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Il Parco Verde dipinto di nero

Augias Fortuna Loffredo-2Anche lì, anche nell’isolato numero 3, nel rione Verde di Caivano, nella periferia a nord di Napoli, «anche lì si erano un po’ persi i punti di riferimento». E sarebbe davvero difficile pensarla diversamente, visto quello che è accaduto alla piccola Fortuna. Ma le parole con cui Corrado Augias ha descritto la foto mostrata dalla povera madre è sembrato che andassero malamente in cerca di una spiegazione del delitto, e che non la trovassero dove uno immagina che stia: dalle parti dell’assassino. Cosa ha visto infatti Augias in quella foto? Una bambina di cinque anni che si atteggia come una sedicenne, o una diciottenne. E un certo stridore fra quell’atteggiamento, quella pettinatura, quei boccoli, e l’età della bambina. E pure il resto un po’ sciatto e misero dell’inquadratura: la madre vestita di nero, e la statuina dorata di Padre Pio sullo sfondo.

Ora, è da credere che Augias non volesse neanche lontanamente addossare responsabilità alla bambina, o alla madre, e scagionare, o anche solo attenuare, quelle dell’uomo che ha abusato della bambina e l’ha uccisa. In ogni caso, comunque la pensi Augias, nessuna violenza sessuale viene compiuta «perché» la vittima si atteggia: in qualunque modo si atteggi e chiunque sia la vittima. Il «perché» è, infatti, dell’ordine delle ragioni, mai semplicemente delle cause. E quali che siano le cause di una violenza del genere, e di qualunque violenza, non si ha ragione alcuna di addurle.

Ciò detto, c’era davvero lo stridore e cosa propriamente strideva? Roland Barthes ha parlato del punctum di una fotografia: di quella cosa che si trova in una foto senza che chi l’ha scattata abbia voluto mettercelo, e Augias alludeva a qualcosa del genere. La mamma che accetta di mostrare alle telecamere una foto della bambina e sceglie probabilmente quella in cui è più carina non si accorge di mostrare qualcos’altro: non una bella bambina, ma una bambina bella secondo gli occhi, lo sguardo e il desiderio dei grandi. Sono i grandi, infatti, che vogliono le «belle bambine», spesso vestite e truccate come se dovessero partecipare a una sfilata, o comportarsi da piccole soubrette dello spettacolo.

Solo che questa sorta di imperativo sociale non si avverte solo nel palazzo di otto piani del parco Verde di Caivano, tra muri sporchi e marciapiedi sbrecciati, in un contesto segnato dallo spaccio, dalla delinquenza e da storie di ordinaria promiscuità. Per raccontare di pedofilia e abusi su bambini possono andar bene anche i seminari e le parrocchie, purtroppo, e allo sfruttamento sessuale dei minorenni può fare da sfondo anche un quartiere come i Parioli, nel cuore della Roma bene.

Anche lì, diceva invece Augias, e forse voleva sottintendere che in certe zone di Napoli, in aree desolate e in ambienti fortemente degradati, non c’è da meravigliarsi se l’infanzia scompare, se l’innocenza di un bambino è violata, se paure violenze e silenzi penetrano fra le mura domestiche. E certo: è difficile negare che povertà ed emarginazione facciano da sfondo a molti degli orrori che la cronaca ci racconta. Più difficile però è tirare una riga e mettere di là i quartieri (o le città, o magari le regioni meridionali) dove queste cose accadono, e di qua noi e i nostri quartieri, che in queste storie non ci finiscono mai.

Michel Foucault ha raccontato in maniera invero un po’ bizzarra la storia dell’età moderna, mostrando che è cominciata quando si è cercata di condurre un’operazione del genere: mollar giù l’ancora della nave di folli, vagabondi, poveri, irregolari, criminali, che prima giravano indisturbati per le strade e le piazze (si pensi alla figura popolare dello scemo del villaggio), per metterli tutti in qualche posto, meglio se rinchiusi, preservando l’ordine, la sicurezza e la normalità del resto della vita cittadina. Sia giusto o no, è molto dubbio che funzioni. Quel che ci piace e quel che non ci piace, quel che ci attira e quel che respingiamo non è detto infatti che stiano in due luoghi separati, e non piuttosto nello stesso luogo. Perché il diritto e il rovescio non si lasciano separare, e perché bisogni e desideri e relazioni di potere possono essere più forti anche delle determinanti economiche e sociali, e del decoro: urbanistico o morale che sia. È così sottile l’abito di civiltà che indossiamo che ci vuol molto poco perché si strappi, e che si strappi in più punti. E non è detto affatto che sia più resistente l’abito più elegante, e meglio confezionato.

(Il Mattino, 5 maggio 2016)

La cultura in tv

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Giovani scrittori, geniali compositori, professori, artisti e protettori di tutte le muse si stanno già fregando le mani: tolte di mezzo l’Isola dei Famosi e Miss Italia tocca finalmente a loro. La Rai ha deciso infatti di puntare sulla cultura; il Direttore Generale, Anna Maria Tarantola, vuole una tv di qualità, perciò da questo momento Corazzate Potëmkin tutte le sere (quella coi sottotitoli in lingua originale, s’intende).

