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Chi ha paura (e disprezzo) della politica

A turkey looks around its enclosure at Seven Acres Farm in North Reading

È possibile che nel falò del 4 dicembre si bruceranno molte ambizioni. Se avesse ragione l’Economist, che ieri ha provato a ragionare sul significato del voto referendario e i possibili scenari futuri, è l’intera classe politica italiana che dovrebbe, se non bruciarsi, almeno farsi da parte, per lasciare spazio ad un «governo tecnico ad interim». L’autorevole settimanale britannico, schierandosi per il no al referendum, sostiene che la riforma costituzionale darebbe troppo potere al futuro premier. Giudizio discutibile, naturalmente, ma ancor più discutibile è il paradosso che l’Economist ne ricava. Che cosa succederebbe infatti, se a riforma approvata, gli italiani votassero Grillo alle prossime elezioni? Il timore che la riforma targata Renzi possa fare il gioco dei Cinquestelle spinge il giornale a suggerire la soluzione tecnica: per timore di un ribaltamento degli istituti della democrazia liberale, ad opera dei grillini, si suggerisce di cominciare subito con una specie di commissariamento soft, una sorta di prudente sospensione più o meno concordata, magari etero-diretta da Bruxelles.

Una simile logica è in reale proprio ciò che tiene lontana l’Unione europea dai cittadini. Perché l’argomento dell’Economist consiste in sostanza nel chiedere di sterilizzare gli effetti del pronunciamento elettorale: proprio come si continua a fare, nel tentativo di far passare in Europa riforme che si giudicano al contempo necessarie ma impopolari. Il populismo, in questo schema, è lo spauracchio, ma è anche il contraccolpo dell’ostinazione con la quale nelle capitali europee di perseguono politiche che non sono in grado di conquistare il necessario consenso.

La cosa notevole è però che questa volta è il sì il risultato da sterilizzare. È evidente, infatti, che la deriva autoritaria è un pericolo sovrastimato: l’Economist cita (e mette sgradevolmente sullo stesso piano) Mussolini e Berlusconi, ma sono paragoni del tutto privi di senso storico. Tanto Mussolini quanto Berlusconi arrivano alla guida del governo per la debolezza del sistema politico e istituzionale, e non già perché l’assetto costituzionale del paese ha tolto le garanzie e i contrappesi, facendo spazio all’uomo forte. Nel caso di Berlusconi, poi, era tanto poco forte la sua condizione che nel ’94 il suo primo governo cadde dopo pochi mesi. Dunque il raffronto storico è del tutto improponibile e va rovesciato: è la debolezza che apre la strada, se mai, a soluzioni autoritarie, non già il rafforzamento delle istituzioni.

Perciò la preoccupazione del settimanale sembra avere un altro senso, e cioè che il sì alla riforma metta in circolo troppa energia politica. Per il prudente e tecnocratico establishment dell’Unione è una condizione con cui è meglio non misurarsi.

Ma chi utilizzerà questa energia, sgombrato il campo dai timori per la democrazia (che spingono per paradosso – come si è visto – a mettere tra parentesi la democrazia): ecco ora il tema. Negli ultimi giorni, si è fatto sempre più chiaro che una parte decisiva sul risultato finale può giocarla il Mezzogiorno, e la Campania in particolare. Se tutta l’attenzione si è concentrata sulle esternazioni di De Luca, al di là dei toni esorbitanti, una ragione c’è. La Campania può essere veramente l’ago della bilancia. È come se sui due piatti stessero da una parte il governatore campano, e dall’altra quello della Puglia. Il sì e il no possono decidere chi dei due peserà di più. In gioco c’è sicuramente la rappresentanza delle ragioni del Sud, ma c’è anche il partito democratico e gli equilibri di tutto l’arcipelago della sinistra. È in vista di quei futuri, nuovi equilibri, che a Napoli si avvicinano a De Magistris pezzi del bassolinismo, la Cgil, i dalemiani: tutto quello che può essere manovrato contro Renzi, insomma. Nella stessa prospettiva si muove anche Emiliano, che nella futura partita congressuale proverà a giocare da principale antagonista di Renzi. Tutt’altro scenario si disegna se invece sarà il sì a prevalere, e De Luca a determinare il risultato con il voto campano. I piccoli fuochi si spegneranno, e si aprirà una fase diversa, incentrata sull’asse preferenziale fra il premier e il governatore. Questo è ovviamente solo una parte del significato che avrà il voto del 4 dicembre. Ma è una parte non piccola, perché, al di là dei futuri meccanismi elettorali o del nuovo ordinamento istituzionale, imprimerà un segno forte anche al sistema politico italiano.

(Il Mattino, 25 novembre 2016)

Se Forza Italia non ha un erede

acquisizione-a-schermo-intero-19112016-192038-bmp«Nel centrodestra c’è un unico leader e un unico federatore, ed è Silvio Berlusconi». A dirlo è Renato Brunetta. E a quanto pare è vero. Neanche Parisi ce la fa. Ma quello che ai bei tempi era il punto di forza del centrodestra – l’insostituibile carisma del fondatore di Forza Italia – è, ormai da un bel po’, un drammatico punto di debolezza: l’incapacità o forse persino l’impossibilità di costruire un’alternativa al leader di Arcore, almeno finché in campo c’è lui.

Se si mettono infatti uno dopo l’altro tutti quelli che hanno provato a raccogliere la successione del Cavaliere, per investitura diretta o lanciando un guanto di sfida, si rimane impressionati. Ci ha provato Umberto Bossi, il gran capo della Lega. Ci ha provato Gianfranco Fini, il gran capo della destra nazionale post-fascista. Ci hanno provati quelli della generazione successiva: gli Angelino Alfano e i Raffaele Fitto, trasmigrati altrove, e con poca voglia di frequentare ancora Palazzo Grazioli. Poi ci sono quelli a cui ha pensato Berlusconi medesimo. Alfano, per il Cavaliere, non aveva il quid, così lui ha creduto che ce l’avesse Giovanni Toti. Che è stato in campo il tempo necessario per candidarsi in Liguria e mettersi in proprio, gravitando sempre più dalle parti della Lega. Allora è stata la volta di Stefano Parisi, che ha ben impressionato il leader di Forza Italia nella campagna elettorale per il Comune di Milano. Ma ieri è arrivato lo stop, che sa tanto di bocciatura definitiva: Parisi non ne vuole sapere di «quella roba» populista e xenofoba che Salvini rappresenta, e allora Berlusconi lo scarica: siccome il centrodestra lo si deve fare per forza anche con Salvini e con la Meloni, cioè con la destra-destra che guarda a Trump e a Marine Le Pen, il moderato e riformista Parisi non va più bene.

Contateli: sicuramente sarà sfuggito qualcuno, ma se ai già nominati aggiungete tutti gli uomini del Presidente – i professori della prima leva di Forza Italia, come Pera e Urbani, o i fedelissimi come Bondi, Verdini e Cicchitto, arrivate a un numero ancora più grande, e più impressionante. Tutti, in un modo o nell’altro, hanno dovuto mollare. E se Piersilvio e Marina si sono rifiutati di scendere in campo per raccogliere l’eredità del Padre, è forse perché è parso loro evidente chi fosse, in politica, Silvio Berlusconi: Crono che divora i suoi figli. Crono che prova a sfuggire al suo destino, cioè all’ordine naturale delle cose. Perché Crono è il tempo, e necessità vuole che, col tempo, il figlio succeda al padre, e che il padre si faccia da parte. Ma così, nel centrodestra italiano, non riesce a andare.

Dalla parte di Berlusconi sta il fatto che Forza Italia è nata in maniera del tutto artificiale, fuori dalle culture politiche consolidate del Paese. E ancora più artificiale è stata la costruzione del centrodestra, che solo l’invenzione del Cavaliere ha consentito di tirar su, nonostante fosse contro natura l’incontro delle sue componenti: il federalismo e il nazionalismo, il populismo e il riformismo, i socialisti e i democristiani d’antan, un certo laicismo liberalsocialistama anche il tradizionalismo cattolico. Così, se nel mito alla fine la natura torna a imporsi – Zeus sfugge al padre Crono e ne rovescia il regno, stabilendosi sul monte Olimpo – nell’eredità politica berlusconiana non c’è nessun nuovo leader, come ha detto Brunetta, in grado di fare la stessa cosa: ammazzare il Padre, o almeno relegarlo in un angolo. Nella Lega a Salvini è riuscito; nella destra finiana pure (bene o male): in Forza Italia non c’è modo.

Intendiamoci: la doccia gelata che Berlusconi ha inflitto senza troppi riguardi al povero Parisi, che da principe delfino si ritrova improvvisamente senza alcun titolo per succedere al trono, ha le sue ragioni nello scenario politico che Berlusconi vede disegnarsi dopo la vittoria di Trump.Perché delle molte anime che il berlusconismo ha incarnato, quella che sembra prevalere, nell’attuale congiuntura, è l’anima anti-sistema, lo spirito di discontinuità e di rottura, la rivolta contro «il teatrino della politica». Può darsi che il Cavaliere nutra la convinzione che si tratta di una parentesi, che si può aprire e chiudere. Aprire per ingoiare Renzi e il centrosinistra, e richiudere subito dopo per far pesare, nei nuovi equilibri politici che si costruiranno dopo il referendum, la propria forza residuale.

