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Silvio e Matteo, l’intesa e la discrezione

Pavlov

La solidarietà di Berlusconi a Matteo Renzi e a Maria Elena Boschi vale quel che vale. Per un leader politico che non ha conosciuto un solo giorno in cui non fosse sotto attacco della magistratura, è il minimo sindacale. È la risposta che il Cavaliere dà ormai di default, ogni volta che qualcuno inserisce il file: “magistratura e politica”. Ciò non vuol dire che il tema non sussista, né che Berlusconi non pensi davvero che le intercettazioni pubblicate in questi giorni ledano la sfera privata, ma siamo al cane che morde l’uomo, non all’uomo che morde il cane: non è quella, insomma, la notizia.

La notizia è invece che Berlusconi vuole essere della partita. E la partita più importante che si giocherà di qui alla fine della legislatura è quella che riguarda la legge elettorale. Ora che il Pd ha messo nero su bianco la sua proposta (in soldoni: metà maggioritaria, metà proporzionale), si apre la possibilità concreta di un percorso parlamentare. Per il quale però occorrono numeri che il partito democratico ha alla Camera, ma non ha al Senato (o, se li ha, sono talmente risicati che è difficile fare previsioni). Dunque bisogna inserirsi nella discussione: dare qualcosa per avere qualcosa. Così funziona. Cosa ha da perdere Forza Italia, in questo momento, e cosa può dare? Quello che ha da perdere è la possibilità di presentarsi come un’alternativa credibile alla sinistra di Renzi e ai Cinquestelle. Credibile significa: in grado di competere. Allo stato, la possibilità di competere passa per due condizioni: la presenza di una leadership riconosciuta, la capacità di aggregare lo schieramento di centro-destra. In un sistema maggioritario, si tratta di condizioni irrinunciabili. In un sistema proporzionale no. Dunque, quanto più Berlusconi sente lontane quelle condizioni, tanto più inclinerà per una soluzione di tipo proporzionale.

Questo semplice principio consente una prima lettura delle parole pronunciate ieri dal Cavaliere. Accantoniamo dunque il Berlusconi animalista che passeggia nel parco di Arcore tra simpatici animali e punta al voto dei proprietari di cani e gatti; mettiamo pure da parte le dichiarazioni sui volti nuovi, competenti e con voglia di fare necessari al partito e veniamo al sodo, badiamo a quel che c’è di nuovo. E di nuovo c’è che il leader azzurro considera possibili le elezioni in autunno, il che significa: non è sulla data delle elezioni che Forza Italia opporrà barriere insormontabili. Oppure: se troviamo un’intesa sul sistema elettorale, possiamo ragionare anche sulla data.

Poi il Cavaliere aggiunge: con Salvini non siamo poi così lontani, a parte la questione dell’euro. E qui il primo principio non basta più, ma forse ci vuole la lezione storica. Se infatti si torna con la memoria al Mattarellum – la prima legge elettorale con cui Forza Italia si misurò, con successo, nel ’94 – si ricorderà che, a parte altre differenze, la quota proporzionale era fissata più in basso rispetto all’attuale proposta del Pd: al 25%, contro il 50% del cosiddetto «Rosatellum». E però la legge non impedì affatto alla coalizione di centrodestra di presentarsi nei collegi uninominali della quota maggioritaria con una fisionomia variabile: al Nord in alleanza con la Lega Nord, al Sud con Alleanza nazionale di Fini. La prova di governo, dopo la vittoria alle elezioni, durò solo pochi mesi, ma resta memorabile l’impresa elettorale: Berlusconi riuscì infatti a mettere insieme due forze politiche che più lontane non si sarebbero potute dire (anche su temi fondamentali come l’unità nazionale).

Fermo restando allora il principio sopra enunciato, ho l’impressione che il Cavaliere abbia certo motivi di ostilità nei confronti della proposta dei democratici, perché preferirebbe un sistema alla tedesca che conducesse diritto e filato ad una qualche grande coalizione, che cioè dopo il voto emarginasse gli opposti estremismi di destra e sinistra, ma sappia anche che con il «Rosatellum» non è impossibile stringere accordi con la Lega a livello di singoli collegi. Un sistema del genere è sicuramente preferibile a qualunque soluzione di tipo premiale, sia che il premio vada alla lista (Forza Italia ben difficilmente sarà il primo partito italiano) sia che vada alla coalizione (perché qui vale il principio: un accordo organico con la Lega per un centrodestra unito è di là da venire). Un congegno elettorale che sia maggioritario ma non troppo, e che mantenga spazio sia per accordi elettorali prima, che per accordi politici dopo, è confacente alla situazione in cui si trova attualmente Forza Italia. E lo è anche al Pd, mentre lo è molto meno ai Cinquestelle, che non hanno il personale politico sperimentato per la prova nei collegi uninominali, e non hanno neppure facilità di accordi: né nei singoli collegi, né nella prospettiva del governo.

