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Il dialogo è scomodo. Ma senza dialogo siamo più poveri

Ma il cristianesimo è vero o no, in punta di fatto? La domanda non sembra proprio che possa essere aggirata, se è vero quanto diceva San Paolo ai suoi fratelli in Cristo: “Se Cristo non è risorto vana è la vostra fede”. Tutto ruota intorno alla resurrezione di Cristo. Hai voglia quindi a imbastire dialoghi fra credenti e non credenti, istituire cattedre, scrutare i segni dei tempi, o sforzarsi di capire le ragioni degli altri: alla fine bisogna tornare al punto, e chiedersi se Cristo sia davvero risorto oppure no.

Eppure non va così: non solo per il cardinale Martini, che al dialogo con i non credenti ha dedicato una parte fondamentale e insostituibile del suo impegno pastorale, intellettuale e spirituale, ma, oso dire, addirittura sulle strade del Vangelo. Lì, infatti, ad un certo punto, Cristo risorge. Così almeno narrano gli evangelisti. Secondo il racconto di Luca, Gesù apparve dopo la morte a due discepoli, in viaggio verso Emmaus, e camminò a lungo con loro. Senza essere riconosciuto ne ascoltò i discorsi, li interrogò, apprese così da loro stessi la delusione per la morte del Maestro e la confusione in cui erano stati gettati dalla scoperta del sepolcro vuoto. Allora Gesù interpretò per loro le Scritture, mostrando come esse si riferissero ovunque a lui come al Messia.

Ma non bastò. Non accadde nessuna rivelazione. Giunti al villaggio, Gesù fece come se dovesse proseguire il cammino, e solo dietro l’insistenza dei compagni di viaggio accettò di fermarsi a cena. E fu, allora, l’ermeneutica del gesto eucaristico, lo spezzare il pane ed il versare il vino, ad aprire finalmente gli occhi dei discepoli.

Orbene, io non sono un teologo né un biblista, ma voglio avventurarmi ugualmente nell’interpretazione di questi versetti, e provare a pensare che in essi si può trovare una buona ragione per dialogare e discutere anche quando non sia riconosciuta e stabilita preliminarmente e per tutti la stessa verità prima e ultima. Come non pensarlo, da parte almeno dei credenti, se persino Cristo risorto, nel Vangelo, non si impone con la forza dell’evidenza, ma prende la via del dialogo e dell’ascolto? Come non pensarlo, se alla fine della giornata Gesù accetta il rischio di aver discusso inutilmente, e fa per rimettersi in viaggio, con buona coscienza e senza rancore (immagino), e soprattutto senza aver ancora dimostrato se stesso e la verità? E come non pensarlo, da parte dei non credenti, che non possono certo dire, in prima persona, di essere la via, la verità e la vita, e non hanno dunque altro che le parole per mettere in comunione il vero?

Quando Carlo Maria Martini istituì in Milano la cattedra dei non credenti, sia da parte cattolica che da parte laica si ebbe quasi un moto di fastidio per questa tenace propensione al confronto, per una ricerca tesa, rigorosa e insieme aperta,  di possibili motivi comuni, che, a giudizio di quei severissimi censori, finiva col mettere da parte la pietra di inciampo decisiva, cioè la resurrezione di Cristo e insomma la verità della religione cristiana. Come se riflettere sul significato storico, culturale o antropologico della religione e delle religioni, oppure discutere di morale cristiana, morale laica, morale naturale, o ancora interpretare simboli e significati dell’esperienza umana del mondo e interrogare la costituzione filosofico-politica della modernità rappresentasse solo una perdita di tempo, fosse colpevolmente elusivo o costituisse comunque un modo di togliere dal tavolo la questione fondamentale. Che doveva essere e rimanere, nuda e cruda, la pretesa di verità della Chiesa. Altro che dialogo: da parte laica si manifestava chiaramente, in questo modo, l’ambizione di inchiodare i cristiani, e ancor più i cattolici, all’irrazionalità e finanche all’assurdità dei loro dogmi; da parte cattolica si protestava invece contro gli indebolimenti, i relativismi, i revisionismi e insomma tutte le aperture del cardinale. Vale a dire: tutto quello che si può dire lungo la via, prima che si faccia sera e si accetti o meno l’invito a restare a cena.

