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Un azzardo che spariglia il gioco dei 5 Stelle

Picasso MInotauromachia 1935

P. Picasso, Minotauromachia (1935)

Un sasso nello stagno? Qualcosa di più, a giudicare dalle reazioni che la mozione parlamentare su Bankitalia presentata dal Pd ha scatenato. Non solo i più alti vertici istituzionali, ma anche esponenti democratici di primo piano – come il capogruppo al Senato Zanda, o come Walter Veltroni – hanno giudicato severamente la mossa del segretario: «deplorevole», «incomprensibile», «incommentabile». A giudicare dall’onda sollevata, il minimo che si possa dire è che Matteo Renzi questa volta è stato assai improvvido. Malaccorto. Per qualcuno, per giunta, non si tratta nemmeno della prima volta, ma anzi della riprova di quanto sia divisivo e contundente il modo di procedere del segretario del Pd.

Ma le acque in cui è caduto il sasso scagliato da Renzi non erano (e non sono) affatto stagnanti: sono anzi uno dei mari preferiti in cui nuotano i Cinque Stelle. Che della critica al sistema bancario italiano e a Bankitalia hanno fatto uno dei loro cavalli di battaglia. Ancor prima dello scandalo di Banca Etruria, con cui hanno tirato dentro la Boschi e il giglio magico. La polemica contro la finanza speculatrice che affama piccole e medie imprese è da sempre uno degli argomenti preferiti dei partiti populisti, ad ogni latitudine. Non a caso, la mozione del Pd è arrivata dopo la mozione presentata in Parlamento dai grillini, che impegnava l’Esecutivo ad «escludere l’ipotesi di proporre la conferma del Governatore in carica». Una mozione dello stesso tenore era stata presentata anche dalla Lega, il che rappresentava un chiaro segnale di quali munizioni i due partiti stessero accumulando in vista della campagna elettorale. Quali saranno gli argomenti su cui si giocherà il voto del 2018? I migranti, sicuramente. Poi l’Europa, probabilmente. Ma sui temi dell’economia la legislatura si chiude con i primi segnali positivi di ripresa, che sono venuti consolidandosi negli ultimi mesi del governo Gentiloni. Se su questo terreno riuscisse allora ai Cinquestelle di spostare tutta l’attenzione sulle nefande responsabilità in tema di banche, addossandole tutte al Pd, il più sarebbe fatto. La tempesta perfetta: paura dei migranti, impopolarità dell’Unione europea, rabbia contro gli affamatori del popolo. Il tutto, con il solito contorno giustizialista.

Con la mozione su Visco e Bankitalia, Renzi prova a sparigliare il gioco. Ed evita di rimanere con il cerino acceso in mano. Perché non c’erano solo le mozioni di Lega e Cinque Stelle. C’era anche l’astensione di Mdp sulla mozione grillina – il che non ha impedito a Bersani di giudicare «fuori da ogni logica» la mozione firmata dai democratici. E c’era lo stesso giochetto dentro Forza Italia: Brunetta ha giudicato «ipocrita e ignobile» la presa di posizione del partito democratico in Aula, ma questo non ha impedito a Berlusconi – che pure era Presidente del Consiglio quando fu nominato Visco – di criticare la Banca d’Italia per «non avere svolto il controllo che ci si attendeva».

In queste condizioni, con il nervo ancora scoperto di Banca Etruria, a Matteo Renzi proprio non andava giù di rimanere a fare solo soletto il palo dinanzi a Palazzo Koch. Del resto il suo giudizio su questa stagione Renzi lo aveva già consegnato nel libro uscito di recente: «abbiamo seguito quasi totalmente le indicazioni della Banca d’Italia, è stato un errore».  Dopo l’atto di indirizzo presentato alla Camera, Renzi si copre il fianco dalle critiche che sarebbero inevitabilmente piovute su di lui e sul Pd se la nomina fosse andata liscia e senza scossoni. Il Segretario sarebbe rimasto intrappolato nella Casta, proprio adesso che, con la campagna elettorale alle porte e senza la responsabilità diretta del governo, gli conviene tornare ad assumere i panni del rottamatore.

Certo, due argomenti possono ancora essere sollevati contro l’azzardo. Il primo: non si finisce in questo modo per inseguire i Cinquestelle, per andargli appresso scimmiottandone le mosse? Non è la trappola in cui il Pd è già caduto, con Renzi e prima di Renzi, su temi come la corruzione o il finanziamento della politica? Il secondo: non aveva detto Renzi che il Pd rappresenta l’unico argine al populismo? Con la mozione contro Bankitalia non si finisce con lo scavalcare a piè pari quell’argine? Critiche legittime, così come fondate sono le preoccupazioni di ordine istituzionale. Ma guardiamo al risultato: più che inseguire, ora il Pd sulle banche è inseguito da tutti gli altri. Fin qui era la comoda posizione tenuta dai Cinquestelle; ora, almeno sulle banche, non lo è più. E quanto a populismo, c’è del vero: chi è senza peccato scagli la prima pietra. Tutte le leadership che si sono fronteggiate in questi anni ne hanno assunto qualche tratto. Ma è anche vero che fare una sinistra senza popolo non si può. Che Renzi provasse anche lui a riacchiapparlo da qualche lato è il minimo che ci si potesse aspettare, dopo l’anno di purgatorio seguito alla sconfitta referendaria. Del resto, la partita elettorale Renzi se la gioca contro Grillo e contro Berlusconi: non so se mi spiego.

