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Rifare i conti con la Cina

 La visita del presidente cinese Hu Jintao, dieci anni dopo la precedente visita di Jiang Zemin, segna una nuova tappa nei rapporti fra il nostro Paese e la Cina. Secondo l’ex ministro De Michelis, presidente del comitato strategico della fondazione Italia-Cina, la visita di Hu è «la ricaduta indiretta più importante dello svolgimento in Italia del G8». Bastano i numeri che il colosso economico cinese può vantare per rendere ben fondato questo giudizio. Fatti tutti i migliori auguri all’esito di questi incontri ad alto livello, che potranno solo intensificare scambi e cooperazione, rimane comunque il fatto che un alone di inquietudine politica e culturale continua a circondare il confronto con la Cina.

È così dal tempo dei viaggi missionari, nel ’600, quando i gesuiti che ripercorrevano i sentieri dell’antica via della seta giungevano al cospetto di una civiltà antichissima e stupefacente, con cui però era difficile trovare punti di contatto. Tornavano in patria dopo lunghi anni, riportando le «strabilianti ultime novità della Cina», e lasciavano gli europei divisi fra quanti si convincevano che si trattava dell’Impero del Demonio, che si doveva «distruggere per stabilirvi quello di Gesù Cristo», e quanti, invece, se non pensavano addirittura che Cristo e Confucio avessero insegnato le stesse cose, credevano tuttavia che la «filosofia naturale» dei cinesi, cioè la loro visione del mondo, non fosse troppo distante dalla nostra: non al punto che non si potessero trovare insieme le strade del reciproco rispetto e della reciproca comprensione. Il fatto è che oggi come allora non è semplice prendere le misure al colosso asiatico. Il terreno di confronto si è spostato dal piano culturale e religioso a quello economico e politico, ma le incertezze nella condotta occidentale permangono, tanto negli Usa quanto in Europa (e di conseguenza anche in Italia, spesso all’interno dello stesso schieramento politico). In effetti, finché le potenze europee hanno potuto sfruttare il vantaggio competitivo accumulato nel corso dell’800, dalla rivoluzione industriale in poi, la Cina non ha rappresentato un problema. Ma da quando quel vantaggio ha preso ad assottigliarsi, e le stime dimostrano che sotto molti aspetti va riducendosi fino a scomparire, il problema di un nuovo ordine mondiale che tenga conto della crescita economica cinese si pone in forma nuova. È difficile credere che pesi politici (e militari) non si ridefiniscano in conseguenza dei mutati pesi economici e finanziari. Ed è ingenuo assumere che il «miracolo» cinese e il conseguente ridimensionamento dell’egemonia americana possano avvenire senza mutamento alcuno entro la cornice, le regole e le istituzioni internazionali costruite dall’Occidente. Basti pensare al piccolo cenno che si trova nelle ultime dichiarazioni rilasciate da Hu al Corriere della Sera: «Vogliamo rafforzare i controlli sui mercati finanziari e promuovere la riforma sul sistema finanziario internazionale e, appunto, incrementare la rappresentanza e il diritto di parola dei Paesi in via di sviluppo». La domanda è allora: quanto della dottrina neoliberale che ha guidato la globalizzazione negli ultimi trent’anni (il cosiddetto «Washington consensus»), e che la crisi in atto ha già scosso, rimarrà immutato con l’inedita presa di parola dei Paesi in via di sviluppo guidati dalla Cina? E poiché, come diceva Schumpeter, i mercati finanziari sono «il centro di comando del sistema capitalistico», come escludere che avvengano mutamenti significativi dalle parti del «centro di comando»? Il filosofo francese Deleuze riconduceva la differenza fa la Cina e l’Occidente a quella che corre tra l’antico gioco orientale del go e gli scacchi. Gli scacchi sono un gioco di presa, di cattura: Bianchi e Neri si mangiano i pezzi avversari. L’ultimo ad essere catturato sarà il Re, e allora lo a partita avrà termine. Nel go, invece, si dispongono quietamente, una dopo l’altra, le pietre bianche e nere sulla scacchiera (il «goban»), allo scopo non di catturare e annientare l’avversario, ma di formare territori sempre più ampi, circondando o mettendo fuori uso le forze avversarie. Nella dottrina cinese ufficiale dell’«heping jueqi» – che più o meno vuol dire: emergere rapidamente ma pacificamente – c’è forse qualcosa della strategia di quell’antico gioco. Hu Jintao e i dirigenti cinesi non mancano da anni di rassicurare l’Occidente: nessuna corsa all’egemonia, all’uso della forza, agli armamenti, a una nuova divisione del mondo in blocchi contrapposti; ma nei territori che si scompongono e ricompongono sulla scacchiera del mondo, qualcosa, pacificamente ma rapidamente (e inesorabilmente), va cambiando. 

(Il Mattino)