Ora, non è chiaro se questa strategia sia quella giusta, se la destra che torna a fare la destra sia la risposta, e per il centro moderato e riformista si vedrà poi. È anche possibile che, così facendo, altro che parentesi: si porta soltanto acqua al pozzo di Grillo, l’unico che approfitterebbe della caduta di Renzi. Quel che è certo, è che se Forza Italia si muove in quella direzione, allora Salvini rimane, volenti o nolenti, un competitor ma anche un alleato strategico, e Parisi non può essere più il leader e il federatore.

Parisi non ha il quid. L’unico rimane Berlusconi. Ma il tempo passa, Crono divora i suoi figli, e l’Olimpo rischia di rimanere vuoto di dèi.

(Il Mattino, 16 novembre 2016)

Se la transizione archivia anche l’utopia liberale

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Insieme con Giorgia Meloni, candidata a sindaco di Roma, c’è Matteo Salvini. I leghisti di Roma sono tutti ex fascisti, ha spiegato Berlusconi, cercando di ridimensionare il significato della rottura che ha mandato il frantumi il centrodestra. Ma è singolare: il primo passo compiuto da Berlusconi, quando scese in campo più di vent’anni fa, fu quello di dichiarare che, fosse stato cittadino della capitale, avrebbe votato per Gianfranco Fini, che si era allora candidato contro Francesco Rutelli non come leader di Alleanza Nazionale, ma come segretario del Msi, il partito di Giorgio Almirante. Tutto è insomma cominciato con lo sdoganamento della destra missina, e tutto sembra, agli occhi immalinconiti di Berlusconi, che ritorni da quelle parti.

Non è così. Non si tratta di un ritorno di fiamma. Si tratta invece della fine del centrodestra come lo abbiamo conosciuto finora. Molte sono le ragioni, ma ve ne sono tre che sembrano pesare più di tutte.

Una è senz’altro l’appannamento della leadership di Berlusconi. Complice l’età, complici le disavventure giudiziarie e l’impossibilità di candidarsi, la stella del Cavaliere è ormai irrimediabilmente declinata. E a gridare che il re è nudo in questi mesi sono stati in molti: da Bondi a Fitto a Verdini, per rimanere solo nei dintorni dell’ultima legislatura.

Un’altra ragione è la consunzione del cemento ideologico del blocco di centrodestra costruito da Berlusconi: l’argine contro la sinistra illiberale. All’inizio il Cavaliere parlava volentieri di comunisti, ma anche quando ha dovuto aggiornare il vocabolario, gli è bastato mettere un ex- o un post- a fianco della parola comunista, per tirarla ancora per le lunghe, e comunque per dipingere il centrosinistra come una roba vecchia, fatta di rottami della storia. Poi è arrivato Renzi, e quella retorica non ha avuto più nemmeno un minimo di parvenza. Renzi, bisogna che il centrodestra impari a contrastarlo in un’altra maniera. Comunque lo si giudichi, con lui non si può più dire che «son sempre gli stessi».

La terza ragione è la più rilevante, se si guarda al nostro Paese in un’ottica internazionale. Non c’è solo il miliardario populista Trump, che in America sconquassa, con la sua corsa vincente alle primarie, i tradizionali confini dell’old party repubblicano. Ci sono pure, anzi soprattutto, i nazionalismi e i populismi che si affermano in Europa. Ve ne sono di specie diversa: in Grecia come in Austria, in Ungheria come in Polonia, in Olanda come in Gran Bretagna. A Matteo Salvini piace molto la destra lepenista d’Oltralpe, alla quale pare proprio volersi ispirare. Ma in giro per l’Europa di modelli del genere ce ne sono diversi. Per questo tipo di destra: diffidente nei confronti dell’Europa, diffidente nei confronti dell’immigrazione, diffidente nei confronti dell’establishment, Berlusconi non funziona più. Forza Italia aveva infatti tenuto dentro di sé più di un’anima: c’era l’insofferenza nei confronti della politica politicante; c’era l’accentuazione del leaderismo, c’era una qualche forma di richiamo ai valori tradizionali. Ma c’erano anche tratti liberali, e una dimensione di apertura nei confronti del futuro, della modernità, delle forze sane dell’economia e della società che era parte essenziale del messaggio di Berlusconi. Ecco, forse il tratto più vistoso nel passaggio che si sta consumando nel centrodestra riguarda proprio la coloritura morale della nuova destra di Salvini e Meloni. Complice la crisi delle istituzioni economiche e l’impasse dell’Unione Europea, complici i venti di guerra nel Medioriente e in tutta l’area del Mediterraneo, destra oggi significa molto più paura che speranza.

Una politica della paura non è detto che non sia vincente. Di sicuro, i margini di manovra si vanno restringendo, in Europa, per le posizioni moderate dei popolari e dei conservatori. Se ne accorge la Merkel, che perde le elezioni nei Länder a favore di forze euroscettiche e nazionaliste, e se ne accorge Cameron in Gran Bretagna, anche lì a causa di crescenti spinte nazionaliste. Il fatto è che però la mossa del leader leghista, che silura i candidati di Forza Italia a Roma come a Torino impone al centrodestra di passare attraverso il lavacro di una sconfitta alle amministrative che si fa di ora in ora più probabile. Si tratta, insomma, di un percorso ad ostacoli. È presto per dire se Salvini ha fatto bene i suoi calcoli, o se in fondo sta solo dando una mano al centrosinistra, che i suoi grattacapi al livello locale ce li ha ma che a confronto col big bang del centrodestra finiscono con l’essere improvvisamente ridimensionati. A meno che non benefici di questa grandissima confusione sotto il cielo il Movimento Cinquestelle. E allora, l’azzeramento del sistema politico italiano come l’abbiamo conosciuto finora si sarà finalmente completato.

(Il Mattino, 17 marzo 2016)

L’ultimo strappo con la cultura del berlusconismo

Mondazzoli

L’ultima è stata la nave di Teseo. L’ultimo vascello sul quale Umberto Eco sia salpato. Era il novembre dello scorso anno, e Umberto Eco, insieme a molte altre illustri firme della casa editrice Bompiani decide di seguire Elisabetta Sgarbi via dal nuovo gruppo Mondadori-Rizzoli, guidato da Marina Berlusconi, e di fondare una nuova casa editrice. Lui la racconta così, ai giornali: «Elisabetta Sgarbi e Marina Berlusconi si sono incontrate per non capirsi». Forse, la più plastica rappresentazione della distanza insieme intellettuale ed estetica che un uomo come Umberto Eco avvertiva nei confronti del berlusconismo.

Non era mica così ovvio, e forse un po’ c’entrava anche l’età. Tredici anni prima, nel 2002, al tempo di Nanni Moretti e dei girotondi, Eco aveva detto altro: che i girotondi, certo, servivano a «rianimare la sinistra», ma non sarebbero mai bastati a sconfiggere il Cavaliere. Si era spinto persino ad approvare, o almeno a non disdegnare,  il fatto che D’Alema – la bestia nera dei girotondini, per via dell’inciucio (mancato) con Berlusconi – avesse una barca e scrivesse per Mondadori. Non si trattava però di proporre nuove strategie ispirate a quel realismo politico che inorridiva la sinistra più movimentista (e più velleitaria), quanto piuttosto di prendere atto, quasi con rassegnazione, di ciò che il Paese, la metà del Paese era: la metà sbagliata. Sapete perché i girotondi non servono a nulla?, aggiungeva infatti: «perché metà degli italiani la pensa così: Berlusconi ha frodato il fisco? Beh, l’ho fatto anch’io».

La peculiarità del centrodestra italiano era dunque riconosciuta nel profilo di Berlusconi: imprenditore e tycoon televisivo, spettacolare concentrato di interessi privati del cui potenziale conflitto con l’interesse generale del Paese secondo Eco agli elettori non importava gran che (e probabilmente su ciò aveva ragione). Ma veniva in realtà ricondotta al fondo limaccioso del Paese: se non si poteva dire ad una differenza antropologica, per non abusare troppo della famosa diversità comunista, ci si poteva però rifare ai tratti peculiari del carattere nazionale: cialtronesco, privo di senso dello Stato e poco incline al rispetto delle leggi. Per molti intellettuali italiani Berlusconi è stato soprattutto la proiezione al governo del Paese di tutto questo, e così anche per Umberto Eco.