(Il Mattino, 20 ottobre 2017)

 

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La nuova scommessa bipolare

Ligabue 1945 Lotta di galli

A. Ligabue, Lotta di galli (1945)

All’ultima curva, prima di imboccare il rettilineo finale della legislatura, la legge elettorale torna ad essere tema di confronto politico e parlamentare, e si torna a parlare di una sua possibile approvazione.

Difficile, però, fare previsioni: sulla carta, le forze politiche che sostengono il Rosatellum bis – così è stata ribattezzata la nuova proposta – avrebbero i numeri per farla passare. Ma da qui al voto finale ci sono un’ottantina di voti segreti, e la partita è così delicata che incidenti sono sempre possibili.

In realtà, la nuova versione del Rosatellum non risolve i problemi di governabilità del Paese, ma per quello ci vorrebbe un doppio turno alla francese che non è nel novero delle cose possibili. La legge in discussione si limita a distribuire per due terzi i seggi su base proporzionale, e per il terzo rimanente assegna i seggi in collegi uninominali dove i singoli candidati possono essere sostenuti, anziché da liste singole, da una coalizione. Chi può investire sulla costruzione di coalizioni plaude alla legge; chi non ha alcun potere coalizionale la avversa.

A preoccuparsi sono quindi, innanzitutto, i Cinque Stelle, che non saprebbero a chi sommare i loro voti nella parte uninominale. E infatti il fuoco di sbarramento è cominciato subito: il neo candidato premier Di Maio ha avuto parole durissime contro quello che ha definito “un attentato alla volontà popolare”, con argomenti che in verità varrebbero per qualunque legge che abbia effetti disproporzionali. Dopodiché in Parlamento hanno piazzato una mina, nella forma di un emendamento contra personam, che non consente di indicare come “capo della forza politica” chi non può essere eletto in Parlamento. Leggi: Berlusconi. E leggi pure il tentativo di pescare su questa norma voti a sinistra per far saltare l’accordo sulla legge.

Ma di che genere di accordo si tratta? Detto che, se passasse, questa legge elettorale penalizzerebbe i grillini, chi, viceversa, se ne avvantaggerebbe? Guardando tra gli emendamenti presentati, si capisce qualcosa guardando la proposta di rimettere l’indicazione del futuro leader alla forza politica della coalizione che ha preso più voti. L’emendamento è a firma Forza Italia, ma avrebbe anche il favore della Lega. Il che significa che la competizione per la leadership si trasferirebbe dentro la legge elettorale, invece di stare nelle primarie che fin qui Salvini chiedeva e che Berlusconi non aveva nessuna voglia di concedere. Ma significa anche che le distanze nel centrodestra si sono accorciate, e che il Cavaliere comincia a pensare di avere tutto l’interesse a calarsi nuovamente in uno schema bipolare. Assisteremmo così ad una nuova piroetta: dopo essere stato, per tutta la seconda Repubblica, il campione della democrazia maggioritaria, Berlusconi si era convertito al proporzionale, e in lunghe e pensose interviste aveva spiegato come il proporzionale fosse ormai l’unico abito confacente al sistema politico italiano. Ora, invece, complice forse i sondaggi siciliani che danno il centrodestra avanti a tutti, Berlusconi cambia di nuovo: vada per la coalizione con Salvini, e per un voto che in qualche modo la sancisca e leghi le mani per il dopo voto.

Ma le lega veramente? In primo luogo, va detto che l’emendamento è ai limiti, se non oltre il dettato costituzionale. Perché nessuna formula sulla scheda elettorale può limitare il potere del Presidente della Repubblica di nominare il Presidente del Consiglio: cosa dunque comporti indicare il “capo della forza politica” non è chiaro. In secondo luogo, e soprattutto, queste coalizioni, che esistono solo su un terzo dei seggi, ben difficilmente raggiungeranno il 51%, con gli attuali rapporti di forza: e allora come si farà? Ci sarà un inciampo in più per la formazione di maggioranze parlamentari diverse da quelle indicate nella parte uninominale della legge. La qual cosa può forse essere persino apprezzata, almeno da chi non ama il carattere parlamentare della nostra Repubblica. Ma senze vere maggioranze popolari emergenti dalle urne il risultato sarebbe: nessuna maggioranza.

Il rischio è alto, insomma. E l’impressione è che l’emendamento sia una spia del ricompattamento che si sta producendo nel centrodestra, piuttosto che una strada realmente percorribile.

A meno che la cosa non piaccia pure a Renzi, che sarà sicuramente, a sinistra, quello che prenderà più voti. Ma un conto è il singolo emendamento, un altro è l’impianto complessivo della legge. Lì la partita sembra essere un’altra, perché questo tema delle coalizioni è stato gettato tra i piedi del Segretario da chi, dentro il partito democratico, lo considera ormai un ostacolo alla costruzione di un nuovo centrosinistra, di un nuovo Ulivo o di quel che sarà. Franceschini non perde infatti occasione per ripetere che la coalizione s’ha da fare, col che evidentemente sottintende che se, per dialogare con Mdp, fosse necessario mettere da parte Renzi, ci sarebbe chi, nel Pd, farebbe da sponda.