Se poi, per essere della partita, bisogna spendere parole di solidarietà nei confronti di Renzi e Boschi – parole che sono abbastanza urticanti per le vecchie e nuove file dell’antiberlusconismo, e che quindi aprono un fossato sempre più ampio fra il Pd e quello che si trova alla sua sinistra – beh: che ci vuole? Con una mano Berlusconi accarezza idealmente tutti gli animali domestici degli italiani; con l’altra aizza invece il cane di Pavlov della sinistra dura e pura, la quale con un riflesso condizionato parla di intelligenza col nemico e chiama inciucio qualunque tentativo di intesa fra centrodestra e centrosinistra. Che se invece la legge elettorale la facesse il Pd da solo, certamente si ritroverebbe addosso l’accusa di essersela cucita su misura. Ma questa, delle eterne divisioni e contraddizioni della sinistra, è evidentemente un’altra storia.

(Il Mattino, 21 maggio 2017)

La repubblica della “moralità”

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L’onore è perduto, scrive Massimo Giannini su «Repubblica», commentando la decisione a suo dire scandalosa del Parlamento che, nonostante una sentenza di condanna passata in giudicato, nonostante la legge Severino che comporterebbe la decadenza, ma soprattutto: nonostante la «domanda di moralità» che sale dal Paese (e che Giannini mette fra virgolette, forse per una forma di pudore residuo) ha salvato il senatore azzurro Augusto Minzolini, conservandogli lo scranno di Palazzo Madama.

Voglio rendere subito chiaro che cosa significhi un editoriale di questo tenore, affidato a una delle penne più prestigiose di uno dei più influenti giornali del Paese, e certamente il più influente nel campo della sinistra progressista. Significa che se sale prepotente la domanda di moralità, la libertà del parlamentare non conta, e deve togliersi di mezzo. Giannini non lo dice esplicitamente, ma non può significare altro la sua fierissima indignazione e l’enorme scandalo di fronte alla valutazione compiuta dai parlamentari del partito democratico (per Giannini il voto del centrodestra è indecente per definizione: non vale nemmeno la pena di starsi a chiedere perché votino per il loro compagno di partito, o di merende)  che hanno detto no alla decadenza, poco importa che fra essi vi fosse un giornalista serissimo come Massimo Muchetti, un filosofo come Mario Tronti, una coraggiosissima giornalista anticamorra, tuttora sotto scorta, come Rosaria Capacchione. La domanda di moralità non ammette distinguo, e Giannini non si accorge nemmeno di aver così dato clamorosamente ragione a Angelo Panebianco che sul «Corriere della Sera» di qualche giorno fa aveva parlato di resa culturale ai Cinque Stelle. Resa culturale a quel piccolo Robespierre che risponde al nome di Luigi Di Maio, il vicepresidente della Camera dei Deputati, secondo il quale dopo un voto del genere non ci si può lamentare «se i cittadini vengono a manifestare in modo violento». Resa culturale a quell’altro, autorevolissimo esponente del Movimento, Roberto Fico, presidente della Commissione di Vigilanza della Rai, che rivolgendosi ai banchi del Pd, usa queste violentissime parole: «siete da radere al suolo».

Cosa aveva scritto Panebianco? Che nel discorso pubblico non c’è nessuno che sia in grado di spendere una parola a difesa delle istituzioni della democrazia rappresentativa, nessuno che si batta a difesa della libertà di mandato del parlamentare (l’unico, vero presidio della libertà politica: non ce n’è un altro), «nessuno che si batta con energia per far capire che i parlamentari non sono cittadini come gli altri». E cosa ha scritto ieri Giannini? «Il Senato, consapevolmente ma colpevolmente, decide dunque di disattendere una legge dello Stato, che vale per tutti meno che per uno dei suoi membri». I due testi – quello di Giannini e quello di Panebianco – si oppongono punto per punto, e la sinistra in Italia – la sinistra riflessiva, intellettuale, civile, colta e informata che legge «Repubblica» – ha scelto, ieri, di arrendersi culturalmente ai Cinquestelle: rappresentando come un’eccezione e un odioso privilegio l’esercizio delle prerogative del parlamentare, tra le quali rientra, evidentemente, quella di esprimere in autonomia il proprio sindacato su una legge, su una decisione o su un qualunque provvedimento sia richiesto alla Camera di appartenenza. Si è arresa, dando del venduto ai diciannove parlamentari del Pd che hanno difeso Minzolini. Ma non avendo la sfrontatezza dei grillini, e volendo mantenere l’eleganza che contraddistingue le opinioni per bene, si è arresa col piccolo artificio retorico di fingere di non voler nemmeno pensare che il Pd e i suoi senatori si sono venduti.

