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Pisapia e la leadership per procura

Liga

Ligabue, La vedova nera (1955)

Non si candida. Giuliano Pisapia non sarà nel prossimo Parlamento. Benché abbia poi precisato che con questo non intenda affatto ritirarsi dalla vita politica, benché abbia subito aggiunto  che fuori dal Parlamento sono anche il leader del centrosinistra, Matteo Renzi (che però si candiderà sicuramente), il leader del centrodestra, Silvio Berlusconi (che però si candiderebbe, se solo potesse), e il leader del Cinquestelle, Beppe Grillo (che però del Parlamento ha mostrato negli anni di avere poca o nessuna considerazione, fin da quando lo paragonò a una scatoletta di tonno), nonostante abbia già portato a termine due mandati parlamentari e ritenga perciò che sia abbastanza  (ma vi sono regole più stupide di questa, specie quando la si applica pedissequamente?), nonostante tutto questo e ogni altra considerazione  Pisapia abbia voluto aggiungere, è una notizia che il leader del Campo non sarà nel prossimo Parlamento. Per la verità, stupisce anche che un uomo di grande sensibilità giuridica e istituzionale come Pisapia lasci intendere che si può far politica indifferentemente sia fuori che dentro il Parlamento, come se il Parlamento non fosse il cuore dello Stato, il centro della sovranità nazionale e il luogo della rappresentanza democratica: Stato, sovranità d rappresentanza non sono parole prive di peso, alle quali si possa rinunciare con leggerezza.

E in effetti è poco probabile che Pisapia abbia preso la sua decisione con leggerezza. Più probabile è che, dopo la manifestazione del 1° luglio, abbia meglio compreso gli ostacoli contro i quali rischia di cozzare il progetto di un vasto rassemblement delle forze di sinistra. Limiti politici e elettorali. C’è poco da fare, infatti: la legge con la quale andremo a votare sarà  una legge proporzionale. I partiti si presenteranno da soli e per contare qualcosa dopo il voto dovranno contarsi prima del voto: l’idea di Pisapia di costruire una coalizione unitaria si scontra  con la logica del sistema proporzionale. A ciò si aggiunga che il partner con il quale Pisapia ha cominciato a dialogare, l’Mdp di Bersani e D’Alema, ha tutta l’aria di non volerne sapere di fare insieme al Pd un sia pur piccolo tratto di strada. Anzi, quel poco che Pd e Mdp condividono, cioè il sostegno al governo Gentiloni, è molto probabile che verrà meno dopo l’estate. E allora, come si può immaginare che non si troveranno su sponde distinte e separate quelli che avranno votato la legge di stabilità del prossimo anno e quelli che avranno contro? Non è questione dell’indisponibilità di Matteo Renzi, e nemmeno di idiosincrasie personali: è la logica delle cose.

Pisapia ha provato a tessere una tela che richiedeva, per tenere il filo, di inserirsi in uno schema maggioritario. Non a caso, a tenergli bordone, in questa fase,  è stato Romano Prodi, il portabandiera dell’ulivismo. Ma questo schema è tramontato  dopo la sconfitta nel referendum del 4 dicembre. Nel quale, è pure il caso di ricordarlo, l’ex sindaco di Milano ha coerentemente votato sì: diversamente, però, da tutti gli altri suoi attuali compagni di viaggio, che del famigerato combinato disposto fra la riforma costituzionale e l’Italicum rifiutavano tutto, sia il combinato che il disposto.

Chi lo ha capito, detto e teorizzato  per tempo è stato D’Alema, che infatti sta sostanzialmente dettando la linea: l’unico rassemblement che si può fare, con un occhio allo sbarramento elettorale (cioè all’unico correttivo della legge con effetti disproporzionali) è quello che chiama al tutti contro uno, leggi: al tutti contro Renzi.

 

Ma Pisapia aveva in testa un’altra cosa, una cosa in cui doveva esserci anche il Pd. Aveva in testa il maggioritario, non il minoritarismo identitario della sinistra più radicale. Se dunque ha detto “no grazie, non ci sto” è perché non aveva molta voglia di mettersi a fare il leader di Mdp per procura (la procura che gli hanno firmato Bersani e D’Alema, pronti a ritirarla il giorno dopo le elezioni: almeno questa Pisapia l’ha capita).

Non sorprende allora che solo dalle file del Pd, in queste ore, gli siano venuti molti attestati di solidarietà, molti inviti a correre insieme ai democratici, molti sorrisi e braccia tese, mentre invece dalla sua sinistra gli sono venuti soltanto gelidi commenti. È come se Pisapia, per generosità o forse per ingenuità,  si fosse accorto solo ora di avere sbagliato campo.

Campo, e tempo. O epoca. Il suo profilo somiglia infatti, anche in questo, a quello di Prodi: funziona se non è quello dell’uomo di partito, ma del papa straniero che mette d’accordo, o meglio, mette tregua fra i partner della coalizione. Papa di cui, ad onta di ogni precedente fallimento, larghi settori dell’opinione pubblica progressista – “Repubblica”, per intenderci – continuano ad essere in cerca.