Questo è, alla fine, il nodo decisivo: la legge è studiata per contenere i Cinquestelle, ma non dà affatto garanzie di governabilità, promette intanto di rimescolare le carte nel centrosinistra, e, forse, di dare una mano al centrodestra. E però è firmata dal Pd, come se Renzi scommettesse sul fatto che, alla fine, prevarrà comunque la sua forte leadership nel partito. Ce n’è abbastanza per considerare i giochi tutti aperti.

(Il Mattino, 30 settembre 2017)

 

Il solerte Di Maio e la liquefazione del potere

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A. Kiefer, The Red Sea (1985)

“Ossequioso e conformista, egli ragiona più o meno così: sono consapevole del fatto che nessuna verità si nasconde nell’autorità, tuttavia continuo a prendere parte alla messa in scena obbedendole, al fine di non compromettere il corso naturale delle cose”. Naturale o forse sovrannaturale, se sei vicepresidente della Camera e stai assistendo alla liquefazione del sangue di san Gennaro, nel giorno del santo patrono della città. Ma le parole citate non possono riguardare davvero Luigi Di Maio, dal momento che si trovano in un saggio del filosofo sloveno Slavoj Zizek di vent’anni fa. Le ha ripescate però, più di recente, Mauro Magatti, per tratteggiare la figura del trickster, del briccone divino, che nell’interpretazione del sociologo milanese diviene una sorta di “nichilista adattivo”, uno che non crede a niente ma sa adattarsi bene a qualunque situazione. Uno così può partecipare ai vaffa day fin dai suoi esordi ma anche indossare per un’intera legislatura la giacca e la cravatta dell’uomo delle istituzioni e, appena ufficializzata la sua candidatura nelle primarie grilline per la premiership, baciare compunto la teca contenente il sangue del Santo. “Per la prima volta”, confessa Di Maio, come se nessuno se ne fosse accorto che l’anno scorso, e l’anno prima, e quell’altro anno ancora, Di Maio nel Duomo non c’era.

Ma la sfrontatezza, si sa, è una caratteristica del trickster. La sfrontatezza o l’impudenza, insomma la capacità di dire le cose che si vogliono dire, vere o false che siano, con una imbattibile faccia di tolla. A momenti, il Movimento Cinque Stelle sembra tutto intero assumere questa caratteristica. Come quando avanza la proposta del referendum sull’euro (di cui da un certo momento in poi si sono perse le tracce), o come quando sposa le preoccupazioni complottiste e anti-vax, salvo poi infilarsi in una serie di complicate marce indietro.

Da che pulpito, si dirà. Luigi Di Maio che omaggia San Gennaro nei panni mai indossati prima del fedele, non viene dopo Silvio Berlusconi che racconta barzellette ai grandi della Terra, o dopo Renzi che sale al governo annunciando una riforma al mese? Non hanno anche costoro assunto i tratti del trickster? Non hanno indossato maschere, raccontato frottole, inscenato una parte?

Sicuramente. Ed è forse questo che colpisce di più: la presenza di un medesimo tratto su tutto lo spettro della politica italiana. Una cosa che non si riuscirebbe invece ad attribuire alla signora Merkel. La vediamo seria, sempre dignitosa, mai sopra le righe, mai tentata dalla buffoneria o dalla demagogia. Tutto il contrario dei nostri governanti (ma faccio salva la Presidenza della Repubblica, per la fortuna di tutti noi). Quando poi succede che persino due compassati ex Presidenti del Consiglio, Enrico Letta e Romano Prodi, dimenticano l’abituale misura e, intervistati da un comico, quasi si danno di gomito, lasciandosi andare a battutine maligne e un poco rancorose all’indirizzo di Renzi, allora vien fatto di pensare che qualcosa si è guastato in profondità, e che è sempre più difficile tenere compostezza di gesti, di posture, di parole.

Magatti componeva il suo ritratto del trickster anche con altre pennellate. Oltre alla capacità di mescolare disinvoltamente e con un certo cinismo il vero e il falso, il serio e il faceto, l’alto e il basso,  questo disinvolto furbacchione – a volte licenzioso (Berlusconi), a volte sbruffone (Renzi), a volte sussiegoso (Di Maio) –  è privo di un “significante padrone”, cioè di una posizione etica, di una stabile identificazione simbolica, di una parola alla quale legarsi e che si è in grado di mantenere. E qui, in verità, sospetto che c’entri meno il carattere dei singoli e molto di più la frana ideologica della seconda Repubblica, che non ha risparmiato nessun partito politico.

Ancora. Il trickster è affetto da presentismo, vive cioè in un tempo privo di profondità, tanto nella fedeltà al passato quanto nella promessa di futuro. Gioca ogni volta tutta la partita, come se non ci fosse nient’altro. E questo è Berlusconi che fonda un partito o una coalizione a ogni nuova legislatura,  Renzi che sceglie lo slogan “Adesso!”, ma anche i Cinquestelle che non vogliono più di due legislature per i loro parlamentari (vedrete: con le dovute eccezioni), e che soprattutto vogliono fare la rivoluzione domani mattina. Salvo accorgersi, per esempio a Roma, che è maledettamente difficile cambiare anche solo di poco questo Paese.

