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L’antimafia e la sinistra smarrita

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Frank Stella, The Marriage of Reason and Squalor, II (1959)

Vi sono almeno due aspetti sui quali, dopo la sentenza di primo grado su Mafia Capitale, è possibile fare chiarezza. Il primo: i giudici non hanno detto che la mafia non esiste, o che non esiste a Roma. Ovunque sia arrivata la linea della palma di cui parlava Sciascia, i giudici non hanno detto affatto (perché non toccava loro dirlo) che non è arrivata a Roma, o che le organizzazioni mafiose non abbiano una presenza significativa nella Capitale. Hanno detto piuttosto che le associazioni criminali di Buzzi e Carminati non avevano carattere mafioso. Perché non ogni associazione a delinquere dedita alla corruzione, o al procacciamento di affari illeciti, anche con l’intimidazione e la violenza, è, per tutto questo, mafiosa.

Il secondo aspetto: i giudici hanno potuto infliggere pene assai severe, anche senza ricorrere alla qualificazione giuridica della mafiosità: 20 anni a Massimo Carminati, 19 anni a Salvatore Buzzi, più altre condanne non lievi inflitte agli oltre quaranta imputati coinvolti nel processo. Quel sistema di corruzione che la Procura di Roma, portandolo alla luce, aveva denominato «Mondo di Mezzo», c’era, ed è stato smantellato. Dal fatto che, secondo i giudici della X sezione, non era mafia, non si può dedurre insomma che erano quisquilie.

Questo non significa che l’ipoteca di mafiosità che ha gravato negli ultimi due anni sulla Capitale non abbia condizionato il clima politico, a Roma e nel Paese. Ed è su quest’ultimo aspetto della vicenda, cioè sulla corrente culturale, sulle idee e sui pensieri che alimentano quel clima, che occorre un supplemento di riflessione.

Siamo tutti partiti dall’idea che un conto è la corruzione, un altro è la mafia. Poi, però, considerato il carattere endemico della corruzione, siamo passati a sostenere che la corruzione è come la mafia: pericolosa, estesa e ramificata nei gangli dell’amministrazione pubblica, tra i colletti bianchi, proprio come la mafia siciliana, la camorra o la ‘ndrangheta. Il passo successivo è stato di aggiungere che la corruzione è, anzi, un modus operandi tipicamente mafioso. A quel punto è divenuto ovvio richiedere che mafia e corruzione venissero combattuti con gli stessi strumenti, e, infine, teorizzare che mafia e corruzione sono praticamente la stessa cosa.

Se aveste un dizionario sotto mano, scoprireste che in questo modo siamo scivolati da un uso proprio e circoscritto del termine ad un suo uso largo, generalizzato e, inevitabilmente, generico. Ma quel che la lingua può consentire con una certa disinvoltura, dovrebbe molto meno essere consentito nel sistema delle leggi. L’Italia si è dotata di una legislazione speciale per fronteggiare il fenomeno mafioso per una ragione molto precisa: la difficoltà di combattere la mafia con i mezzi previsti dal codice penale. La semplice associazione a delinquere si era rivelata strumento inefficace. Mafia era qualcosa di più dell’omertà, della violenza o dell’intimidazione: significava una società con propri codici simbolici, proprie regole, proprie gerarchie. Non un mondo di mezzo, ma un mondo intero: con una propria identità separata da quella pubblico-statuale (e proprio perciò capace anche di stabilire legami e connivenze con pezzi dello Stato). Per debellare questa realtà criminale, nel 1982 si introdusse, dopo l’omicidio del generale Dalla Chiesa, il 416 bis: per fronteggiare associazioni, la cui tenuta era più profonda e coesa di quanto non fosse quella di un mero sodalizio criminale. Ma se invece una sentenza disfa un’intera trama criminale senza far ricorso alla mafiosità dei consociati, come accade che l’esito processuale non venga giudicato un passo avanti, sul piano del diritto, e che lo si presenti anzi come un passo indietro? Evidentemente, il problema non è più l’efficacia nel contrasto al crimine, ma la mera possibilità di estendere indiscriminatamente le misure antimafia (e l’esercizio del potere inquirente che vi è connesso).

È in questo senso, del resto, che si sono mossi all’unisono tanto il legislatore quanto una giurisprudenza creativa: con inasprimenti di pena, percorsi penitenziari più severi e nuove tipologie di reato di difficile tipizzazione (l’associazione esterna, lo scambio elettorale politico-mafioso) fino alle recentissime modifiche al codice antimafia, con cui il Parlamento si appresta a autorizzare l’abnorme estensione delle misure di prevenzione personali e patrimoniali a fatti di corruzione.