Si è arresa, insomma,facendosi interprete di quella domanda di moralità incattivita dalla rabbia, in nome della quale oggi Giannini non rispetta il voto del Senato, tanto poco quanto lo rispetta il Movimento Cinquestelle, che anzi ne alimenta il disprezzo. In nome della quale Giannini confessa di parlare in un linguaggio che non gli appartiene: scrive infatti che nel voto si è manifestata «la Casta che difende se stessa», e poi aggiunge subito che però queste parole non sono le sue, questa maniera di esprimersi non è la sua, ma quella di un tempo «di ferro e di fango». Già: il tempo. Ma questa è proprio l’egemonia di cui parlava Panebianco: quando parli parole non tue, ne sei consapevole e tuttavia non puoi farne a meno, le metti tra virgolette cercando di tenerle a qualche distanza, prendendole con le pinze, ma intanto non ne hai altre, hai consumato ogni altro lessico e devi prendere le parole dal vocabolario che gli altri, quelli che dovrebbero essere i tuoi avversari, hanno ormai imposto nel discorso pubblico.

Del resto, quali  altri terreni la sinistra politica in Italia ha saputo coltivare durante la seconda Repubblica, all’infuori di quello che gli ha offerto l’opposizione morale al berlusconismo? La domanda di moralità che ieri Giannini ha tirato di nuovo fuori dal cassetto era la madre di tutte le domande, che, nel numero di dieci, «Repubblica» formulava all’indirizzo del Cavaliere. Ed è tuttora la sola domanda che solleva a sinistra passioni e furori, molto più delle diseguaglianze e delle ingiustizie sociali. Anzi, la sinistra sta perdendo pure su quest’ultimo terreno, lasciando che ad occuparlo sia un altro regime di discorso, quello che si fa contro gli stranieri che rubano il lavoro o minacciano la nostra identità.

Anche queste parole si fanno egemoni e sottraggono spazio alla sinistra. Che forse, proprio perciò, va a rimorchio di quelli che inoculano il virus dell’antiparlamentarismo, avendo perduto l’onore di difendere il Parlamento anche quando sbaglia.

Ma un Parlamento che sbaglia è meglio, molto meglio di nessun Parlamento. Avrei votato per la decadenza – e mi spiace di doverlo mettere in premessa per non essere frainteso, come una specie di excusatio non petita – ma se per tenerlo in piedi fosse necessario riempirlo di mille malfattori, ebbene: io lo farei.

(Il Mattino, 18 marzo 2017)

 

 

Legge elettorale, le regole del Colle

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Un indizio è soltanto un indizio, due indizi fanno una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova. La scrittura della nuova legge elettorale non è un romanzo di Agatha Christie, ma ieri di indizi ne sono venuti proprio tre, come voleva la regina del giallo. Il primo lo ha fornito Silvio Berlusconi, che salito al Quirinale per il messaggio di auguri del Capo dello Stato, ha detto che di legge elettorale si tornerà a parlare dopo la Consulta, essendo necessario, su una materia così «seria», confrontarsi attorno a un tavolo per giungere a un testo condiviso.

Campa cavallo? L’unica indicazione che il Cavaliere ha fornito nel merito non va, peraltro, in direzione del Mattarellum proposto domenica, nell’Assemblea nazionale del Pd, da Matteo Renzi. Serve una legge – ha detto – che «faccia corrispondere maggioranza parlamentare e maggioranza politica». Ora l’idea stessa di una corrispondenza confligge con i meccanismi disproporzionali di qualunque legge capace di generare effetti maggioritari, come i collegi uninominali del Mattarellum. Quindi, quello del Cavaliere a tutto somiglia meno che a un via libera.

Del resto, Forza Italia non ha mai amato la legge che porta il nome dell’attuale presidente della Repubblica: proprio per via dei collegi, che obbligano le forze politiche a raggiungere un accordo a livello locale, collegio per collegio, su un solo nome. Cioè costringono Berlusconi a subire il forte radicamento territoriale della Lega in certe aree del Paese.