Ma il tempo delle elezioni si avvicina, e non sembra per nulla il tempo delle tregue o degli armistizi. E nemmeno quello dei bronci o dei malumori. Se Pisapia non si candida, Mdp lo scarica, e bisogna vedere se il Pd se lo prende.

(Il Mattino, 15 luglio 2017)

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La sola tattica non porta i voti

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A Piazza Santi Apostoli, alla manifestazione promossa ieri da Campo progressista di Giuliano Pisapia e da Articolo 1 – Mdp di Pierluigi Bersani (e altri), non c’era «né rancore, né nostalgia né antipatia». Però di tattica ce n’era fin troppa. Perché se uno avesse voluto capire quale direzione prenderebbe il centrosinistra come lo immaginano da quelle parti, avrebbe capito una cosa soltanto: non con Matteo Renzi. Lo ha spiegato con molta chiarezza proprio l’ex segretario democratico, Bersani: non si può costruire nessun centrosinistra se si pensa che «il centrosinistra si riassuma nel Pd, e che il Pd si riassuma nel suo capo». Ovvero: togli Renzi, e la linfa riprenderà a circolare salubre e balsamica per tutti i rami del partito democratico e del centrosinistra, che tornerà ad essere «largo e plurale, politico e civico».

Ora: si può realisticamente immaginare che il Pd, cortesemente invitato dalla nuova «soggettività politica» a detronizzare il segretario, accetti la gentile proposta, metta da parte Renzi e consegni le chiavi del centrosinistra a Giuliano Pisapia? No, non si può. E allora come diavolo dovrebbe nascere questo centrosinistra «largo e plurale, politico e civico»? Quello che ieri ha manifestato a Roma era uno strano ircocervo: erano infatti in piazza quelli che vogliono il centrosinistra ma non vogliono Renzi (un’impossibilità), quelli che appoggiano il governo attuale ma respingono la direzione presa dal Pd durante tutta la legislatura, da Renzi a Gentiloni (una contraddizione), quelli che esigono una discontinuità radicale rispetto alle politiche praticate in questi anni (un’incoerenza, perché – tanto per dirne una – Pisapia ha votato sì a quel referendum che per Bersani rispondeva invece a un disegno autoritario: più potere con meno consenso).

Un’impossibilità, una contraddizione, e un’incoerenza. Tutte cose che però si scioglierebbero come neve al sole, se solo Renzi non ci fosse. Ma Renzi c’era, era a Milano alla festa dei circoli Pd, e stava lì a riaffermare la sua leadership sulla base del voto delle primarie che né i «leader senza voti» di fuori, né i capicorrente di dentro possono mettere in discussione.

Nessuna meraviglia, dunque, se nel discorso di Bersani tutte le ironie erano riservate al segretario del Pd: non abbiamo fatto il vaccino obbligatorio contro l’anti-renzismo, non è che tutto il mondo gira intorno alla Leopolda, il comizio di Renzi è acqua sul marmo, e per finire: il cuore del renzismo è «la predicazione del bel tempo».

Ancora più impressionante è il modo in cui Bersani, dovendo reclamare «discontinuità radicale», ma al tempo stesso salvare tutto quello che il centrosinistra ha fatto con i governi Prodi-D’Alema-Amato, negli anni dell’Ulivo, e poi con Monti e Letta, quando ormai c’era già il Pd, s’inventa che le politiche del centrosinistra sono diventate «sbagliate, fuori fase, e distoniche», giusto nel 2014, quando Renzi si prende prima il partito e poi il governo: proprio allora, a quanto pare, la fase storica sarebbe cambiata e Renzi non se ne sarebbe accorto. Inutile dire che Renzi, a Milano, ha rivendicato esattamente tutto quello che a Roma gli veniva contestato: «C’è un sacco di gente che sta riscrivendo il passato – ha detto – noi siamo qui a scrivere il futuro».

Lo spettacolo al quale si assiste è dunque quello di una (aspra) competizione a sinistra. Com’è inevitabile che sia, con un sistema proporzionale che spinge ciascuno – come ha detto senza infingimenti Massimo D’Alema – «a presentarsi con la propria piattaforma», dovendo anzitutto rendersi distinguibili dalle forze più vicine. Perciò è tutta tattica: dire che si vuol fare il centrosinistra largo e plurale per accusare Renzi e il Pd di essere isolato, di aver reciso i rapporti con il mondo della sinistra, e, nel frattempo, marcare le differenze, non certo i motivi di unità. E siccome c’è sempre qualcuno più a sinistra di te che ti rinfaccia di aver tradito gli ideali, stessa sorte è toccata pure alla piazza di Pisapia e Bersani. Perché ieri con loro non c’erano quelli del teatro Brancaccio, Tomaso Montanari e Anna Falcone: non sono stati invitati a parlare, e loro non hanno voluto interpretare «il ruolo del popolo che legittima, con la sua plaudente presenza, la consacrazione di un leader».