La consapevolezza che tutta la materia delle misure di sicurezza per i soggetti pericolosi richiede un rigoroso controllo di costituzionalità, ed è  oggi esposta anche ai sempre più penetranti rilievi della Corte Europea di Strasburgo, è spaventosamente scemata, fin quasi a scomparire: se non fra gli operatori del diritto, certo preso l’opinione pubblica e le stesse forze politiche. Comprese quelle alle quali è storicamente appartenuta una cultura dei diritti e delle garanzie, e che quindi dovrebbero ricordare che la prevenzione della pericolosità sociale è una preoccupazione tipicamente autoritaria, che ci viene dal codice penale Rocco, contro la quale la sinistra un tempo combatteva.

Oggi, invece, tende ad avallarla. E a sostenere tutte le richieste di maggiore sicurezza e le prassi più recessive nell’applicazione del diritto, senza più costituire un argine al dilagare delle misure preventive, all’indebolimento del principio di proporzionalità delle sanzioni penali, e all’ampliamento di una legislazione straordinaria.

Ovunque sia arrivata la linea della palma, è evidente che è la linea del diritto che oggi è più  difficile tracciare.

(Il Mattino, 24 luglio 2017)

Antimafia, la maggioranza in ostaggio

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La maggioranza parlamentare e di governo che voterà oggi le modifiche al codice antimafia si consegna di fatto al populismo penale e giudiziario che, in spregio ai principi liberali del diritto, alle garanzie del processo, alle libertà delle persone, chiede, e a quanto pare ottiene dal Senato della Repubblica italiana, un’estensione spropositata delle misure di prevenzione personale e patrimoniale per gli indiziati di reati di corruzione. Misure che appaiono al Presidente dell’Anac Raffaele Cantone inutile, inopportune e persino controproducenti, e che quindi è difficile giustificare persino in termini di maggiore efficacia nel contrasto al crimine, ma che hanno sicuramente l’effetto di ingigantire enormemente il raggio di attività delle Procure. Ancora una volta la politica si lascia mettere sotto scacco da quegli umori giustizialisti che segnano la vita della Repubblica italiana da un quarto di secolo a questa parte. Ancora una volta si confonde la capacità di perseguire e di accusare con la capacità di fare giustizia. Ancora una volta si consegna nelle mani della magistratura un potere supplementare, ampio e quasi indiscriminato, sotto la spinta di una narrazione che continua a ripetere sempre la stessa frase: i politici rubano. Se dunque muovono obiezioni, se provano ad eccepire, se coltivano dubbi, è perché sono, in buona o cattiva coscienza, complici e conniventi, per spirito di casta o per casacca di partito. Così tutti tacciono, il Presidente del Senato Grasso può respingere in maniera sbrigativa la richiesta di riportare il provvedimento in Commissione, e il partito democratico può mestamente continuare a farsi dettare la linea dai giornali che tengono quotidianamente sotto il mirino la condotta morale degli odiati politici. Il capogruppo Zanda conduce i democratici là «dove si puote ciò che si vuol»e. Cioè dalle parti di «Repubblica» e de «Il Fatto quotidiano», che continuano a detenere la chiave ideologica del nostro presente.

Non era questa la strada che il Pd sembrava avere intrapreso in materia di giustizia, all’inizio di questa legislatura. Non era la tutela giudiziaria su settori sempre più ampi dell’economia del Paese l’obiettivo che Matteo Renzi aveva dichiarato di voler perseguire, nell’enunciare anzi un programma di riforma che doveva sprigionare nuove energie, non seminare nuove paure.

Questa coda di legislatura si sta rivelando così peggiore del previsto. Sta proseguendo oltre le colonne d’Ercole del referendum, con il quale è naufragato il progetto di riforme costituzionali del Paese, privo ormai di un vero respiro politico, che non fosse per gli uni il proposito di durare, e per gli altri (cioè anzitutto per Renzi) il proposito di resistere al logoramento al quale il Pd viene sottoposto. Così però non si resiste, si abdica.

Di questo schema è infatti figlia anche l’impotenza e l’irriflessione con la quale si porta al voto un provvedimento palesemente illiberale, contraddetto dalla migliore scienza giuridica del Paese, a cui non si riesce a dire di no solo per non tirarsi in mezzo a nuovi guai. Il Pd è tenuto sotto schiaffo dai populisti, i riformisti sono tenuti sotto schiaffo dai giustizialisti, la maggioranza è tenuta ancora una volta sotto schiaffo dal partito delle Procure. E più non dimandare.

