L’incerto dialogo

Dell'essere e del possibile

Dialoghi che incorniciano saggi. Saggi che intrecciano figure del mito e della poesia, scrittori e filosofi, immagini e concetti. A intervenire nella conversazione che funge da prologo un regista, un attore e un’attrice; e poi un pittore, uno scienziato, un poeta, un amico filosofo e un narratore: Per lumi sparsi, l’ultimo libro di Vincenzo Vitiello (per Moretti & Vitali) costringe a domandarsi ancora una volta perché la filosofia abbia abbandonato la forma dialogica che gli diede, al suo sorgere, Platone…: su Il Foglio, 20 agosto 2018

Reazionari, avanti

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Reazionaria, non conservatrice. Galli della Loggia, sul Corriere della Sera, l’altro giorno si è tenuto prudente, ma avrebbe potuto fare un passo ancora più deciso, e suggerire alla sinistra di prendere, nel suo confuso muoversi in cerca di una diversa identità, una direzione schiettamente: su Il Foglio del 5 agosto 2018:

Le grida per la piazza e la notte del diritto

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L’approvazione in Consiglio dei Ministri del ddl anticorruzione – la “Legge Spazza Corrotti”, nella energica denominazione scelta dai Cinque Stelle – è solo il primo passo. I passi successivi si compiranno in Parlamento, e si sa che, specie in materia di giustizia, non è detto affatto che i provvedimenti escano così come vi entrano. Tanto più che, a quel che si apprende, Salvini non ha partecipato al Consiglio dei Ministri, marcando così una presa di distanza dal disegno di legge: forse, prima ancora che nel merito, nella filosofia che lo ispira.
La filosofia, infatti, è tutta targata Cinque Stelle. È farina del loro sacco. È il precipitato diretto del loro dichiarato furore giustizialistico. E il modo in cui è stato annunciato il ddl, del resto, chiarisce bene le intenzioni del Movimento. Luigi Di Maio ha scritto infatti, nei giorni scorsi, che “la legge è la prima seria misura contro la corruzione che viene discussa in Italia dal dopoguerra ad oggi. Praticamente non lascia alcuno scampo a chi corrompe e a chi viene corrotto. Per cui, in sostanza, corrompere non conviene più. A nessuno e in nessun caso”. Un simile, roboante giudizio – dal dopoguerra ad oggi! Nessuno scampo! Non conviene più a nessuno! – poggerebbe principalmente da tre cose: sull’inasprimento delle pene, sull’impiego dell’agente sotto copertura, sul Daspo ai corrotti. Ora, è lecito dubitare fortemente che, grazie allo “Spazza Corrotti”, l’Italia scalerà rapidamente le posizioni che vedono malinconicamente il nostro Paese nei bassifondi delle classifiche internazionali, quanto a trasparenza e rispetto della legalità nell’azione di politici e amministratori pubblici (pure sul valore di queste classifiche, che in genere si basano sulla corruzione percepita, è lecito nutrire dubbi: ma questa è un’altra storia). Che non siano i massimi edittali a spaventare i malandrini è cosa nota, infatti, soprattutto se non si agisce dal lato dell’efficienza e velocità dei processi. Che sia facile “infiltrare” non un’associazione a delinquere, ma un patto a due, in cui corrotto e corruttore sono ovviamente solidali l’uno con l’altro né hanno motivo di mettere terzi a parte della cosa è, pure questa, una seria obiezione alla strada presa dal governo. Se infine il Daspo, il bando dai rapporti con la pubblica amministrazione per i corrotti, abbia un decisivo effetto deterrente si vedrà, ma molto dipende dal modo in cui viene modulato.
La strada scelta, in realtà, non modula un bel nulla. Il ministro Bonafede ha infatti tenuto duro: Daspo a vita per reati sopra i due anni. Le forti perplessità della Lega non sono state evidentemente superate, se Salvini ha preferito chiamarsi fuori, mentre quelle della dottrina costituzionalistica avranno sicuramente modo di accompagnare il provvedimento durante l’esame in Commissione e in Aula.
È chiaro però che, anche in questo caso, conta anzitutto l’effetto performativo dell’annuncio, che segna un punto politico, contro cui poco possono, almeno per il momento, gli argomenti in punta di diritto, le preoccupazioni per le garanzie degli imputati, i dubbi di costituzionalità. Noi siamo quelli che la lotta alla corruzione la fanno finalmente sul serio, senza guardare in faccia a nessuno, vogliono dare ad intendere i Cinque Stelle, accarezzando così l’opinione pubblica per il verso dal quale la si accarezza dai tempi di Mani pulite. Perché è da allora che si affronta il tema della corruzione in un modo principalmente declamatorio, chiedendo sempre nuovi strumenti repressivi, ma poco o nulla cambiando nel modo in cui si organizzano i poteri pubblici, le procedure amministrative, le condotte politiche.
Certo, i Cinque Stelle sono arrivati al potere promettendo il sospirato cambiamento anzitutto su questo terreno, facendo valere con forza  l’equazione: politica uguale corruzione. La legge “Spazza Corrotti” dovrebbe perciò spazzare via tutti quei politici e amministratori che, come disse mirabilmente Davigo una volta, non sono dentro solo perché non sono stati ancora presi. Ora – dicono i Cinque Stelle – saranno presi, finalmente. Anzi, siccome più non conviene corrompere: d’ora in poi non ci proveranno nemmeno.
Che sarebbe, indubbiamente, cosa buona e giusta. Meno buono e meno giusto, però, è che la guida del Paese la si conquisti e la si continui a tenere ergendosi a inflessibili paladini della virtù.
Ci sono infatti troppi esempi, nella storia, di come le cose finiscano male quando si governa in forza di discriminanti morali, per non essere preoccupati, ancor prima che nel merito, dalla filosofia che ispira lo Spazza Corrotti di Bonafede e Di Maio.
(Il Mattino, 7 settembre 2018)

Se il Pd sogna e resta fuori dal mondo

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L’orizzonte è quello della fine della democrazia. Walter Veltroni evoca su «Repubblica» gli scenari più cupi – Weimar, l’ascesa del nazismo, 68 milioni di morti e la Shoah – per dare l’allarme e dire che in Italia (e in Europa) è ormai salita al potere «la destra più estrema». Dopodiché invita il Pd a ritrovare ciò che ha perduto: un sogno e un popolo. Se però si lasciano da parte i paragoni storici, si trova che, al dunque, quel che Veltroni suggerisce, oltre che di sognare e di riconquistare il popolo con i sogni, è di rottamare la rottamazione (cioè Renzi) da una parte, e riconsiderare il rapporto con i Cinque Stelle dall’altra, dal momento che molti dei voti grillini del 2018 sono voti che dieci anni fa erano andati al Pd (guidato appunto da Veltroni).

Ci sono dunque tre cose: l’incipiente fine della democrazia da scongiurare, il popolo fuggito sotto le insegne pentastellate da riconquistare, il sogno ancora da sognare del Pd – dopo, così si capisce, l’incubo renziano. Le prime due dipendono dall’ultima, dalla capacità del Pd di riaccendere un sogno, ma su tutte e tre è il caso di dire forse qualche parola a commento.

Sulla prima, la fine della democrazia. Se l’evocazione storica ha un senso, allora è ridicolo prendersela solo con Renzi e la rottamazione. Se in gioco sono ormai le libertà e i diritti civili, allora è davvero poca cosa scrivere un articolo per il giornale. Se all’orizzonte si annunciano scenari catastrofici, allora ci vogliono ben altro che le giaculatorie degli ex segretari. Se la fine dell’Unione europea è la fine della civiltà, allora il livello della mobilitazione deve essere proporzionato. Certo, l’erosione degli istituti della democrazia rappresentativa è sotto gli occhi di tutti, ma pone un problema di manutenzione e di riforme, non di resistenza e lotta armata.