Il leader riluttante – così lo ha presentato Lerner alla folla titubante –  di legittimazione ha davvero bisogno. Pisapia ha lanciato l’idea di un progressismo moderno e rivoluzionario, ha parlato di casa comune e di buona politica (cioè di buone idee e buonissime intenzioni), ma diciamo la verità: a giudicare dalla tiepidezza degli applausi, dai suoi toni impacciati e dalla sua stessa pacatezza. è parsa pure quella tattica. Non sua, s’intende, ma dei fuoriusciti del Pd, cioè di Bersani e D’Alema, bisognosi di trovare un front man a cui appendere il nuovo soggetto politico per tutto il tempo della campagna elettorale, e finché Renzi non si sarà tolto dalle scatole.

Ma come? Con una congiura di partito? Con una nuova legge elettorale? Con primarie di coalizione? Tutte ipotesi che non reggono, che alimenteranno forse le polemiche dei prossimi mesi, ma che al centrosinistra difficilmente aggiungeranno un solo voto. Se mai, gliene toglieranno qualcuno.

(Il Mattino, 2 luglio 2017)

La veloce parabola di un’utopia

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C’è qualcosa che non è andato per il verso giusto, nel partito democratico, se Rossi Speranza ed Emiliano, tutti candidati della minoranza alla segreteria di un partito nel quale non è affatto detto che rimarranno, tengono oggi una manifestazione sotto la parola d’ordine della «rivoluzione socialista».

Non è la parola «socialista» fuori posto, dal momento che proprio il Pd ha completato quell’approdo nel socialismo europeo che non era riuscito né al Pds né ai Ds. Achille Occhetto, dopo l’89, ne aveva fatto anzi quasi un punto d’onore, di non lasciare la tradizione comunista per passare in quella socialista. E invece è andata così, e non poteva che andare in tal modo, perché l’unica famiglia politica europea in cui poteva riconoscersi il Pd, partito che doveva riunire tutte le tradizioni del riformismo italiano in un soggetto politico unitario, era il partito socialista.

Ma rivoluzione? Non era il Pd il risultato dell’avvicinamento della sinistra italiana all’area di governo? Da dove viene questa pulsione a rovesciare tutto il percorso compiuto finora dai democratici?  L’uso della parola indica in realtà l’esigenza di marcare la propria identità di sinistra dopo anni che vengono oggi, nel momento della rottura, avvertiti come anni di disorientamento, di smarrimento, di tradimento di storie ed ideali. Anni in cui la sinistra ha governato ma, evidentemente, senza più esser se stessa, almeno per i tre rivoluzionari. La parola «rivoluzione» viene usata allora nel suo significato astronomico: dopo un lungo giro, si torna alla casella di partenza. Che forse non sarà il ’21, oppure il ’45, ma non può essere neppure il 2007, l’anno in cui Veltroni vince le primarie e prende la guida del Pd. E, a dire il vero, non può essere nemmeno il ’96, quando nasce l’Ulivo di Prodi: che socialista non era ma democristiano di sinistra. La rivoluzione di Rossi Speranza ed Emiliano non ha una data assegnabile, ma addita un’origine mitica da qualche parte nel passato: pura e non contaminata dai compromessi accettati per andare al governo. L’euro, le riforme sul lavoro, quella delle pensioni, le liberalizzazioni, il pareggio di bilancio: è possibile che i tre abbiano di qui in avanti per tutti questi capitoli del ventennio trascorso solo parole di critica, per provare a coagularsi con tutto quello che si muove alla sinistra del Pd.

Questo balzo di tigre nel passato fa però sorgere il sospetto che avesse ragione D’Alema quando, a un anno dalla nascita del Pd, nel 2008, descriveva il Pd come un «amalgama mal riuscito». La sua motivazione ideologica più forte doveva stare nel superamento delle divisioni sociali, culturali e politiche che avevano dato forma alla prima Repubblica. In questi termini ne aveva parlato lo storico Roberto Gualtieri, oggi europarlamentare, nel seminario di Orvieto organizzato da Ds e Margherita nel 2006, proprio in vista della nascita del Pd. In quell’occasione il segretario dei Ds di allora, Piero Fassino, aveva sostenuto che era venuto meno il fattore che aveva enfatizzato le differenze tra le diverse culture riformiste italiane socialiste, liberaldemocratiche, cattoliche: il Muro, la divisione del mondo in due. Ma i fatti testimoniano un’altra cosa: se davvero Rossi Emiliano e Speranza compiranno, al grido di “rivoluzione”, il secondo passo fuori dal Pd – il primo avendolo già compiuto D’Alema, con il varo dell’associazione “Consenso” – e se pure il grosso dei bersaniani seguirà, si dovrà dire che la vera motivazione a stare sotto uno stesso tetto risiedeva in realtà nel contesto istituzionale: nell’impianto maggioritario della seconda Repubblica, tendenzialmente bipartitico, e nella personalizzazione della leadership politica. Si trattava insomma di un matrimonio di convenienza: per sfidare il centrodestra tenuto insieme da Berlusconi, ci voleva qualcosa di più di una coalizione fra forze eterogenee. La “macchina da guerra” di Occhetto, nel ’94, non era bastata, l’Ulivo si era rotto e l’Unione si era rivelata una confusa accozzaglia.

Ora però il contesto è mutato di nuovo: con la sconfitta di Renzi al referendum il sistema vira daccapo verso soluzioni di tipo proporzionale – senza premi di lista, senza collegi uninominali, senza correttivi di tipo maggioritario – e allora ognuno può tornare a vestire i panni che gli somigliano di più, senza neppure dover sopportare la fatica di essere minoranza.