Non era mica così ovvio, dicevo, ma era sicuramente più facile che ripensare daccapo le ragioni (e i torti) del centrosinistra di allora. Eppure Eco aveva cominciato proprio così: portando scompiglio nelle fila dell’intellettualità di sinistra. Lo ha ricordato lui stesso, in un’intervista di cinque anni fa, quando ha raccontato a Valentino Parlato come si avvicinò al Manifesto, nel 1971: «noi della cosiddetta neoavanguardia del Gruppo 63, se eravamo certamente orientati a sinistra, stavamo per così dire sulle scatole alla cultura ufficiale del Pci […]. Una volta il buon Mario Spinella mi chiese di scrivere un lungo articolo su Rinascita per indicare quali erano i problemi che una cultura di sinistra doveva affrontare. Io scrissi di sociologia delle comunicazioni di massa e dello strutturalismo: fui coperto di feci dall’intellighentia del Pci». I problemi in realtà erano quelli, ed era il partito comunista ad essere in forte ritardo rispetto a tutto quello che accadeva nel campo delle scienze umane e sociali.

Ma dopo quella stagione, in cui Umberto Eco diede sicuramente il suo contributo teorico più avanzato, ne è venuta un’altra, in cui era più semplice stare sulle scatole sì, ma del centrodestra: prendersi gli scontati livori  del Secolo d’Italia, o di Libero, piuttosto che cercare daccapo di riorientare la cultura politica della sinistra. L’antiberlusconismo è stato insomma per molti, e in fondo anche per l’Umberto Eco degli ultimi anni, un ottimo surrogato.  Fino allo scivolone del paragone con Hitler, come il Cavaliere andato al potere tramite libere elezioni.

Questo non significa ovviamente che Eco abbia mai rinunciato a quel tratto illuministico di ironia, di intelligenza critica, ma anche di semplice acume che scintillava nelle sue bustine di Minerva – la rubrica fissa tenuta sul settimanale L’Espresso. A volte però anche l’intelligenza può peccare di autocompiacimento. È, anzi, il suo peccato più grande, ed è quello che più lo tiene lontano, nonostante ogni impegno civile, dall’intelligenza politica delle cose. Forse Eco se ne è a volte macchiato. Come quando suggerì di prepararsi serenamente a morire al modo seguente: convincendosi che il mondo non è fatto che di coglioni, e che quindi non vale davvero la pena restarci. Se così fosse, a dire il vero, non varrebbe nemmeno la pena di vivere in una democrazia. Ma soprattutto: chissà se davvero sia il modo migliore. In fondo, significa che si accetta di uscire di scena proprio sul più bello, quando ci si è finalmente persuasi di essere i migliori.

(Il Mattino 21.02.2016)

 

Il diritto penale nel sagrato della politica

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Con la condanna inflitta ieri a Silvio Berlusconi (e a Valter Lavitola), per la prima volta si squarcia il velo di quanto avviene o può avvenire nelle aule parlamentari, o forse nei corridoi che conducono fino ad esse. L’obbligatorietà dell’azione penale ha condotto il giudizio fin là, dove non era mai giunto, e dove si credeva non sarebbe mai giunto, per via della necessaria divisione dei poteri. Alcuni esulteranno: un velo fatto di menzogna ed ipocrisia è caduto, e ora finalmente sappiamo, per bocca di un tribunale, come votano deputati e senatori, e in base a cosa decidono di dare o negare la fiducia a un governo. Per altri, la corruzione ha inferto il colpo più grande proprio alla possibilità di tenere la dialettica politica dietro una riservatezza che può nascondere anche i più inconfessabili interessi, ma rimane pur sempre un presidio di libertà. È difficile dirlo in questo momento, è difficile mostrare una preoccupazione anzitutto per l’istituto parlamentare: è difficile ma è necessario. Non si tratta, per essere indulgenti, di fare l’elogio dei maneggi, che dai tempi del senato romano costellano la vita delle assemblee: si tratta di difendere le istituzioni rappresentative come un bene più grande anche del marciume che vi si può formare dentro.

Certo, la sentenza si commenta da sola. Un ex Presidente del Consiglio che, perse le elezioni, usa la sua forza economica per spostare il voto del Senato della Repubblica italiana tramite la compravendita di suoi rappresentanti e determinare così la caduta del governo in carica non è un fatto che possa essere messo a pari delle precedenti disavventure giudiziarie del Cavaliere: è di un’altra scala. Non è in scala nemmeno con altri episodi più o meno torbidi della vita repubblicana e, forse, dell’intera vita unitaria dello Stato italiano. Poi, però, bisogna pur aggiungere che si tratta del convincimento dei giudici di primo grado, e tenere presente che con ogni probabilità, in autunno, interverrà la prescrizione, a meno che Berlusconi non decida di rinunciarvi per vedersi restituita in appello la sua piena onorabilità (sarebbe un gran gesto), ma resta la gravità dell’evidenza giudiziaria definita ieri.

Detto ciò, non ci si può esimere da un giudizio sulla seconda Repubblica.

Che non finisce il 24 gennaio 2008, quando il Senato nega la fiducia al governo Prodi determinando anche la fine della quindicesima legislatura, ma di sicuro si rivela per quel che è stata: il punto di maggiore fragilità, di maggiore friabilità mai raggiunto dalla politica italiana, il punto di massima inconsistenza delle forze politiche, sulla cui scomparsa hanno potuto prosperare le meschine avidità di uomini privi di qualunque dignità politica e morale. Ovviamente, nessuno si sogna di mettere sullo stesso piano chi, in base alla sentenza del tribunale di Napoli, corruppe, e chi rimase vittima dell’episodio della corruzione. Ma un conto è il giudizio penale, e un altro è il giudizio storico, e anche se si assume come vero e definitivo quel che ieri è stato deciso, bisogna evitare di schiacciare un aspetto sull’altro. E avere così il coraggio di dire che il centrodestra è stato un po’ meglio di quel che appare dalla sentenza di ieri, e che il centrosinistra non può illudersi di essere stato meglio di come è stato, in base ai fatti acclarati ieri.

Romano Prodi, che fu sicuramente il principale bersaglio della manovra messa in atto da Berlusconi, non può dire che, senza la compravendita dei senatori, avrebbe governato tranquillamente per tutta la durata della legislatura. Il voto contrario del senatore De Gregorio si unì al voto contrario dei mastelliani e di altre microformazioni, la cui semplice esistenza era già di per sé indice di scarsissima tenuta del quadro politico-parlamentare. In particolare, l’Udeur, il partito di Mastella, era già passato all’opposizione e il Guardiasigilli aveva già presentato le dimissioni. L’estrema debolezza dell’Unione guidata dal Professore era insomma evidente da settimane, se non addirittura dall’inizio dell’esperienza governativa, resa possibile dal convergere dei voti del centro moderato e di quelli della sinistra comunista: un quadro che definire labile e confuso è dire poco. L’Unione non è stata, per il centrosinistra, il ponte tra l’Ulivo degli anni Novanta e il Partito Democratico di oggi. O forse sì: ma nel senso che dall’uno all’altro il centrosinistra è stato portato proprio dal crollo di quel ponte. Come una volta si diceva in un linguaggio che tutti capivano: non c’erano le condizioni politiche per andare avanti, e le spallate e i colpi sotto la cintola non avrebbero mai sortito l’effetto cupamente desiderato da Berlusconi, se così non fosse stato.

Ma anche la storia del centrodestra non può essere raccontata come se la sentenza di ieri la ricapitolasse interamente. Certo, l’identificazione con la leadership di Berlusconi non consente di fare troppe distinzioni. Ma anche il Cavaliere non è sempre stato lo stesso, ed il consenso di cui ha goduto non si può considerare che sia stato solo estorto con l’inganno, con la propaganda o con la soverchiante forza economica. Il potere, anche il più brutale, deve tradursi in parola e sapersi dire. Per molto tempo Berlusconi ha saputo farlo: convincendo, non già costringendo. Il fine non giustifica i mezzi: non sempre almeno, e non in questo caso. Ma i mezzi non condannano sempre il fine, perché non vi hanno con essi un rapporto necessario. A sinistra è facile cedere oggi alla tentazione di un racconto soltanto giudiziario della seconda Repubblica. Sta al centrodestra bere fino in fondo il calice amaro della condanna e proporre un’altra lettura, con altri mezzi, da un’altra parte.

(Il Mattino, 9 luglio 2015)

Morale e diritto il divorzio necessario

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Con l’assoluzione in Cassazione, cala il sipario sulla vicenda Ruby, sulle «cene eleganti» o sul «bunga bunga»: come volete chiamarle. Comunque infatti si vogliano chiamare gli intrattenimenti serali dell’allora Presidente del Consiglio, una cosa la sentenza di ieri ha messo definitivamente in chiaro: trattasi di vicende private, che attengono alla morale privata. Non riguardano neppure il codice penale, evidentemente: cadono infatti sia l’accusa di concussione, sia quella di prostituzione minorile. Ma questo è solo (si fa per dire) l’esito processuale, favorevole al Cavaliere. Il risultato più complessivo è che si può provare a tracciare nuovamente una linea di demarcazione tra le scelte private di vita e i comportamenti pubblici di un leader politico.