Sul popolo fuggito dal recinto della sinistra Veltroni cade invece in una non piccola incongruenza. Cita infatti il bel libro dello storico William Allen su come si diventa nazisti, in cui si mostra minutamente come in Germania, in una storica roccaforte della sinistra tedesca, i nazisti passarono nel giro di pochi anni dal 5% al 62,3%. Ma dimentica di osservare che allora si sarebbe potuto parimenti dire, in quel frangente, che compito della sinistra era di riconsiderare i molti errori fatti nel rapporto con il nazismo, visto che i voti andati a Hitler erano voti di sinistra. In realtà, né allora né ora i voti sono di sinistra o di destra, nel senso di un’identità o di un’appartenenza che rimarrebbe tale anche quando il voto passa da una parte all’altra. E come i votanti di sinistra per Hitler non mutarono la natura di destra estrema del nazionalsocialismo, così i voti di sinistra ai Cinque Stelle non fanno dei Cinque Stelle una forza politica di sinistra.

Sulla terza, infine, cioè sul sogno democratico. Veltroni evoca con nostalgia e rimpianto l’oceanica manifestazione del Circo Massimo dell’ottobre 2008, dopo che il Pd era finito all’opposizione. A me viene in mente invece il famoso discorso che pronunciò al Lingotto nel marzo 2007, per annunciare la sua candidatura alla guida del Pd. A leggerlo oggi, infatti, viene da chiedersi come fu possibile che non vi fosse in esso alcun sentore della crisi epocale che di lì a poco si sarebbe abbattuta sul Paese, e sull’Occidente tutto. Tutto stava cambiando, ma in quel discorso non ce n’è la minima avvisaglia. Non si parla di crisi, il nazionalismo è considerato semplicemente anacronistico, la parola immigrazione non compare. Il Pd nacque insomma senza la consapevolezza storica della fase che si stava aprendo, delle sfide alle quali sarebbe stato chiamato, degli avversari che avrebbe dovuto fronteggiare. Nacque, certo, riformista, europeista, progressista, ma in fortissima distonia rispetto ai tempi che avrebbe poi dovuto vivere. Non fa dunque meraviglia che non abbia mai vinto le elezioni politiche in Italia (benché sia andato al governo). Al Lingotto, Veltroni fu molto attento a non pronunciare nemmeno il nome del leader del centrodestra, Berlusconi, con l’idea che ormai appartenesse al passato. Il risultato fu non solo che il Cavaliere ebbe comunque la meglio (salvo non riuscire a terminare la legislatura e uscire a sua volta di scena), ma che i veri avversari, di più lungo periodo, rimasero senza nomi e non riconosciuti. Ora Veltroni improvvisamente li vede, e propone di chiamarli «destra estrema», quando invece è la modificazione in senso populistico delle strutture democratiche quella che deve anzitutto preoccupare. E rispetto ad essa la sinistra non ha alcuna, vera preparazione (mentre sa mettere il pilota automatico se si tratta di ricostruire il fronte antifascista). Ma è difficile che, senza una chiara definizione delle linee di frattura lungo le quali corre il confronto politico, possa bastare un sogno per ritrovare un popolo. La famosa domanda di Marzullo – la vita è un sogno o i sogni aiutano a vivere? – in politica merita infatti una sola risposta, purtroppo: né l’una cosa né l’altra.

(Il Mattino, 30 agosto 2018)

Le ragioni dell’economia e della politica

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Che succede, dopo Genova? Sulla strada della formazione del nuovo Esecutivo, l’incidente Savona aveva costretto la nascente maggioranza giallo-verde a fornire qualche rassicurazione in più circa le proprie intenzioni. Gli accenti fortemente critici nei confronti di Bruxelles e dell’egemonia tedesca sull’Europa non dovevano essere intesi come l’espressione della volontà di uscire dall’euro. La scelta di Giovanni Tria al ministero dell’Economia aveva il significato di fornire garanzie sulla volontà di preservare la tenuta dei conti pubblici, nonostante l’ampio programma di spesa – dal reddito di cittadinanza alla flat tax, passando per l’abolizione della Fornero – contenuto nel contratto di governo.

Ebbene, il disastro di Genova sembra aver impresso una nuova direzione alla compagine governativa, più vicina ai propositi iniziali. L’incolumità degli italiani non può essere sacrificata in nome del rigore. Gli investimenti pubblici necessari all’ammodernamento infrastrutturale e alla messa in sicurezza del territorio non possono essere sottoposti al diktat di Bruxelles. La revoca della concessione ad Autostrade non può essere subordinata a ragionieristiche analisi di costo. E così via: al di là dei toni e delle dichiarazioni più o meno opportune rilasciate sull’onda dell’emozione, e dell’indignazione, la maggioranza pare essersi convinta definitivamente che la politica ha le sue ragioni, e se l’economia non le riconosce, allora tanto peggio per l’economia.

Ovviamente, il significato della parola d’ordine che ha impresso il suo sigillo a questa fase – prima gli italiani! – non va inteso come se, in nome della Nazione, si fosse disposti a mandare sottosopra le finanze del Paese. Anzi: la tesi è che, proprio al contrario, privarsi della sovranità sulla moneta, seguire pedissequamente i dettami europei, imporsi l’amara medicina del rigore finanziario, prendere per oro colato tutto quello che veniva da Bruxelles ha impoverito l’Italia. Lungi dall’irrobustirne la tempra, ne ha fiaccato la fibra. Questo governo si è dunque proposto di invertire decisamente la marcia, ed è anche confortato dal fatto che vede crescere il suo consenso ogni volta che rende più esplicita e più pronunciata la volontà di rottura rispetto al corso delle politiche degli ultimi anni (e, va da sé, anche ogni volta che prende le distanze dai protagonisti di quella stagione).

Ora, però, un conto è il consenso popolare che legittima e dà forza alle prese di posizioni giallo-verde; un altro sono i margini di manovra effettivi che questo governo ha dinanzi. Quei margini possono forse essere un poco ampliati, e una retorica intransigente (populista: osiamo la parola) può essere adottata allo scopo; ma non possono certo essere cancellati d’un sol tratto, grazie a un bagno di folla. Questa prova di realtà non è ancora venuta, e ad essa non ci si prepara soltanto mettendo le mani avanti, alimentando cioè timori e preoccupazioni circa quel che ci aspetta a settembre: lo spread che sale, le agenzie di rating che declassano l’Italia, le mire occhiute degli speculatori che ci azzannano per la giugulare, la Bce che volta le spalle e non viene più in nostro soccorso, e via evocando fantasmi. Il capitale di fiducia di cui un Paese gode sui mercati e nel consenso internazionale è una risorsa preziosa, e soprattutto è una risorsa limitata. Prima di gettarsi nella mischia con l’elmetto calato occorre pensarci bene. Il primato della politica è una cosa, il misconoscimento del principio di realtà un’altra.

Eppure, c’è qualcosa, nel modo in cui si è mossa l’opinione pubblica dopo i fatti di Genova, che somiglia più alla costruzione di un alibi, che non a una meditata riflessione sulle strategie da adottare. È per l’appunto il credito dato all’idea che non si diano condizioni sotto le quali debbano essere definite le scelte fondamentali del Paese: in tema di flussi migratori come in tema di flussi finanziari. Ma se nel primo caso a soffrirne sembra essere solo la coscienza civile (per quanto anche il saldo demografico sia una questione economica di primo peso), nel secondo caso a finire sotto pressione è l’equilibrio dei conti pubblici. Se la strada scelta non è quello di farlo saltare, per ricominciare da un’altra parte – per esempio: con un’altra moneta –, allora forse non è inutile mandare ogni tanto qualche robusto segnale che, oltre a revocare costi quel che costi, oltre a nazionalizzare costi quel che costi, oltre a fare qui e a non fare là ponti e ferrovie (sempre: costi quel che costi), ogni tanto un occhio a questi benedetti costi, e all’indirizzo generale di politica economica, questo governo non dimentica di darlo.