Una tal fatica si è fatta negli anni sempre più insopportabile, e questa è un’altra, profonda trasformazione di sistema che ha inciso su giudizi e comportamenti. I partiti sono sempre di più come cozze attaccate allo scoglio dell’istituzione: non riescono a vivere di una vita propria, intorno ai circoli o alle sezioni. Non riescono ad essere un vero soggetto collettivo, una “comunità di destino”, con la conseguenza che prevedono sempre meno spazi di azione effettiva per le minoranze. Dove sono infatti le minoranze nei Cinquestelle, o in Forza Italia, o negli altri partitini che punteggiano il panorama politico? Il Pd, da questo punto di vista, costituiva non la regola ma l’eccezione. Per quanto prepotente si voglia ritenere il piglio di Renzi, anche in questo caso è una logica di sistema a prevalere, più che l’interpretazione personale che ne offrono i protagonisti.

E tuttavia: davvero non era possibile trovare nel Pd un denominatore comune? Che è quanto dire: davvero il Pd non ha più una «mission» davanti a sé? Quando al Lingotto di Torino, proprio là dove Renzi pare oggi intenzionato a tornare per rilanciare la sua corsa alla segreteria, Walter Veltroni tenne il suo primo discorso da segretario in pectore dei democratici, disse, fra le altre cose, che l’Europa stava andando a destra perché la sinistra in quegli anni era apparsa «imprigionata, salvo eccezioni, in schemi che l’hanno fatta apparire vecchia e conservatrice, ideologica e chiusa». Questa doveva essere il «focus imaginarius» del partito democratico. Ed esso era posto abbastanza lontano dalle origini perché alla guida del partito potessero succedersi, dopo Veltroni, un democristiano di lungo corso come Dario Franceschini, un pragmatico comunista emiliano come Pierluigi Bersani, un ex sindacalista socialista della CGIL come Guglielmo Epifani, infine un altro democristiano, come Matteo Renzi, che però non possiede nessuno dei tratti riconducibili alle storie della prima Repubblica. A guardarla così, questa vicenda appare tutto meno che monolitica, e il Pd la cosa più contendibile che ci sia stata sul mercato politico italiano in tutti questi anni.

Perché allora questa vicenda appare alla minoranza ormai priva di futuro? È una domanda che, come spesso capita, ha una risposta nobile e una meno nobile. La risposta nobile fa riferimento alla linea del partito, che deve essere addirittura rivoluzionata dopo anni di timidezze nei confronti delle politiche neoliberiste dominanti. Il baricentro del partito deve essere spostato più a sinistra e non può certo essere Renzi a farlo. Questa risposta coglie almeno in parte nel segno, anche se ha il difetto di trascurare che quasi tutti quelli che vogliono oggi cambiare drasticamente l’indirizzo politico e culturale del partito ne hanno condiviso la rotta, più o meno sempre la stessa nonostante il pendolo dei segretari. La risposta meno nobile fa invece il seguente ragionamento: posto pure che il congresso non consenta alla minoranza di contendere effettivamente la leadership di Renzi, quale probabilità ha il segretario di sopravvivere a una eventuale sconfitta elettorale? Nessuna. E allora perché non aspettare che si schianti, per poi ricominciare daccapo? C’è, d’altra parte, altro modo di ricominciare che non passi attraverso le urne? Non è stato così con Bersani (e prima con l’Unione, con l’Ulivo, con Occhetto?). Se questo ragionamento non passa, non sarà che la minoranza vuole garanzie sulle prossime liste che Renzi non è disposto a dare? Ma questa risposta è meno nobile, e in un momento così drammatico non dovrebbe nemmeno sfiorarci la mente.

(Il Mattino, 18 febbraio 2017)

L’insostenibile trincea dei diversamente avversari

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C’è dell’ironia involontaria nella scelta del nome che i comitati riuniti a Roma da Massimo D’Alema si sono dati. Nome nuovo e simbolo nuovo: conSenso. L’ironia non sta tanto nel doppio significato della parola, scritta con la maiuscola in mezzo, quanto nell’ambizione: di quale consenso si parla? Del consenso di una formazione che, alla sinistra del partito democratico, dovrebbe raccogliere tutto il malcontento manifestatosi già a dicembre, con il No al referendum costituzionale. Raccoglierlo tutto non è un’impresa facile, perché alla sinistra del Pd si fa fatica a contare il numero di formazioni, forze e partiti che a vario titolo hanno la medesima aspirazione. L’elettore medio non lo sa, ma esiste ancora, da quelle parti, l’eredità comunista di Rifondazione; forse ne ha perso la memoria, ma ci sono ancora formazioni e associazioni verdi e ambientaliste. C’è Possibile, il movimento di Pippo Civati. C’è Sinistra italiana, anche se rischia di dividersi irreparabilmente nel corso del suo primo congresso. C’è Pisapia, che vuol fare una cosa tutta nuova. E sicuramente ci sono altre sigle, di cui non è facile serbare il ricordo. Poi, nel Pd, ci sono Cuperlo, Rossi, Emiliano, Speranza, Bersani: tutti avversari di Renzi ma, manco a dirlo, diversamente avversari.