Ma questo giornale lo ha fatto, sin qui: ha domandato, ha chiesto conto, ha dato voce ai più autorevoli giuristi. Quel che ha fatto, continuerà a farlo, sperando che nei passaggi successivi questo pauroso arretramento del livello di civiltà giuridica del Paese potrà essere fermato.

(Il Mattino, 5 luglio 2017)

Spingendo la notte più in là

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Con l’argomento che la corruzione è un male endemico del nostro Paese, come le mafie, il Senato si appresta oggi a votare modifiche al codice antimafia che estendono gli strumenti a disposizione nella lotta contro la criminalità organizzata al contrasto dei reati di corruzione. In particolare, il Senato della Repubblica sta dando il suo voto a un provvedimento che estende agli indiziati di reati contro la pubblica amministrazione misure di prevenzione personali e patrimoniali. Si tratta di misure che di fatto anticipano il giudizio di colpevolezza sulla base di un quadro meramente indiziario: misure palesemente emergenziali, com’è del resto emergenziale tutta la legislazione antimafia e la cultura che l’accompagna, di cui un giorno si vorrebbe vedere il termine ma che in realtà cresce sempre di più, penetrando sempre nuovi ambiti della realtà sociale ed economica del Paese. Una nuvola che s’ingrossa: invece di essere portata via dal vento del cambiamento e delle riforme, si abbassa sempre di più sulla vita civile e pubblica del Paese. Ne chiude l’orizzonte. Ne oscura l’aria. Regole che dovrebbero valere in ambiti ristretti, in circostanze limitate, in casi eccezionali, vengono messe a disposizione della normale attività delle Procure. Regole la cui stessa efficacia è molto dubbia (per Raffaele Cantone si tratta di modifiche «né utili né opportune, che rischiano persino di essere controproducenti»), ma che certamente fanno compiere all’Italia un enorme passo indietro sul piano della civiltà giuridica.

Contro la riforma si è dunque espresso il Presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione. Ma contro la riforma si sono pronunciate con fermezza anche le Camere Penali. E contro la riforma hanno parlato i più eminenti giuristi del Paese, da Giovanni Fiandaca a Giuseppe Tesauro, da Sabino Cassese a Giovanni Verde.  E forti preoccupazioni ha espresso anche il presidente nazionale di Confindustria, Vincenzo Boccia, per i riflessi sull’economia di una estensione abnorme dell’ambito di applicazione delle misure cautelari.

E però la maggioranza sembra determinata ad andare avanti. Qual è la forza che la sospinge? Purtroppo, sembra che sia una soltanto: la volontà di dare un segnale, la volontà di dimostrare che il governo intende fare sul serio. La volontà e, forse, la cattiva coscienza. Perché non è in discussione la lotta alla corruzione, ma il modo in cui la si fa. Se con le garanzie dei processi e le pronunce dei tribunali, o anticipando la pena grazie alle misure cautelari e alla grancassa mediatica, disperando di poter mai arrivare a sentenza. Se si prende questa seconda, più comoda strada, è perché la prima è ostruita e non c’è verso di liberarla.

Ma il prezzo che il Paese paga è alto. Non è infatti inasprendo le pene, introducendo nuove fattispecie di reato, allungando in maniera oscena i termini della prescrizione che si ottiene più giustizia. Allungare i termini della prescrizione significa solo consentire al giudice di spostare un po’ più in là la prossima udienza. Introdurre nuove fattispecie di reato significa solo complicare la normativa vigente, che già gronda di norme penali da un numero impressionante di leggi. Inasprire pene e sanzioni, senza aumentare efficienza ed efficacia dell’azione penale, non ha alcun effetto deterrente, ma solo una vuota funzione declamatoria.

Che il Senato se ne avveda: è ancora in tempo. Che abbia un sussulto di consapevolezza. Perché non basta porsi come argine contro i populismi, e poi assecondarne di fatto i temi, l’agenda, le politiche. Tanto più che non saranno mai sufficienti a saziare la sete giustizialista. Domani, dopo il voto, chi ha costruito la propria fortuna politica in nome della lotta contro la corruzione e le ruberie della politica dirà comunque che non si è fatto abbastanza, perché i ladri sono sempre al loro posto.

