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Stato-Mafia, Mannino assolto smentito il teorema dei pm

tribunale-3L’assoluzione di Calogero Mannino dall’accusa di violenza o minaccia a corpi dello Stato assesta un duro colpo all’indagine sulla trattativa Stato-mafia. Il cui filone principale pende ancora a Palermo. Per l’accusa, Mannino era «l’istigatore e ispiratore principale del contatto tra Mori, De Donno, e Cosa nostra perché si riuscisse a evitare in qualche modo che la mafia lo ammazzasse». Questa era, secondo i pm, il fine umano, troppo umano del potente uomo politico democristiano, nell’ambito di un più ampio tentativo, perseguito da uomini dello Stato e da settori delle forze dell’ordine, di raggiungere una sorta di «intesa cordiale» con la mafia. Ma per il giudice le cose non stanno affatto così: Mannino non ha dato alcun impulso scellerato a strategie di appeasement nei confronti dei boss mafiosi.

Normale dialettica giudiziaria? In certo senso sì, se almeno si conviene che è ben possibile che i processi non si concludano immancabilmente con una condanna, e può dunque accadere che un giudice dia sonoramente torto a un pubblico ministero. Ma la rilevanza di questa vicenda – il cui svolgimento ha coinvolto persino un Presidente della Repubblica in carica, Giorgio Napolitano, la cui testimonianza fu raccolta dai magistrati in trasferta sul colle del Quirinale – merita qualche considerazione ulteriore.

Per il penalista Giovanni Fiandaca, che se ne è occupato a lungo, l’indagine sulla trattativa è una «metafora emblematica di una serie di complesse e, per certi versi patologiche, interazioni fra un certo uso antagonistico della giustizia penale, il sistema politico mediatico e il tentativo di fare maggiore chiarezza, sotto l’aspetto storico-costruttivo su alcuni nodi assai drammatici della nostra storia recente». Lo è, in realtà, da ben prima che arrivasse questa sentenza (o quella che ha mandato assolto il generale Mori per il presunto, mancato arresto di Provenzano). Vi sono infatti insieme tutte e tre le cose che dice Fiandaca, e il guaio sembra essere appunto che quelle cose stanno tutte insieme, con la relativa confusione di piani.

Vi è anzitutto un piano di carattere storico-storiografico. Quelli che scrivono la storia difficile possono trascurare commistioni, condiscendenze, connivenze fra potere politico e potere mafioso. Possono spingersi anche a sostenere che gli stessi equilibri politici nazionali, non solo dunque le vicende siciliane, hanno risentito a lungo di una formula opaca di gestione dei rapporti con i poteri criminali, in specie negli anni del lungo regno della DC nell’isola. Benché poi la lotta alla mafia sia stata condotta con ben altra energia rispetto al passato, sarebbe azzardato sostenere che quei rapporti si siano del tutto interrotti, e che in nessun punto le amministrazioni pubbliche siano oggi premute da condizionamenti di carattere mafioso. È vero purtroppo il contrario. Ma un conto è la verità storica, il dato sociologico, un altro è invece la risultanza giudiziaria, la rilevanza penale. Un piano non può travasarsi disinvoltamente nell’altro, che richiede piuttosto il paziente accertamento di reati specifici in circostanze puntuali, secondo principi, regole e garanzie di civiltà giuridica che non possono essere travolti in nomi di un sapere di carattere storico, o di una denuncia di carattere politico, o di un moto di indignazione morale. Il fatto che per penalizzare la trattativa si dovesse ricorrere (e ancora si proverà a ricorrere) a una desueta figura di reato – quella prevista dall’articolo 338 del codice penale – lascia già intendere quanto azzardata fosse la trasposizione di piani, e debole l’ipotesi accusatoria.

C’è quindi l’aspetto politico-mediatico, come diceva Fiandaca. Una volta che sia in piedi una accusa così pesante, da gettare un velo di sospetto persino sulle più alte cariche dello Stato, è chiaro che diviene politicamente assai scomodo non sposare il partito accusatorio. Diciamo la verità: un professore di diritto penale se lo può permettere, in sede scientifica, molto più di quanto non possa permetterselo un uomo politico, in un pubblico dibattito. Il rischio è finire in odore di mafia, sospettati di qualche contiguità, al primo dubbio di carattere tecnico-giuridico. Come se questa dimensione fosse viziata sempre e comunque di un insopportabile e ipocrita formalismo. Non è ovviamente così, e prima o poi sarebbe importante ricordarsi che nei tribunali non si bada al sodo, non si taglia corto, non si va alla sostanza: si sta piuttosto dentro le regole e ci si attiene a quelle.

Difficile peraltro non osservare che la stessa politica giudiziaria, all’interno degli uffici, risente di un così vasto impegno investigativo su una materia tanto scottante: forse è inevitabile, forse ciò è parte di quel maggiore determinazione nella lotta alla mafia di cui lo Stato ha assoluta necessità, e che ha cercato di mettere dal maxiprocesso in poi. Sta però il fatto che la questione mafia diviene anche, inevitabilmente, una questione di potere persino nelle procure, il che non contribuisce alla migliore organizzazione del servizio giustizia.