Al trickster di Magatti manca tuttavia un elemento, che c’è nella tradizione e nel mito. L’albero genealogico del briccone divino comprende infatti divinità come Hermes, e imbroglioni come Pulcinella. E a tutti presta una caratteristica, che è quella di frequentare zone liminari, di confine, dove le regole si fanno più deboli e si infrangono più facilmente, e dove però si fa esperienza non solo della loro sospensione o distruzione, ma pure di una possibile nuova creazione. Trickster è anche il personaggio che, con la sua furbizia o con qualche scorrettezza, fa andare avanti la storia e trova nuove imprevedibili vie. Questa forse sarà l’happy end della seconda Repubblica, se e quando ne saremo venuti fuori. Ma chi o cosa riuscirà nell’impresa, rimettendo in carreggiata il Paese, questo, purtroppo, ancora non si sa.

(Il Mattino, 20 settembre 2017)

Se il voto spezza le vecchie identità

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F. Bacon, Three Studies of Lucian Freud (1969)

Vi sono due punti interrogativi dinanzi al sistema politico italiano, che proverà a misurarsi con essi nei prossimi mesi. Il primo riguarda la legge elettorale: quella che ci è stata consegnata dai pronunciamenti della Corte costituzionale e dal risultato del referendum del 4 dicembre non viene giudicata soddisfacente da nessuno degli attori politici in campo. Ma nessuno degli attori politici in campo sembra avere forza sufficiente per cambiare il sistema di voto. Sicché, al di là di piccoli aggiustamenti “tecnici”, è molto probabile che ci terremo un proporzionale con un premio di maggioranza fissato a un’altezza irraggiungibile (40%).

Il secondo interrogativo è rappresentato naturalmente dalle elezioni politiche della prossima primavera. Al confronto si recheranno forze politiche profondamente diverse da quelle che si sono misurate nel 2013. Le due principali forze politiche, di centrodestra e di centrosinistra, intorno alle quali è stato imperniato il confronto politico nel corso di tutta la seconda Repubblica hanno subito scissioni e lacerazioni che ne hanno mutato la fisionomia. L’appello che Berlusconi rivolge oggi ad Angelino Alfano ed a Giorgia Meloni non ha, nelle parole stesse del Cavaliere, il significato di una proposta politica pronta per affrontare il voto nazionale. Eppure Alfano e Meloni, nel 2013, stavano nella stessa coalizione, il Popolo della Libertà (si è persa memoria del nome). E in quella stessa coalizione c’era la Lega (però a guida Maroni, non ancora a guida Salvini), la cui traiettoria ha seguito tutt’altra linea da quella presa nel corso della legislatura dai centristi di governo.

Anche a sinistra le cose sono cambiate. Al tornante dei suoi dieci anni di vita, il Pd vede di nuovo spuntare alla sua sinistra quella molteplicità di formazioni che, nel progetto originario di Veltroni, dovevano essere superate dalla vocazione maggioritaria del nuovo partito. L’impresa non è riuscita. La forza centripeta di Renzi ha innescato spinte centrifughe anche fra i democratici, se persino il candidato premier del 2013, Pierluigi Bersani, milita oggi in un nuovo movimento, che galleggia fra il Pd e le altre piccole forze politiche che del Pd non vogliono più saperne. Grosso modo, si tratta di un’area che nel 2013 si raccoglieva sotto la bandiera della Rivoluzione civile di Antonio Ingroia: anche di questo nome si è persa memoria.

(L’unica cosa che non è cambiata è il Movimento Cinque Stelle. Il che si spiega ovviamente con il giudizio di estraneità, anzi di ripulsa, reso nei confronti degli altri, screditatissimi partiti e finanche della dialettica parlamentare. Ma anche lì qualcosa dovrà prima o poi cambiare, se i grillini vorranno tentare manovre di avvicinamento al governo del Paese).

Il secondo interrogativo è dunque: come è possibile ipotizzare che dopo il voto questo insieme di forze – così avventizio, frutto più della fortuna che di strategie precise – continuerà ad offrire la stessa fotografia che si presenterà agli italiani nella domenica elettorale? Certo, nei prossimi mesi, i tentativi di mettere mano al sistema elettorale – veri o fittizi che siano, soltanto declamati o anche praticati – proseguiranno. Non c’è solo la doverosa preoccupazione del Presidente della Repubblica per la tenuta del futuro Parlamento; c’è un evidente impasse in cui il Paese intero rischia di cacciarsi, per l’impossibilità di offrire una soluzione di governo all’indomani del voto. Ma guardiamo le cose in maniera rovesciata: se i partiti non sono in condizione di cambiare la legge elettorale, e se con questa legge ben difficilmente potranno assicurare stabilità e governabilità, non finirà con l’accadere il contrario, che cioè saranno i partiti a cambiare? Chi scommetterebbe, del resto, sulla resistenza nella lunga durata del quadro politico attuale, prodotto dal fallimento dei percorsi di riforma esperiti in questa legislatura, non certo dai suoi successi?

