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Antimafia, la maggioranza in ostaggio

Dubuffet -le-voyageur-egare

La maggioranza parlamentare e di governo che voterà oggi le modifiche al codice antimafia si consegna di fatto al populismo penale e giudiziario che, in spregio ai principi liberali del diritto, alle garanzie del processo, alle libertà delle persone, chiede, e a quanto pare ottiene dal Senato della Repubblica italiana, un’estensione spropositata delle misure di prevenzione personale e patrimoniale per gli indiziati di reati di corruzione. Misure che appaiono al Presidente dell’Anac Raffaele Cantone inutile, inopportune e persino controproducenti, e che quindi è difficile giustificare persino in termini di maggiore efficacia nel contrasto al crimine, ma che hanno sicuramente l’effetto di ingigantire enormemente il raggio di attività delle Procure. Ancora una volta la politica si lascia mettere sotto scacco da quegli umori giustizialisti che segnano la vita della Repubblica italiana da un quarto di secolo a questa parte. Ancora una volta si confonde la capacità di perseguire e di accusare con la capacità di fare giustizia. Ancora una volta si consegna nelle mani della magistratura un potere supplementare, ampio e quasi indiscriminato, sotto la spinta di una narrazione che continua a ripetere sempre la stessa frase: i politici rubano. Se dunque muovono obiezioni, se provano ad eccepire, se coltivano dubbi, è perché sono, in buona o cattiva coscienza, complici e conniventi, per spirito di casta o per casacca di partito. Così tutti tacciono, il Presidente del Senato Grasso può respingere in maniera sbrigativa la richiesta di riportare il provvedimento in Commissione, e il partito democratico può mestamente continuare a farsi dettare la linea dai giornali che tengono quotidianamente sotto il mirino la condotta morale degli odiati politici. Il capogruppo Zanda conduce i democratici là «dove si puote ciò che si vuol»e. Cioè dalle parti di «Repubblica» e de «Il Fatto quotidiano», che continuano a detenere la chiave ideologica del nostro presente.

Non era questa la strada che il Pd sembrava avere intrapreso in materia di giustizia, all’inizio di questa legislatura. Non era la tutela giudiziaria su settori sempre più ampi dell’economia del Paese l’obiettivo che Matteo Renzi aveva dichiarato di voler perseguire, nell’enunciare anzi un programma di riforma che doveva sprigionare nuove energie, non seminare nuove paure.

Questa coda di legislatura si sta rivelando così peggiore del previsto. Sta proseguendo oltre le colonne d’Ercole del referendum, con il quale è naufragato il progetto di riforme costituzionali del Paese, privo ormai di un vero respiro politico, che non fosse per gli uni il proposito di durare, e per gli altri (cioè anzitutto per Renzi) il proposito di resistere al logoramento al quale il Pd viene sottoposto. Così però non si resiste, si abdica.

Di questo schema è infatti figlia anche l’impotenza e l’irriflessione con la quale si porta al voto un provvedimento palesemente illiberale, contraddetto dalla migliore scienza giuridica del Paese, a cui non si riesce a dire di no solo per non tirarsi in mezzo a nuovi guai. Il Pd è tenuto sotto schiaffo dai populisti, i riformisti sono tenuti sotto schiaffo dai giustizialisti, la maggioranza è tenuta ancora una volta sotto schiaffo dal partito delle Procure. E più non dimandare.

Ma questo giornale lo ha fatto, sin qui: ha domandato, ha chiesto conto, ha dato voce ai più autorevoli giuristi. Quel che ha fatto, continuerà a farlo, sperando che nei passaggi successivi questo pauroso arretramento del livello di civiltà giuridica del Paese potrà essere fermato.

(Il Mattino, 5 luglio 2017)

Spingendo la notte più in là

Motherwell

Con l’argomento che la corruzione è un male endemico del nostro Paese, come le mafie, il Senato si appresta oggi a votare modifiche al codice antimafia che estendono gli strumenti a disposizione nella lotta contro la criminalità organizzata al contrasto dei reati di corruzione. In particolare, il Senato della Repubblica sta dando il suo voto a un provvedimento che estende agli indiziati di reati contro la pubblica amministrazione misure di prevenzione personali e patrimoniali. Si tratta di misure che di fatto anticipano il giudizio di colpevolezza sulla base di un quadro meramente indiziario: misure palesemente emergenziali, com’è del resto emergenziale tutta la legislazione antimafia e la cultura che l’accompagna, di cui un giorno si vorrebbe vedere il termine ma che in realtà cresce sempre di più, penetrando sempre nuovi ambiti della realtà sociale ed economica del Paese. Una nuvola che s’ingrossa: invece di essere portata via dal vento del cambiamento e delle riforme, si abbassa sempre di più sulla vita civile e pubblica del Paese. Ne chiude l’orizzonte. Ne oscura l’aria. Regole che dovrebbero valere in ambiti ristretti, in circostanze limitate, in casi eccezionali, vengono messe a disposizione della normale attività delle Procure. Regole la cui stessa efficacia è molto dubbia (per Raffaele Cantone si tratta di modifiche «né utili né opportune, che rischiano persino di essere controproducenti»), ma che certamente fanno compiere all’Italia un enorme passo indietro sul piano della civiltà giuridica.