Ovviamente, le cose non sono mai semplici. Vi sono anzi ragioni per dubitare che quella linea sia tracciabile con nettezza. Viviamo in tempi di sempre più estesa pubblicizzazione della sfera privata dell’esistenza: un pomeriggio davanti alla tv lo dimostra «ad abundantiam». La stessa costruzione della leadership politica non prescinde affatto dall’utilizzo, per esempio a fini comunicativi e di immagine, di aspetti della vita privata. Nel caso di Berlusconi, poi, quest’utilizzo è stato sempre massiccio: che si trattasse del Milan o delle canzoni di Apicella, di residenze in Sardegna o di starlette televisive, di passione per il giardinaggio o di interventi tricologici, non c’è quasi nulla delle giornate di Berlusconi che non abbia meritato attenzione e considerazione da parte dell’opinione pubblica.

Ma, pur essendo questa la condizione ed il contesto, pur ricordando tutti, che so, i sigari di Clinton o le cameriere di Strauss Kahn e gli esiti diversi di vicende diverse, in cui però sempre succede che storie di sesso si mescolano all’esercizio, all’uso e all’abuso del potere, pur non volendo né dire in forma assolutoria né negare in forma ipocrita che così va il mondo, sta il fatto che le società liberal-democratiche tendono a considerare sempre lecito che per un individuo, per qualunque individuo, l’ultima risposta alla domanda su cosa combini di sera o di notte, con la moglie o con l’amante, nudo o travestito, possa essere: sono affaracci miei. Gli «affari miei», insomma, devono poter esistere. La possibilità che non siano interamente assorbiti dagli affari pubblici pure. Il filosofo Jean Jacques Rousseau se ne rammaricava, e con lui se ne rammaricava pure Marx: avrebbero voluto che le due figure, quella del borghese e quella del cittadino, non si separassero mai, e invece è andata diversamente: si sono separate. Il fatto che non tutto fili sempre liscio, che un ambito prema sull’altro ora più ora meno, e che le due sfere non si vedano riconosciute in ogni epoca la stessa ampiezza e lo stesso raggio d’azione, tutto ciò non tocca il principio della distinzione, se e finché il quadro giuridico e ordinamentale liberale tiene. Sarà una finzione, ma è una finzione necessaria. E per quanto Silvio Berlusconi abbia raccontato lui stesso tutto o quasi del papà e della mamma, e per quanto abbia giurato sulla testa dei figli o litigato con la moglie a mezzo stampa, per quanto infine abbia sempre voluto circondarsi di belle donne mai risparmiandosi complimenti e apprezzamenti un po’ oltre il bon ton, pure lui deve poter dire: sono (erano) affari miei. E deve poter opporre questa parola a un giornalista invadente così come a un magistrato inquirente.

Saggezza della lingua italiana (come anche di altre lingue, in verità)! L’italiano dispone infatti di due registri di parole. Può dire infatti morale e può dire etica. In linea di principio i due termini sono sinonimi. Di origine latina l’uno, greco l’altro. Ma siccome sono due, i filosofi si sono industriati nel dare ad essi significati distinti. E così vi è la possibilità di intendere per l’appunto con «morale» tutto ciò che riguarda la condotta individuale e privata, e per «etica» quanto invece concerne la sfera pubblica. Due famiglie di parole, due dimensioni della vita e della politica da tenere distinte. L’indistinzione non genera solo confusione, ma illibertà. E in un’aula di tribunale ancora di più.

Ora, sarà ufficio degli storici dire quanto la vicenda abbia pesato sulla fortuna o sfortuna politica del Cavaliere, sulla caduta del governo, sulle difficoltà internazionali dell’Italia, sullo spread. (O anche, in altro modo, sulle tirature dei giornali, va da sé). I biografi diranno pure che qualcuno dell’entourage che consigli a Berlusconi di non lasciarsi troppo andare ci vuole: ci voleva allora e magari ci vuole ancora adesso. Ma intanto diamo a Cesare quel che è di Cesare, e per una volta almeno pazienza se Cesare ha trascurato la moglie: sono, evidentemente, affari suoi.

Il Mattino, 12 marzo 2015

 

Le opinioni non si processano

ImmagineIncontrollata, incontrollabile, irresponsabile. E in più gode di piena immunità. Silvio Berlusconi usa queste espressioni per giudicare la magistratura italiana, ma siccome è la magistratura italiana a giudicare lui, rischia di andare incontro ad una nuova incriminazione. Ora, non vi è alcun dubbio che simili giudizi, resi per giunta nel corso di una testimonianza in tribunale, a Napoli, nel corso del processo Lavitola, possono riuscire come minimo inopportuni. Anzi: lo sono senz’altro. È abbastanza evidente che nessun comune cittadino, portato dinanzi a un giudice o a un pubblico ministero, userebbe queste parole. Per una comprensibile misura di prudenza, per una semplice cautela, ma anche per rispetto ai luoghi e alle forme in cui si amministra la giustizia in Italia. In quanto poi è un uomo pubblico, che ha avuto gravose responsabilità di governo, Silvio Berlusconi sarebbe forse tenuto ad un rispetto anche maggiore, nel senso almeno che, in paesi più o meno simili al nostro per storia e per cultura politica e giuridica, non ci si aspetta da un ex-primo ministro che esterni simili considerazioni sull’ordine giudiziario. In quanto, infine, è stato condannato in via definitiva, ed è tuttora sottoposto a misure restrittive, sarebbe forse meglio per lui se fosse più guardingo, meno irruente, e seguisse i consigli esperti degli avvocati che lo invitano a smorzare i toni.

E però, ora che le abbiamo dette tutte, possiamo anche dire che l’eventuale incriminazione di Silvio Berlusconi per le parole usate ieri ci appare un’enormità. Una cosa che, forse, avrebbe il solo significato di confermare Berlusconi nel suo giudizio, e insieme con lui anche larghi settori dell’opinione pubblica. Che sa di poter parlare e sparlare di chiunque, dal Presidente della Repubblica in giù, ma non invece dei magistrati, che peraltro si rivelano sempre particolarmente solerti nel reagire.

I giuristi ci spiegheranno come, nel caso si procedesse, non si tratterebbe che di applicazione del codice, e sicuramente sarà così: Berlusconi stia perciò attento. E però nessun codice può reprimere la manifestazione di un’opinione, la seguente: in simili circostanze pare proprio che sul perseguimento della giustizia prevalga – e prevalga di gran lunga – la difesa miope del tocco e dell’ermellino, cioè lo spirito corporativo e una fortissima idiosincrasia alle critiche.

Berlusconi ha un’opinione sul funzionamento della giustizia in Italia, e sulle sue vicende processuali: condivisibile o no che sia, è la sua opinione. Non gliela si può far cambiare minacciando di incriminarlo, oppure ventilando la possibilità che gli venga tolto l’affidamento ai servizi sociali. Né gli si può chiedere di starsene buono, zitto e muto. Non solo perché la manifestazione delle opinioni è un diritto fondamentale, ma perché l’opinione di Berlusconi sulla giustizia è una cosa sola col contenuto della sua azione politica: sua e di larga parte del centrodestra, da vent’anni a questa parte. Berlusconi lo va ripetendo dal ’94, sin dal primo avviso di garanzia, e non ha cambiato idea: gliela si vuol togliere di bocca ora a colpi di incriminazioni e condanne? E come si farà quando ne trarrà nuovo motivo per dirsi vittima di una persecuzione?

Cosa conterrebbe poi di così intollerabilmente offensivo la dichiarazione in questione? Che la magistratura sia incontrollata o incontrollabile potrebbe persino essere un complimento, un modo per richiamarne l’indipendenza, anche se ovviamente non era questa l’intenzione del Cavaliere. Quanto a irresponsabilità e impunità, basterebbe dire che solo la settimana scorsa si è votato in Parlamento sulla responsabilità civile dei giudici, per modificarne i termini, segno che la materia è perlomeno sul tavolo della politica, e oggetto di discussione. E in ogni caso l’esiguità dei procedimenti a carico dei magistrati per mala giustizia è indice vistoso che la situazione è, nei fatti, molto vicina a quella descritta dagli aggettivi di Berlusconi.

Ma in fondo non si tratta nemmeno di questo. Il Cavaliere ha usato altre volte termini assai più pesanti, a volte davvero inaccettabili. E i magistrati hanno potuto respingere con sdegno le accuse, raccogliendo ampie solidarietà, anche in considerazione della delicatezza delle loro funzioni e della pericolosità di una delegittimazione complessiva dell’ordine giudiziario. Ma questo è appunto il piano sul quale va condotto il confronto: il piano politico, sul quale peraltro l’opinione della magistratura associata arriva forte e chiara, senza nessun bisogno di corroborarla sanzionando come oltraggiose le opinioni contrarie. È così difficile, allora, per i pm napoletani essere pazienti, accettare qualche critica, mostrare più garbo, e tirare dritto, senza raccogliere provocazioni?