Eppure la Gaudium et spes  formulava espressamente agli atei l’invito a “voler prendere in considerazione il Vangelo di Cristo con animo aperto”. Il cardinale Martini fece lo stesso, e con lo stesso animo. Ancora: la Gaudium et spes giudicava l’ateismo uno dei fenomeni più preoccupanti del nostro tempo, ma offriva anche il riconoscimento che la civiltà moderna non è tale per essenza. E dunque: ora che stiamo assistendo all’esaurirsi della vena postmoderna, non sarebbe cosa assai importante riprendere il filo di una riflessione sul significato della modernità, su cosa mai essa sia o sia stata per essenza? E non sarebbe utile che credenti e non credenti continuassero a farlo insieme, discutendo e dibattendo fino a sera, nello stesso spirito di Carlo Maria Martini?

Dopamina per tutti

Perché le scienze cognitive applicate alla morale costituirebbero un settore chiave? Chiave per aprire che cosa? Leggo (grazie al blog) che fra qualche anno potremmo avere qualche elemento in più per sapere se abbia ragione Dennett, per il quale la religione passerà di moda, oppure Gray, per il quale è come il sesso: un bisogno fondamentale che di moda non passerà. Spero proprio che sia qualche anno, e non qualche decennio o secolo, perché mi farebbe piacere conoscere la risposta, anche se dubito molto che le scienze cognitive applicate alla morale potranno darmela.

O forse potranno. Chissà. Però mi domando: si considera che sia un problema empirico o concettuale la questione di sapere che cosa significa che queste e queste altre sono le basi fisiologiche del bisogno di religiosità? Si considera che v’è chi neghi (e che perciò vada dimostrato) che quando il credente si trova nella disposizione della credenza (qualunque cosa ciò significhi) nel suo cervello accade qualcosa? E posto che si dimostri che quel che accade nel cervello non è gran che e può non accadere per questi e questi altri motivi (biologici, chimici, farmacologici o chissà cos’altro), si sarà davvero con ciò dimostrato che la religione è solo una moda, un fenomeno culturale passeggero? Ma posto che si nutrano simili considerazioni, sono esse scientifiche? Lo sono secondo quale idea di scientificità? D’accordo: meno ideologia e più scientificità. Ma è ideologico o scientifca la determinazione del senso dei risultati scientifici? Posto infine che si dimostri che alla base della credenza religiosa c’è un sacco di dopamina, e che invece chi di dopamina non ne ha neanche una goccia è ‘naturale’ che non creda, si sarà compreso cosa, precisamente? (E chi impedirà o consentirà al futuro Ratzinger – Ratzinger no, facciamo Luca Volonté – di chiedere la prescrizione della dopamina per legge?).

Mah.

Ratzinger e Kant (un po' in fretta)

Mons Bruno Forte, intervistato da Alessandro Lanni, dice: quel che Benedetto XVI mette in evidenza è l’incompletezza di certe proposte (scienza, tecnica, progresso). D’accordo. Ma ciò con cui si è cimentata la filosofia nel ‘900 non è solo o tanto la caccia alla proposta completa, ma la critica della completezza (con l’avvertenza – qui piuttosto oscura – che questa critica non necessariamente si conclude all’affermazione che, dunque, siamo incompleti, poiché in questione è piuttosto il senso della completezza, e quindi anche dell’incompletezza). Invece la proposta di Forte è: ti faccio la critica di ogni costrutto umano/mondano, che è incompleto, e così lascio spazio al completamento. Non nego i penultimi (sono rispettoso della scienza), ma li critico quando credono di essere gli ultimi (lo scientisimo). E per giunta so io bene dove pescare gli ultimi. Si vede subito che in questo modo qualunque contributo della filosofia circa il senso di ciò che è ultimo e di ciò che è penultimo viene mancato. (Mentre Forte ha ragione nel sottolineare che una tale riflessione manca anche in chi semplicemente non vede il problema).

E se mons. Forte dice che il Papa dialoga con Kant, piuttosto che con Dawkins, io son contento, ho la stessa preferenza, ma poi penso che forse Kant non lo ha capito bene, perché è proprio di un intendimento superficiale di Kant che si tratta qui – l’intendimento che, fra l’altro, sta dietro le parole citate sotto [eccovi svelata la soluzione, e complimenti ad adlimina]: ho dovuto distruggere il sapere (lo scientismo) per far posto alla fede. Questo è però solo una prima presentazione del problema critico. Ma il senso della critica è, contemporaneamente, all’inverso: ho dovuto fare di Dio un problema senza soluzione per far posto all’uomo. Senza di che, Kant resta un libro chiuso.

(Lascio perdere per mancanza di tempo il resto dell’intervista, in cui c’è dell’altro. Ma in breve, non mi va quando la si mette come se si trattasse di scegliere: ti piace di più quel che combina l’uomo emancipato, o l’uomo non emancipato dal bisogno di Dio? Ammesso pure che mi piaccia di più il secondo, qui non si tratta di quel che piace o piacerebbe a me. E non mi va neppure quando la si mette come se ci fosse un implicito da esplicitare, e non mi va non solo per le ovvie ragioni che si possono immaginare, che anche così la si fa un po’ facile, ma non mi va proprio la logica dell’implicito e dell’esplicito. Questo però non si capisce, me ne scuso e vi saluto).