Il secondo indizio – e siamo alla coincidenza – è venuto dai lavori parlamentari, con la scelta di non procedere all’esame della materia elettorale prima della sentenza della Consulta. La Lega ha alzato la voce, denunciando l’inedita alleanza, in commissione affari costituzionali, fra Pd, Forza Italia, M5S, e accusando i parlamentari di puntare al vitalizio, tirando per le lunghe la legislatura almeno fino al prossimo autunno. Ma non occorrono motivazioni così basse: si può fornire una spiegazione più politica per la decisione assunta, che sta meno nella volontà di allungare i tempi e più nelle perplessità che la proposta di Renzi solleva. In Forza Italia s’è detto. Quanto ai Cinquestelle, confidando di vincere le elezioni, essi sperano ancora in un Italicum magari riveduto e corretto dalla Corte, ma che mantenga comunque un premio per il primo partito. Se poi così non fosse, la seconda scelta non sarebbe certo il Mattarellum, che dà qualcosa in più, col meccanismo uninominale, alle formazioni in grado di esprimere una classe dirigente ampia e riconosciuta (che ad oggi il Movimento non ha), bensì un sistema proporzionale, che dà a ciascuno il suo senza risolvere la questione del governo. Con i chiari, anzi i raggi di luna dei cieli romani, mancare l’appuntamento del governo nazionale ma ingrossare le proprie file in Parlamento non sarebbe forse una cattiva soluzione, per Grillo & Casaleggio.

Infine il Pd: il voto di domenica lo ha ricompattato intorno alla proposta del segretario, però è noto che molti, dentro il partito, pensano che per Renzi le cose si complicherebbero non poco in uno scenario di tipo proporzionale. Nel gioco parlamentare che la prima Repubblica allestiva per giungere alla formazione dei governi (per farli, certo, e per disfarli), la regola non scritta era infatti che il Presidente del Consiglio non fosse il segretario del partito. Ci sono voluti Spadolini prima e soprattutto Craxi poi per cambiare le consuetudini dei capi democristiani. Era un altro mondo, naturalmente, ma a parte nostalgie e rimpianti – almeno in parte giustificate dalle prestazioni non eccelse dell’assetto istituzionale della seconda Repubblica – di sicuro c’é, nel Pd, chi si chiede perché dare ancora a Renzi, col Mattarellum, una dote maggioritaria che potrebbe portarlo di nuovo alla guida del governo.

Queste, ammettiamolo, sono solo ipotesi, congetture, ragionamenti astratti. Ma poi c’è il terzo, decisivo indizio: ci sono le parole del Presidente della Repubblica. A sentir le quali, di nuovo: la legge elettorale si allontana. Per Mattarella il sistema va senz’altro  «riallineato rispetto agli orientamenti del corpo elettorale», ma solo nel momento in cui «l’andamento della vita parlamentare ne determinerà le condizioni». Non c’è posizione più corretta dal punto di vista costituzionale, ma è comunque una non piccola sottolineatura. Qualcosa di più di una precisazione in dottrina. Tanto più che il richiamo, detto che non si può andare al voto con due leggi opposte fra Camera e Senato – una «fortemente maggioritaria», l’altra «assolutamente  proporzionale» – è stato accompagnato dall’invito a trovare una soluzione «più ampia della maggioranza di governo».

Di nuovo: è assolutamente corretto ed anzi auspicabile, e però una soluzione del genere da un lato prende tempo, dall’altro è molto difficile che si trovi intorno al Mattarellum, voluto allo stato solo dal partito democratico (renziano) e dalla Lega. Ora si può immaginare che la legge elettorale la facciano il Pd e la Lega? Forse no. E forse, se tre indizi fanno una prova, la battaglia politica che Renzi deve ingaggiare per spuntare una legge che gli restituisca lo scettro della leadership è molto più dura del previsto.

(Il Mattino, 21 dicembre 2016)

Chi ha paura (e disprezzo) della politica

A turkey looks around its enclosure at Seven Acres Farm in North Reading

È possibile che nel falò del 4 dicembre si bruceranno molte ambizioni. Se avesse ragione l’Economist, che ieri ha provato a ragionare sul significato del voto referendario e i possibili scenari futuri, è l’intera classe politica italiana che dovrebbe, se non bruciarsi, almeno farsi da parte, per lasciare spazio ad un «governo tecnico ad interim». L’autorevole settimanale britannico, schierandosi per il no al referendum, sostiene che la riforma costituzionale darebbe troppo potere al futuro premier. Giudizio discutibile, naturalmente, ma ancor più discutibile è il paradosso che l’Economist ne ricava. Che cosa succederebbe infatti, se a riforma approvata, gli italiani votassero Grillo alle prossime elezioni? Il timore che la riforma targata Renzi possa fare il gioco dei Cinquestelle spinge il giornale a suggerire la soluzione tecnica: per timore di un ribaltamento degli istituti della democrazia liberale, ad opera dei grillini, si suggerisce di cominciare subito con una specie di commissariamento soft, una sorta di prudente sospensione più o meno concordata, magari etero-diretta da Bruxelles.

Una simile logica è in reale proprio ciò che tiene lontana l’Unione europea dai cittadini. Perché l’argomento dell’Economist consiste in sostanza nel chiedere di sterilizzare gli effetti del pronunciamento elettorale: proprio come si continua a fare, nel tentativo di far passare in Europa riforme che si giudicano al contempo necessarie ma impopolari. Il populismo, in questo schema, è lo spauracchio, ma è anche il contraccolpo dell’ostinazione con la quale nelle capitali europee di perseguono politiche che non sono in grado di conquistare il necessario consenso.