(Il Mattino, 21 giugno 2014)

Nel nome del padrone

ImmagineLa parabola del Movimento Cinque Stelle e quella, ancora più malinconica, di Forza Italia, si presta, prima ancora che all’analisi politica, a quella metafisico-linguistica (addirittura!). Se c’è infatti una cosa che non è possibile sostituire è il nome proprio. Ci chiamiamo così, con nome e cognome, dal primo all’ultimo dei nostri giorni, e anche oltre, perché tale resterà il nostro nome – insostituibile – perfino sulla lapide che di noi tramanderà il ricordo «per saecula saeculorum» (almeno me lo auguro).

Un simile miracolo sembra che riesca al nome, e al nome soltanto. E da sempre filosofi e poeti, teologi e letterati, stregati dal nome proprio, sognano di poter indicare le cose, tutte le cose, con una simile, univoca determinatezza. E però: altro che paradiso del linguaggio! Se tutti i nomi fossero propri, individuali, esclusivi, se non vi fosse più nulla in comune fra di essi, il linguaggio si frantumerebbe in tanti pezzi incomunicabili fra loro e, molto semplicemente non sarebbe più un linguaggio, una «comunità» di parole e discorsi (se avete tempo, fate la prova, provate a metter su una frase formata solo da nomi propri).

Ora, questo piccolo ma istruttivo insegnamento può essere utile per capire cosa stia succedendo dalle parti del centro destra e del Movimento Cinque Stelle, cioè in quelle due aree politiche timbrate inflessibilmente, indeclinabilmente dal nome proprio dei loro fondatori. Si dice Movimento Cinque Stelle, infatti, e si legge Grillo. Grillo Giuseppe detto Beppe. Suo il nome, suo il blog, suo il dominio. Così come d’altro canto si dice Forza Italia e si legge Berlusconi. Silvio Berlusconi. Suo il partito, sue le risorse, sue le televisioni. E non c’è verso. Non c’è risultato elettorale che tenga. L’individuazione è tanto radicale, l’identificazione è tanto stretta e indissolubile, quanto quella che appiccica il nome proprio alla cosa: come non puoi cambiare quello, così non riesce a Forza Italia e al Movimento Cinque Stelle di cambiare i loro leader.

Le due situazioni non sono però fra loro identiche. Grillo, è vero, aveva detto che in caso di sconfitta sarebbe andato a casa, e invece è volato a Bruxelles, ma la vita del Movimento è ancora così breve, che si può ben immaginare una prova d’appello. E però le dinamiche del movimento sono tali, che non si può non temere che spazio per un’altra figura che prenda il posto di Grillo non ce n’è, nonostante la retorica del movimento in cui ciascuno conta uno. Ho detto «nonostante» ed ho sbagliato: bisogna dire «a causa» di quella retorica, che è solo l’altra faccia della metafisica idiosincratica del Nome (maiuscolo: quello di Grillo). Perché se ciascuno conta uno, nessuno può contare per gli altri, rappresentare gli altri, fare affidamento sugli altri e condividere con altri, comporsi insieme agli altri; tutti rimangono inchiodati all’atomo indivisibile del loro nome e non mettono mai nulla in comune.

Ben altra storia ha Forza Italia. Una storia di vent’anni, in cui l’identificazione con il leader indiscusso è stata presso che totale: chiunque altri abbia cercato di «farsi un nome» è stato disperso. Ha dovuto cioè, prima o poi, togliere il disturbo: da Fini a Tremonti ad Alfano. Nessuna meraviglia se Berlusconi non riesce ad immaginare una prosecuzione dell’attività politica del partito se non attorno al suo nome, o almeno a quello di sua figlia.

Proprio il successo di Matteo Renzi dimostra tutti i limiti di questa concezione della politica. Che confonde il leaderismo con una sua interpretazione proprietaria, e arrischia l’ossimoro del partito personale per nascondere il fatto che di partito ce n’è rimasto ben poco, mentre della persona permane il sigillo incancellabile: il nome, ancora una volta. Ora, non v’è dubbio che con Renzi anche il partito democratico abbia trovato un leader. Ma per l’appunto l’ha trovato: non si è cioè annullato come partito per risorgere nella figura del suo leader. Lo ha anzi prima cercato, poi contrastato, infine consacrato. Renzi ha perduto, ed è rimasto nel partito; poi ha vinto, e chi è stato sconfitto è pure lui rimasto nel partito. Nulla del genere è avvenuto nel centrodestra o tra i grillini, dove non si riesce nemmeno a capire che cosa possa mai significare che Berlusconi perda, o che Grillo perda. Se però non c’è una sconfitta possibile, non c’è nemmeno un futuro possibile oltre i loro nomi. O meglio: l’unico futuro possibile, l’unica evoluzione finora intravista è nel segno della divisione. Nessuna meraviglia: il nome proprio porta con sé non partecipazione ma divisione, perché non ce la fa a risolversi in un nome comune, e in una storia collettiva.

Questo rende difficile anche una lettura del voto italiano in una chiave strettamente europea. Dove, in genere, si sono imposte forze populiste, euroscettiche, nazionaliste, e i partiti tradizionali, appartenenti alla due principali famiglie politiche – quella socialista e quella popolare – hanno raccolto meno consensi che in passato. Il successo al di là di ogni aspettativa di Renzi fuoriesce vistosamente da questo quadro, ma fuoriescono anche i risultati raccolti da Berlusconi e Grillo: l’uno, infatti, fatica a stare dentro il partito popolare europeo; l’altro stenta a entrare in coalizione con le forze politiche anti-europee. L’uno e l’altro sembrano cioè destinati a marcare una specificità, che non ha altra spiegazione che il loro nome e cognome. Ho detto «spiegazione» e ho sbagliato di nuovo: dovevo dire «maledizione». Cos’altro infatti si maledice se non il nome proprio? E come in ogni maledizione che si rispetti, sono proprio le ragioni per cui a quelle formazioni ha arriso in passato il successo, che impediscono oggi ad esse di avere anche un futuro.

(L’Unità, 29 maggio 2014)

L’ultimo atto di un ventennio

ImmagineDell’Utri latitante. Berlusconi ai servizi sociali. Formigoni alle prese col sequestro di beni (posseduti però a sua insaputa). Cosentino, infine, nuovamente in carcere. È dai tempi di Tangentopoli che l’Italia si ritrova tra i piedi il seguente problema: come evitare di scrivere la storia politica del Paese senza mutarla in una storia criminale, in un commento a piè di pagina delle sentenze della magistratura. È un problema maledettamente serio. Con un atto generoso di fede nella politica – non in questo o quel leader politico, non in questa o quella parte politica – si può provare a mantenere il punto: chi volesse raccontare la storia d’Italia degli ultimi vent’anni lo può fare, anche senza rincorrere alle cronache giudiziarie. Dirà allora dello sgretolamento dei partiti della prima Repubblica, dell’avvento di Forza Italia, della formazione di governi sostenuti da forze estranee all’arco costituzionale (Alleanza Nazionale, la Lega), degli homines novi estranei alla tradizioni politiche del Novecento seduti sui più alti scranni del Parlamento e del Governo, dei tentativi di cambiare l’assetto istituzionale del Paese – in via di fatto (il nome nel simbolo) ancor prima che per la via delle riforme costituzionali (tentate, finora fallite) – delle nuove, pasticciatissime leggi elettorali, della irruente mediatizzazione della politica e infine del suo scadimento in un vortice di gossip, battute ed illazioni. E, corrispondentemente, del progressivo smarrirsi dei progetti politici messi in campo dal ’94 ad oggi: sempre meno riconoscibili, sempre meno credibili, sempre più incentrati esclusivamente intorno al profilo carismatico di una persona: Silvio Berlusconi, l’imprenditore, il tycoon delle televisioni, il Cavaliere per antonomasia (che però ormai nemmeno è più tale). In mezzo dirà certo anche dell’Ulivo, del tentativo forse mal concepito di mettere in mare un vascello riformista, e del suo arenarsi per la confusione del disegno, per l’impreparazione delle culture politiche, forse anche per l’incapacità di superare lo scoglio dell’Euro. Ma tutto questo dirà con un filo di sgomento, forse con una segreta paura nel cuore: che non l’ha raccontata giusta, che non gliel’hanno raccontata giusta, o addirittura che non la si può raccontare giusta senza raccontare anche il resto, senza guardare che fine stiano facendo o abbiano fatto quegli uomini, che fino a poco tempo fa avevano in mano il destino del Paese.