Contro la riforma si è dunque espresso il Presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione. Ma contro la riforma si sono pronunciate con fermezza anche le Camere Penali. E contro la riforma hanno parlato i più eminenti giuristi del Paese, da Giovanni Fiandaca a Giuseppe Tesauro, da Sabino Cassese a Giovanni Verde.  E forti preoccupazioni ha espresso anche il presidente nazionale di Confindustria, Vincenzo Boccia, per i riflessi sull’economia di una estensione abnorme dell’ambito di applicazione delle misure cautelari.

E però la maggioranza sembra determinata ad andare avanti. Qual è la forza che la sospinge? Purtroppo, sembra che sia una soltanto: la volontà di dare un segnale, la volontà di dimostrare che il governo intende fare sul serio. La volontà e, forse, la cattiva coscienza. Perché non è in discussione la lotta alla corruzione, ma il modo in cui la si fa. Se con le garanzie dei processi e le pronunce dei tribunali, o anticipando la pena grazie alle misure cautelari e alla grancassa mediatica, disperando di poter mai arrivare a sentenza. Se si prende questa seconda, più comoda strada, è perché la prima è ostruita e non c’è verso di liberarla.

Ma il prezzo che il Paese paga è alto. Non è infatti inasprendo le pene, introducendo nuove fattispecie di reato, allungando in maniera oscena i termini della prescrizione che si ottiene più giustizia. Allungare i termini della prescrizione significa solo consentire al giudice di spostare un po’ più in là la prossima udienza. Introdurre nuove fattispecie di reato significa solo complicare la normativa vigente, che già gronda di norme penali da un numero impressionante di leggi. Inasprire pene e sanzioni, senza aumentare efficienza ed efficacia dell’azione penale, non ha alcun effetto deterrente, ma solo una vuota funzione declamatoria.

Che il Senato se ne avveda: è ancora in tempo. Che abbia un sussulto di consapevolezza. Perché non basta porsi come argine contro i populismi, e poi assecondarne di fatto i temi, l’agenda, le politiche. Tanto più che non saranno mai sufficienti a saziare la sete giustizialista. Domani, dopo il voto, chi ha costruito la propria fortuna politica in nome della lotta contro la corruzione e le ruberie della politica dirà comunque che non si è fatto abbastanza, perché i ladri sono sempre al loro posto.

Certo, le elezioni sono dietro l’angolo: la volontà di «dare segnali» viene da lì, e da quel populismo giudiziario che continua a costringere la politica in posizione di subalternità nei confronti delle richieste che provengono dalla parte della magistratura investita del ruolo di guardiano della pubblica moralità. Ma se la maggioranza, e il partito democratico, intendono andare ancora a rimorchio di questi umori, allora a che titolo potranno dire di aver costruito e fatto avanzare, almeno in materia di giustizia, una proposta riformistica seria? Le modifiche del codice antimafia era finalizzata a rivedere la disciplina dell’amministrazione giudiziaria dei beni sequestrati, e a riformare drasticamente l’Agenzia nazionale dei beni confiscati. Su entrambi i fronti le opacità erano tali, da rendere necessario l’intervento legislativo.  Ma per prendere queste misure, non c’era bisogno di mettere a repentaglio garanzie e libertà, creare profili di dubbia costituzionalità, allargare enormemente il raggio di intervento delle Procure.

È possibile sperare, allora, che la maggioranza ci pensi ancora, prima di fare un simile voto?

(Il Mattino, 4 luglio 2017)

Quel che manca è una vera proposta politica

elezioni

Ma l’avete mai fatta una campagna elettorale? Marco Tullio Cicerone, a suo tempo, la fece. E si conserva la lettera che Quinto Tullio, suo fratello, gli scrisse per consigliargli il modo di ingraziarsi gli amici e procacciarsi i voti. La lettera risale, a quanto ci dicono gli studiosi, al 64 a.C: la bellezza di duemilasettantanove anni fa, se non ho fatto male i conti. Beh: andatevelo a leggere. Le circostanze storiche e politiche generali erano a quel tempo un po’ diverse da ora, ma si votava anche allora, eppure i consigli di Quinto temo funzionerebbero benissimo anche oggi. Basti solo questo piccolo inciso, che si trova nell’epistola: «di questi comportamenti [non importa quali] il primo è tipico dell’uomo onesto, il secondo del buon candidato». Non serve commento.