Nulla di nuovo, in verità: il minoritarismo è una vecchia malattia della sinistra italiana. Proprio perciò, si potrebbe dire, questa volta l’ex Presidente del Consiglio sta facendo la cosa giusta, proponendo un’ipotesi di ricomposizione di un’area che, dopo la scoppola rimediata da Renzi al referendum, avrebbe davanti a sé una prospettiva politica chiara e larga.

In realtà, è vero esattamente il contrario. Quel che non si capisce è infatti perché la sinistra-sinistra dovrebbe trovare in Massimo D’Alema il suo campione. Dopo averlo per anni rappresentato come l’uomo dell’inciucio con Berlusconi, della Bicamerale, del patto della crostata, della Lega costola della sinistra e di Mediaset risorsa del Paese – per non dire della guerra nell’ex Jugoslavia, o della riforma del mercato del lavoro (che non comincia con il Jobs act, ma con i governi dell’Ulivo) – tutti quelli che sono usciti da sinistra prima dal Pds, poi dai Ds, poi dal Pd, trovando D’Alema ogni volta alla propria destra, ora dovrebbero invece affidare a lui le chance di rinascita della sinistra quella vera, quella tradita dal Pd di Renzi.

C’è dell’ironia involontaria, perché il consenso di cui si tratta non è quello che D’Alema e i suoi vogliono riconquistare, ma solo quello che vogliono erodere al Pd. D’Alema non vuole aggiungere, vuole sottrarre. Lo scenario neo-proporzionalista disegnato dalla decisione della Consulta glielo consente. Si può discutere se vi sia uno spazio politico per la formazione che D’Alema si prepara a far nascere; è indiscutibile che, con la nuova legge, vi sia uno spazio parlamentare. Piccolo, ma in uno scenario frammentato non insignificante. Perciò non c’è bisogno di particolari doti divinatorie: se, come è probabile, non si troverà un accordo sul Mattarellum proposto dal Pd e si rimarrà dentro coordinate di tipo proporzionale, si può star certi che conSenso nascerà.

Si dice: la storia della sinistra italiana è punteggiata di divisioni, da Livorno a Palazzo Barberini fino alle lacerazioni post-comuniste della seconda Repubblica. È vero, ma fratture e scissioni hanno avuto un senso diverso, a seconda della prospettiva politica in cui si inscrivevano: in un primo senso, si è trattato dell’integrazione nelle strutture dello Stato democratico e, quindi, dell’ingresso nell’area di governo; in un secondo senso, si è trattato di una chiave del tutto opposta, di rifiuto di qualunque compromesso con le regole della democrazia borghese. In un ultimo senso, si è trattato invece di un mero riflesso identitario, di una chiusura idiosincratica e difensiva rispetto a cambiamenti mal digeriti è mai accettati. In quest’ultimo senso Renzi è stato vissuto da D’Alema fin dal primo giorno in cui il sindaco di Firenze ha lanciato la sua opa sul Pd. Un estraneo, un usurpatore, un pericolo per la ragione sociale della ditta.

ConSenso nasce infatti non tra coloro che hanno votato No, non tra coloro che vogliono abbattere il capitalismo, non tra quelli che vogliono ritornare all’articolo 18 e neppure tra quelli che vogliono la democrazia diretta è nuove forme di partecipazione: nasce tra quelli che non vogliono Renzi. In conciliaboli privati , D’Alema del resto non lo nasconde: non è una questione programmatica, non può esserlo per chi ha discusso con Berlusconi di semipresidenzialismo, per chi vantava, quando era al governo, rigore nei conti e avanzi primari come neanche la Destra storica di Quintino Sella, di chi, infine, ha litigato aspramente con la Cgil di Cofferati. Non è una questione programmatica, è una questione politica in senso esistenziale, è una frattura incomponibile fra amici e nemici. In una fase storica profondamente segnata dal risentimento, che nasca un piccolo soggetto politico da una spinta di questo genere non può sorprendere. Che a farlo nascere sia l’ultimo erede del partito comunista di Togliatti e Berlinguer sorprende un po’ di più. Che infine non si veda, o si faccia finta di non vedere che torti e ragioni contano assai poco, perché il partito del risentimento non potrà mai essere conSenso, ma solo i Cinquestelle, ecco: questa è cosa che sorprende molto, molto di più.

(Il Mattino, 29 gennaio 2017)

Emiliano e Dema l’ultima alleanza contro Renzi

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Il gioco dell’oca della sinistra ha dunque avuto inizio un’altra volta. La prima regola per partecipare è ovviamente possedere la pedina da muovere sul tabellone della politica italiana. Che in un gioco competitivo, in cui si vince o si perde, la sinistra si presenti con una sola pedina, questo in verità non è mai accaduto, negli ultimi cento anni. Così, lungi dall’esserci la sola pedina del Pd, c’è, per cominciare, la pedina D’Alema, poi la pedina Bersani, quindi la pedina Cuperlo, infine la pedina Speranza: ciascuna si muove con una propria velocità. A volte un passo avanti, a volte due indietro. A volte fermi per un turno o due. Cuperlo dialoga, D’Alema stoppa; Speranza si sforza di essere possibilista, Bersani rimane piuttosto pessimista. D’Alema stoppa di nuovo. E tutti tornano alla casella di partenza.