(Il Mattino, 21 agosto 2018)

Ma l’intesa con il Sindaco si decide comunque a Roma

roma città moderna

Quel che fino a poche settimane fa poteva essere soltanto congetturato si è fatto ormai esplicito nelle parole del Sindaco di Napoli, che al «Mattino» ha indicato chiaramente il percorso di dialogo e, possibilmente, di collaborazione con il Movimento Cinque Stelle che intende osservare di qui alle prossime regionali del 2020. De Magistris non ha solo messo da parte i dinieghi che fino a poco tempo fa opponeva a chi gli chiedeva di una sua candidatura per Palazzo Santa Lucia; ha anche aggiunto un paio di tasselli al puzzle che si dovrà comporre nei prossimi mesi. Il primo, il più importante, riguarda la sua successione. Una rosa di nomi, ovviamente, non c’è ancora. Ma c’è, di tutta evidenza, la disponibilità a scegliere per Palazzo San Giacomo un petalo pentastellato. Il «do ut des» è trasparente: se avrò il sostegno dei Cinque Stelle nella sfida contro De Luca, darò il mio sostegno ai Cinque Stelle quando si correrà per la poltrona di primo cittadino. Un patto politico forte deve distendersi in un arco temporale lungo, che per De Magistris può cominciare a delinearsi già l’anno prossimo, con le elezioni europee.

L’altro tassello riguarda il rapporto con il governo, in cui i Cinque Stelle siedono insieme alla Lega. Dalle parole del Sindaco si capisce già quanto poco la circostanza lo imbarazzi: con Palazzo Chigi si mantengono rapporti istituzionali, e si lavora con sano pragmatismo. I toni che De Magistris usava con Renzi (Napoli città derenzizzata), già attutiti nei confronti di Gentiloni, non saranno mai riservati al premier Conte e alla coalizione giallo-verde. Quel che per il Sindaco davvero conta, del resto, è la prossimità con l’elettorato grillino, non la lontananza da quello leghista.

Se son rose, dunque, fioriranno. Ma che le rose abbiano spine è legge della botanica, e della politica insieme. La spina più puntuta è rappresentata dalle divisioni all’interno del Movimento. Per un Fico che dialoga fittamente con il Sindaco, c’è infatti una Ciarambino, vicina a Di Maio, che tutta questa corrispondenza di amorosi sensi, questo trasporto sentimentale verso De Magistris, questo afflato verso gli scapigliati arancioni napoletani proprio non lo sente. Ovviamente il Sindaco non vi fa alcun cenno: né da presso né da lungi. Non nega però di aver da tempo intavolato un confronto con il Presidente della Camera, e anzi con nonchalance butta la cosa lì, come se tutto il Movimento dovesse sentirsi rappresentato dal suo più alto esponente nelle istituzioni.

Le cose, però, non stanno affatto così: tutti lo sanno. Tutti sanno che Fico non è entusiasta dei coinquilini leghisti al governo, e nemmeno De Magistris lo è. Tutti sanno che Fico ha una sensibilità di sinistra su alcune questioni, come quella dell’accoglienza ai migranti, che lo avvicina parecchio a De Magistris. Tutti sanno anche, però, che la posizione di Fico nel Movimento non segue pedissequamente la disciplina governista. Lo schema della lotta interna al Movimento vede infatti i cosiddetti ortodossi distinti e distanti dai governisti: i primi costretti a parlare sottovoce; i secondi, capeggiati dal vicepremier Di Maio, a fare insieme alla Lega l’agenda dell’Esecutivo, tenendo in pugno il Movimento anche grazie all’appoggio decisivo della Casaleggio Associati.

Se da un simile nodo dipende il futuro della collaborazione fra il Movimento e De Magistris, è difficile che i giochi si potranno chiudere presto, come sarebbe negli auspici del Sindaco di Napoli, il quale – come si diceva – vorrebbe tanto fare delle elezioni europee l’occasione per una prima saldatura con il Movimento. Molto più probabile è però che l’appuntamento del prossimo anno serva alla maggioranza per testare le scelte «sovraniste» di questi mesi: l’avvicinamento strategico, qualora fosse corroborato da un buon risultato alle elezioni, potrebbe ulteriormente rafforzare la parte di Di Maio e rendere inutile assecondare i desiderata sinistrorsi della parte di Fico. Se invece il quadro politico nazionale dovesse significativamente mutare, o anche solo non premiare particolarmente la performance grillina di questi mesi, allora il Movimento potrebbe trovarsi meno allineato e coperto dietro la leadership del vicepremier. O più semplicemente potrebbe divenire necessario allentare l’abbraccio leghista.

Difficile fare previsioni, se non su un punto: ad onta della retorica sulla democrazia diretta, i meetup e il blog del movimento, è molto probabile che sarà comunque a Roma, in una chiacchierata fra i capi del Movimento, che si deciderà la partita politica di ogni eventuale alleanza. Qualunque cosa i militanti grillini vorranno votare online.

(Il Mattino, 17 agosto 2018)

Perché i Cinque Stelle vogliono così bene a Dema?

Che ne direste se vi offrissero un salvacondotto per arrivare senza troppi patemi di bilancio fino al 2020, in modo che il Palazzo di Città non vi frani addosso prima che voi lo abbiate lasciato per tentare l’assalto alla Regione? È quel che è accaduto nei giorni scorsi, e il Sindaco di Napoli, non può essersene troppo dispiaciuto. Anzi. L’emendamento presentato dal M5S al Senato è una bella boccata di ossigeno per De Magistris: niente sanzioni per i pastrocchi degli anni scorsi, e possibilità di presentare un nuovo piano di rientro dal debito. È come se a uno studente pluriripetente si fosse offerto di tenere aperta la sessione di esami apposta per lui, onde consentirgli di provare l’ennesima volta a sostenere la prova.
Cui prodest? A De Magistris di sicuro; alla città, forse, ma solo se nel tempo guadagnato mutassero indirizzi di governo e politiche amministrative. Ma ai Cinque Stelle? A cosa si deve questo atteggiamento conciliante nei confronti del Sindaco arancione? Come mai un simile appeasement? La spiegazione più naturale, quasi ovvia, è la seguente: ai grillini non dispiace affatto che a sfidare De Luca alle prossime Regionali sia il Sindaco partenopeo. Mentre infatti a De Luca non risparmiano un’opposizione dura, dai toni spesso gridati, con De Magistris non si registrano eccessi polemici. Del resto, se già alle scorse elezioni fu chiamato, a sbarrargli la strada, nientedimeno che Brambilla Matteo, monzese di provata fede juventina, qualcosa vorrà pur dire.
Ma anche a voler assumere che le cose stiano proprio così, che i Cinque Stelle abbiano deciso di puntare su De Magistris – oppure di puntare, anche per Palazzo Santa Lucia, su un Matteo Brambilla qualunque – rimane da capire perché. Perché, pur essendo di gran lunga il primo partito in Regione, avendo ormai, in base all’ultimo voto alle politiche, il favore di circa la metà dell’elettorato, dovrebbero rinunciare a mettere in campo una proposta politica forte?
Credo che vi siano almeno tre ragioni, più una quarta meno confessabile. La prima ragione è la forza che le personalità in campo esprimono, e il tipo di consenso che raccolgono. La notorietà di cui godono sia De Magistris che De Luca è ampia, e il loro consenso non coincide affatto con i confini di un partito (o di una somma di partiti). Questo significa che la competizione per la Presidenza delle Regionali sarà decisa anche (non solo, ma anche) in base a un fattore personale, a un indice di popolarità di cui, in questo momento, nessun esponente pentastellato (che non sia già impegnato in ruoli istituzionali o di governo)  gode.
La seconda ragione è legata al timore, storicamente fondato, che le performance del Movimento possano ancora essere alle amministrative significativamente più basse che alle elezioni politiche. Per giunta, il voto regionale sarà una sorta di voto di metà mandato per il governo giallo-verde (sempre che l’esecutivo riesca ad arrivare fin lì: è presto per dirlo). Tradizionalmente, il voto di mid-term penalizza la maggioranza al governo: vi è dunque motivo di pensare, per i Cinque Stelle, che le Regionali non saranno una vittoria scontata, a mani basse.
La terza ragione riguarda specificamente il profilo di De Magistris, contro cui non può essere sollevata la tradizionale retorica grillina: né il giustizialismo né il populismo anti-Casta possono attecchire contro di lui, che anzi è ben disponibile ad usarli a sua volta. Quanto alle tematiche ambientaliste, su cui il pedigree del Sindaco non è impeccabile, per via di una raccolta differenziata ben lontana dai proclami iniziali, sono semmai i grillini ad averle lasciate scivolare in secondo piano. Al tirar delle somme, comunque, vi sono correnti che si intersecano nel crogiuolo populista e movimentista al quale gli uni, e l’altro, attingono.
Per tutte queste ragioni, l’idea che si possa firmare con De Magistris una sorta di benevola desistenza è sicuramente sul tavolo. Anche perché vi è un’ultima ragione, quella più maliziosa: per controllare la piazza napoletana, non potendo scendere in campo ora, ma volendo riservarsi di farlo a un giro successivo, è molto meglio che la poltrona di Palazzo Santa Lucia non sia occupata da un grillino. Tanto più se il primo nome che potresti spendere è l’ideale campione dell’ala sinistra del Movimento, la più vicina e simpatetica con i ‘rivoluzionari’ napoletani: dico il Presidente Fico, già immusonito dal governo con la Lega. Non è meglio, staranno pensando dalle parti della Casaleggio & Associati, tenerselo buono, lasciandogli aperte prospettive future? Che se invece le cose dovessero precipitare in modo traumatico, sul piano nazionale, non sarebbe più facile, a quel punto, spendere il suo nome per riprendersi i voti (quasi) promessi a De Magistris? In un caso e nell’altro, ora si capisce meglio a chi giova allentare un po’ le briglie a De Magistris, sia o no lui il cavallo che dovrà scendere in pista nel 2020.
(Il Mattino 7 agosto 2018)