Orbene, che lezione vogliamo trarre, a proposito della campagna elettorale che si sta svolgendo sotto i nostri occhi, della formazione delle liste, dei comizi e delle strette di mano? Forse nessuna. O forse questa, che siccome il suffragio l’abbiamo dai tempi di Quinto e Marco reso (faticosamente) universale e non lo possiamo certo abolire, i «petitores» (così si chiamavano i candidati: quelli che ti chiedono il voto) si troveranno immancabilmente di fronte al dilemma di Quinto: vedi tu se vuoi essere solo un uomo onesto, o piuttosto un buon candidato. Se è così, c’è purtroppo ben poco da sperare dal candidato, e molto più dal contesto in cui è chiamato ad operare, e dunque dal numero di volte in cui si presenterà innanzi a lui il fatidico dilemma.

Questo contesto è fatto di tre cose: di leggi, di partiti, di opinione pubblica e società civile, cioè del corpo elettorale. Ieri su questo giornale Raffaele Cantone si è preoccupato anzitutto di chiedere leggi più severe: nuovi interventi normativi, rafforzamento delle misure attualmente in vigore.  Che il tema ci sia, come ha detto Saviano e come ha ripetuto Cantone, è assolutamente indubbio. C’è a tal punto che quasi non si parla d’altro. In particolare, non si parla di programmi, ma in verità i sondaggisti assicurano che gli elettori non votano certo in base ai programmi, e temo che la pensassero così anche i fratelli Cicerone, pur senza disporre dei sondaggi d’opinione.

Poi però ci sono i partiti. E qui la prospettiva deve essere, io credo, un po’ diversa. Non può bastare cioè l’appello ai codici etici. Non però perché questi codici siano solo carta straccia, o peggio una foglia di fico, buona solo per brillanti esercizi di ipocrisia; ma perché non s’è mai visto un partito che ripulisce le liste a colpi di applicazioni del codice etico, e non lo si vedrebbe neanche se li si trasformasse in più vincolanti norme statutarie, come Cantone propone. Se un partito non ha la forza di buttare fuori qualcuno per indegnità, difficile che gliela dia il codice di autoregolamentazione. È la stessa differenza che passa tra un leader di partito e gli oscuri (nel senso che nessuno li conosce) probi viri: non si può certo lasciare a questi ultimi il peso di decisioni, che competono a candidati e segretari. I quali mettono la loro firma sotto le candidature e si assumono così la responsabilità politica della scelta. E il punto diviene allora se e innanzi a cosa essi rispondono effettivamente.

Arriviamo così all’ultimo pezzo del problema: l’elettorato. L’elettorato, certo, non lo si può cambiare, come invece si possono cambiare i candidati: è comprensibile perciò che si chieda di agire sulla selezione di questi ultimi, e che ci si rammarichi di scelte discutibili, a tal punto che in questi giorni è lo stesso candidato governatore, De Luca, che finisce con l’ammettere qualche imbarazzo. Ma alla fine tocca all’elettore. Certo, non si fa una bella figura ad appellarsi all’elettore solo per lavarsene pilatescamente le mani. Purtuttavia, ripetiamolo: alla fine è all’elettore che tocca la scelta.

Così torniamo al dilemma di prima, più crudamente di prima: se un buon candidato non è necessariamente, almeno per Quinto Tullio Cicerone, una persona onesta, è perché l’elettore non sa che farsene di una persona onesta. Una simile proposizione è certo inaccettabile, e bisogna confutarla. E tuttavia la confutazione non è una roba che si possa affidare semplicemente al ragionamento, come se ci fossimo imbrogliati da qualche parte: sul piano del ragionamento, anzi, lo spazio per una smentita è molto piccolo. Dobbiamo invece e necessariamente affidarlo alla politica, e ai comportamenti effettivi. Forse è un problema culturale, e forse è più ampiamente ancora un problema sociale: poiché ci vuole una diversa coscienza politica ma anche una diversa struttura di interessi economici che debbono trovare il modo di convergere su una proposta politica di altra qualità. Ma allora non esistono scorciatoie, e quel che è da fare è costruire proposte politiche, non scomuniche morali.

(Il Mattino, 11 maggio 2015)