Certo, le elezioni sono dietro l’angolo: la volontà di «dare segnali» viene da lì, e da quel populismo giudiziario che continua a costringere la politica in posizione di subalternità nei confronti delle richieste che provengono dalla parte della magistratura investita del ruolo di guardiano della pubblica moralità. Ma se la maggioranza, e il partito democratico, intendono andare ancora a rimorchio di questi umori, allora a che titolo potranno dire di aver costruito e fatto avanzare, almeno in materia di giustizia, una proposta riformistica seria? Le modifiche del codice antimafia era finalizzata a rivedere la disciplina dell’amministrazione giudiziaria dei beni sequestrati, e a riformare drasticamente l’Agenzia nazionale dei beni confiscati. Su entrambi i fronti le opacità erano tali, da rendere necessario l’intervento legislativo.  Ma per prendere queste misure, non c’era bisogno di mettere a repentaglio garanzie e libertà, creare profili di dubbia costituzionalità, allargare enormemente il raggio di intervento delle Procure.

È possibile sperare, allora, che la maggioranza ci pensi ancora, prima di fare un simile voto?

(Il Mattino, 4 luglio 2017)

Lo Stato di diritto muore. Il Pd gli prepara il funerale.

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Porre un limite all’esercizio dei pubblici poteri è l’essenza dello Stato di diritto. Con l’approvazione delle modifiche al codice antimafia, in discussione al Senato, quel limite rischia di impallidire. Per malintese ragioni di sicurezza, in realtà per la forza che continuano ad avere sulla politica italiana le ragioni della piazza. E ciò avviene per opera del Partito Democratico, che pure avrebbe nella sua identità una matrice liberale, in materia di diritto. Ma prevale su tutto l’emergenza; e prevale, soprattutto, l’incapacità delle forze di maggioranza di mettere un argine al populismo giustizialista.

Per convincersene, basta guardare cosa c’è dentro le misure che il Senato si appresta a votare. Esse riguardano l’estensione alle indagini su tutti i reati contro la pubblica amministrazione, compreso perfino il peculato, dei sequestri e delle confische previste in via cautelare dal codice antimafia.

Questi interventi – si è sempre detto – si rendono necessari per colpire le mafie nel loro portafoglio, che è l’unica maniera di combatterle seriamente. Ed è vero: bisogna seguire la pista del denaro. Ma vi sono alcuni elementi sui quali è necessario riflettere: le dimensioni raggiunte dai provvedimenti di sequestro, anzitutto, che sono notevolissime (17.800 imprese, per un fatturato di circa 21 miliardi di euro); la gestione di questa massa di beni, poi, che purtroppo si è rivelata assai opaca (eufemismo); le imprese sequestrate e confiscate, infine, che non riescono a stare sul mercato e raramente sono in grado di sopravvivere al ciclone dell’amministrazione giudiziaria. Un vero fallimento, col quale si finisce per ottenere il contrario di quel che si voleva, dimostrando che lo Stato funziona peggio di quanto funzionino invece i circuiti dell’economia illegale.

Ma chi abbia un minimo di sensibilità giuridica non può non rimanere colpito da un punto decisivo, che viene innanzi a tutti questi: che le misure in questione vengono prese in presenza di indizi di colpevolezza ma in assenza di un giudicato, e con possibilità di difesa e di opposizione molto, molto limitate. Quella che così viene delineata non è una soluzione difendibile in un ordinamento di impronta liberale, ma è adottata di fatto, in via emergenziale, tant’è vero che costituisce una specialità tutta italiana (che gli altri Paesi, contrariamente a quel che a volte si sente dire, non ci invidiano affatto, e infatti non utilizzano). Per giunta, si tratta di quelle emergenze perenni, che durano decenni, e che nel tempo prendono dimensioni abnormi e, spesso, incontrollate.

Ebbene, di questo sistema cosa viene in discussione oggi? La possibilità di ampliarlo ulteriormente. Di estenderlo ben oltre i confini della lotta alla criminalità organizzata, colpendo anche gli indiziati di delitti contro la pubblica amministrazione: la corruzione, la concussione, finanche il peculato. Deve essere chiaro che parliamo di indiziati, di cui si sostenga la pericolosità sociale, non di colpevoli. Il principio ispiratore è, in breve, che ovunque vi siano accumulazioni di ricchezze “probabilmente” illecite, lì deve poter arrivare la mano non della giustizia, ma del procuratore. Sulla base di una prognosi di pericolosità che in nome della sicurezza amplia l’ambito delle misure di prevenzione, restringe il principio di legalità, mortifica i diritti costituzionali alla proprietà e alla libertà di iniziativa economica. E fa sferragliare quell’enorme carrozzone che è stato finora l’Agenza nazionale dei beni confiscati.