Se i giovani che emigrano non sono un’emrgenza

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Uno tsunami: è in questi termini che Svimez presenta ormai da tempo i dati che riguardano la demografia nel Mezzogiorno. Uno tsunami, oppure una desertificazione crescente: una metafora non dice meglio dell’altra che cosa accade da anni, e cosa conferma anche il Rapporto 2018, anticipato ieri alla stampa.

E subito il paradosso si fa stridente: di cosa dovremmo anzitutto preoccuparci, dei migranti che a migliaia arrivano in Italia dal mare, o non piuttosto delle decine e decine di migliaia di meridionali che ogni anno lasciano il Sud?

Il benaltrismo, com’è noto, è un modo di svicolare dai problemi, e quindi val poco dire che ben altre sono le emergenze. Quindi: si consideri pure un grande motivo di preoccupazione i flussi migratori incontrollati. Però per chi ha responsabilità di governo, ma più in generale per la classe dirigente di questo Paese, qualcosa dovrebbe pur significare la fuga di quasi due milioni di cittadini italiani, che nel giro degli ultimi 16 anni hanno lasciato il Mezzogiorno.

16 anni vuol dire che c’entra, naturalmente, la crisi economica e finanziaria del 2007-2008, ma vuol dire pure che l’esodo è cominciato prima, che i ritardi dell’economia italiana e il divario fra il Nord e il Sud, che ha ripreso negli ultimi decenni ad allargarsi, gravano da prima e da più tempo.

E chiamano in causa la storia di questo Paese, il modo in cui la questione meridionale è lentamente ma inesorabilmente scivolata fuori dai radar della politica italiana nell’ultimo quarto di secolo. Al punto da venire a noia, da essere percepita come una fastidiosa litania che si ripete stancamente sempre uguale a se stessa. E invece le cose non sono uguali, e anzi negli ultimi anni sono peggiorate. Così, uno dei motivi di fondo dell’identità repubblicana post-bellica, uno dei fondamenti della sua stessa legittimazione democratica, è, di fatto, venuto meno. Gli stranieri, da questo punto di vista, non c’entrano per nulla.

Dallo Stato unitario in poi, il Mezzogiorno è stato infatti interessato da un’emigrazione massiccia, sia interna, verso il Nord del Paese, che esterna, verso il Nord Europa e le Americhe. Negli ultimi decenni del Novecento questo continuo depauperamento di risorse umane, di energie intellettuali, di forza lavoro si era però arrestato, ed era divenuto possibile immaginare un’ipotesi di sviluppo fondata anzitutto sulla capacità di trattenere i giovani al Sud. Con la seconda Repubblica, il segno si è tuttavia un’altra volta invertito: bassa natalità ed emigrazione hanno depresso nuovamente la demografia meridionale. E, certo, il crollo degli investimenti pubblici non facilita le cose. Se non ci sono asili nido e mense scolastiche, è più difficile convincere le coppie a far figli. E se non c’è lavoro, è un’impresa proibitiva convincere i giovani a rimanere.

La drammaticità della situazione è tuttavia avvertita molto poco dall’opinione pubblica. Che vive l’attuale momento come una crisi demografica acuta, dalla quale vorrebbe tuttavia difendersi solo chiudendo la porta di casa. Senza rendersi conto che dietro quella porta le stanze rischiano di rimanere vuote, o poco popolate.

Ora, però, non vorremmo aggravare i toni di un nazionalismo già di suo montante (prima gli italiani!) suggerendo che bisogna sì fermare l’invasione e reagire alla strisciante sostituzione etnica in corso facendo più figli, premiando le famiglie numerose e le coppie più prolifiche. Vorremmo, piuttosto, invitare a considerare gli squilibri interni, le differenze territoriali, i fattori diseguali che insistono sull’economia del Paese, e che portano sempre più meridionali a riprendere la valigia. Non c’è Stato nazionale che sia nazionale sul serio, che non affronti in primo luogo questo dato.

Il Ministro del Mezzogiorno, Barbara Lezzi, ha tratto dai dati dello Svimez, motivo per insistere con forza sull’introduzione del reddito di cittadinanza. Può darsi sia la ricetta economica giusta, anche se personalmente ne dubito: sarei molto più confortato se gli investimenti infrastrutturali al Sud crescessero in misura significativa (prevista peraltro per legge), se si varasse un grande piano di rigenerazione urbana, se si riqualificasse la Pubblica Amministrazione, se si puntasse in modo deciso sulla decontribuzione per nuovi assunti.

In ogni caso, quale che sia la strada che verrà percorsa, bisogna sapere che, nel lungo periodo, due grandi fattori portano con sé il tanto agognato cambiamento: uno è la tecnologia, l’altro è la demografia. L’economia sta in mezzo, e prova a combinare le cose in modo che quei fattori diano il massimo prodotto. Ma per l’appunto: non c’è moltiplicazione che tenga, se i fattori mancano.

(Il Mattino, 3 agosto 2018)