Poi ci sono le altre pedine, quelle manovrate da chi sta fuori dal Pd: la pedina Sinistra italiana (a sua volta rappresentata da due sottopedine: da quelli che provengono da Sel e vanno verso il Pd, tipo il sindaco di Cagliari, Zedda, e da quelli che provengono dal Pd e vorrebbero tenersene il più distante possibile, tipo Fassina o D’Attorre), la logora pedina comunista (o post-, o ex-, o ri-: tipo Ferrero, o Bertinotti), la pedina che in ossequio a una vecchia idea potremmo chiamare della sinistra indipendente, formata dagli intellettuali di area, tipo Rodotà o Zagrebelski. Fino a non molto tempo fa, inoltre, sullo stesso tabellone giocavano per alcuni anche i grillini; ma ormai, dopo il connubio della sindaca Raggi con la destra romana, è molto più difficile farne una costola della sinistra. Da ultimo, però, c’è l’importante pedina che potremmo definire civil-rivoluzionaria, in omaggio alla vecchia, naufragata idea del Pm Ingroia (presente al raduno di D’Alema e Quagliariello), ma anche al profilo dei suoi due vistosi portabandiera: Luigi De Magistris, sindaco di Napoli, e Michele Emiliano, governatore della Puglia. Loro stanno a cavalcioni: uno fuori e l’altro dentro il Pd, ma entrambi passionali e pugnaci, e soprattutto entrambi determinatissimi a mettere la loro esperienza amministrativa a disposizione. Di cosa? Di un nuovo soggetto politico, di una rinnovata partecipazione dal basso, di una nuova e più democratica maniera di fare politica, di una riapertura di dialogo a sinistra, della costruzione di un’alternativa, della ridefinizione, infine, del concetto stesso di sinistra. A disposizione di tutto questo, e del loro personale futuro politico, naturalmente.

Perché il conto è presto fatto: se l’esposizione dei partecipanti al gioco prende metà articolo, qualche problema c’è. C’è un problema portato dal protagonismo di alcuni dei personaggi elencati, ma c’è anche, in realtà, un problema legato a certe idee radicate. Anzitutto la vocazione per l’opposizione, in quanto luogo dove è più facile custodire intatta la propria identità e purezza; in secondo luogo, un modello di democrazia che definire consensualista è fargli un complimento ingiustificato. Bastava ascoltare Zagrebelsky, la sera del confronto con Renzi, dire che vede con un brivido di paura un governo che duri cinque anni (cioè che duri il tempo dettato dalla fisiologia costituzionale attuale, quella che il professore strenuamente difende), per convincersi che non di costruire un consenso ampio intorno alla decisione si tratta, ma di indebolire puramente e semplicemente il momento della decisione. Per lasciarla, evidentemente, in mani più miti e più sapienti: la decisione è infatti la chiave dell’esercizio del potere, ma a Zagrebelski e a certa dottrina non basta che sia un potere democratico, legittimato dal voto; preferisce, piuttosto, che a prendere la decisione siano gli ottimati del sapere (costituzionale, s’intende).

Ora, il gioco dell’oca della sinistra ha un traguardo, il 4 dicembre, fissato dal referendum sulla riforma costituzionale, cioè da Renzi. Ma i partecipanti non corrono, a ben vedere, per far vincere il no in odio a Renzi, ma perché, se vince il no, il tabellone non cambierà, e le pedine potranno rimanere tutte lì: nello stesso, sparso ordine in cui sono abituate a muoversi. Così si giocano, in realtà, due partite. In una, gioca il partito democratico nella sua larga maggioranza. E Renzi, che punta davvero a riporre il vecchio tabellone nella scatola del passato: dal punto di vista dei costumi politici, infatti, ancor prima che dal punto di vista dell’ordinamento della Repubblica e dell’assetto istituzionale, il referendum rappresenta indubbiamente un cambiamento profondo. Un’altra scacchiera. E nuove regole di gioco. Nell’altra, si gioca invece per posizionarsi nello scenario che seguirà all’appuntamento elettorale, qualora dovesse vincere il no.

In quest’altra partita, De Magistris ed Emiliano stanno forse qualche casella più avanti. Riescono infatti a intercettare quell’animus populista, quello spirito anti-casta, quella polemica nei confronti del ceto politico (di cui pure fanno parte, inevitabilmente) che gode oggi di un ampio favore, e che obiettivamente i D’Alema, i Cuperlo o i Bersani faticherebbero a rappresentare. La riforma non li spazzerà via (non spazzerà via nessuno), ma è chiaro che se vincesse il no, i due eroi della sinistra popolare non solo resterebbero in campo ma darebbero ulteriore fiato alla loro ottima e abbondante retorica (e qualche chance in più alle loro legittime ambizioni di recitare su un palcoscenico nazionale).   Che poi una vittoria del no significhi davvero per la sinistra avere qualche opportunità in più e non pescare invece la carta imprevisti, lasciando il tabellone in mano ai Grillo e ai Salvini, questo è più difficile a credersi.

