resistenza nella lunga durata».

(Il Mattino, 6 giugno 2017)

Zarone, lo sguardo e il quadernetto del filosofo

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La filosofia è sempre stata divisa fra oralità e scrittura. C’è una ragione: non c’è magistero che possa esercitarsi fuori del rapporto vivo e diretto fra maestro e allievo. Così è stato anche con Giuseppe Zarone, scomparso tre giorni fa all’età di 77 anni. Non so se sia il suo libro più importante, ma «Metafisica e senso morale», pubblicato sul finire degli anni Ottanta, serba di sicuro la traccia più fedele dell’insegnamento che Zarone teneva sulla cattedra di filosofia morale dell’università di Salerno. Con un quadernetto scritto fittamente, dal quale sollevava lo sguardo luminoso per continue digressioni e commenti, in ore lunghe e tese. Per chiunque si sia laureato in filosofia nell’Ateneo salernitano, quelle lezioni costituivano un passaggio fondamentale, persino decisivo: è difficile incontrare studenti e colleghi che dalla fine degli anni Settanta in poi abbiano frequentato quelle aule, che non ne serbino indelebile il ricordo. Nel percorso che Zarone intraprese in quegli anni – sempre più lontano dalle prime indagini storico-politiche («Bernstein e Weber», «Crisi e critica dello Stato»), sempre più votato verso indagini di carattere speculativo, che in lui si tingevano di una fortissima tensione religiosa («Pensiero e verità», «Il discorso e la parola. Parabole del senso tra Atene e Gerusalemme») – c’è anche, ne sono convinto, una traiettoria significativa: per un verso della storia culturale di Salerno, la cui scena pubblica perse progressivamente molti dei suoi migliori fermenti intellettuali; per altro verso della cultura filosofica italiana, nelle cui vene presero a circolare molto meno Gramsci, molto meno Marx, e molto più Nietzsche e Heidegger.

Rispetto a protagonisti celebrati di quella stagione, Zarone aveva un’ambizione e un desiderio in più: quella di sottrarsi al «démone» dello scrittore, che si esibisce nella pagina come un funambolo sulla corda. Sapeva benissimo di rischiare in questo modo l’indifferenza o l’oblio. Ma era convinto che ai libri dovesse toccare «il dovere dell’anonimato».

A quel paradossale e impossibile dovere Zarone si attenne sempre di più, negli anni. Cercando di sottrarsi per quanto possibile ai vincoli della comunità scientifica, come alle pesanti costrizioni accademiche, e di costruire (insieme a uno degli autori più amati negli ultimi anni, Franz Rosenzweig), il profilo di un uomo «metaetico», alla cui solitudine esistenziale e elevazione interiore – scrisse in un saggio – «la stessa morte fisica non aggiunge più nulla, e lascia del tutto irrisolto l’enigma del vivere e del morire».

Ora, sull’estremo limitare di una vita, credo che sia giusto infrangere questo dovere da parte di chi lo ha sentito come un maestro. Vi sono, nel discorso pubblico, «i lόgoi scientifici e le chiacchiere comuni»: è ancora possibile la parola della filosofia? Zarone credo ne dubitasse, ma, al contempo, riteneva che essa fosse necessaria come l’aria. La cercava nella tradizione del pensiero, ma anche fra i poeti, gli scrittori, i mistici, con un’apertura di orizzonte sorprendente e, per uno studente, persino entusiasmante. Per chiunque volesse non semplicemente imparare la filosofia, ma imparare a filosofare, quella ricerca, ovunque portasse, è stata essenziale.

(Il Mattino, 3 giugno 2017)

Una sfida alla sindrome dei capponi

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Questa legge elettorale s’ha da fare. Nella prima direzione dopo l’elezione a segretario, Matteo Renzi non ha vestito i panni di Don Rodrigo, ma neppure quelli di Don Abbondio. Non ha fatto la faccia feroce, ma non ha neppure mostrato particolari timidezze. E ha subito messo in chiaro: basta logoramento interno: si vota, e ci si attiene alle decisioni assunte a maggioranza. Quanto al matrimonio con Forza Italia e i Cinquestelle è ora – almeno per quanto riguarda il Pd, che lo ha già promosso col voto – molto prossimo ad essere celebrato. C’è anche una data: il 7 luglio. O la nuova legge viene approvata entro quel termine, o non si potrà più fare.

La legge avrà un impianto proporzionale e, a detta di Renzi, due pilastri irrinunciabili: la soglia di sbarramento al 5% e il listino dei nomi bloccati sulla scheda. Per il resto, il segretario non la presenta come l’uovo di Colombo, ma neppure come il figlio prediletto, di cui il padre possa compiacersi. È piuttosto una scelta necessitata, per sfuggire al proporzionalismo puro (grazie alla soglia di sbarramento) non potendo riproporre la scelta del premio di maggioranza (bocciata dalla Consulta, a meno di non collocarla a altezze inarrivabili per gli attuali partiti).