C’è però una differenza rispetto al passato. Tutte le legislature dell’ultimo quarto di secolo hanno conosciuto una stessa deriva verso la scomposizione di coalizioni faticosamente costruite per affrontare la prova del voto. La politica aveva le sue sistoli e le sue diastole, le fasi di avanzamento in cui l’accento era posto, per necessità elettorale, sull’unità, seguite dalle fasi di rilasciamento, in cui l’accento tornava indietro, verso la divisione. E tutti i capi di governo ne hanno fatto esperienza: Prodi e Berlusconi, ma anche, in tempi a noi più vicini, Letta e Monti. E infine Renzi, che in verità era riuscito a rimandare l’appuntamento con il Big Bang della frantumazione fino al giorno del referendum. Poi, liberi tutti.

Questi movimenti erano però gli spasmi di un sistema maggioritario rispetto ai quali i partiti riluttavano, e che quindi accettavano alla vigilia del voto solo per disfarlo il giorno dopo. Ora è il contrario: con una legge proporzionale, il moto avrà segno opposto, l’appuntamento con le urne esalterà le differenze, che il giorno dopo le elezioni bisognerà trovare il modo di superare. Ma per questo diverso andamento del ciclo politico nessuno dei partiti oggi in campo è preparato, e tutti tentano di allontanare da sé l’inconfessabile sospetto di voler “inciuciare” con gli altri (cosa invece richiesta dal sistema proporzionale). Bisognerà dunque farsi una nuova cultura politica, e non sarà semplice. E questo, a pensarci, è un terzo interrogativo, più grande ancora dei primi due: i partiti di centrodestra e di centrosinistra non vedranno ridisegnata in profondità la loro fisionomia, la loro identità e la loro stessa leadership da questa nuova necessità?

(Il Mattino, 13 agosto 2017)

La fuga da Ap e le sette vite del Cavaliere

A Rauschenberg

R. Rauschenberg, Odalisk (1959)

Silvio che adotta tre cuccioli abbandonati. Silvio che beve una spremuta d’arancia da MacDonald. Silvio che sotto Pasqua si schiera in difesa degli agnellini, ne tiene uno in braccio, lo accarezza con sguardo mansueto e lo battezza Fiocco di Neve. Silvio che va a sorpresa al compleanno del figlio Piersilvio – cena in famiglia e foto su «Chi». Silvio che apre le porte di Villa Certosa per il compleanno della fidanzata Francesca Pascale – torta Disney di cinque piani e foto su tutti i giornali. Diciamo la verità: questo 2017, tra un’elezione in Europa e una in Italia, ci ha restituito un Berlusconi in grandissimo spolvero. Capace di parlare a tutti: ai proprietari di animali, agli appassionati di cartoni animati, agli amanti delle belle donne e agli amanti della famiglia, ai clienti dei fast food e specialmente a coloro – e sono ancora tanti, tantissimi, la stragrande maggioranza – che non sopportano il «teatrino della politica»: espressione che non per caso ha inventato lui e che dopo di lui hanno adottato un po’ tutti, in forme più arrabbiate (Grillo, Salvini), o più soft (Renzi).

Dopo quasi un quarto di secolo dalla sua prima discesa in campo, il Cavaliere riesce ancora a dare l’immagine di un uomo semplicemente prestato alla politica. Lui che aveva più di ogni altro impresso al sistema politico italiano i tratti di una democrazia maggioritaria, è stato il primo ed il più lesto ad adattarsi ai nuovi equilibri del proporzionale. Lui, ormai ottuagenario, riesce ancora a rilasciare interviste in cui si propone di interpretare la richiesta di cambiamento che sale dal paese. E in cui riesce a dipingere gli altri – gli altri, non lui – o come logori (Renzi), o come inaffidabili (Grillo), o come estremisti (Salvini).

Diversi anni fa, lo scrittore spagnolo Javier Marías dedicò alcune velenosissime parole a Berlusconi: la sua accattivante disinvoltura, la sua spudorata simpatia, la sua esibita spontaneità gli pareva che fossero solo il segno di un comportamento da parvenu della politica. Altro che parvenu! Si era nel 2002, e Berlusconi era già in sella al suo secondo governo. Ma soprattutto, trascorsi altri quindici anni di vita politica, dopo altri quindici anni di cadute e risalite, di vittorie e sconfitte, di processi e condanne, prescrizioni e assoluzioni, Berlusconi è riuscito a indossare ancora un’altra maschera: molto più rassicurante e affidabile di tutte quelle, molteplici, che ha indossato finora.

Dopo lo stress delle riforme istituzionali fallite, Berlusconi si sforza infatti di dare al centrodestra il profilo della forza stabilizzatrice, che può mettere in sicurezza il sistema. Gli altri strappano; lui ricuce. Gli altri si scamiciano; lui mantiene il doppiopetto. Gli altri sgomitano; lui appare il più padrone di sé.