Il fatto è che Forza Italia aveva dentro di sé un capitale di energia politica indiscutibile. Si presentava come una forza modernizzatrice, liberale, anti-statalista. Cambiava, o provava a cambiare linguaggi e forme della politica. Dettava, o provava a dettare, una nuova agenda: basta questione meridionale, basta questione sociale e retorica dell’uguaglianza, basta intervento pubblico, basta mediazioni dei corpi sociali intermedi, basta partiti. Basta comunisti, anche. È finita però con Berlusconi in cerca di agibilità politica nonostante la condanna definitiva, la decadenza da senatore, l’affidamento ai servizi sociali; con Dell’Utri irreperibile ma forse in Libano, ignominioso latitante ma forse solo bisognoso di cure (però accortamente all’estero) e comunque sotto un bel po’ di processi; con Formigoni, il Celeste, il governatore della Lombardia per quasi vent’anni, che si difende dal sequestro giudiziario negando che i beni sequestrati siano a lui riconducibili; con Cosentino tradotto in carcere, ma capace ancora di spaccare Forza Italia in Campania, e di tenere col fiato sospeso il governatore Caldoro (e pure Fitto, il capolista alle Europee, che ne chiede i voti).

Ci vuole, ripetiamolo, un atto di fede. Il guaio è che mentre lo studioso può compierlo con l’aiuto di Machiavelli e magari di qualche altra arguta parola sull’autonomia della politica (dopo tutto, non diceva Rino Formica che la politica è sangue e merda? Ci sarà dunque almeno del sangue, della passione che scorre ancora da qualche parte!), l’elettore di centrodestra deve farlo pur essendo stato così vistosamente tradito, perfino turlupinato, se è vero che Dell’Utri se ne rimarrà al sicuro in qualche paese lontano. Quell’elettore: speriamo davvero che mantenga ancora intatta la forza di desiderare un’Italia migliore e un centrodestra migliore, glielo auguriamo sinceramente.

(L’Unità, 12 aprile 2014)

Perché Hoeness non è il Cav.

ImmagineNon capita spesso che un articolo quasi si scriva da sé. Che basti il semplice accostamento di una notizia all’altra per ottenere l’effetto voluto, il commento dell’una con l’altra in chiave squisitamente antifrastica, e ciò in grazia di una semplice coincidenza temporale. «Sermo e contrario intelligendus» diceva Isidoro di Siviglia dell’antifrasi, e davvero questa volta la cosa si capisce alla perfezione dal suo contrario. Che casualmente le capita a fianco il giorno stesso, nella stessa pagina.

La cosa è la dichiarazione di Giovanni Toti, il consigliere politico di Silvio Berlusconi che stiamo imparando a conoscere sempre meglio in queste settimane, il quale con comprensibile soddisfazione ha reso noto che il Cavaliere non ci pensa nemmeno a rimanere per una volta in panchina, sicché alle Europee lui, il Cavaliere, intende candidarsi. «D’altronde – ha chiosato Toti – Berlusconi ha guidato Forza Italia in tutte le elezioni. Ritengo che lo farà anche questa volta. Riterrei una grave lesione al diritto di rappresentare i moderati italiani se Berlusconi non potrà candidarsi.  Se qualcuno dovesse impedirlo si assumerebbe una grave responsabilità davanti a milioni di italiani». E chi sarà mai questo qualcuno che vorrebbe assumersi una così grave responsabilità, ledendo nientedimeno che un diritto? In realtà non è un «qualcuno», casomai è un «qualcosa»: è una sentenza emessa in via definitiva da un tribunale della Repubblica italiana, che lo ha condannato per frode fiscale. Condannato. Frode fiscale.

Però Toti non arretra; sembra anzi sicuro del fatto suo. Forse pensa che Berlusconi potrebbe aggirare l’incandidabilità prendendo profittevolmente la via dell’Estonia, o dell’Ungheria, o di un altro paese dell’Unione. Che dice in proposito il diritto, che cosa dicono le leggi al riguardo? Chissà. La convinzione che Giovanni Toti sfoggia non sembra in verità preludere ad un’aspra battaglia giuridica a colpi di ricorsi, controricorsi e pronunce delle più alte Corti europee. Sembra piuttosto esprimere una determinazione tutta politica, a cui poi il diritto, un po’ ammaccato, seguirà (se davvero riuscirà a Berlusconi e ai suoi agguerritissimi legali di fare in modo che segua, il che allo stato non sembra probabile).

Ma così entriamo già nel territorio del commento, avviamo un complesso ragionamento intorno al rapporto tra politica e diritto, ci interroghiamo intorno alle residue possibilità del Cavaliere: tutte cose che non restituiscono affatto l’effetto antifrastico che cerchiamo. Per quello ci vuole la seconda notizia. Basta metterla a fianco della prima, e il gioco è fatto. Eccola:

Ansa, 14 marzo, ore 15.15: «Il patron del Bayern-Monaco Uli Hoeness ha annunciato dimissioni dalla presidenza del Bayern e la rinuncia alla richiesta di appello nel processo a suo carico. Ieri con sentenza di primo grado è stato condannato a 3 anni e 6 mesi di carcere per evasione fiscale per 27,2 milioni di euro. Hoeness va dunque in carcere». «Dunque», scrive l’Ansa, perfezionando la notizia con una bella congiunzione conclusiva. Lì, infatti, la cosa è conclusa. Ma quando, come, dove? Forse bisogna ripetere, scandire meglio, lentamente, a beneficio di Giovanni Toti: in Germania, per frode fiscale. Per lo stesso reato, cioè, che macchia la fedina penale del Cavaliere. E non si tratta di uno qualunque, ma del presidente della squadra di calcio del Bayern-Monaco, quella che oltre agli scudetti e le Champions ha pure i soldi per ingaggiare Guardiola, l’allenatore del Barellona che Berlusconi voleva portare al suo Milan. E il bello è che Hoeness, questo campione del calcio teutonico, non va in carcere dopo cinquantaquattro gradi di giudizio, processi e revisioni di processi, eccezioni e rinvii, ma dopo una pronuncia di primo grado, senza nemmeno ricorrere all’appello.

Cos’altro si deve aggiungere? Berlusconi, lui lo sappiamo cosa aggiungerebbe: le lamentele per la magistratura politicizzata e il malfunzionamento della giustizia in Italia, il giustizialismo della sinistra, un po’ di sano vittimismo, la persecuzione senza eguali della procura di Milano, la mole di azioni intentate contro di lui e contro le sue aziende, i dieci milioni di Italiani che lo votano da vent’anni, lui che non ha mai preso nemmeno una contravvenzione e non ha mai licenziato nessuno, mamma Rosa, una barzelletta, un giuramento sulla testa dei figli e forse qualcos’altro ancora che al momento ci sfugge.

Ma, per una volta almeno: parlano i fatti, parlano i comportamenti. Parla, si diceva un tempo, l’esempio.     

(L’Unità, 15 marzo 2014)

Chi soffia sul fuoco della protesta dei forconi

ImageOrmai la protesta dei forconi si è allontanata dalle rivendicazioni originarie e il denominatore comune in cui si saldano le rimostranze di questi giorni sembra essere offerto quasi soltanto dall’invito ad andare tutti a casa. Non è un buon segno. L’auspicio che le ragioni della protesta  non vengano strumentalizzate si fa più debole. Ieri, i titolari della libreria Ubik di Savona, che hanno subito l’assalto dei manifestanti, hanno pubblicato on line alcun versi di Bertolt Brecht: “impugna il libro/ è come un’arma”. Minacciare il rogo dei libri – come appunto è capitato ieri – vuol dire tentare di disarmare proprio coloro ai quali Brecht si rivolgeva con queste parole: “Impara bambino a scuola/ impara uomo in carcere/ impara donna in cucina”. Prendersela con i libri è prendersela con i deboli, non con i forti. Non è denunciare il superfluo, ma togliere l’essenziale (e mettere sotto tiro una categoria che certo non se la passa bene). C’è da augurarsi naturalmente che simili episodi non si ripetano, e che la protesta si mantenga ben dentro un alveo civile, ma alcuni segnali preoccupanti, come quello dell’aggressione alla libreria, non promettono nulla di buono. E per un Berlusconi che rinuncia ad incontrare i rappresentanti della protesta, in un soprassalto di ragionevolezza che speriamo duri, c’è sempre un Grillo che mantiene l’invito alle forze dell’ordine perché incrocino le braccia, augurandosi così che un’onda di piena travolga tutto e tutti.

Le analogie con altre situazioni esplosive che si sono verificate nel nostro paese, in passato, non provano nulla, se non la difficoltà di capire dove va davvero il movimento. Se però attendiamo dimostrazioni in buona forma prima di esprimere un senso di forte preoccupazione, rischiamo di ritrovarci come già altre volte, alla vigilia di una spirale crescente di disordini e violenze senza alcuna chiara idea di quel che potrà capitare, mentre si incupisce il clima sociale e la risposta politica tarda ad arrivare.