Alla minoranza di Orlando la scelta non è piaciuta. Perché da un lato allontana la possibilità di una ricomposizione del centrosinistra, dal momento che non spinge il Pd a formare una coalizione con l’arcipelago delle formazioni politiche che si muovono alla sinistra del Pd (formazioni che peraltro sono ben lungi dal trovare un accordo anzitutto fra di loro), e dall’altro lascia già intravedere un’intesa di governo con Berlusconi e i settori moderati del centrodestra.

In effetti, l’esito più probabile delle future elezioni è sicuramente in una maggioranza parlamentare composta da due o più forze non omogenee. Se si trattasse solo di questo, bisognerebbe allora concluderne che saremmo ancora dentro il tunnel in cui il Paese si è infilato dopo la caduta dell’ultimo governo Berlusconi. Monti, Letta, Renzi e e da ultimo Gentiloni: tutti loro hanno governato con  pezzi di centrodestra e pezzi di centrosinistra, e, certo, nessuno ha fatto i salti di gioia per questo. Ma è tutto da discutere che sia possibile fare altrimenti, nelle condizioni date, che cioè il sistema politico sia oggi forte abbastanza  per lasciarsi alle spalle questa tormentata fase. Quello che abbiamo è infatti un sistema imperniato intorno a tre o quattro forze maggiori, e un folto gruppo di partiti minori (a volte molto minori, ed esistenti quasi solo in Parlamento), che almeno lo sbarramento consentirà di disboscare.

Renzi aveva provato a far di più, con un disegno insieme elettorale e costituzionale, che però è stato sonoramente bocciato nel referendum (e quanto gli dolga lo si è capito bene ancora ieri, quando gli è scappato di dire che per nuove riforme costituzionali non è il caso di rivolgersi a lui per i prossimi decenni).

Ma è da rivedere anche l’ipotesi che fosse disponibile un’altra formula elettorale in grado di produrre di bel bello il miracolo del centrosinistra unito e soprattutto vincente, quando ancora si avverte nell’aria l’odore del sangue della scissione. Peraltro, qUella di risolvere coi meccanismi elettorali non problemi di governabilità, ma problemi politici di coesione del centrosinistra, più che una scorciatoia è in realtà un vicolo cieco: basta vedere alla voce governi dell’Ulivo e dell’Unione di Romano Prodi per averne immediata conferma.

Insomma: questo passa il convento, ha detto Renzi. Quello che mi piaceva non si è potuto fare. E quello che piace a voi non sta né in cielo né in terra.

Chi invece del sistema tedesco ha offerto in direzione un’altra chiave di lettura, quasi pedagogica, è stato Franceschini. Che non guarda all’accordo come a un male necessario, ma come a un bene possibile. Anzitutto perché, dopo i dirompenti Porcellum e Italicum, imposti a maggioranza, avremmo finalmente una legge elettorale largamente condivisa: non, quindi, fatta contro qualcuno. In secondo luogo perché l’alleanza con le forze più vicine non può essere solo il frutto delle forche caudine delle elezioni. Delle due l’una: o la sinistra radicale non è affatto vicina al Pd, e allora non si capisce perché si dovrebbe fare un accordo elettorale, o è vicina, e allora non si capisce perché dopo non si potrebbe fare un accordo di governo, numeri permettendo.

Il ragionamento fila: non è Franceschini che ieri faceva l’Azzeccagarbugli. E già che ci siamo: la sinistra alla quale Renzi dovrebbe guardare con rinnovato interesse, per non cadere nella tentazione delle larghe intese, somiglia ancora ai quattro capponi di Renzo, che continuavano a beccarsi anche dopo essere finiti a testa in giù. Un sistema tedesco non dà un governo la sera delle elezioni (ma in molti paesi europei, fuor di retorica, è così) ma almeno riduce il numero dei litigiosissimi capponi.