La cosa notevole è però che questa volta è il sì il risultato da sterilizzare. È evidente, infatti, che la deriva autoritaria è un pericolo sovrastimato: l’Economist cita (e mette sgradevolmente sullo stesso piano) Mussolini e Berlusconi, ma sono paragoni del tutto privi di senso storico. Tanto Mussolini quanto Berlusconi arrivano alla guida del governo per la debolezza del sistema politico e istituzionale, e non già perché l’assetto costituzionale del paese ha tolto le garanzie e i contrappesi, facendo spazio all’uomo forte. Nel caso di Berlusconi, poi, era tanto poco forte la sua condizione che nel ’94 il suo primo governo cadde dopo pochi mesi. Dunque il raffronto storico è del tutto improponibile e va rovesciato: è la debolezza che apre la strada, se mai, a soluzioni autoritarie, non già il rafforzamento delle istituzioni.

Perciò la preoccupazione del settimanale sembra avere un altro senso, e cioè che il sì alla riforma metta in circolo troppa energia politica. Per il prudente e tecnocratico establishment dell’Unione è una condizione con cui è meglio non misurarsi.

Ma chi utilizzerà questa energia, sgombrato il campo dai timori per la democrazia (che spingono per paradosso – come si è visto – a mettere tra parentesi la democrazia): ecco ora il tema. Negli ultimi giorni, si è fatto sempre più chiaro che una parte decisiva sul risultato finale può giocarla il Mezzogiorno, e la Campania in particolare. Se tutta l’attenzione si è concentrata sulle esternazioni di De Luca, al di là dei toni esorbitanti, una ragione c’è. La Campania può essere veramente l’ago della bilancia. È come se sui due piatti stessero da una parte il governatore campano, e dall’altra quello della Puglia. Il sì e il no possono decidere chi dei due peserà di più. In gioco c’è sicuramente la rappresentanza delle ragioni del Sud, ma c’è anche il partito democratico e gli equilibri di tutto l’arcipelago della sinistra. È in vista di quei futuri, nuovi equilibri, che a Napoli si avvicinano a De Magistris pezzi del bassolinismo, la Cgil, i dalemiani: tutto quello che può essere manovrato contro Renzi, insomma. Nella stessa prospettiva si muove anche Emiliano, che nella futura partita congressuale proverà a giocare da principale antagonista di Renzi. Tutt’altro scenario si disegna se invece sarà il sì a prevalere, e De Luca a determinare il risultato con il voto campano. I piccoli fuochi si spegneranno, e si aprirà una fase diversa, incentrata sull’asse preferenziale fra il premier e il governatore. Questo è ovviamente solo una parte del significato che avrà il voto del 4 dicembre. Ma è una parte non piccola, perché, al di là dei futuri meccanismi elettorali o del nuovo ordinamento istituzionale, imprimerà un segno forte anche al sistema politico italiano.

(Il Mattino, 25 novembre 2016)

Se Forza Italia non ha un erede

acquisizione-a-schermo-intero-19112016-192038-bmp«Nel centrodestra c’è un unico leader e un unico federatore, ed è Silvio Berlusconi». A dirlo è Renato Brunetta. E a quanto pare è vero. Neanche Parisi ce la fa. Ma quello che ai bei tempi era il punto di forza del centrodestra – l’insostituibile carisma del fondatore di Forza Italia – è, ormai da un bel po’, un drammatico punto di debolezza: l’incapacità o forse persino l’impossibilità di costruire un’alternativa al leader di Arcore, almeno finché in campo c’è lui.

Se si mettono infatti uno dopo l’altro tutti quelli che hanno provato a raccogliere la successione del Cavaliere, per investitura diretta o lanciando un guanto di sfida, si rimane impressionati. Ci ha provato Umberto Bossi, il gran capo della Lega. Ci ha provato Gianfranco Fini, il gran capo della destra nazionale post-fascista. Ci hanno provati quelli della generazione successiva: gli Angelino Alfano e i Raffaele Fitto, trasmigrati altrove, e con poca voglia di frequentare ancora Palazzo Grazioli. Poi ci sono quelli a cui ha pensato Berlusconi medesimo. Alfano, per il Cavaliere, non aveva il quid, così lui ha creduto che ce l’avesse Giovanni Toti. Che è stato in campo il tempo necessario per candidarsi in Liguria e mettersi in proprio, gravitando sempre più dalle parti della Lega. Allora è stata la volta di Stefano Parisi, che ha ben impressionato il leader di Forza Italia nella campagna elettorale per il Comune di Milano. Ma ieri è arrivato lo stop, che sa tanto di bocciatura definitiva: Parisi non ne vuole sapere di «quella roba» populista e xenofoba che Salvini rappresenta, e allora Berlusconi lo scarica: siccome il centrodestra lo si deve fare per forza anche con Salvini e con la Meloni, cioè con la destra-destra che guarda a Trump e a Marine Le Pen, il moderato e riformista Parisi non va più bene.