La CGIA di Mestre indica nelle difficoltà del mondo del lavoro autonomo e delle microimprese una delle ragioni più profonde delle proteste di questi giorni: «la crisi ha colpito in maniera più evidente – scrive – il mondo delle partite Iva rispetto a quello del lavoro dipendente». A questo mondo Berlusconi, incurante dei fallimenti dei suoi governi, prova nuovamente a lisciare il pelo; Grillo, invece, prova a rizzarlo. Le difficoltà di commercianti, piccoli imprenditori, artigiani, agricoltori, descrivono un restringimento progressivo dell’area dei ceti medi e un lento scivolamento di fasce sempre più estese della popolazione verso condizioni di marginalità sociale e fragilità economica allarmanti. Quelle persone sono oggi in piazza, del tutto legittimamente, e vi stanno insieme agli studenti, ai precari, ai lavoratori adulti che hanno perso il lavoro e non sanno come mantenere la famiglia. Ma vi stanno confusi in uno strano impasto che spinge a manifestare qualche centro sociale insieme agli estremisti di destra e agli ultras delle squadre di calcio, con obiettivi ancora indistinti, privi di una riconoscibile strategia politica e allettati dallo scontro per lo scontro.

Siamo, insomma, un passo prima che il movimento prenda una deriva anti-legalitaria e anti-costituzionale, per non dire apertamente filo-fascista. Quel passo non occorre affatto che venga compiuto, e una risposta democratica può e deve essere trovata. Quando nel ’21 Gramsci scrisse che Mussolini tentava di riorganizzare i ceti medi che resistevano contro la proletarizzazione, manteneva ancora fermo che tale esito fosse un «portato fatale del capitalismo». Quell’esito si realizzò effettivamente, ma non affatto come il portato di una fatalità. Non vi è nulla di fatale nel destino politico e sociale dell’Italia: non allora e non ora.

Ora, è vero e conviene ripeterlo: le analogie gettano più luce sull’analogante che sull’analogato.  Per fortuna, non sarà l’assalto alla libreria di Savona, o certe grida di «sporco comunista» che si sono ascoltate qua e là, a farci temere un nuovo fascismo. Ma una politica irresponsabile, che lavora alla delegittimazione delle istituzioni democratiche, che asseconda un clima di discredito generalizzato per nascondere le proprie colpe e le proprie responsabilità, o che prende di mira una volta l’euro e un’altra la casta come si fa con i capri espiatori, cioè distogliendo l’attenzione dalle vere ingiustizie sociali, quella sì: abbiamo qualche ragione di temerla. E l’impegno per il 2014 di Letta non può allora non consistere anzitutto nel respingerla con ogni fermezza.

 (L’Unità, 12 dicembre 2013)

Rivoluzione liberale. Un ventennio di sfide e sconfitte

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Nel marzo del 1994 Forza Italia, alleata al Nord con la Lega di Bossi e al Sud con il Movimento Sociale di Gianfranco Fini, vince le elezioni. Nel mese di maggio il suo leader, Silvio Berlusconi, forma il governo: per la prima volta dal dopoguerra la maggioranza parlamentare non si richiama, nemmeno formalmente, all’antifascismo della prima Repubblica. Si apre una fase nuova della storia politica italiana. Da allora, fino ad oggi, si susseguiranno i tentativi di rappresentare il nuovo, la discontinuità, la non appartenenza o addirittura l’estraneità: con i vecchi riti, con le vecchie famiglie politiche, con il vecchio personale politico. Chi ci riesce vince, e Berlusconi ci è riuscito in pieno per ben tre volte.

Ma dalle 17.42 di ieri Silvio Berlusconi è fuori dal Senato, a seguito di un voto dell’Aula che ne ha dichiarato la decadenza. Non c’è più nessun gruppo parlamentare che, nel nome, si richiami ancora all’arco di forze entrato in Parlamento vent’anni fa. Nessuno salvo Forza Italia, il cui leader, sebbene decaduto, resta il Cavaliere. Che prova a tornare alle origini ma chiede voti e consensi solo per resistere; non più per fare tutte le cose nuove, come all’origine prometteva.

Nel 1994, Berlusconi promette infatti agli italiani un nuovo «miracolo». L’alleanza politica è fragile: mette insieme un movimento, l’Msi, che ha nella fiamma tricolore il suo simbolo e un altro, la Lega, che predica invece il federalismo e ventila ipotesi di secessione; ma non sono affatto fragili gli argomenti e le parole d’ordine della campagna elettorale. Berlusconi vuole uno shock liberale e liberista: contro la burocrazia, le tasse, la partitocrazia. Dopo vent’anni, la rivoluzione liberale è rimasta quasi solo sulla carta: con i governi Berlusconi la spesa pubblica è aumentata, e la pressione fiscale non è diminuita.

Il primo governo Berlusconi cade comunque pochi mesi dopo, col primo, famigerato avviso di garanzia al premier e il ribaltone di Umberto Bossi. Indro Montanelli aveva consigliato agli italiani di provare il budino: il primo assaggio è durato troppo poco. Dopo una «lunga traversata nel deserto», nel 2001, Berlusconi firma un «contratto con gli italiani» nel salotto televisivo di Vespa e batte Rutelli: agli impegni in economia, per la riduzione delle tasse, la creazione di posti di lavoro, la sburocratizzazione, le grandi opere pubbliche, si aggiungono i temi della giustizia e delle riforme istituzionali: l’intero sistema politico non ha infatti ancora trovato un assetto stabile (né lo troverà in seguito), ed è franato, nel corso della Bicamerale guidata da D’Alema, il ridisegno complessivo delle istituzioni.  Si tratta di un fallimento per certi versi fatale, perché l’intesa naufraga sui temi della giustizia, gli stessi sui quali si consumerà poi la rottura più significativa fra le forze della sua maggioranza: quella con Fini, nel 2010. Naufraga l’intesa, e si allontana definitivamente quella prospettiva semi-presidenzialista che sarebbe sicuramente calzata a pennello del più carismatico dei leader politici italiani. O, se non a lui personalmente, sicuramente alla cultura politica e istituzionale di una destra liberale europea che Berlusconi riuscirà sempre meno a rappresentare.

Però Berlusconi vince, e guida il governo più longevo della storia d’Italia. Ma lo slancio liberale e liberista si infrange quasi subito, dinanzi ai milioni di lavoratori portati al Circo Massimo dalla Cgil di Sergio Cofferati contro l’abolizione dell’art. 18. E, di lì in poi, le iniziative di riforma (sulle pensioni, sul mercato del lavoro con la cosiddetta legge Biagi, sull’Università con la riforma Moratti) saranno giocate in difesa piuttosto che all’attacco, con sempre meno capacità di offrire il disegno di una nuova Italia. Le insoddisfacenti performance economiche del Paese e la mancata riforma fiscale – la promessa delle promesse – porteranno il Cavaliere alla sconfitta elettorale.

L’ultima esperienza di governo, quella del 2008, è la più deludente: il Cavaliere non riuscirà a tirare fuori il Paese dalla crisi, ma ci finirà dentro con tutti e due i piedi. La maggioranza più ampia mai avuta in Parlamento si spezza, mostrando la difficoltà strutturale di Berlusconi di aggregare stabilmente le forze centriste; l’inseguimento delle vicende private (il divorzio, Noemi Letizia, Ruby Rubacuori e tutte le altre, gentili ospiti di Arcore) e quello giudiziario (che si è concluso ieri) si intensificano e ne fiaccano l’immagine. Invece dei segnali liberali mandati nei primi anni, il Cavaliere si incupisce in una polemica antieuropea che ne accentua vistosamente i tratti populisti. Del resto, il popolo della libertà, nato sul predellino di un’auto, aveva rinunciato a strutturarsi come una moderna forza politica, puntando tutto sul destino personale e la forza economica e mediatica del leader.

In mezzo a questo accidentato percorso politico Silvio Berlusconi ha provato (e a volte è riuscito) a metter dentro di tutto: a fare il Presidente operaio e a dichiararsi erede di De Gasperi; a condurre una politica estera marcatamente filo-atlantica e a stringere amicizie con leader poco democratici come Putin o Gheddafi; a promuovere nuove alleanze politiche e a mandarle ogni volta in frantumi; a rinnovare profondamente il ceto dirigente del centrodestra, ma anche a riciclare personale politico del centrosinistra; a tenere sotto uno stesso tetto il filosofo Lucio Colletti e la nipote del Duce Alessandra Mussolini; a fare il liberista pur essendo in sostanza un monopolista e il liberale pur essendo privo del senso liberale per il limite del potere; a fare infine il difensore dei valori cattolici nonostante qualche difficoltà nel rappresentarli personalmente. Di tutto e di più, insomma. E qualche volta di troppo.

Se però si prendono le tre parole che avrebbero potuto disegnare un’altra Italia, a misura di una destra europea: il liberismo, il presidenzialismo e l’europeismo, le si trova oggi quasi del tutto assenti dalla proposta berlusconiana. Il Cavaliere sembra poter tenere ancora il campo solo con il vittimismo contro la persecuzione giudiziaria, con accenti e motivi populisti che fanno concorrenza a Grillo – ma che avvelenano ogni tentativo di intesa sul terreno delle riforme –, e infine con una polemica anti-Euro e nei confronti della Germania che non aiuta certo l’Unione a mutare rotta, ma anzi ne mette in pericolo gli equilibri.