(Il Mattino, 15 ottobre 2016)

La sfida nel Pd e il declino del riformismo

unexpected_meeting_palette_knife_by_leonid_afremovLe prime giornate d’autunno, le prime piogge, i primi freddi, sono il clima più indicato per quei quesiti esistenziali che nei momenti di crisi, o di passaggio, inevitabilmente affiorano. Ma se i dubbi riguardano le scelte politiche, allora non è nelle condizioni atmosferiche che bisogna cercare la ragione per cui compaiono. La Direzione del partito democratico si è conclusa con un voto unanime, ma la minoranza di Bersani, Cuperlo e Speranza ha scelto di non votare: le distanze, dunque, permangono. E il paradosso è che esse riguardano meno, molto meno il merito della riforma costituzionale, che l’Italicum, la legge elettorale. I prossimi giorni e le prossime settimane, comunque, ci diranno se l’iniziativa avviata da Renzi per «togliere l’alibi» alla minoranza interna, sortirà qualche effetto.

Ma se si solleva un po’ lo sguardo da questa partita molto tattica, fatta di mosse e contromosse, di frenate e aperture, di reciproci logoramenti e reciproche diffidenze, si vedrà, in un orizzonte più largo, non il cielo grigio di Roma e le prime foglie gialle, ma lo stato della sinistra riformista in Europa. Uno stato che definire di crisi è usare un tenero eufemismo. In Gran Bretagna, Corbyn sembra rinchiuso in una ridotta sempre più angusta, tanto che spunta di nuovo il nome di Tony Blair come ciambella di salvataggio per un partito sempre più lontano da un profilo di governo. In Francia Hollande è ancora in sella, ma il cavallo socialista pare giunto a fine corsa, e si avvicina l’eventualità di un ballottaggio per le presidenziali in cui la sinistra dovrà ingoiare l’amaro boccone di votare una destra presentabile e repubblicana, pur di fermare l’avanzata del lepenismo. In Germania la Merkel è in difficoltà, ma ad incalzarla  non sono i socialdemocratici. I quali sono da tempo entrati in una logica rassegnata, da «second best»: ipotizzare che possano andare oltre la partnership di minoranza in una grande coalizione è, al momento, complicato. In Spagna, infine, i socialisti sono in una profonda crisi di leadership, ben lontani dal costruire, da posizioni di forza, un orizzonte egemonico. Il resto d’Europa conferma, anzi aggrava questo quadro.

Ma al di là delle problematiche congiunture elettorali, è sul piano culturale che è sempre più difficile capire in che cosa i socialisti europei si differenzino dalle formazioni moderate o conservatrici. In che cosa l’agenda sui temi fiscali, del welfare, dell’immigrazione, della sicurezza, della stessa costruzione politica dell’Unione permetta di tirare un discrimine chiaro e netto.Di che cosa parlano, quali bisogni individuano come prioritari, quali domande sociali, quali interessi e anche quali ideali. Tutti i partiti che aderiscono al gruppo socialista del Parlamento europeo si definiscono progressisti, ma che cosa questa etichetta significhi è perlomeno dubbio: progressista è chi vuole una più stretta unione politica, o chi difende il welfare nazionale? Forse progressista è chi vuole politiche inclusive verso i migranti, e più ampi diritti di cittadinanza, ma allora perché tra i socialisti europei ci sono pure quelli dei muri e dei respingimenti? E l’euro: è stato o no un progresso? Lo si può dire forte e chiaro (e lo si può dire con la stessa forza e chiarezza a Roma, Atene e Berlino)? La  globalizzazione, l’internazionalizzazione dei mercati, le nuove tecnologie: fattori di progresso o seminatrici di paure?

La verità è che, come molti osservatori hanno notato, le linee di faglia lungo le quali si struttura il confronto politico si spostano, ed oggi la linea principale è saldamento presidiata dalle formazioni populiste. Che parlano oggi la lingua a tutti comune: la casta, i costi della politica, la corruzione e l’onestà. A questi temi si aggiungono quelli che articolano i timori di questo inizio di millennio, su cui la destra sembra avere più argomenti: lo straniero, il musulmano, la crisi ecologica, il terrorismo. Qual è invece il lessico della sinistra? Difficile trovare le parole. C’è chi considera questo spostamento di campo – di linguaggi, di emozioni, di convinzioni – un effetto della lenta, ma inesorabile consumazione ideologica dei partiti tradizionali, e chi invece capovolge il rapporto, e ritiene che sia l’emergere di nuove istanze, di nuove soggettività, di nuovi scenari globali ad accompagnare le diverse declinazioni del socialismo europeo verso la porta di uscita della storia. Che sia in un modo o nell’altro, il risultato sotto gli occhi è un pesante ingolfamento della tradizione riformista, che non riesce da tempo a indicare un futuro possibile verso il quale orientare le cuori e le menti di quella specie di umanità – oggi un po’ più rara di ieri – che rimane l’umanità europea.