(Il Mattino, 31 maggio 2017)

I Cinquestelle all’esame di maturità

arte concettuale

Prima il convegno di Casaleggio junior, con giornalisti, studiosi, imprenditori; poi Grillo alla marcia di Assisi e relativa professione di francescanesimo, adesso l’incontro con gli arcinemici del Pd per un accordo su una legge elettorale alla tedesca (proporzionale con soglia di sbarramento al 5%). I Cinquestelle vorranno pure fare pulizia di tutto il marciume della vecchia politica, ma non trascurano, intanto, ti mandare messaggi rassicuranti al resto del Paese: il cambiamento sarà radicale per quanto riguarda la classe politica, ma non così radicale da non consentire di presentarsi come un forza ragionevole, preparata, affidabile e di buon senso. Che si tratti dell’euro o dei vaccini, del presidente Trump o della scuola, le posizioni pentastellate virano verso lidi più tranquilli: non sono più spudoratamente contro i vaccini o contro l’euro; non sono più acriticamente entusiasti dell’uomo forte ma neanche ideologicamente contrari alla scuola privata. Quel che fortissimamente vogliono sono in fondo soltanto due cose o tre: il reddito di cittadinanza, un’economia sostenibile e, va da sé, la fine dei partiti politici così come li abbiamo conosciuti. Ma un simile programma è perfettamente compatibile con parole rispettose nei confronti del Capo dello Stato (decisivo in questa delicata fase di fine legislatura)  e commenti amorevolissimi nei confronti del Pontefice (perché ancora esiste un elettorato cattolico). Mandati messaggi di grande equilibrio, si può anche avviare la trattativa sulla legge elettorale: ovviamente nelle sedi istituzionali e senza streaming.

Si tratta di un atteggiamento sicuramente più responsabile, anzitutto perché rimanda a data da destinarsi la più esacerbata professione di fede “roussoviana”, fatta di democrazia diretta, mandato imperativo e qualche vaffa day (che, a dire il vero, nel «Contratto sociale» di Rousseau non erano previsti). Anche il Movimento Cinquestelle si dota insomma di un programma di massima e di un programma di minima: quest’ultimo è quello che serve per accreditarsi come forza di governo e stringere accordi almeno in materia elettorale; quell’altro viene ancora utilizzato per incanalare la protesta e raccogliere tutti gli umori antipolitici del Paese. E rimane attivo, anzi attivissimo, al punto che la proposta di Grillo sul sistema tedesco è molto furbescamente accompagnata da un’altra proposta, sulla data del voto: che sia prima, assolutamente prima del 15 settembre, perché dopo scatterebbero i cosiddetti vitalizi dei parlamentari. Ora, se anche il voto cadesse davvero prima di quella data, già complicata di per sé, non sarebbe sufficiente allo scopo se poi non si convocasse il nuovo Parlamento in fretta e furia, per impedire ai vecchi onorevoli di conquistare l’agognata pensione in regime di prorogatio.  Ma questi sono particolari che non cambiano il senso del conto alla rovescia che campeggia sul blog di Grillo: al momento in cui scrivo apprendo non solo che a Grillo va bene il proporzionale alla tedesca, ma pure che «mancano 108 giorni, 19 ore, 28 minuti e 32 secondi alla pensione privilegiata dei parlamentari».

Una nuova legge elettorale che riduca la frammentazione del sistema politico sarebbe, comunque, un passo avanti. E sarebbe importante che PD, Forza Italia, Lega e M5S lo compissero insieme. Certo, la direzione maggioritaria che il Pd renziano aveva intrapreso, non ha superato lo scoglio del referendum del 4 dicembre. Ma è sempre più chiaro che un congegno elettorale non basta, nell’attuale quadro politico e istituzionale, per assicurare la governabilità del Paese. È ragionevole prevedere allora che, all’indomani delle elezioni, le forze maggiori dovranno trovare un qualche accordo perché la nave della prossima legislatura prenda il largo. Ma affrontare la fase parlamentare che seguirà in forza di un sistema di voto adottato sulla base di un’intesa larga, fra tutte o quasi le maggiori formazioni politiche, renderà perlomeno spuntato l’argomento dell’orrido inciucio che da una ventina d’anni a questa parte viene sollevato contro ogni sorta di accordo che venga tentato per uscire dallo stallo attuale. Persino il Movimento dovrà convenirne, e il fatto che sembri oggi disponibile a condividere con gli altri partiti una scelta sul sistema elettorale di questo rilievo, se non é frutto di mera furbizia tattica (e soprattutto se Grillo non si sfilerà alla prima occasione utile, magari proprio per via del count-down) rappresenta sicuramente un’ottima notizia. Non si tratta della «costituzionalizzazione» dei pentastellati, al cui interno rimangono sin troppe opacità – dal ruolo del Capo alla gestione della piattaforma, dalle regole sulle espulsioni ai rapporti con la stampa – ma di sicuro è una sorta di candidatura a svolgere non più un ruolo di squilibrio è rottura del vecchio sistema, ma un possibile ruolo di equilibrio e di costruzione del nuovo sistema.