Il grande fratello dei Cinque Stelle

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“La riforma Orlando era stata scritta con l’intento di impedire ai cittadini di ascoltare le parole dei politici indagati”: con questo giudizio, il ministro della giustizia, Alfonso Bonafede, ha fermato la riforma delle intercettazioni alle quali aveva lavorato il governo precedente, senza riuscire a completarne l’iter. Il Guardasigilli, per la verità, ha aggiunto anche dell’altro, ha detto che si trattava di una riforma bavaglio, e che la spinta a fare la riforma era venuta dal caso Consip. Ora, se le intercettazioni non fossero divenute negli anni un vero e proprio genere letterario, si potrebbe anche credere che di una diversa regolamentazione della gestione e diffusione delle intercettazioni non ci fosse alcun bisogno, e che Orlando si era inventato un’urgenza che, in realtà, non c’è. Ma non è così: sui giornali si legge da gran tempo di tutto e di più, indipendentemente dagli svolgimenti processuali, da eventuali rilevanze penali e dai diversi motivi possibili di coinvolgimento in un’inchiesta. Quanto al caso Consip, colpisce che il ministro ne parli come se da quelle indagini fossero venute chissà quali conseguenze per il Pd, per Renzi o per il governo. In verità, l’unica conseguenza degna di rilievo è la nomina dell’ufficiale Scafarto come assessore a Castellammare di Stabia.
Ma queste sono considerazioni minori. Caso Consip a parte, al cuore delle parole del ministro Bonafede sta la convinzione che i cittadini hanno diritto di ascoltare quello che i politici dicono: ma non in Parlamento o nei congressi di partito, bensì nelle conversazioni private, al telefono, nei loro uffici o nelle loro abitazioni. Una convinzione simile, così nettamente espressa, senza cautele di sorta, sembra provenire direttamente dalla sceneggiatura di un film ambientato al tempo della guerra fredda, quando oltre la cortina di ferro i regime comunisti avevano orecchie dappertutto, controllavano e intercettavano “le vite degli altri” in ogni momento della giornata. La differenza c’è, naturalmente: lì erano i politici che spiavano i cittadini, qui si vuole che siano i cittadini a spiare i politici. Ma, nell’uno e nell’altro caso, non si tratta di democrazia, non si tratta dello Stato di diritto né dei principi fondamentali di una civiltà liberale, bensì della loro negazione.
L’idea sottesa è che se non hai nulla da nascondere non hai neppure nulla da temere se le tue parole finite in qualche intercettazione privata – magari riferite da terzi chissà a chi e per quali propositi – siano rese di pubblico dominio, in nome di un superiore interesse a sapere (ma a sapere che? Pure i  pettegolezzi o le maldicenze?). Invece è esattamente il contrario: io ho tutto da temere dal fatto che le mie parole vengano riproposte da altri e in contesti diversi da quelli in cui sono state proferite. Platone, che non doveva essere uno sprovveduto, non si fidava della trascrizione delle sue parole da parte dei suoi stessi allievi, per quanto fedele fosse la loro riproduzione, perché una volta trascritte non sapeva più che fine avrebbero fatte né avrebbe più potuto difenderle: figuriamoci come si sarebbe inalberato se qualcuno gli avesse messo una cimice sotto la cattedra. Il ministro pentastellato, invece, sembra sposare una filosofia dell’intercettazione universale, come se nessuno avesse mai inventato la distopia del grande fratello né spiegato quale incubo sia una casa totalmente di vetro, dove tutto sanno tutto di tutti. Come se, sia consentito di aggiungere, dopo aver esordito con l’ossessione dello streaming, i Cinque Stelle non avessero serrato porte e finestre, cercando di erigere una robusta barriera al riparo della quale tenere riunioni, prendere decisioni, decidere nomine, regolare conti e, in generale, fare politica. Tutte cose che sarebbe interessante sapere come si svolgano: e allora perché non ce le fanno sapere?
Il punto, infatti, è questo: la riforma Orlando non frena le inchieste, non limita le intercettazioni come strumento di prova, ma prova solo a mettere qualche filtro perché non tracimi tutto indiscriminatamente sui giornali. Se una critica le si può muovere, è se mai che è un po’ blanda e rischia di risultare inefficace. Se la si blocca con la motivazione che i cittadini devono sapere, vuol dire che ci si preoccupa non delle attività di indagine o dei poteri della polizia giudiziaria, ma di mettere a disposizione della pubblica opinione qualunque materiale sia stato raccolto, finisca o no nelle carte del processo. In questo modo non si rende un buon servizio al Paese, al funzionamento delle istituzioni, al dibattito pubblico, all’ethos democratico. Ma si sa: i Cinque Stelle hanmo costruito un pezzo del loro successo politico ed elettorale sul discredito della Casta, e non possono  rinunciarvi senza perdere la fiducia di un pezzo della loro base, cresciuta a pane e risentimento nei confronti della politica. Di svelenire il clima, purtroppo, se ne parla al prossimo giro.
(Il Mattino, 25 luglio 2018)

Il Presidente sotto assedio tra partito ko e governo ostile

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Non è facile, la situazione in cui si trova Vincenzo De Luca. E non si tratta solo delle Universiadi, o della sanità: è, più in generale, la sensazione che di qui alle prossime elezioni niente e nulla gli sarà risparmiato, mentre il quadro politico lo vedrà sempre più isolato, senza sponde né a Roma, né a Napoli, né nel partito.

Sulle Universiadi, il governo ha tirato i remi in barca. Si andrà avanti, ma la responsabilità ricadrà tutta sulle autorità locali ed in particolare sulla Regione, che ci mette i quattrini. Non sembra un onore, quanto piuttosto un onere: perché i rischi di un fallimento, che avrebbe sicuramente ripercussioni politiche serie, ci sono tutti. Che arrivi o no la nomina a supercommissario, per De Luca può trattarsi di una polpetta avvelenata.

Nelle stesse ore, il governatore si è visto trascinare in una polemica inaspettata dal ministro della Salute, la pentastellata Giulia Grillo, per la quale la decisione di cancellare il polo materno infantile dell’Ospedale del Mare è sbagliata e inaccettabile. Al di là della questione specifica, su cui De Luca è intervenuto difendendo la scelta regionale, ma soprattutto rivendicando la competenza in materia, è di nuovo risultata palpabile la distanza dal governo nazionale. De Luca può vantare un miglioramento dei conti della sanità campana, anche se dal lato dei servizi offerti ai cittadini la situazione non è poi cambiata di molto. Ma per il ministro la situazione attuale è «illogica, sotto il profilo organizzativo e programmatorio». In breve questo significa che per i grillini De Luca non può restare commissario per la Sanità. Uno dei nodi nevralgici del governo regionale finisce così al centro di un’aspra contesa politica.

Non è una rondine: sono due. E non fanno primavera; preannunciano, semmai, burrasca. Quando De Luca fu eletto, nel 2015, i Cinque Stelle presero poco più del 17%. De Luca, con il partito democratico e le liste collegate, arrivò sopra quota 40%. Lo scorso 4 marzo i Cinque Stelle hanno preso circa il 50% dei voti, mentre il partito democratico è finito sotto il 15%. I rapporti di forza sono cambiati, e anche se mancano due anni al prossimo voto regionale, un bis di De Luca non è affatto il risultato più probabile.

A ciò si devono aggiungere altri due fattori politici per niente trascurabili: da un lato le ambizioni di De Magistris, che giocherà anche lui, verosimilmente, la partita per Palazzo Santa Lucia; dall’altro la condizione in cui versa il partito democratico. Con De Magistris, i rapporti sono stati complicati fin da subito: Regione e Comune hanno fin qui faticato a trovare un’intesa accettabile sul piano istituzionale, figuriamoci che cosa potrà accadere con l’approssimarsi della scadenza elettorale. Con il Pd, anche, le cose non sono andate lisce: De Luca non ha mai sopportato di buon grado le liturgie di partito, né ha mai sentito veramente il Pd come la sua comunità di riferimento. Per questo, non ha mai cercato (e trovato) altro che alleanze tattiche, volte a garantire gli equilibri in consiglio regionale e a decidere le candidature sul piano nazionale: nient’altro. Il dubbio che serpeggia a Roma, che il partito democratico non sia più lo strumento utile a costruire una proposta politica all’altezza della sfida dei populismi al governo, a Napoli è più di un dubbio: è una certezza. Diviso al suo interno, di fatto appaltato a pochi capi-corrente, il partito democratico è in cerca di una identità chiara, riconoscibile e condivisa da tempo immemorabile. Al suo interno, per giunta, non sono pochi quelli che pensano che bisogna cambiare cavallo, che De Luca si identifica con una stagione ormai passata, e che meglio sarebbe tentare un’operazione di radicale rinnovamento.

Il governatore queste cose lo sa, e cerca di non finire nell’angolo. Deve puntare sull’azione amministrativa, concentrarsi sui risultati di governo, ma la Regione, il suo pesante corpo burocratico, non è plasmato, come il Comune di Salerno, a immagine e somiglianza del governatore. Ogni iniziativa trova mille resistenze: alcune fisiologiche, altre meno; alcune esplicite; altre, la maggioranza, nascoste.

In cerca di un colpo d’ala, De Luca è costretto sempre di più a rintuzzare le polemiche in cui i suoi avversari politici non mancano di trascinarlo: moltiplicando le incertezze, offuscando i risultati. Una settimana esposta al fuoco del ministro Grillo sull’Ospedale del Mare, alle titubanze e allo scaricabarile del governo sulle Universiadi, è sufficiente a mostrare che di qui al 2020, con in mezzo pure il congresso del Pd, per Vincenzo De Luca non sarà una passeggiata.