Ma come si fa a dire no, se si tratta di lottare contro la corruzione? Chi dice no, non vuole lottare: questo deve essere il sottinteso che spinge il capogruppo al Senato del partito democratico, Luigi Zanda, a escludere ogni ripensamento in materia. Come se si trattasse di allontanare da sé, e dal partito, il sospetto di immoralità, di connivenza con il malaffare, di indecente tolleranza nei confronti del delitto. Così bisogna fare la gara coi populisti nel dimostrare che, nella lotta alla corruzione, sono solo gli avvocaticchi e gli azzeccagarbugli, i causidici e gli intrallazzatori quelli che si mettono di traverso.

Gli avvocaticchi, gli azzeccagarbugli, e Berlusconi. Questo, infatti, è il panno rosso che «Repubblica» agita dinanzi al toro dell’opinione pubblica rispettabile e di sinistra, per spingere la legge: mette da una parte la parola «antimafia», che porta con sé l’idea di una cosa che va fatta e non può non esser fatta, senza indebolire in maniera inaccettabile il fronte della lotta alla criminalità organizzata, e dall’altra associa a dubbi e perplessità sul provvedimento il nome dei berluscones che si muovono felpati nei corridoi di Palazzo Madama, senza mancare ovviamente di evocare i processi ancora in corso a carico del Cavaliere. Come se appunto le manovre in Parlamento a cui il Pd non dovrebbe prestarsi riguardassero la possibilità che l’approvazione della legge minacci le proprietà di Berlusconi.

Dopo vent’anni e più, il totem dell’antiberlusconismo, grazie al quale è stato costruito l’impasto di populismo e giustizialismo che domina la scena politica italiana, evidentemente funziona ancora. D’altronde, come si può spiegare altrimenti il fatto che il partito democratico continua a subire la fiumana retorica a cinquestelle, se non perché certi germi li ha incubati nel suo seno? Questa idea che il diritto può essere messo da parte, se si tratta di mandare a casa i ladri e i corrotti, è il leit motiv di qualunque intervento grillino in materia di politica della giustizia. Ma quali idee alternative ha il partito democratico, e quanto deve temere di tirarle fuori, se il semplice accostamento del nome di Berlusconi basta a frenarne qualunque spirito critico, e a farsi paladino di misure giacobine, manifestamente illiberali?

(Il Mattino, 23 giugno 2017)

La vera Antimafia

Immagine.jpgUn ripensamento sulle ragioni dell’Antimafia è stato avviato già da qualche tempo, e forse sarebbe utile condurlo a partire dalla parole che il procuratore di Palermo, Francesco Lo Voi, ha speso all’inizio di quest’anno, in un’occasione solenne, l’inaugurazione dell’anno giudiziario: «C’è stata forse una certa rincorsa all’attribuzione del carattere di antimafia, all’autoattribuzione o alla reciproca attribuzione di patenti di antimafiosità a persone, gruppi e fenomeni che con l’antimafia nulla avevano e hanno a che vedere». E più avanti: «La rincorsa è servita anche a tentare di crearsi aree di intoccabilità, o magari a riscuotere consensi, a guadagnare posizioni, anche a fare affari; ed a bollare come inaccettabili eventuali dissensi o opinioni diverse. E, spiace registrarlo, a questa rincorsa non si è sottratta quasi nessuna categoria sociale e, pur con tutte le cautele del caso derivanti dal rispetto per alcune indagini ancora in corso, forse neanche qualche magistrato».