(Il Mattino, 30 maggio 2017)

De Magistris e l’autogoverno irresponsabile

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La distanza fra la cifra amministrativa della giunta de Magistris e quella politica si allarga. Il Rendiconto di Bilancio passa, la maggioranza applaude, il sindaco ringrazia l’assessore Salvatore Palma per il suo straordinario lavoro, e poi lo congeda con un ultimo saluto. Licenziato. E per dar conto di una decisione altrimenti incomprensibile si appella al contesto «di una crescita non solo amministrativa ma anche politica». Le due cose in realtà non camminano affatto insieme, perché il sindaco è costretto dai mutati e sempre precari equilibri politici a sacrificare proprio l’uomo che teneva i conti, e li teneva su un crinale sempre molto sottile, col baratro del dissesto finanziario non troppo lontano. Ora c’è da augurarsi che il nuovo arrivato, Enrico Panini, trovi subito il filo della matassa, ma certo non si tratta di una mossa ispirata anzitutto all’efficienza e all’efficacia dell’azione di governo.

Quello che è accaduto in aula, non è in realtà molto diverso dal senso complessivo che questa seconda sindacatura sta sempre più assumendo. La sua formula è quella della proporzione inversa: quanto più impegno politico, tanto meno rendiconto amministrativo. Il terreno sul quale Luigi de Magistris cerca e mantiene il rapporto con la città non è infatti quello del risanamento dei conti pubblici, o dell’innalzamento della qualità dei servizi: non si misura con i minuti di attesa dei bus o con il volume delle dismissioni immobiliari. Il Sindaco confida sul consenso di cui gode ancora un’esperienza dalla forte caratura ideologica, mantenuta in connessione con umori e passioni popolari vivi e vitali, che fanno fronte comune nell’orientarsi di volta in volta contro il governo, i poteri forti, il pensiero unico liberista: comunque ben oltre il quadro di responsabilità amministrative di cui un Sindaco è chiamato a rispondere. Di cosa infatti risponde De Magistris? Di orgoglio partenopeo, che sa muovere e suscitare, di attuazione democratica della costituzione, che non è chiarissimo come possa dipendere dalle delibere di una giunta comunale, di processi di distribuzione del potere al popolo, qualunque cosa ciò significhi, e di una politica dell’onestà e delle mani pulite, che rimane la tonalità comune di tutto il malcontento nei confronti delle classi dirigenti. Salvatore Palma stava un passo dietro la roboante retorica del Sindaco, per controllare che l’azione amministrativa non deragliasse del tutto. Ora, quando il Sindaco si volterà per avere almeno un parere tecnico in più, quel parere non lo avrà più dal suo assessore al bilancio.

Il tema dei rapporti tra tecnica e politica non può – è vero – esaurirsi in una forma di supplenza della prima ai danni della seconda. Non è vero neppure che ai servizi sociali debba esserci per forza un sociologo o che all’assessorato ai giovani debbano essere esclusi gli over 50. Per lo stesso motivo, al bilancio non deve andarci per forza un revisore dei conti. Ma nella decisione assunta ieri si tratta, per un verso, di puntellare una maggioranza con l’ingresso di nuove formazioni, in un gioco ad incastro che la frammentazione della rappresentanza in seno al consiglio comunale rende sempre più difficile; per altro verso, si tratta della via d’uscita più frequentata dal sindaco, quando viene messo dinanzi a problemi politici reali: spostare altrove il fuoco dell’attenzione.

Lo si è visto bene anche nelle ultime battute polemiche che ha riservato al governo. Gli omicidi commessi in città negli ultimi giorni hanno suscitato un nuovo allarme. Qual è stata la risposta del Sindaco? Invocare più forse e più risorse da parte del governo, per assicurare un più efficace controllo del territorio. Ora, è comprensibile e anzi giusto che il primo cittadino si affidi anzitutto all’azione repressiva delle forze dell’ordine (anche se il ministro della Giustizia Orlando ha prontamente replicato che l’attenzione del governo per i problemi dell’area napoletana non è affatto mancata in questi anni), ma che dire delle misure che il decreto Minniti ha introdotto mettendo in capo ai sindaci nuovi strumenti per assicurare l’ordine pubblico e il rispetto della legge nelle aree urbane? Il Sindaco di Napoli le rigetta: non ne vuole sapere, non è lui che vuole fare la guerra ai parcheggiatori abusivi e alle occupazioni illegali. Il che è certo coerente con la sua ideologia comunarda e la sua passione per i centri sociali, ma stride con lo scaricabarile di cui si rende protagonista quando accolla tutti gli oneri del rispetto della legge alle istituzioni dello Stato.

Allora De Magistris la butta in politica. E funziona così: che un conto è il governo, ben altro è l’autogoverno. Il primo è chiamato a rispondere ed è subissato di critiche; il secondo non risponde se non della felicità e dell’amore dei napoletani. Perché allora meravigliarsi se l’insorgenza partenopea può fare a meno di un rigoroso assessore al Bilancio? Non è in fondo durato già troppo?

(Il Mattino, 28 maggio 2017)