(Il Mattino, 14 luglio 2018)

La svolta che serve contro le ideologie

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L’accusa è sempre la stessa: il governatore agisce con arroganza. Il suo, anzi, è un capolavoro di arroganza. Previa dichiarazione che si tratta di opere di interesse strategico regionale, la Regione può realizzare impianti di compostaggio in barba alle autorizzazioni comunali. Eccolo, allora, il De Luca che non ascolta i territori, che non ascolta i sindaci, che non ascolta le associazioni ambientaliste. Pretende per sé poteri straordinari, scavalca le amministrazioni locali, agisce in deroga alle leggi ordinarie.
Uno legge la sfilza di accuse e pensa: il cielo si oscurerà e la terra tremerà. O forse calerà Attila, sopra i territori campani. Dopo di lui, non crescerà più nemmeno un filo d’erba.
Prima, però, cioè adesso: come siamo messi? Così:  che gli impianti per i rifiuti non ci sono. Che nessuno li vuole. Che nessuno ha voluto nuovi termovalorizzatori, e nessuno vuole saperne ora degli impianti di compostaggio. Che per tutti il proprio territorio è già stato fin troppo martoriato, e nessuno vuole farsi carico dei rifiuti altrui. Che tutti pensano che l’impianto inquina, puzza, degrada, e intanto tutti vivono in mezzo all’inquinamento, nella puzza e nel degrado. E nel frattempo la Regione Campania continua a pagare la salatissima multa (120.000 euro al giorno) comminata dall’Unione Europea.
In questa situazione, ritenere che De Luca abbia operato una forzatura, riservando per legge all’autorità regionale la possibilità di superare lo stallo, qualora nelle conferenze di servizio non si trovasse, entro un termine stabilito, una soluzione condivisa, significa solo nascondersi la realtà: che in un modo o nell’altro una soluzione deve essere indicata. Gli impianti di compostaggio devono essere realizzati, e non si può lasciare a nessuna istanza sul territorio un potere di veto incondizionato. Il paradosso è che gli stessi ambientalisti hanno per anni indicati in questa tipologia di impianti la strada da percorrere. Invece di bruciare tutto, si differenzia e si destina la frazione umida allo smaltimento e al riciclaggio. Dov’è allora il problema? Forse in una idea malintesa della decisione politica, che non potrebbe essere presa senza l’assenso di tutti, e in una cronica debolezza dei poteri pubblici, che vanno in difficoltà al primo comitatino – come li chiama sprezzantemente De Luca – che si mette di traverso.
Va bene, toglietegli il disprezzo, scegliete parole più acconce, ma non resta meno vero che deve essere nelle possibilità di una Regione realizzare il proprio piano di gestione dei rifiuti. La sindrome Nimby – not in my back yard, non nel mio cortile – dalle nostre parti si presenta nelle forme più gravi. Non c’è opera di interesse pubblico che non incappi in qualche protesta, più o meno virulenta, e non c’è protesta che non venga cavalcata a fine politici o immediatamente elettorali. Così, l’affermazione del governatore, per il quale la parte del piano che riguarda il compostaggio “deve essere completata” diviene, alle orecchie di chi non vuol sentire, una tonitruante dichiarazione di guerra, quando è invece solo l’espressione di una volontà politica democraticamente legittimata, oltre che la ragionevole aspirazione a governare da parte del Presidente della Regione. Il quale, forse non gode più del consenso che aveva a inizio mandato, e perciò è sempre più inseguito dai Cinque Stelle, che già fiutano l’odore del sangue, e non esitano a usare ogni occasione, giusta o sbagliata che sia, per metterlo in difficoltà.
Ma, al di là del caso specifico, si può dire che è l’idea stessa che nessuno può decidere nulla al di sopra e contro la volontà delle comunità locali a procurare i maggiori danni. A rendere impossibile una politica pubblica, la definizione di un interesse generale, l’attuazione di un programma di governo. Il localismo, come continuazione del sovranismo in casa propria, in una casa – peraltro – sempre più piccola e sempre più chiusa, alla lunga equivale puramente e semplicemente alla dissoluzione di un ordinamento giuridico. E, alla fine della fiera, chi si trova a mal partito sono i cittadini. Che continuano a pagare la multa e a ritrovarsi coi rifiuti di prima.
(Il Mattino, 11 luglio 2018)

Se il diritto sta al passo coi tempi

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La decisione della Corte di Appello di Napoli è dirompente: due mamme, due fin dalla nascita, non una prima e l’altra dopo. La mamma biologica, che si è sottoposta alla fecondazione artificiale per avere un figlio, non viene prima della sua compagna, che ha ottenuto di poterlo adottare: vengono insieme, mamme entrambe, genitrici ugualmente.

La sentenza contraddice clamorosamente quanti si ostinano a pensare che esiste solo la famiglia formata da una mamma e da un papà, e compie un passo deciso oltre il compromesso raggiunto con la legge Cirinnà di due anni fa, quando si dava finalmente piena cittadinanza alle unioni civili, ma in tema di adozioni si lasciava uno spazio bianco, limitandosi la legge a richiamare le norme già in vigore in materia.

Nel frattempo ci sono state le iscrizioni di alcune coppie omosessuali negli atti di nascita dei loro bambini da parte dei sindaci di alcune città (la Napoli di De Magistris  e la Milano di Sala, ma anche la Torino di Chiara Appendino e poi Palermo, Catania e altre ancora), e c’è stato anche, un paio di giorni fa, la decisione del Tribunale di Pordenone di sollevare innanzi alla Corte Costituzionale la questione di costituzionalità relativamente all’altro bastione, quello posto dalla legge 40, che vieta alle coppie omosessuali il ricorso alle tecniche di  fecondazione artificiale.

In attesa del pronunciamento della Corte, si possono fare già alcune considerazioni. La prima. Quelli che pensano che la sovranità del popolo viene scavalcata ogni volta che un giudice fa di testa sua, in barba a una legge approvata dal Parlamento, hanno una idea alquanto rozza della sovranità popolare. Che, in regime costituzionale, non può essere un Leviatano che divora ogni cosa. La Suprema Corte ci sta apposta per quello, per evitare ogni forma di descriminazione, e proteggere la trama delicata dei diritti e delle libertà delle persone dagli eventuali soprusi del potere politico. Gli italiani sono più liberi, non meno, se c’è un giudice delle leggi, e se dal suo giudizio vengono tutelati principi e valori scritti in Costituzione.

Seconda considerazione. Dalla legge 40 in poi (sono trascorsi quattordici anni), numerosi interventi della Corte hanno modificato, quasi stravolto la normativa originaria. Forse l’ultimo aspetto davvero arcigno della legge è proprio quello che è ora all’attenzione della Consulta. Tolto quello, della legge non resterà quasi nulla. Ora, al di là delle questioni strettamente giuridiche su cui la Corte si pronuncerà, da un punto di vista storico e politico, questa vicenda è la dimostrazione che c’è un senso dei tempi, di cui forse una buona tecnica legislativa dovrebbe tenere conto. Mettere divieti senza considerare in quale direzione vanno le cose, come evolve la sensibilità collettiva, quali istanze emergono dal suo seno è uno sforzo tanto testardo quanto inutile, e a volte persino penoso. Poi di sicuro verranno i filosofi i quali protesteranno e obietteranno che il fatto non può precedere il diritto, e il diritto non può seguire il fatto. Ma questo, se è vero in astratto, non è mai stato vero del tutto, in concreto. Gli ordini del fatto e del diritto si incrociano in continuazione, nella realtà storica e sociale.

Ma poi, in pratica, di quali fatti o di quali diritti parliamo? Questa è la terza e ultima considerazione, che inviterei a tenere presente senza ragionare ideologicamente, o per mero spirito di sistema, ma chiedendosi come davvero vanno, o andranno, le cose. Per quel bambino che non avrà una mamma più mamma dell’altra, è meglio o peggio che i due genitori stiano sullo stesso piano? A memo di non voler rispondere, come un sapiente greco dei tempi antichi, che meglio sarebbe stato per lui non esser nato, difficile negare che sia meglio. Che i due volti che ha dinanzi quando viene al mondo siano quelli di chi lo ha voluto insieme e con pari forza ed amore, non quello di chi lo ha voluto e ha potuto, e l’altro di chi, pur volendolo allo stesso modo, non ha potuto. Certo, il bambino stesso non è solo un “voluto”, l’oggetto del desiderio altrui, ma una nuova soggettività. Ma allora fate la prova, e chiedetegli se vuole far differenza tra i suoi due genitori. Chiedeteglielo appena saprà parlare, e dopo, tutte le volte che vorrete. Ma anche prima, perché ve lo saprà dire anche con gli sguardi.