Se ricordo queste parole, è perché aiutano a capire. La conferma che i clan camorristici stavano progettando di attentare alla vita del Capo della Procura di Napoli – avevano già preparato l’esplosivo, e condotto sopralluoghi, e studiato abitudini di vita e di lavoro di Giovanni Colangelo – dimostra che cosa ancora oggi significhi, purtroppo, condurre a fondo un’azione di contrasto nei confronti della criminalità organizzata. Che cosa significa condurre inchieste, catturare latitanti, spiccare arresti, disporre confische. Che cosa significa mettere in discussione anche certi codici culturali, chiedendo per esempio alle madri di togliere i loro figli dalla strada, spiegandogli che la strada della delinquenza conduce, nel migliore dei casi, al carcere, e in molti altri casi al cimitero. D’altronde il clamore suscitato dalle raffiche di kalashnikov sparate contro la caserma dei carabinieri di Secondigliano è in realtà in un rapporto di proporzione inversa alla forza del radicamento territoriale: meno è forte, più ha bisogno di gesti plateali per affermarsi. Il che dimostra per un verso la fluidità della scena criminale napoletana – che non ne diminuisce affatto la pericolosità ma può anzi persino accentuarla – ma per l’altro anche l’incisività dell’azione che le forze dell’ordine sono venuti in questi mesi conducendo. Colangelo e i suoi pm stanno dando fastidio; una lotta alle mafie condotta con questa determinazione, con questa tenacia, produce effetti, ottiene risultati.La storia delle mafie è la storia della debolezza dello Stato, nel senso che la prima non ci sarebbe stata se non ci fosse stata la seconda. Dove dunque è effettivo l’esercizio dei poteri pubblici, lì sono le mafie a indebolirsi, e sono dunque costrette a reagire.

E così torniamo al discorso del procuratore Lo Voi. Alla necessità di «sostenere e supportare coloro che fanno, anziché quelli che dicono di fare». Forse è sin troppo facile mettere Giovanni Colangelo tra coloro che fanno, e che dunque vanno sostenuti e supportati, mentre è più difficile togliere sostegno e supporto a quelli che dicono – dicono soltanto – di fare. Però è necessario, per dare forza ai primi proprio togliendola ai secondi.

C’è stata in passato un’Antimafia che ha scosso omertà, paure e silenzi, e portato una nuova consapevolezza nella società italiana, strappandola a sottovalutazioni di comodo, e anche ai pregiudizi locali, al folclore e all’antropologia d’accatto. C’è stata un’Antimafia che ha contribuito a spostare l’attenzione anche oltre il terreno stretto della repressione penale, e a individuare quella invisibile linea, varcata la quale i soldi cattivi diventano buoni e non si lasciano più acchiappare. Ma c’è stata e c’è anche un’Antimafia burocratizzata, routinaria, un’Antimafia di carta, un carrozzone inutile o peggio un centro di gestione di affari e consenso e potere: formatosi sia per semplice inerzia che per preciso calcolo e interesse, per guadagnare posizioni o per fare affari.

E invece «antimafia è e significa rispettare le leggi e fare il proprio dovere; gran parte del resto è sovrastruttura»: è ancora il pensiero di Lo Voi, e non è un pensiero vuoto, o banalmente retorico. Sono proprio le risultanze investigative di queste ore a dimostrarlo: quando gli inquirenti scoprono che i clan questa distinzione la sanno fare molto bene, e non perdono tempo appresso alla sovrastruttura, che non spaventa nessuno, ma mettono nel mirino e provano a smantellare la struttura dello Stato che funziona, allora vuol dire che una netta demarcazione va di nuovo tracciata. Per mettere risorse dove servono, e togliere l’acqua dove nuota invece l’Antimafia delle parole.

(Il Mattino, 13 maggio 2016)

Le speculazioni e il dovere di fare chiarezza

riunione_dipartimentiSe per antimafia si intende anzitutto un moto di partecipazione, alimentato da passione politica e civile, di antimafia l’Italia ne ha un bisogno assoluto, oggi come ieri. Una religione civile, ha scritto ieri Isaia Sales su queste pagine. Un insieme di dispositivi, anche simbolici, di pratiche e di manifestazioni che rafforzino il senso di appartenenza dei cittadini a una medesima entità statale. Una memoria comune, condivisa, in cui è bene che si iscrivano i segni che hanno lasciato gli uomini e le donne caduti per mano delle mafie, perché hanno difeso lo Stato e le sue leggi. E oggi come ieri questa difesa è indispensabile.

Ma l’antimafia è anche altro. La stessa memoria diviene culto e ha i suoi officianti, dediti a volte a interessi e commerci di ben altra natura (e il più delle volte meschini). Lo ha detto il Procuratore Lo Voi a Palermo, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, ma lo ha ripetuto anche ieri il procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti: c’è chi specula sull’antimafia, chi si costruisce una posizione. C’è chi fa, ma c’è pure chi dice di fare, e dicendo ci ricava il suo lucro.