In realtà, su questa storia di come la Rai debba assolvere alla sua funzione di servizio pubblico, essendo la principale industria culturale del paese, non si riesce mai a venire a capo di nulla. C’è sempre quello che non vorrebbe dare le perle ai porci, l’altro che invece non sa immaginare nulla di diverso da una porcilaia, e in mezzo l’esperto di comunicazioni di massa che metterà l’uno e l’altro a tacere per parlarvi dello specifico televisivo, come una volta si parlava dello specifico filmico. Ugo Volli ha provato ieri a dissipare qualche equivoco, sulle colonne di questo giornale, togliendo perlomeno di mezzo l’idea che basti cancellare le miss e liberare il palinsesto dai reality ormai decotti per darsi una patina di cultura. Purtroppo non è così, e non per colpa dei programmi di serie B che infestano la programmazione: chi gioca in cadetteria sa benissimo in quale campionato milita e non si sogna nemmeno le prosopopee della cultura alta. Ma è in serie A – ha spiegato giustamente Volli –  che in Rai le cose proprio non vanno.

E non vanno né nei programmi di intrattenimento colto che fanno grandi numeri, né in quelli che se ne stanno buoni in qualche nicchia protetta. Non vanno, tanto per fare qualche nome, né dalle parti di Fabio Fazio né da quelle di Corrado Augias. E non perché quei programmi siano fatti male, o i loro conduttori non siano fior di professionisti, ma perché non passa  in quegli spazi neanche un alito di novità, neanche un brivido di sperimentazione, neanche la più piccola scommessa su un’idea o su un autore o su qualunque altra cosa. Diceva Roland Barthes che nella storia della fotografia c’è stato prima il tempo in cui si fotografava il notevole, poi quello in cui si rendeva notevole ciò che si fotografava. Quello che vale per la  fotografia dovrebbe valere anche per la televisione: a che serve fare televisione, se si tratta di riprendere solo ciò che è notevole, senza inventarsi nulla che serva a rendere notevole – come se fosse visto per la prima volta – ciò che si riprende? Eppure la Rai sembra che da un bel pezzo si sia fermata al primo tempo, rinunciando a giocare il secondo. Ad autori e conduttori non si richiede altro sforzo che non sia quello di collocare oggetti o personaggi già famosi, già celebrati, già a pieno titolo iscritti nella categoria del “notevole”, davanti alla telecamera  che li riprenderà con la simpatia e l’ironia necessaria a far digerire dosi di conformismo da cavallo. Nella migliore delle ipotesi, la cultura non starebbe comunque nella trasmissione, casomai nell’oggetto trasmesso. In quella peggiore (e non infrequente), la cultura non ci sarebbe affatto, vista la confusione che regna pure dal lato dell’oggetto, per cui Dante significa Benigni, e letteratura significa Saviano (forse grazie al meritatissimo bonus dell’eroismo civile). Ma la cultura si fa in tutt’altra maniera – quando si tratta proprio di farla, e non di occuparsi solo del packaging. Quando si vuole portare anche un solo italiano a entrare in un teatro, oppure a scoprire una mostra che non sia già un evento mediatico, e magari comprare un libro che non sia già un bestseller. Nell’ambito di ciò che chiama cultura, la Rai non sa rendere notevole nulla che non lo sia già, mentre quel che rende notevole non appartiene in genere alla cosiddetta cultura: sono le miss e i campioni dei reality show. Visto come stanno le cose, tanto varrebbe tenerseli: si eviterebbe almeno un bel po’ di ipocrisia.

Che se poi la cultura la si facesse davvero non dovrebbe essere la Rai una fucina di talenti? Ma dove sono i nuovi autori, i nuovi programmi, gli spazi affidati alla scoperta e all’invenzione? Dove  si parlano nuovi linguaggi, si tentano nuovi stili, se persino nei mondi della musica o della comicità, più giovanili e sensibili alle novità, non si muove quasi nulla? Per i nottambuli c’è Zoro, che fa Gazebo; e poi: che altro? Cosa passa in prima serata, che non sia lì dalla fine del Novecento? E cos’è che smuove le acque, fa davvero opinione, tendenza, gusto, e non si limita a registrare opinioni, gusti e tendenze che già ci sono? Hannah Arendt diceva  che la società di massa non vuole cultura ma svago, intrattenimento. Aveva torto, hanno torto tutti gli apocalittici per i quali per le masse non c’è speranza alcuna. Ma per dar loro torto, una cosa almeno è necessaria: che non solo lo svago, ma anche la cultura appartenga a questo nostro tempo, non a quello che ormai non c’è più, e che tuttavia si ripete ancora.

Il mattino, 23 maggio 2013