Certo è ingeneroso usare questo metro lungo per giudicare l’esito della Direzione del Pd, il cui orizzonte era disegnato molto più ravvicinatamente dall’appuntamento di dicembre. Ma se la partita interna si accontenterà di rappresentarsi come la sfida tra quelli che hanno i voti, e spregiudicatamente comandano, e quelli che conservano il senso della sinistra, e molto si dolgono, allora si farà sempre più probabile che il destino del partito democratico si unisca, prima o poi, a quello dei partiti fratelli.

(Il Mattino, 12 ottobre 2016)

Il lungo tormento dei post-Pci e la fine del sogno democrat

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«Natura di cose altro non è che nascimento di esse in certi tempi, e con certe guise», così diceva Vico nella Scienza Nuova: se vuoi sapere qual è la natura di una cosa, guarda com’è nata. Ora, il partito democratico è stato fondato nell’ottobre del 2007, sotto il secondo e periclitante governo Prodi, di cui ha probabilmente accelerato la caduta. L’anno successivo, sotto la guida di Veltroni, si è presentato alle elezioni e le ha perse. Quest’anno si è invece presentato sotto la guida di Bersani, e le ha «non vinte». Tra l’uno e l’altro, è stato retto per meno di un anno anche da Dario Franceschini, nel 2009. È partito con il 33,1 di Veltroni, è arrivato con il 25,4 di Bersani. La sua storia è tutta qui, in queste poche righe. E non è detto che continuerà ancora.

Ma per descriverne la natura occorre guardare più indietro. È sempre Vico che insegna: «le origini delle cose tutte debbono per natura esser rozze», e voleva dire: spurie, apocrife e mescolate. Così è stato per il Pd. Dietro il partito democratico c’è stato infatti il tentativo di irrobustire la creatura politica che, negli anni Novanta, aveva consentito alla sinistra ex-comunista, già transitata attraverso il Pds e i Ds, di andare al governo: non da solo, ma insieme con la sinistra democristiana, che nel frattempo aveva dato vita prima al partito popolare, poi alla Margherita, con la confluenza di piccole componenti liberal-democratiche. Un «amalgama mal riuscito», disse una volta D’Alema, e alla luce di com’è andata, è difficile dargli torto.

È vero però che le culture politiche che avevano fatto la prima Repubblica dovevano comunque provare a rimescolarsi e innovarsi, dopo le tre profonde fratture che avevano terremotato il sistema politico italiano: la caduta del Muro, l’inchiesta Mani Pulite e l’uscita della lira dallo SME (è infatti dai tempi della rivoluzione francese che crisi finanziarie e crisi politiche vanno a braccetto). Il primo frutto del rimescolamento è stato l’Ulivo, nel ’96; il secondo, l’Unione, nel 2006; il terzo, il Pd. Il terzo doveva rappresentare il coronamento di un progetto politico lungo un decennio: rischia invece di esserne la fine. Perché non si sono mai veramente ricomposti due opposti progetti: quello di chi spingeva per accelerare la trasformazione delle culture politiche di origine, e quello di chi invece cercava di preservarne le caratteristiche distintive. Col Pd, ha prevalso il primo progetto, senza che però le tensioni fossero veramente risolte. La drammatica crisi di queste ore le ha di nuovo portate in superficie.

Se però si guarda dentro il fitto scambio di accuse, veleni e sospetti di queste ore, si trova qualcosa di più di un confronto tra ex-comunisti ed ex-democristiani. Si trovano due idee diverse di riforma della politica e della società. Il guaio è che anche queste faticano ad amalgamarsi. Una è nata negli anni Novanta, quando la sinistra europea cercava una «terza via» tra la socialdemocrazia del passato e la vulgata liberista del presente. Un libro di Anthony Giddens, consigliere di Tony Blair, dice forse più cose del suo stesso contenuto: «Oltre la destra e la sinistra». Il fatto è che, senza mai veramente imboccarla, il Pd ha cercato comunque di proseguire per questa via, anche quando nel resto d’Europa veniva abbandonata, o almeno fortemente riconsiderata. Non perché dovevano tornare con forza la nostalgia di una sinistra fortemente identitaria e refrattaria al cambiamento, ma perché nel fuoco della crisi le sue risposte sono apparse subalterne alla ricette monetariste su cui è stata costruita l’Europa dell’euro.

E siamo alle vicende degli ultimi mesi: la segreteria Bersani ha provato a sterzare e prendere un’altra via, ma lo ha fatto mentre nel frattempo il vento del «cambiamento» così speso evocato aveva incrinato seriamente gli altri elementi intorno a cui soltanto può costruirsi un partito, e cioè l’organizzazione e il gruppo dirigente. Finiti sotto accusa delle virulente campagne anti-casta, all’ombra delle quali è esploso il fenomeno Grillo, non c’era più una cultura politica condivisa che facesse da scudo alle campagna moralizzatrici (e spesso semplicemente denigratrici). E, purtroppo, nessun partito può sopravvivere quando i suoi stessi iscritti, militanti e simpatizzanti finiscono col non nutrire più né fiducia né stima per la propria memoria storica e per gli uomini che la rappresentano. Le lacrime di ieri di Bersani, a cui va l’onore delle armi, mostrano che il compito di ristabilire una «connessione sentimentale» coi propri elettori e con il paese è ormai affare di una nuova generazione. Con o senza il Pd.

Il Mattino e Il Messaggero, 21 aprile 2013