Ma non è l’unico aspetto su cui varrebbe la pena discutere criticamente. La riflessione è in parte in corso, a dire il vero. E non mi riferisco certo alle parole eccezionalmente gravi di Luigi Di Maio, che è arrivato a scrivere  che don Peppe Diana è stato ucciso una seconda volta «non dai camorristi ma da premier, sottosegretari e ministri». Il motivo di questo durissimo j’accuse (e di questo pessimo esempio di strumentalizzazione politica di uno dei simboli dell’antimafia)? Il blocco dei fondi ai familiari delle vittime dei reati di tipo mafioso. Il punto è che non di blocco si tratta, ma della volontà di vederci chiaro nei criteri di erogazione dei rimborsi delle spese legali. Qualunque persona ragionevole capisce di cosa si tratta: del timore che qualcuno ci mangi su. Si può condurre una verifica del genere? Non solo si può: si deve.

Allo stesso modo, in novembre la Camera dei Deputati ha approvato a larga maggioranza la riforma dell’Agenzia dei beni confiscati (ora  al Senato). A detta ormai di tutti, l’Agenzia così com’è non funziona. Le norme più stringenti approvate dovrebbero scongiurare una gestione familistica dei beni (nuovi casi Saguto, insomma) e dovrebbero anche aiutare, tramite l’istituzione di un apposito fondo, la loro capacità di produrre nuovamente utili, salvaguardando posti di lavoro. Restano però due dubbi, che è doveroso manifestare senza che nessuno – si spera – prenda la penna e ci dia dell’assassino. Il primo riguarda l’assegnazione e la destinazione di questi beni. Il giusto timore di farli finire nuovamente in mani sbagliate, e la giusta volontà di sostenere grazie a quei beni iniziative di carattere sociale (la religione civile) rischia di fatto di sottrarre ingenti risorse ai normali circuiti di mercato. Si può costruire intorno all’antimafia un’attività economica separata? Il secondo dubbio, più strettamente giuridico, riguarda una procedura che di fatto blocca attività e beni di carattere economico prima che intervenga un giudicato. Anche qui un punto di domanda va posto, anche solo per ragioni di scuola, ed è bene che sia posto ogni qual volta si agisce per ragioni di carattere emergenziale.

Tutta l’antimafia nasce infatti sotto il segno dell’emergenza. Ma quanto dura un’emergenza? E quali effetti produce un’emergenza  perenne, che si protrae per più di una generazione? In Italia, c’è un filo non mai interrotto che lega le scelte di politica criminale in materia di contrasto alla criminalità organizzata a quelle compiute decenni fa contro il terrorismo politico. Ma il terrorismo è stato sconfitto, le mafie no. Ora, ci sono tre aspetti principali intorno a cui continua a ruotare un percorso di carattere emergenziale, ai fini di repressione del fenomeno, senza che sia mai introdotta nel dibattito pubblico una riflessione seria, laica, sulla loro efficacia. E cioè: l’indurimento delle pene da un lato, l’inasprimento dei sistemi di sanzione cautelare dall’altro, il potenziamento dell’arsenale degli strumenti processuali dall’altro ancora. Anche in questo caso, c’è bisogno di un confronto di merito, senza anatemi e senza demonizzazioni, perché fare in sostanza due tipi di processo – uno per i mafiosi, l’altro per tutti gli altri – è almeno discutibile in linea di principio, se i principi naturalmente, li si prende da un’idea sufficientemente liberale di diritto penale.

Infine, la cosa più difficile. Lo ripeteva anche Roberti ieri, nell’intervista al Mattino. Rete idrica, servizi pubblici, scuole aperte al pomeriggio: questa è lotta alla mafia. In mancanza, sono le mafie non solo a dare opportunità di lavoro alla manovalanza che reclutano in contesti economici e sociali degradati, ma anche a costruire reti di integrazione sociale, a offrire codici culturali e simbolici: un’altra religione civile, insomma, rovesciata rispetto a quella dello Stato. Un’ideologia che non si forma solo in interstizi e per le incrinature dei poteri pubblici, ma diviene anzi il tessuto normale di vita di interi strati sociali. Se questo continua ad accadere, non ci sarà uso di simboli o celebrazione di processi che tenga.

(Il Mattino, 21 marzo 2016)

 

 

 

Se stare dalla parte giusta è come indossare una divisa

luciaborsellino-975x310«Non capisco l’antimafia come categoria»: così dice Lucia Borsellino, nell’intervista rilasciata a «Repubblica», subito dopo avere lasciato la Giunta regionale siciliana. Dimissioni in qualche modo attese, nel senso che il disagio raccontato dalla figlia del giudice Borsellino data ormai da alcuni mesi. Ma non fa per questo meno male ascoltare dalla sua voce la richiesta di non essere coinvolta nelle commemorazioni del 19 luglio, giorno in cui il padre Paolo perse la vita, ventitré anni fa, per un vile attentato mafioso, che fu capace di scuotere le fondamenta stesse della prima Repubblica.