Contateli: sicuramente sarà sfuggito qualcuno, ma se ai già nominati aggiungete tutti gli uomini del Presidente – i professori della prima leva di Forza Italia, come Pera e Urbani, o i fedelissimi come Bondi, Verdini e Cicchitto, arrivate a un numero ancora più grande, e più impressionante. Tutti, in un modo o nell’altro, hanno dovuto mollare. E se Piersilvio e Marina si sono rifiutati di scendere in campo per raccogliere l’eredità del Padre, è forse perché è parso loro evidente chi fosse, in politica, Silvio Berlusconi: Crono che divora i suoi figli. Crono che prova a sfuggire al suo destino, cioè all’ordine naturale delle cose. Perché Crono è il tempo, e necessità vuole che, col tempo, il figlio succeda al padre, e che il padre si faccia da parte. Ma così, nel centrodestra italiano, non riesce a andare.

Dalla parte di Berlusconi sta il fatto che Forza Italia è nata in maniera del tutto artificiale, fuori dalle culture politiche consolidate del Paese. E ancora più artificiale è stata la costruzione del centrodestra, che solo l’invenzione del Cavaliere ha consentito di tirar su, nonostante fosse contro natura l’incontro delle sue componenti: il federalismo e il nazionalismo, il populismo e il riformismo, i socialisti e i democristiani d’antan, un certo laicismo liberalsocialistama anche il tradizionalismo cattolico. Così, se nel mito alla fine la natura torna a imporsi – Zeus sfugge al padre Crono e ne rovescia il regno, stabilendosi sul monte Olimpo – nell’eredità politica berlusconiana non c’è nessun nuovo leader, come ha detto Brunetta, in grado di fare la stessa cosa: ammazzare il Padre, o almeno relegarlo in un angolo. Nella Lega a Salvini è riuscito; nella destra finiana pure (bene o male): in Forza Italia non c’è modo.

Intendiamoci: la doccia gelata che Berlusconi ha inflitto senza troppi riguardi al povero Parisi, che da principe delfino si ritrova improvvisamente senza alcun titolo per succedere al trono, ha le sue ragioni nello scenario politico che Berlusconi vede disegnarsi dopo la vittoria di Trump.Perché delle molte anime che il berlusconismo ha incarnato, quella che sembra prevalere, nell’attuale congiuntura, è l’anima anti-sistema, lo spirito di discontinuità e di rottura, la rivolta contro «il teatrino della politica». Può darsi che il Cavaliere nutra la convinzione che si tratta di una parentesi, che si può aprire e chiudere. Aprire per ingoiare Renzi e il centrosinistra, e richiudere subito dopo per far pesare, nei nuovi equilibri politici che si costruiranno dopo il referendum, la propria forza residuale.

Ora, non è chiaro se questa strategia sia quella giusta, se la destra che torna a fare la destra sia la risposta, e per il centro moderato e riformista si vedrà poi. È anche possibile che, così facendo, altro che parentesi: si porta soltanto acqua al pozzo di Grillo, l’unico che approfitterebbe della caduta di Renzi. Quel che è certo, è che se Forza Italia si muove in quella direzione, allora Salvini rimane, volenti o nolenti, un competitor ma anche un alleato strategico, e Parisi non può essere più il leader e il federatore.

Parisi non ha il quid. L’unico rimane Berlusconi. Ma il tempo passa, Crono divora i suoi figli, e l’Olimpo rischia di rimanere vuoto di dèi.

(Il Mattino, 16 novembre 2016)

Se la transizione archivia anche l’utopia liberale

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Insieme con Giorgia Meloni, candidata a sindaco di Roma, c’è Matteo Salvini. I leghisti di Roma sono tutti ex fascisti, ha spiegato Berlusconi, cercando di ridimensionare il significato della rottura che ha mandato il frantumi il centrodestra. Ma è singolare: il primo passo compiuto da Berlusconi, quando scese in campo più di vent’anni fa, fu quello di dichiarare che, fosse stato cittadino della capitale, avrebbe votato per Gianfranco Fini, che si era allora candidato contro Francesco Rutelli non come leader di Alleanza Nazionale, ma come segretario del Msi, il partito di Giorgio Almirante. Tutto è insomma cominciato con lo sdoganamento della destra missina, e tutto sembra, agli occhi immalinconiti di Berlusconi, che ritorni da quelle parti.