(Il Mattino 6 luglio 2018)

Universiadi Napoli si gioca la faccia

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È molto semplice: le Universiadi cominciano il 3 luglio 2019. Sono previsti circa 12.000 partecipanti da 170 paesi diversi. 250 le medaglie da assegnare in 18 diverse discipline sportive. E chissà quante ore di trasmissioni televisive, quanti servizi giornalistici, quanti tweet in Rete. Sul sito della FISU, la Federazione Internazionale degli Sport Universitari, sotto una splendida foto di Napoli e del Vesuvio, si garantisce fin d’ora che gli organizzatori sapranno condurre in porto «un’operazione efficiente, che lascerà alla città e all’intera Regione impianti rinnovati, e un grande rilancio dell’attività sportiva».

Queste essendo le aspettative, martedì prossimo, a un anno esatto dall’apertura dei Giochi, suonerà a Roma la campana dell’ultimo giro. E dovrà essere per forza la volta buona, quella che metterà fine, in particolare, alle diatribe che dividono Comune e Regione sulla costruzione del villaggio olimpico. Oltre il 3 luglio prossimi non si può andare, non si può rischiare una figuraccia internazionale mettendo a repentaglio non solo il lavoro fatto finora e i soldi già spesi, ma anche l’immagine della città e del Paese. Un’occasione di rilancio si tramuterebbe in un clamoroso boomerang.

Naturalmente, tutti assicurano che nonostante i ritardi, gli impianti da ristrutturare e quelli da ammodernare, le gare d’appalto non ancora concluse e i progetti non ancora esecutivi, siamo in tempo. In visita a Napoli qualche settimana fa, il francese Jean Paul Clemencon, che presiede la Commissione tecnica internazionale, si è detto ottimista: è normale che alla vigilia di grandi manifestazioni – ha spiegato – ci siano diverse cose da mettere a punto. Quanto però sia normale che il sindaco di Napoli, sostenuto dal Coni, e il Presidente della Regione non siano ancora d’accordo sulla realizzazione del villaggio quando ormai manca solo un anno alla manifestazione non saprei dire. De Magistris vuole le casette per gli atleti alla Mostra d’Oltremare, e immagina che – come fu a Taipei due anni fa – le strutture siano poi riutilizzabili dalla città. De Luca invece ritiene che deturpino gravemente il sito e considera una simile scelta inaccettabile e incomprensibile. Il braccio di ferro è ancora in corso.

E dunque? C’è un filone di pensiero, in ambito economico, chiamato istituzionalismo, che studia l’impatto sui sistemi economici delle istituzioni: non solo quelle legate strettamente alle attività produttive e commerciali – il sistema bancario, ad esempio – ma anche quelle sociali, come la scuola, e quelle politiche, come i sistemi elettorali o le forme di governo. Col che si dimostra che una democrazia funzionante fa bene anche all’economia, non solo ai diritti del cittadino.

Bene: bisogna evitare che le Universiadi napoletane diventino un caso di scuola, di come, ben lungi dal funzionare, la litigiosità fra i livelli istituzionali produca effetti negativi sull’economia di una regione. Se il muro contro muro prosegue oltre l’appuntamento di martedì prossimo, il rischio c’è, ed è grande. Non è la prima volta, come si sa, che De Luca e De Magistris scendono in campo l’un contro l’altro armati: le cronache sono anzi piene dei loro scontri, di intemperanze verbali e occasioni mancate. Sarà la politica, saranno le personalità, saranno le ambizioni personali, saranno infine le future scadenze elettorali (non poi così lontane), fatto è che non siamo ancora riusciti a vederli remare dalla stessa parte. Dopo il 3 luglio bisognerà che questo miracolo si compia. Senza venir meno alle proprie responsabilità, ovviamente, senza tradire i rispettivi ruoli, ma senza neppure mettersi di traverso per fare uno lo sgambetto all’altro, rovinando, insieme all’avversario politico, anche un evento su cui può si può davvero decidere un pezzo del futuro di Napoli e della Regione. Queste Universiadi, insomma, s’hanno da fare, e nessuno può giocare a fare il don Rodrigo della situazione.

E il governo martedì deve dare una mano. Tirando fuori – se serve – qualche soldo in più, e favorendo il clima di concordia necessario alla urgente rincorsa organizzativa dei prossimi mesi. È anche, se si ha un po’ di avvedutezza, nell’interesse della nuova maggioranza, che ha molti esponenti meridionali nelle sue file, e che farebbe bene a difendere la manifestazione per raccoglierne poi i frutti, se si rivelerà davvero, come ci si augura, un trampolino per la ripartenza del Mezzogiorno.

(Il Mattino, 1° luglio 2018)

Calenda-Zingaretti due mondi paralleli

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L’importante è che non finisca come la grande Azione Parallela. Carlo Calenda e Nicola Zingaretti sono ormai in campo, anche se non si sa ancora quando né come il Pd rinnoverà i suoi gruppi dirigenti. L’Azione Parallela è invece un’idea nobile e commovente che deve sorgere «in mezzo al popolo», per la quale altissime menti si riuniscono, ma che nel capolavoro di Robert Musil, «L’uomo senza qualità», non arriva mai a toccare la realtà.

Per ora, comunque, il superamento del Pd, o il suo rilancio, sono affidati a loro due, Calenda e Zingaretti: all’irruenza del primo e alla prudenza del secondo, all’esuberanza dell’ex Ministro e alla prudenza del governatore del Lazio; alla vis polemica dell’uno e alla tranquilla solidità dell’altro.

Calenda è uno a cui devono aver detto da bambino che la scelta di tempo è tutto, nella vita, altrimenti non si spiega come abbia deciso di annunciare la sua iscrizione al Pd proprio all’indomani della disfatta elettorale, il 6 marzo. Via twitter, naturalmente, perché se c’è tra i democrat uno che sta sui social, questi è Carlo Calenda (a parte Renzi, ovviamente). Per la verità, in quel tweet l’ex Ministro per lo Sviluppo economico diceva che avrebbe lavorato per risollevare il partito democratico, ma lui pare essersi subito convinto che non c’è niente da fare, visto che è ormai attestato sulla proposta di un Fronte repubblicano, o come si chiamerà, che faccia tabula rasa del Pd, e apra un varco verso l’elettorato di centro. Nel Manifesto appena pubblicato da «Il Foglio» Calenda formula cinque idee guida: tenere in sicurezza l’Italia, proteggere gli sconfitti, investire nelle trasformazioni, promuovere l’interesse nazionale, lanciare un piano shock contro l’anafalbetismo funzionale. Ma l’affermazione più perentoria che si legge in quel testo è: «occorre affermare con forza che la paura ha diritto di cittadinanza», non proprio il marchio di fabbrica di un progressista.