Bisognava vederlo, nell’ultima apparizione televisiva: faccio un partito nuovo; dobbiamo andare uniti con la Lega; bisogna che ci liberiamo dalla dittatura fiscale e burocratica che opprime l’Italia. I suoi temi ci sono tutti. E poi, per non farsi mancare nulla, non vuoi che racconti di come abbia offerto la sua villa di Arcore o il suo parco di Portorotondo al regista premio Oscar Paolo Sorrentino, che ha iniziato a girare un film sul Cavaliere: altro che Caimano di Nanni Moretti! Come potrebbe Sorrentino avercela con lui, «soprattutto in un momento di aumentata popolarità»? Questo è il punto: la popolarità è aumentata, il Milan torna a comprare valanghe di calciatori (come se fosse ancora suo) e lui è di nuovo il più italiano tra gli italiani.

E intanto sono finiti i giorni in cui Berlusconi sconfitto lasciava il governo con lo spread alle stelle; finiti i giorni dei ricoveri in clinica; finiti anche i giorni dei processi e l’ignominia della condanna: quanto poi ai suoi effetti, Berlusconi spera ancora che la corte europea di Strasburgo possa dargli nuova agibilità politica, restituendogli il diritto a candidarsi alle prossime elezioni.

In questo prepotente ritorno al centro della scena conta ovviamente la difficoltà politica e strategica in cui si è trovato il partito democratico di Renzi, dopo il 4 dicembre. E conta anche l’illusione prospettica creata dal successo nelle elezioni amministrative, grazie a una legge elettorale che spingeva in direzione di una ricomposizione del centrodestra. Ma la collocazione di Forza Italia nell’area «liberale, moderata, ancorata al partito popolare europeo», forte di «valori cristiani e principi liberali», torna ad essere un’alternativa credibile a chi non vuole votare a sinistra, e non vuole neppure buttare tutto all’aria con il voto ai Cinquestelle. E siccome il proporzionale non chiede a Berlusconi di risolvere problemi di alleanze o di coalizione, si possono tenere a bagnomaria i pezzi di centro moderato che si staccano da Area popolare per costruire un’altra gamba del centrodestra, e fingere pure che lo stesso Salvini se ne farà una ragione: gira e rigira, è da Silvio che bisogna tornare.

E diciamo la verità: se Berlusconi è riuscito a fare un governo tenendo insieme la Lega secessionista di Bossi con la destra nazionale di Fini, volete che non si riesca a trovare un accordo con la Lega antieuropeista di Salvini? Se poi la cosa non dovesse riuscire, in un sistema tri- o quadri-polare, Forza Italia si troverà al centro di qualunque ipotesi di grande coalizione. Certo, per ora bisogna battere Renzi; ma poi, se (e solo se) necessario, si potrà pure fare assieme quel governo che oggi il Cavaliere giura e spergiura di non voler fare. Il partito di plastica è, insomma, il partito più malleabile che c’è oggi sul mercato.

Perfino in proiezione internazionale: parole di elogio per la Merkel, e parole di elogio per Trump. Parole di elogio per Macron e parole di elogio per Putin: trovate un solo leader di peso, nel panorama mondiale, del quale Berlusconi non si dichiari amico? Del resto, Trump è un imprenditore estraneo ai giochi della politica, proprio come lui. La Merkel è una statista nel segno del popolarismo europeo, proprio come lui; Macron ha vinto sulle macerie dei partiti, proprio come lui; Putin è amato dal suo popolo proprio come lui. Chi potrebbe unire tutti questi tratti in una sola persona? Solo Superman. E infatti sulle bancarelle sono tornate le statuine di Berlusconi con la tuta rossa e il mantello azzurro. A colpi di kryptonite, Silvio è ancora tra noi.

(Il Mattino, 23 luglio 2017)

Le alleanze e il ritorno dei riti DC

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Per la gioia e la fortuna dei retroscenisti la direzione del partito democratico questa volta non è andata in diretta streaming. Ma c’è poco da immaginare gustosi retroscena, o da inventarsi virgolettati non confermati e non smentiti, come usa fare: la sostanza dello scontro politico è chiarissima. Ci sono da una parte le voci che chiedono a Renzi di aprire a una coalizione elettorale, perché se va da solo il Pd perde, e dall’altra c’è il Segretario, che respinge la richiesta. Sul primo fronte si è schierato, oltre alla minoranza del ministro Orlando, Dario Franceschini; con Renzi, invece, stanno Matteo Orfini e Maurizio Martina, il presidente e il vicesegretario del partito.

Detta così, sembra che la Direzione di ieri si sia trovata dinanzi a una scelta come quelle che gravavano sui congressi e i consigli nazionali della Democrazia cristiana, in piena prima Repubblica, quando si trattava di varare nuove formule di governo, o di cercare equilibri politici più avanzati. In realtà, c’era ben altra sostanza nella decisione della DC, alla fine degli anni Cinquanta, di aprire alla sinistra socialista di Pietro Nenni, rispetto a quella che sarebbe richiesta al PD per cercare un’intesa elettorale nientedimeno che con… i fuoriusciti dal Pd  (raccolti provvisoriamente sotto le insegne più concilianti di Giuliano Pisapia).