Non è così. Non si tratta di un ritorno di fiamma. Si tratta invece della fine del centrodestra come lo abbiamo conosciuto finora. Molte sono le ragioni, ma ve ne sono tre che sembrano pesare più di tutte.

Una è senz’altro l’appannamento della leadership di Berlusconi. Complice l’età, complici le disavventure giudiziarie e l’impossibilità di candidarsi, la stella del Cavaliere è ormai irrimediabilmente declinata. E a gridare che il re è nudo in questi mesi sono stati in molti: da Bondi a Fitto a Verdini, per rimanere solo nei dintorni dell’ultima legislatura.

Un’altra ragione è la consunzione del cemento ideologico del blocco di centrodestra costruito da Berlusconi: l’argine contro la sinistra illiberale. All’inizio il Cavaliere parlava volentieri di comunisti, ma anche quando ha dovuto aggiornare il vocabolario, gli è bastato mettere un ex- o un post- a fianco della parola comunista, per tirarla ancora per le lunghe, e comunque per dipingere il centrosinistra come una roba vecchia, fatta di rottami della storia. Poi è arrivato Renzi, e quella retorica non ha avuto più nemmeno un minimo di parvenza. Renzi, bisogna che il centrodestra impari a contrastarlo in un’altra maniera. Comunque lo si giudichi, con lui non si può più dire che «son sempre gli stessi».

La terza ragione è la più rilevante, se si guarda al nostro Paese in un’ottica internazionale. Non c’è solo il miliardario populista Trump, che in America sconquassa, con la sua corsa vincente alle primarie, i tradizionali confini dell’old party repubblicano. Ci sono pure, anzi soprattutto, i nazionalismi e i populismi che si affermano in Europa. Ve ne sono di specie diversa: in Grecia come in Austria, in Ungheria come in Polonia, in Olanda come in Gran Bretagna. A Matteo Salvini piace molto la destra lepenista d’Oltralpe, alla quale pare proprio volersi ispirare. Ma in giro per l’Europa di modelli del genere ce ne sono diversi. Per questo tipo di destra: diffidente nei confronti dell’Europa, diffidente nei confronti dell’immigrazione, diffidente nei confronti dell’establishment, Berlusconi non funziona più. Forza Italia aveva infatti tenuto dentro di sé più di un’anima: c’era l’insofferenza nei confronti della politica politicante; c’era l’accentuazione del leaderismo, c’era una qualche forma di richiamo ai valori tradizionali. Ma c’erano anche tratti liberali, e una dimensione di apertura nei confronti del futuro, della modernità, delle forze sane dell’economia e della società che era parte essenziale del messaggio di Berlusconi. Ecco, forse il tratto più vistoso nel passaggio che si sta consumando nel centrodestra riguarda proprio la coloritura morale della nuova destra di Salvini e Meloni. Complice la crisi delle istituzioni economiche e l’impasse dell’Unione Europea, complici i venti di guerra nel Medioriente e in tutta l’area del Mediterraneo, destra oggi significa molto più paura che speranza.

Una politica della paura non è detto che non sia vincente. Di sicuro, i margini di manovra si vanno restringendo, in Europa, per le posizioni moderate dei popolari e dei conservatori. Se ne accorge la Merkel, che perde le elezioni nei Länder a favore di forze euroscettiche e nazionaliste, e se ne accorge Cameron in Gran Bretagna, anche lì a causa di crescenti spinte nazionaliste. Il fatto è che però la mossa del leader leghista, che silura i candidati di Forza Italia a Roma come a Torino impone al centrodestra di passare attraverso il lavacro di una sconfitta alle amministrative che si fa di ora in ora più probabile. Si tratta, insomma, di un percorso ad ostacoli. È presto per dire se Salvini ha fatto bene i suoi calcoli, o se in fondo sta solo dando una mano al centrosinistra, che i suoi grattacapi al livello locale ce li ha ma che a confronto col big bang del centrodestra finiscono con l’essere improvvisamente ridimensionati. A meno che non benefici di questa grandissima confusione sotto il cielo il Movimento Cinquestelle. E allora, l’azzeramento del sistema politico italiano come l’abbiamo conosciuto finora si sarà finalmente completato.

(Il Mattino, 17 marzo 2016)

L’ultimo strappo con la cultura del berlusconismo

Mondazzoli

L’ultima è stata la nave di Teseo. L’ultimo vascello sul quale Umberto Eco sia salpato. Era il novembre dello scorso anno, e Umberto Eco, insieme a molte altre illustri firme della casa editrice Bompiani decide di seguire Elisabetta Sgarbi via dal nuovo gruppo Mondadori-Rizzoli, guidato da Marina Berlusconi, e di fondare una nuova casa editrice. Lui la racconta così, ai giornali: «Elisabetta Sgarbi e Marina Berlusconi si sono incontrate per non capirsi». Forse, la più plastica rappresentazione della distanza insieme intellettuale ed estetica che un uomo come Umberto Eco avvertiva nei confronti del berlusconismo.