Dai all'ateo una chance

Grazie a Luca Sofri, mi sono guardato lo spettacolare "bilancio del culto dell’ateismo" redatto da Francesco Agnoli. E mentre mi leggevo la valanga di morti di cui s’è reso responsabile l’ateismo – denominatore comune, secondo Agnoli, e causa prima di tutte le turpitudini figlie della Rivoluzione francese -, mentre così leggevo e mi domandavo, assunto l’abito storico di Agnoli, di chi o cosa fosse figlia la Rivoluzione francese, e conseguentemente anche di chi nipote e bisnipote, mi sono ricordato che dopotutto la divisa del direttore del giornale è l’ateismo devoto: e allora, mi son detto? Come la mettiamo? Ma l’ateismo devoto – mi son subito risposto – è quella spece di ateismo il quale, di fronte a un simile bilancio, pensa che l’unica è fare finta che Dio ci sia. E quindi tutto torna.

Solo che c’è un’altra specie di ateismo, al quale è difficile mettere in conto tutti i morti messi da Agnoli sul conto di quanti hanno preteso di sostituirsi a Dio, perché un simile ateismo non nega solo la guida divina, ma nega pure che nella guida ci si debba sostituire a Lui. Di questa variante Agnoli non dice nulla, e non capisco perché.
Eppure è ben incarnata dalla democrazia (che però non saprei ben dire di chi è figlia, escluso che si tratti della Rivoluzione francese, e incerto come sono tra Donoso Cortes e Louis de Bonald).

Hitchens vince ai punti

Qualche tempo fa, a Napoli, a pranzo, Malvino mi domanda se io creda o no in Dio. Un dubbio doveva averlo assalito. Il solo fatto che un dubbio l’avesse assalito era per me motivo di qualche soddisfazione. Finché ho insegnato nei licei, ma anche dopo, non ho mai risposto a domande dirette sulle mie credenze politiche o religiose, e a scuola non mi dispiaceva affatto che i ragazzi avessero opinioni opposte sul mio conto. (Mi rendo conto peraltro che se avessi detto loro – come avrò detto – che mi riesce complicato credere, quando so, non mi avrebbero preso sul serio).

Ma insomma Malvino a pranzo, davanti a una signora pizza, mi domanda: per caso…?, ma mica…? Al che io rispondo – o almeno credo di aver risposto, se non ricordo male – qualcosa il cui senso doveva essere: l’ultimo dei miei problemi è se Dio esista o meno. Altra cosa è se mi domandi cosa ne consegue dal fatto che Dio esista, o che cosa ne vuoi fare. Credo di avere purtroppo confermato Malvino nell’opinione che la filosofia puzza troppo di teologia.

Dopodiché leggo su La Stampa che, in risposta a Christopher Hitchens, Al Sharpton, difensore di Dio, replica anzitutto preoccupandosi dell’uso che si fa di Dio: caro Hitchens, è insomma la risposta, tu te la puoi prendere col Vaticano, coi preti, coi settari, con ogni specie di integralismo, con la religione organizzata, ma tutto questo non è ancora negare l’esistenza di Dio. Non posso non approvare. Sharpton tuttavia non spiega a Hitchens (almeno: non nell’articolo) come sarebbe fatta una negazione dell’esistenza di Dio. Se avesse riflettuto su questo problema, avrebbe dato un contributo apprezzabile alla questione: così, la sua difesa è passabilmente inutile.

D’altro canto, sul piano dell’affermazione, Sharpton fa anche di peggio. Perché tira in ballo Dio dal momento che la scienza non risponderebbe alla domanda: com’è iniziata l’umanità?, e alla domanda: chi ha creato il giusto e l’ingiusto? A me pare ridocolo che si possa dire così, papale papale, che la scienza non spiega queste cose, o magari che non sono spiegabili. Spero sia una semplificazione dell’articolo. In ogni caso, anche con eventuali complicazioni, non vedo perché avremmo bisogno di affermare l’esistenza di Dio per sottrarre alla scienza la risposta a quelle domande; né vedo quanto ci guadagneremmo a rispondere dicendo: è stato Dio.

Allora: se è per questo, meglio, molto meglio l’ateismo di Hitchens. Vittoria ai punti per lui.

P.S. La pizza era offerta da Malvino, che quanto a ospitalità non è secondo a nessuno.