Lucia Borsellino lascia per dissapori, incomprensioni, per un «abbassamento di tensione anche morale» nel governo siciliano; perché si sono persi di vista gli obiettivi, aggiunge ancora. Ma al di là delle specifiche vicende che l’hanno spinta a concludere anzitempo la sua esperienza politica, c’è anche, nelle sue parole, un allarme più generale, che concerne il significato di un impegno vero, rigoroso, intransigente, per la legalità. Lucia Borsellino lo dice con parole misurate e molto sobrie, ma non per questo meno nette. L’antimafia non può essere una categoria, dice, non può essere una sovrastruttura sociale, la divisa che qualcuno indossa e con la quale esercita con lucro economico o politico una professione. A volte può bastare un cognome, Lucia Borsellino lo sa e non lo può consentire. Lo sa perché ha fatto esperienza di cosa significhi essere tirati da una parte o dall’altra in virtù del solo fatto di portare un cognome. Di certo non significa combattere la mafia: non può anzi esserne nemmeno il surrogato. Proprio non funziona, non è così che si fa e in ogni caso non è così che Lucia Borsellino vuole fare.

Se ne va, dunque, ma restano le sue parole e la sua amarezza, e con quelle bisogna fare i conti. Perché invece di andare con la memoria a Sciascia e alla ruvida polemica contro i professionisti dell’Antimafia, che viene richiamata ogni qual volta occorre dire che tutti, anche i più esperti conoscitori di cose di mafia possono sbagliarsi, è forse più sensato allineare qualche altro segnale a fianco di quello mandato da Lucia Borsellino con le sue dimissioni.

Perché di segnali ve ne sono, purtroppo. Cosa infatti si deve pensare della questione di recente sollevata dal Presidente dell’Anticorruzione, Raffaele Cantone, a proposito della gestione dei beni confiscati alle mafie? Il minimo che si deve pretendere, al riguardo, è che allo Stato riesca di amministrare quei beni meglio di quanto non facciano le organizzazioni criminali. Ma va davvero così? No. E sulla materia degli incarichi agli amministratori giudiziari è un eufemismo dire che l’incertezza regna sovrana. Quel che in effetti regna è una gestione opaca, sia nella determinazione dei compensi che negli affidamenti degli incarichi, con risultati che dal punto di vista della redditività del bene lasciano molto a desiderare (altro eufemismo). Ma il rischio che l’Antimafia significhi spartirsi tra pochi la gestione dei beni che lo Stato sottrae alle mafie esiste eccome. Lo ha capito per tempo il ministro Orlando, che ha predisposto un calmiere delle tariffe, ancora però in attesa di un parere del Consiglio di Stato.

Altro, brutto segnale è giunto in queste ore. L’ex componente dell’Antimafia ed ex parlamentare, Lorenzo Diana – molto noto, come recitano le Agenzie, per il suo impegno e la sua lotta contro i clan, tanto da essere citato da Roberto Saviano nel suo «Gomorra» dalla parte giusta – è indagato dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli per concorso esterno in associazione mafiosa, per una storia di appalti alla cooperativa Concordia. Una storia clamorosa, che forse si sgonfierà presto e che in ogni caso non autorizza nessuno a  pronunciare o anche solo insinuare giudizi di colpevolezza. Ma colpisce il commento di Diana: «Mi sembra – ha detto – di essere tra un sogno e Scherzi a parte». Questo commento può significare, purtroppo, due cose: la prima, che l’accusa è talmente improbabile che non ci si può credere; la seconda, che è talmente improbabile che un simbolo della lotta alle mafie sia inquisito che non ci si può credere.

Non è la stessa cosa, perché nel secondo caso quelle parole indicano, volenti o nolenti, proprio ciò che Lucia Borsellino dice di non poter capire: come l’Antimafia sia divenuta una sovrastruttura, cioè una copertura simbolica che abilita alcuni e solo alcuni a sostenere certe parti, accendendo un’ipoteca morale su chiunque provi a metterle in discussione.

Lorenzo Diana ha ricevuto nel 2008 il Premio Borsellino per il suo impegno. Il premio è sicuramente meritato. Sull’uso del cognome vale per tutti l’avviso della figlia Lucia.

(Il Mattino, 4 luglio 2015)