Dall’altra parte non è ancora venuto un testo programmatico analogo. Ma intanto Zingaretti – «Zinga», per gli amici – si è potuto permettere di festeggiare la vittoria nelle municipalità romane (mentre tutto il resto del Pd si leccava le ferite), e di incontrare una gran quantità di amministratori locali, molti non del Pd, per indicare la volontà di ripartire. Come? Stringendo alleanze, tenendo unite le differenze, confrontandosi con partiti, comitati, associazioni, movimenti. Un linguaggio decisamente più familiare alla tradizione politica della sinistra nostrana, com’è del resto tradizionale il cursus honorum di Zingaretti. Che superati i cinquant’anni pare finalmente avere sciolto ogni riserva. Tanto brucia i tempi l’uno, tanto però l’altro rimugina bene prima di compiere un passo. L’ex capo dei giovani comunisti romani, ex segretario nazionale della Sinistra giovanile, ex responsabile esteri dei Democratici di sinistra (all’epoca di D’Alema), ex segretario dei Ds romani (all’epoca di Veltroni), ex presidente della provincia di Roma, è ormai pronto a candidarsi alla guida del Pd. Lo era già nel 2011, per la verità. Berlusconi era al governo e il Pd si preparava alle future elezioni, e c’era già chi cercava un baldo quarantenne in alternativa al più stagionato Bersani. Poi le cose sono andate in altro modo. Bersani ha «non vinto» le elezioni e alla testa del Pd è arrivato Renzi l’alieno, ma «Zinga» non si è bruciato: dalla Provincia è passato alla Regione, senza mai esporsi (quante volte l’avete visto in tv?), senza mai mettersi in urto aperto con nessuno (quante volte lo avete sentito pronunciare parole sopra le righe?). Non è un caso se oggi a spendersi in suo favore sarebbero in molti: Fassino, Franceschini, Orlando, Gentiloni. Il suo profilo di affidabile uomo di partito è rassicurante per la vecchia nomenclatura, e la sua candidatura potrebbe riprodurre uno schema falsamente unanimistico che è già stato seguito con Veltroni: quelli che non possono contrastarlo gli si accodano, e intanto si fanno traghettare verso la nuova fase politica. «Zinga» lo sa e sa anche che non può fidarsi fino in fondo. Sorride, tranquillizza, rinfranca, invita a smettere con le polemiche e usa parole di apprezzamento per tutti: il resto si vedrà.

Calenda no: è lontanissimo da questa foto di gruppo con ex compagni della sinistra storica. Lui viene dal mondo dell’impresa, ha fatto il manager, stava con Montezemolo in Ferrari e lo ha seguito prima in Confindustria e poi nella non memorabile stagione di “Italia futura”; da lì è passato in “Scelta civica” con Monti e poi al governo, con Letta prima e Renzi poi. E alle ultime elezioni ha voluto marcare una distanza, pensando bene di non candidarsi alle elezioni per mantenere un profilo distinto da quello dei politici di professione. Siamo dunque agli antipodi: Zingaretti ha un’estrazione popolare e comunista; Calenda ha un’estrazione borghese e liberale; uno ha un fratello, Luca, che in gioventù ha militato più a sinistra di lui prima di diventare il volto televisivo del commissario Montalbano; l’altro è figlio di una regista, Cristina Comencini, che appartiene alla sinistra fatta di libri e mare a Capalbio. Uno mantiene un’aria di famiglia rispetto ai volti e alle storie della tradizione politica italiana; l’altro invece punta a fare un’altra cosa, ben lontana dal Pantheon della sinistra storica. Uno, Zingaretti, è a suo agio nella casa del socialismo europeo, l’altro, Calenda, non avrebbe difficoltà a sedere fra i liberaldemocratici e i macroniani.

Insomma: non sono la stessa cosa. Anche se si scambiano volentieri le parti. Perché uno, Calenda, sta cercando di frequentare i temi che possono dargli un’anima popolare, mentre l’altro, Zingaretti, non vuole certo ingobbire sotto il peso della tradizione e tende a proporsi come nuovo e modernizzatore. Ma resta il fatto che per il Pd tracciano futuri molto diversi, proponendosi uno, Calenda, di superarlo, l’altro, Zingaretti, di ricostruirlo. L’importante, lo dicevo prima, è che in esito a questo confronto non fondino insieme un comitato per celebrare il grande anno dell’Azione Parallela.

(Il Mattino, 30 giugno 2018)

La sinistra senza orizzonte

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Il 3 febbraio 1991 – meno di un anno e mezzo dopo la caduta del muro di Berlino – nasce dalle ceneri del partito comunista il Pds, Partito democratico della sinistra. Verranno poi i Democratici di sinistra e, infine, il Partito democratico. Dal lato del cattolicesimo democratico, al Pd si arriverà, dopo la fine della Democrazia cristiana, attraverso il Partito popolare e la Margherita. In mezzo altre diaspore, mille sigle e mille micro-partiti. E le tradizioni socialista, ambientalista, repubblicana ed altre ancora.

L’ho presa alla lontana, ma se non si vede da dove viene la frana non si capisce nemmeno perché il Pd somigli al campo di Agramante, e perché la sua classe dirigente del Pd si diva ancora in sottomultipli sempre più piccoli, fra quelli che vogliono andare oltre il Pd (Prodi), e quelli che invece vogliono ricostruirlo (Orlando, Franceschini), quelli che lo dichiarano già morto (Pizzarotti), e quelli che lo difendono a spada tratta (Orfini); quelli che lo vorrebbero sciogliere (Cacciari), e quelli che vogliono costruire nuove alleanze o nuovi fronti (Calenda) – che significherebbe ricominciare da tre, dopo l’Ulivo e l’Unione. Fin qui, purtroppo, è un copione già letto. Per cambiare il quale si può ricorrere ad una metafora già impiegata da Aristotele: quando un esercito è in rotta ci vuole qualcuno che a un certo punto si fermi e di lì non si muova: poco a poco anche altri soldati, senza nemmeno sapere perché, si raccoglieranno intorno a lui e ne ricostituiranno le file.

La sconfitta di domenica era messa nel conto, ma il suo valore simbolico supera di molto le sue proporzioni. Ancona, Teramo o Brindisi non valgono quanto Massa Pisa o Siena. Se la sinistra perde così clamorosamente in territori in cui ha governato dal 1948, o giù di lì, vuol dire che da nessuna parte, in Italia, esiste più uno zoccolo duro di elettori democratici disposti a seguire il Partito nella buona e nella cattiva sorte. Adesso la sorte è cattiva, e gli elettori restano a casa, o votano quegli altri.

Il voto, però, non è privo di indicazioni. Se perdi in Toscana, vuol dire che le appartenenze ideologiche sono finite (cosa peraltro vera da un pezzo). Se perdi in città come Avellino, dove hanno dato una mano – si dice così – Mancino e De Mita, vuol proprio dire che il voto nel Mezzogiorno non è più nelle mani del notabilato locale (cosa altrettanto vera, ma di una verità più recente). Se cade pure Cinisello Balsamo, vuol dire che hai un problema non risolto con il voto dei ceti popolari (cosa anche questa vera da un pezzo). Se però vinci a Teramo, dove appoggi un candidato che in realtà ha guidato una riscossa civica, vuol dire che hai bisogno di avviare un processo di rinnovamento, di uomini e idee, che in molte realtà locali non hai mai condotto sino in fondo (verità recente, che potrebbe dare qualche indicazione per il futuro).

La si può far breve: la parabola di Renzi si è consumata insieme con la discontinuità che ha saputo portare nella politica italiana. Se il Paese rimane sostanzialmente fermo nei suoi fondamentali – poca mobilità sociale, molta disoccupazione; poca crescita, molto debito – è inevitabile che, mentre intere tradizioni politiche si sfarinano, senza trovare un vero ubi consistam in grado di durare, l’elettorato continui a domandare di cambiare, punendo quelli che hanno governato per un decennio. Se poi anche la globalizzazione conosce i suoi contraccolpi, e il clima ideologico e culturale, interno e internazionale, cambia, e si impone una domanda di sicurezza e un’esigenza di chiusura, allora fatalmente per la sinistra gli orizzonti si restringono ancora di più.

Ridisegnare un cerchio più largo è possibile; ritrovare una connessione sentimentale con i ceti meno abbienti e parlare di nuovo una lingua inclusiva si può fare, ma richiede nuovi uomini e nuove idee. Richiede coraggio, anche: più determinazione, meno tatticismi e meno personalismi. Che sia o meno il congresso la fase nuova che il Pd deve avere il coraggio di aprire, certo non potrà farlo se penserà di trasformare i prossimi mesi in un regolamento di conti, in una posticcia incollatura di pezzi di classe dirigente, in un’operazione tutta interna al ceto politico romano. Finché non saprà lasciarsi alle spalle i vecchi vizi, non riuscirà nemmeno ad accorgersi che, se c’è una destra che tracima nel Paese, ci sono tuttavia ancora bisogni e valori, interessi e aspirazioni che chiedono di essere rappresentati in un modo diverso.

(Il Mattino, 27 giugno 2018)