Con l’assoluzione di Mannino abbiamo infine un indicatore importante, per collocarci rispetto al senso del processo penale. L’assoluzione significa che lo Stato rinuncia a fare sul serio la lotta alla mafia, oppure che le accuse non devono reggere solo in tv (dove immancabilmente reggono), ma pure innanzi ad un giudice (dove troppo spesso cadono)?

(Il Mattino, 5 novembre 2015)

Assoluzione di Fitto, il dovere di riflettere

Acquisizione a schermo intero 01102015 192458.bmpForse qualche riflessione occorre, dopo che la Corte d’Appello ha mandato assolto «perché il fatto non sussiste» Raffaele Fitto, ex governatore della Regione Puglia, poi europarlamentare e, da ultimo, leader della formazione dei Conservatori e Riformisti, staccatisi da Forza Italia.  L’assoluzione arriva a distanza di ben nove anni dall’ordinanza di custodia cautelare che avrebbe portato Fitto in carcere, se la Camera non avesse respinto la richiesta della Procura. Fitto era stato accusato di corruzione, ed era stato condannato in primo grado, nel 2013, a quattro anni di reclusione e cinque anni di interdizione dai pubblici uffici per una presunta tangente di 500.000 euro versata dall’imprenditore della sanità Gianpaolo Angelucci. Sotto prescrizione cadono invece gli altri reati contestati, l’associazione a delinquere, l’abuso d’ufficio e l’illecito finanziamento ai partiti. Di fronte a una sentenza simile, che ribalta l’esito del processo di primo grado, il procuratore della Repubblica di Bari, Giuseppe Volpe, ha diramato una nota per dire che la decisione presa dalla Corte di Appello ha «confermato la fondatezza dell’ipotesi accusatoria». Confermato. La fondatezza.

Ora, è evidente che, in generale, non basta un’assoluzione per giudicare manifestamente infondata l’ipotesi sulla base della quale la pubblica accusa ha proceduto, ma ancor meno si può ritenere il contrario, che cioè basti la prescrizione a darla invece per confermata. Un bel tacer ogni dotto parlare vince, avrebbe detto il poeta Metastasio, ma forse la circostanza induce molto poco a fare della poesia.

L’accusa investiva infatti Raffaele Fitto e il governo della Puglia (lasciato un anno prima, nel 2005) per una vicenda non piccola, che toccava uno dei capitoli centrali delle politiche regionali, la sanità. Non diversamente, del resto, è andata in Campania ad Antonio Bassolino. Anche nel suo caso al centro delle inchieste c’era un pezzo fondamentale del governo regionale, la gestione del ciclo dei rifiuti. E anche nel suo caso, a sette anni dall’emergenza, i fatti hanno preso a non sussistere più. Ora che di Bassolino si torna a parlare come di un possibile candidato alla poltrona di primo cittadino, viene da chiedersi quante scorie di quelle vicenda rimarranno comunque nel dibattito pubblico in conseguenza non di un apprezzamento politico, ma di un’iniziativa giudiziaria. Tutti sanno d’altronde che, purtroppo, l’assoluzione che arriva dopo l’accusa non ripristina affatto, agli occhi dei più,  lo status quo ante. Le parole del procuratore Volpe sono una conferma lampante di ciò.

E dunque qualche riflessione occorre. Sanità e rifiuti sono le voci più importanti su cui si dà prova di buon governo o di cattivo governo di una regione. Ma non è la stessa cosa se i cittadini arrivano a pronunciare il loro giudizio, nell’urna, mentre pendono inchieste, accuse e condanne, che poi si risolvono in un nulla di fatto, oppure quando nulla di questa nera nuvolaglia ingombra l’orizzonte. È chiaro, infatti, che il corso politico degli eventi risente dei procedimenti giudiziari, e quando, a distanza di anni – di molti, troppi anni –  si deve prendere atto che l’ipotesi accusatoria può forse continuare ad apparire fondata agli occhi di qualche magistrato, ma è in realtà franata in secondo grado, è inevitabile domandarsi se non vi sia da rifletterci su. Perché in gioco non è solo il destino individuale delle persone, che pure non è certo un particolare trascurabile; in gioco sono aspetti cardinali di una democrazia liberale: l’equilibrio fra i poteri e il rispetto delle forme della rappresentanza democratica.

La ragione per cui questi interrogativi vengono sollevati in queste occasioni, quando il problema dei tempi del processo riguarda il sistema della giustizia nel suo complesso sta tutta qui: la casta non c’entra per nulla. E non basta neppure osservare che fa parte della normale dinamica processuale che una sentenza d’appello capovolga il giudizio di primo grado. Se così non fosse, si potrebbe infatti concludere perfino che è inutile prevedere un secondo grado di merito. Ma non basta, perché il nodo dei tempi di svolgimento del processo resta, e resta pure una cultura, che si fa fatica a contrastare, per cui è sufficiente un’accusa per anticipare di fatto una condanna, salvo poi ricredersi quando le risultanze processuali danno esiti diversi, a così tanta distanza dai fatti che nessuno se ne ricorda più. O magari non ricredersi nemmeno, ma ribadire che l’accusa stava in piedi comunque, assoluzione o non assoluzione.

Che dire? Qualche riflessione occorre davvero.

(Il Mattino, 1 ottobre 2015)