Non era mica così ovvio, e forse un po’ c’entrava anche l’età. Tredici anni prima, nel 2002, al tempo di Nanni Moretti e dei girotondi, Eco aveva detto altro: che i girotondi, certo, servivano a «rianimare la sinistra», ma non sarebbero mai bastati a sconfiggere il Cavaliere. Si era spinto persino ad approvare, o almeno a non disdegnare,  il fatto che D’Alema – la bestia nera dei girotondini, per via dell’inciucio (mancato) con Berlusconi – avesse una barca e scrivesse per Mondadori. Non si trattava però di proporre nuove strategie ispirate a quel realismo politico che inorridiva la sinistra più movimentista (e più velleitaria), quanto piuttosto di prendere atto, quasi con rassegnazione, di ciò che il Paese, la metà del Paese era: la metà sbagliata. Sapete perché i girotondi non servono a nulla?, aggiungeva infatti: «perché metà degli italiani la pensa così: Berlusconi ha frodato il fisco? Beh, l’ho fatto anch’io».

La peculiarità del centrodestra italiano era dunque riconosciuta nel profilo di Berlusconi: imprenditore e tycoon televisivo, spettacolare concentrato di interessi privati del cui potenziale conflitto con l’interesse generale del Paese secondo Eco agli elettori non importava gran che (e probabilmente su ciò aveva ragione). Ma veniva in realtà ricondotta al fondo limaccioso del Paese: se non si poteva dire ad una differenza antropologica, per non abusare troppo della famosa diversità comunista, ci si poteva però rifare ai tratti peculiari del carattere nazionale: cialtronesco, privo di senso dello Stato e poco incline al rispetto delle leggi. Per molti intellettuali italiani Berlusconi è stato soprattutto la proiezione al governo del Paese di tutto questo, e così anche per Umberto Eco.

Non era mica così ovvio, dicevo, ma era sicuramente più facile che ripensare daccapo le ragioni (e i torti) del centrosinistra di allora. Eppure Eco aveva cominciato proprio così: portando scompiglio nelle fila dell’intellettualità di sinistra. Lo ha ricordato lui stesso, in un’intervista di cinque anni fa, quando ha raccontato a Valentino Parlato come si avvicinò al Manifesto, nel 1971: «noi della cosiddetta neoavanguardia del Gruppo 63, se eravamo certamente orientati a sinistra, stavamo per così dire sulle scatole alla cultura ufficiale del Pci […]. Una volta il buon Mario Spinella mi chiese di scrivere un lungo articolo su Rinascita per indicare quali erano i problemi che una cultura di sinistra doveva affrontare. Io scrissi di sociologia delle comunicazioni di massa e dello strutturalismo: fui coperto di feci dall’intellighentia del Pci». I problemi in realtà erano quelli, ed era il partito comunista ad essere in forte ritardo rispetto a tutto quello che accadeva nel campo delle scienze umane e sociali.

Ma dopo quella stagione, in cui Umberto Eco diede sicuramente il suo contributo teorico più avanzato, ne è venuta un’altra, in cui era più semplice stare sulle scatole sì, ma del centrodestra: prendersi gli scontati livori  del Secolo d’Italia, o di Libero, piuttosto che cercare daccapo di riorientare la cultura politica della sinistra. L’antiberlusconismo è stato insomma per molti, e in fondo anche per l’Umberto Eco degli ultimi anni, un ottimo surrogato.  Fino allo scivolone del paragone con Hitler, come il Cavaliere andato al potere tramite libere elezioni.

Questo non significa ovviamente che Eco abbia mai rinunciato a quel tratto illuministico di ironia, di intelligenza critica, ma anche di semplice acume che scintillava nelle sue bustine di Minerva – la rubrica fissa tenuta sul settimanale L’Espresso. A volte però anche l’intelligenza può peccare di autocompiacimento. È, anzi, il suo peccato più grande, ed è quello che più lo tiene lontano, nonostante ogni impegno civile, dall’intelligenza politica delle cose. Forse Eco se ne è a volte macchiato. Come quando suggerì di prepararsi serenamente a morire al modo seguente: convincendosi che il mondo non è fatto che di coglioni, e che quindi non vale davvero la pena restarci. Se così fosse, a dire il vero, non varrebbe nemmeno la pena di vivere in una democrazia. Ma soprattutto: chissà se davvero sia il modo migliore. In fondo, significa che si accetta di uscire di scena proprio sul più bello, quando ci si è finalmente persuasi di essere i migliori.

(Il Mattino 21.02.2016)