Ma l’uomo è ancora lì, in piazza: a difendere se stesso, la sua storia personale, la sua onorabilità politica. E, finché c’è, sarà comunque difficile fare come se non ci fosse.

(Il Mattino, 28 novembre 2013)

Il Presidente e l’eversore

ImmagineSono trascorsi poco più di tre mesi dalla dichiarazione del 13 agosto, e sul Colle nessuno ha cambiato idea: «di qualsiasi sentenza definitiva, e del conseguente obbligo di applicarla, non può che prendersi atto». Nulla, nel comportamento di Silvio Berlusconi, mostra invece che il Cavaliere voglia prenderne atto. Nonostante il principio della legalità, nonostante il rispetto dovuto alle istituzioni, nonostante la nota del Quirinale. Le parole che il Cavaliere ha usato venerdì, con maggiore veemenza del solito, per esigere – non chiedere ma addirittura esigere – la grazia lo dimostrano. Ma le precisazioni diramate ieri dall’ufficio stampa del Quirinale non riguardano la materia, già oggetto del comunicato di agosto. Già allora, infatti, Napolitano aveva scritto che sebbene il Presidente della Repubblica possa compiere un atto di clemenza anche in assenza di domanda, non può «prescindere da specifiche norme di legge, né dalla giurisprudenza e dalle consuetudini costituzionali nonché dalla prassi seguita in precedenza». Ora, nessuno, in precedenza, si era mai spinto al punto di pretendere di essere graziato. Né alcuno è mai stato graziato ancor prima di aver cominciato a scontare la pena, gravato peraltro da numerose altre pendenze giudiziarie. Le condizioni per un atto di clemenza, dunque, allo stato non sussistono. Ma le parole con cui Berlusconi getta benzina sul fuoco, «prive di ogni misura nei contenuti e nei toni» – come si sottolinea con preoccupazione dal Quirinale – aggravano ulteriormente il quadro. La novità non riguarda dunque il profilo giuridico della vicenda che coinvolge il Cavaliere: quella è chiara da tempo e attende solo di essere completata con la decadenza dal Senato e l’esecuzione della pena; riguarda invece il livello dello scontro politico, che Berlusconi alza minacciosamente, con parole irricevibili. «Non è accettabile che vengano ventilate forme di ritorsione ai danni del funzionamento delle istituzioni democratiche» aveva scritto Giorgio Napolitano il 13 agosto. Ma quel che ha detto l’altro ieri Berlusconi, che si starebbe compiendo un «colpo di Stato» a suo danno e che per questo bisogna reagire con una manifestazione di piazza, è precisamente una simile, inaccettabile ritorsione, che può addirittura mettere in pericolo la tenuta del quadro democratico. Di qui l’invito pacato ma fermissimo con cui si invita il Cavaliere a rimanere ben dentro la legalità, a non prendere decisioni o adottare iniziative che possano situarsi al di fuori della legge.

Il Cavaliere, in verità, si è già posto fuori della legge almeno una volta, dal momento che pesa su di lui una condanna passata in giudicato. Pretendere ora di cancellarla, sovvertirla, rinviarla, bypassarla, o in qualunque altra maniera si voglia dire, significa mettersi un’altra volta contro l’ordinamento giuridico del nostro paese, contro un verdetto definitivo della magistratura e contro gli italiani, visto che il rispetto delle leggi è a presidio e a garanzia di tutti.

Eppure non c’è verso. In ogni modo Silvio Berlusconi cerca di allontanare da sé l’appuntamento con la decadenza. Ieri il grand’uomo ha giudicato «umiliante» l’affidamento ai servizi sociali. Eppure, nella civiltà giuridica moderna la pena, lungi dall’essere semplicemente afflittiva, è al contrario proprio la via attraverso la quale il reo guadagna nuovamente dignità e rispettabilità sociale. È evidente che Silvio Berlusconi non vuole o non sa percorrere quella via, e forse non vuole più neppure ritrovare quella rispettabilità. Ed è un peccato che le bandiere di un partito politico, della neonata Forza Italia, siano levate in alto solo per fargli da nascondiglio.

(L’Unità, 25 novembre 2013)

Il delfino è finito nel secchio

ImmagineNell’ampio mondo delle figure retoriche con cui si racconta la politica italiana, dove svolazzano simbolicamente falchi e colombe, dove Berlusconi resta ancora il Cavaliere per antonomasia e Alfano possiede (nei giorni pari) o non possiede (nei giorni dispari) un certo «quid» dal forte valore metonimico, non ha ancora fatto la sua comparsa la metafora del secchio. La introduciamo ora, a commento di una giornata di forti tensioni non solo per il Pdl ma per il Paese intero, visto che i sommovimenti che si producono sempre più violenti nel centrodestra finiscono inevitabilmente col ripercuotersi anche sul governo.

(L’Unità, 26 ottobre 2013)

La tiotimolina risublimata

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È probabile che di quanti si affannano intorno alle vicende giudiziarie di Silvio Berlusconi nessuno o quasi conosca le proprietà endocroniche della tiotimolina risublimata. Eppure, gli esperti ricorderanno che nel 1948, tra le tante cose, non ci fu solo la vittoria della Dc, ma anche la pubblicazione di un racconto di Isaac Asimov, che torna utile rileggere oggi, per capire a quale punto siano giunte le contorsioni sempre più scomposte della seconda repubblica. La tiotimolina, spiegava il notissimo scrittore di fantascienza, è una molecola talmente solubile, ma talmente solubile,  da sciogliersi ancora prima di essere immersa nell’acqua. A quel lontano racconto deve essersi ispirato chi ha cominciato a ragionare in queste ore di concessione della grazia al Cavaliere, ancora prima che la Cassazione si pronunci e giunga (se mai giungerà) ad una condanna definitiva. Sulla scia di una simile proposta, si potrebbe aprire un filone di iniziative assai interessante. Per esempio: promuovere o bocciare prima dello svolgimento di un esame, oppure dare i risultati del voto ancor prima dello svolgimento della consultazione elettorale (i sondaggisti in realtà ci provano, con alterne fortune). Resta che però, in taluni casi, possono presentarsi serie controindicazioni, se per esempio qualcuno decidesse di attraversare un incrocio ancor prima della comparsa della luce verde.

Gli ambienti del Quirinale, che in via ufficiosa stigmatizzano  duramente «l’analfabetismo» e la «sguaiatezza istituzionale» di chi lascia scoppiare nel dibattito pubblico simili, avventurosissime proposte, autorizzano una buona dose di ironia. In realtà, tirare la Presidenza della Repubblica per la giacchetta, cercare di precostituire soluzioni in un ambito di esclusiva competenza del Capo dello Stato, o più semplicemente mettere le mani avanti per paura di finire male non giova anzitutto al Cavaliere, perché sembra denunciarne una preoccupata insicurezza e suona come una sorta di «excusatio non petita» (cioè di «accusatio manifesta»); non giova in secondo luogo all’istituto della grazia, che non è certo la valvola di sicurezza per i problemi giudiziari di nessuno; e non giova neppure, in terzo luogo, ai rapporti politici presi nel loro insieme, di cui si dovrebbe favorire il rasserenamento, piuttosto che la complicazione. Una proposta del genere, infatti, sbagliata nei modi e nei tempi, non può avere il proposito di trovare una soluzione alla crisi politica in cui il Paese rischia di precipitare in caso di condanna, ma solo quello di rendere più difficile la coabitazione di Pd e Pdl in seno alla maggioranza, dal momento che non è certo cosa di cui i due partiti maggiori possano realmente ragionare. Non lo è perché non spetta loro farlo, e non lo è perché i rispettivi elettorati non ne comprenderebbero il senso, l’opportunità, il merito.

Non sorprende perciò il fatto che, non contento del contributo dato alla scienza, Isaac Asimov sia tornato altre volte sulle proprietà della tiotimolina, per indagare ad esempio le sue «applicazioni micropsichiatriche». Ecco, non vorremmo che la seconda Repubblica stesse ormai sconfinando nella micro o macropsichiatria e avesse perciò bisogno di interessarsi di simili applicazioni. La molecola di Asimov suppone peraltro una capacità di incursione nel futuro di cui quasi nessuno, nella politica di oggi, è capace. È per questo, e solo per questo, che non riesce a tirarci fuori dai problemi del presente. Non ha un orizzonte, una visione, ma è per lo più un’affannosa rincorsa giorno per giorno, e arriva purtroppo un attimo dopo molto più spesso che un attimo prima.

Lo scrittore americano non pensò di affiancare a quel capolavoro di satira scientifica che fu il suo racconto un capolavoro analogo nel campo della satira politica, ma la proposta di grazia avanzata per conto terzi prima della condanna meriterebbe comunque, io temo, tutta la sua considerazione.

(Il Mattino, 13 luglio 2013)