Ma soprattutto c’è una differenza di fondo che passa inosservata quando si costruiscono simili narrazioni, fondate su improbabili paragoni storici: non solo Bersani e compagnia non sono minimamente paragonabili al partito socialista, ma anche il Partito Democratico è tutt’altra roba che non la Democrazia Cristiana. E non solo o non tanto perché l’uno sia più a sinistra dell’altra, ma perché sono completamente diversi i contesti politici e istituzionali. La DC apriva alla sua sinistra dentro un sistema bloccato, che non prevedeva formule di governo che non fossero imperniate sulla sua centralità. Non c’erano alternative, insomma. Tutt’altra è la situazione attuale: dalle urne può uscire di tutto, tanto una prevalenza del centrosinistra quanto una prevalenza del centrodestra, tanto il PD primo partito quanto i Cinquestelle primo partito. Può accadere che il blocco populista prevalga, quanto che prevalgano le forze riformiste, e i moderati di centrodestra possono inclinare da una parte o dall’altra.

A uno scenario così incerto, si aggiunge l’indisponibilità di Berlusconi e Grillo a scrivere una legge elettorale che premi le coalizioni: per l’uno non c’è motivo di consegnare a Salvini la leadership politica e ideologica del centrodestra, e per l’altro non c’è facilità di costruire alleanze dopo cinque anni spesi a rivendicare la loro estraneità assoluta da qualunque logica di coalizione. Non si capisce dunque perché Renzi e il Pd dovrebbero invece legarsi le mani, mentre Berlusconi e Grillo tengono libere le loro.

E non si capisce neppure dove si vada a parare con la preoccupazione che Franceschini ha con tanta insistenza manifestato: da soli si perde. Non è che si perde da soli, è che in un sistema proporzionale tutti vanno da soli dinanzi agli elettori, con la propria proposta politica e programmatica. Sarebbe dunque il caso che il Pd si attrezzasse a costruirla, e ieri, in effetti, Renzi ha aperto a una conferenza sul programma, rivendicando anzi di averla proposta ancor prima che Orlando ne facesse il motivo della sua candidatura alla segreteria. Ma anche in questo caso: non si capisce come un partito che ha governato per l’intera legislatura possa mettere da parte i risultati della sua esperienza di governo, e non invece chiedere su di essi il giudizio degli elettori. Così, non si capisce neppure come il Pd possa, inseguendo il mito ulivista della coalizione, sventolare credibilmente il vessillo della «discontinuità radicale» col passato invocata a Santi Apostoli da Pisapia e Bersani. Senza dire che pure questo paragone storico non fa al caso del Pd: se mai c’è stata infatti una coalizione smandruppata, questa è stata l’Unione guidata nel 2006 dal secondo Prodi, con cui si è malinconicamente chiusa, fra non pochi risentimenti e qualche rancore, la stagione dell’Ulivo.

Quindi? Quindi torniamo al confronto in Direzione, e al vero motivo di questo agitarsi intorno alle alleanze. Che è uno solo, ed è tutto strumentale, e poco o nulla a che vedere con la vagheggiata coalizione. La quale coalizione, poi, se anche si facesse, sarebbe, con tutta probabilità, ancora al di sotto del 50,1% necessario a conquistare la maggioranza. E dunque di cosa si tratta, se non di mettere il bastone fra le ruote a Renzi, di logorarne la leadership, di denunciarne l’insufficienza, di farsi anche sparare addosso da quei potenziali alleati di sinistra che un accordo con Renzi non lo troverebbero mai, e così di costruire con un po’ di quel che è dentro e un po’ di quel che è fuori del Pd il dopo-Renzi? Ma è dal 5 dicembre, dal giorno dopo la bocciatura del referendum istituzionale che va avanti questo tentativo: perseguito vuoi uscendo dal partito (Bersani), vuoi sfidando Renzi apertamente al Congresso (Orlando), vuoi infine dopo le amministrative, con i pesanti distinguo di Franceschini.

Che però ieri, dopo aver ribadito le sue critiche, ed essersi attirato una durissima replica da parte di Renzi nelle conclusioni, ha disciplinatamente votato sì alla relazione del Segretario. E questa onesta dissimulazione sì, merita qualche storico paragone con i vecchi consigli nazionali della Democrazia Cristiana.

(Il Mattino, 7 luglio 2017)

Uniti si vince nei comuni ma non si governa

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Il dato è questo: il centrodestra ha vinto; il centrosinistra ha perso. Quanto ai Cinquestelle, hanno perso pure loro, ma siccome la loro sconfitta è maturata al primo turno, ieri è passata in secondo piano. Se è in questi termini che viene riassunto il risultato delle elezioni amministrative, colpisce che nessuno noti il paradosso che inficia buona parte delle interpretazioni circolate all’indomani del voto. Perché dalla vittoria del centrodestra si trae la lezione che quando va unito il centrodestra è ancora competitivo, ed è anzi in grado di espugnare roccaforti rosse come Genova, Pistoia o Sesto San Giovanni, la Stalingrado d’Italia. Mentre dalla sconfitta del centrosinistra si trae la lezione che il Pd di Renzi patisce l’isolamento in cui si è cacciato, rompendo a sinistra. Cioè, seguitemi: sia che si vinca, sia che si perda, la lezione è la stessa, che uniti si vince. Ma che lezione è questa, che viene comprovata da qualunque risultato? Non è una lezione, in realtà, ma è solo l’effetto di un sistema elettorale e di una partita locale che consentivano e anzi incentivavano il formarsi di coalizioni. Cambiate la legge elettorale, e soprattutto cambiate la posta in gioco, e non avrete più l’evidenza che oggi pare tanto indiscutibile quanto vuota di significato.

Sulla legge elettorale con la quale andremo al voto alle politiche non ci sono certezze, ma dopo il naufragio dell’accordo su un sistema simil-tedesco, è difficile immaginare che si trovi il modo di porvi mano (salvo piccoli aggiustamenti tecnici richieste per quel minimo di armonizzazione fra i sistemi delle due Camere che è possibile ottenere per decreto, su punti largamente condivisi). Cosa saranno allora le coalizioni che domenica vincevano o perdevano, quando non ci sarà nessun ballottaggio a dargli la spinta decisiva per conquistare il governo non di una città ma del Paese? Macron la rivoluzione del sistema politico l’ha fatta grazie al ballottaggio, qui da noi come la si farà? D’accordo, sono tempi volatili, in cui è possibile ipotizzare anche movimenti elettorali significativi, ma che centrosinistra e centrodestra ce la facciano da soli a conquistare la maggioranza è al momento ipotesi del terzo tipo. Quand’anche Berlusconi, Salvini e Meloni dovessero arrivare a un bel 35-40%, con quali altri pezzi arriverebbero più su, fino a quota 50,1%? Perché Salvini guarderebbe volentieri ai grillini, ma questi mai e poi mai accetterebbero di allearsi col Cavaliere. Il quale si volgerebbe invece verso il centro, ma vaglielo a spiegare a Salvini.

Quanto all’eventuale coalizione di centrosinistra, con o senza il vinavil di Prodi, ben difficilmente potrebbe aspirare a un risultato migliore. Prima dovrebbe mettere insieme una miriade di sigle di cui si è perso ormai il conto: da quelle parti il processo di riaggregazione non è ancora cominciato. Dopodiché, avendo tenuto dentro tutto e il contrario di tutto, con chi andrebbe a trattare un accordo di maggioranza, oltre il perimetro della sinistra? Una simile riedizione dell’Unione di prodiana memoria (dell’Unione, più che dell’Ulivo: il punto al quale era arrivata la frantumazione del centrosinistra prima del progetto dem era infatti l’Unione del 2006, e comprendeva almeno una dozzina di soggetti politici) sarebbe attraversata da un discrimine netto, fra quelli che un accordo coi moderati di centrodestra non lo farebbero mai, e quelli che in verità lo farebbero, avendolo peraltro già fatto.

Per correggere una così sconfortante rappresentazione dello scenario politico-elettorale – e soprattutto: per non lasciare che in questo guado ci rimanga in mezzo il Paese, lasciando che le forze populiste si ingrossino ancora, continuando a lucrarci su – c’è forse un solo modo: prendere sul serio la posta in gioco, l’altro elemento sul quale il voto di domenica, di carattere locale, non ha detto nulla. La posta in gioco è la posizione dell’Italia in Europa, e la capacità di regolare le questioni grandi dei prossimi anni – dall’economia all’immigrazione, dal lavoro alla difesa comune – passandole al setaccio del confronto europeo. È lì che si siederà il prossimo Presidente del Consiglio italiano: non in qualche Palazzo di città ma nei consigli dei Capi di Stato e di governo. Non solo, ma comunque si giudichino gli ultimi confronti elettorali nei paesi UE – dalla Brexit in poi –, è evidente che a deciderne l’esito, in un senso o nell’altro, è stata la posizione assunta rispetto agli impegni presi (o da prendere) con Bruxelles.

Che cosa allora significa oggi l’Europa, per l’Italia? Sarebbe bene che questa domanda, e le parole per istruirla, venissero prima della costruzione di coalizioni posticce, per cui succede che a destra festeggino uniti quelli che l’Euro affama il popolo e quelli che inneggiano al mercato unico, mentre dall’altra parte dovrebbero provare a rimettersi insieme quelli che non c’è spazio per la sinistra dentro questa Unione, e quelli che invece vogliono governarla insieme a Macron.

Sono proposte di fatto incompatibili. Le coalizioni di domenica scorsa – abbiano vinto o perso, come più vi piace – non hanno alcuna omogeneità rispetto alle grandi questioni europee ed internazionali. E se è vero che ha un costo riconoscerlo, è anche vero che solo affrontandolo si costruiscono profili politici credibili, che tornino ad essere attraenti per un elettorato stanco di vedere risse, balletti, polemiche e ripicche. Bisogna che i grandi partiti che intendono assumersi responsabilità di governo nel futuro prossimo declinino in termini chiari e forti le loro priorità, portando la sfida elettorale a un’altezza diversa da quella in cui si impelagano tutti i giorni, sforzandosi di offrire leadership, programmi e interpreti di una nuova stagione, e non semplicemente la riedizione di quelle vecchie.

Solo così quella ridicola discussione sulle sommatorie di partiti e percentuali retrocederà in secondo piano, e la scelta elettorale tornerà ad essere legata a un senso storico e politico generale, di medio-lungo periodo, che ridia significato e funzione a partiti, che nella mera gestione clientelare dell’esistente hanno ormai perduto ogni ragione d’essere e ogni legittimità.

(Il Mattino, 27 giugno 2017)