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Il mito degli outsider

Meno di due mesi al voto e già un vincitore annunciato: il Movimento Cinque Stelle. Almeno al Sud. I sondaggi che i partiti hanno tra le mani sono infatti unanimi nel diagnosticare il successo dei grillini. Possono differenziarsi nel misurarne l’entità, ma sono concordi nel ritenere che, allo stato, il M5S è davanti a tutti gli altri partiti, con percentuali che superano il 30% e che in Campania arrivano addirittura a lambire il 35%. Se questi numeri fossero confermati nelle urne, si produrrebbe un terremoto politico persino superiore a quello che nel ’94 segnò la fine della prima Repubblica e l’avvento di Silvio Berlusconi. Il tema del governo possibile del Paese dominerà le settimane successive al voto ma, riescano o meno i pentastellati a costruire una maggioranza parlamentare, rimarrà comunque il dato di un partito che alla sua seconda legislatura avrà toccato cifre da grande partito di massa.

Se raggiungeranno effettivamente queste dimensioni, vorrà dire che i Cinque Stelle non avranno raccolto solo un generico voto qualunquista e protestatario. Bisognerà invece che ampi strati sociali si saranno riconosciuti in una proposta politica e in un leader, Luigi Di Maio, la cui immagine non appare affatto scalfita dalle critiche di inesperienza o impreparazione, oppure da beffardi commenti sul suo scarno curriculum. C’è un’Italia che vota Cinque Stelle: perché?

La risposta più ovvia viene proprio dalla composizione del ceto politico pentastellato. Che si presenta quasi completamente privo di esperienza politica o sindacale. Tra le prime regole dettate da Grillo nella selezione dei “portavoce” stava infatti il prerequisito essenziale dell’assenza di esperienze di militanza in altri partiti. Tutta la polemica nei confronti dell’incompetenza dei grillini dipende non dalla mancanza di adeguati titoli di studio, o dall’assenza di esponenti delle libere professioni, ma dal rifiuto della professionalizzazione politica. Questo tratto è stato funzionale alla rappresentazione di una totale alterità rispetto alle liturgie della politica, ma è oggi anche motivo di attrazione per quanti aspirano a soppiantare la “casta” formata dal vecchio ceto politico. Che tanto vecchio non è, se si guarda al dato anagrafico (il Parlamento che chiude oggi i battenti è molto più giovane di quelli delle passate legislature), ma lo è molto di più, se si guarda invece alla composizione sociale. Tra le file dei grillini, sono infatti molto più rappresentati figure del lavoro precarie, nuove professioni, e anche un ceto impiegatizio legato a nuove mansioni. Il candidato premier Luigi Di Maio, che ha lavorato come steward allo stadio San Paolo, poi come webmaster, non è affatto il fallito di cui parla Berlusconi: è invece il punto di emergenza di nuovi mondi e di nuove istanze che non scorrono più dentro i canali tradizionali, e che dunque si riversano altrove. Da questo punto di vista, il grillismo può persino essere considerato come la naturale prosecuzione (di un lato) del berlusconismo con altri, più poveri mezzi. O forse la sua radicalizzazione: non era forse Berlusconi quello che si compiaceva di apparire come un’altra cosa rispetto alla politica, come uno che ce l’ha fatta da solo, uno che mitizzava i suoi inizi come cantante sulle navi da crociera? Al fondo, non vi era forse già con il Cavaliere l’idea per cui rappresentare vuol dire non essere diversi o migliori, ma proprio uguali, l’idea insomma – esiziale per il principio stesso della democrazia indiretta, parlamentare – per cui la politica non può essere più una cosa separata, ma deve somigliare in tutto e per tutto al cittadino elettore?

Quello che oggi accade è che per questa via si è ormai messo un pezzo di mondo che sente più forte l’esigenza di scrollarsi di dosso la politica e di sostituirsi ad essa, che non quella di affidarle una delega in bianco. E ciò è tanto più vero al Sud, dove non funziona più, o funziona sempre meno, il tradizionale riflesso filo-governativo di cercare nello Stato una forma di protezione perché in questi anni, complice la crisi, essa è venuta drammaticamente riducendosi.

Se questo è il clima, quanta difficoltà in più incontrano i partiti nella selezione del personale politico-parlamentare! Sono ancora costretti dentro la logica della politica come professione, e hanno un problema di ricandidature che ne ingolfa le liste, essendo ridotti gli spazi (e i seggi) a disposizione, ma d’altra parte sentono salire la richiesta di aprire alla società civile, che per la classe politica è un’ammissione quasi suicidaria.

Rimane allora da percorrere un sottilissimo crinale, fra l’abdicazione definitiva ai propri compiti e la più tetragona chiusura: due modi di accelerare la sconfitta, e di favorire un passaggio non privo di pesanti incognite. Lungo quel crinale ci si potrà forse muovere, senza precipitare da un lato o dall’altro, solo riuscendo ad individuare nuove sfide politiche, ideali e valoriali in base alle quali chiamare gli italiani a compiere le loro scelte. Altrimenti, non riuscendo a cambiare il gioco, l’unica scelta veramente dirimente apparirà quella di cambiare i giocatori. E in questo tutti i sondaggi confermano che il primato spetta ai Cinque Stelle.

(Il Mattino, 16 gennaio 2018)

Partiti al voto, ecco i programmi

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(Il 4 marzo si andrà alle urne per il rinnovo del Parlamento. Ma per quale politica voteremo? Il Mattino ha spulciato tra i programmi, ancora in bozze e in via di definizione, dei tre sfidanti diretti: dal lavoro al fisco, dalla giustizia ai migranti ecco le differenze fra M5S, Pd e Centrodestra. Mentre i Cinquestelle sfidano la casta e puntano allo sforamento del deficit, per i dem la campagna elettorale va centrata su occupazione e welfare. Collaudato lo schema di FI e Lega che fanno di fisco, giustizia e migranti i loro cavalli di battaglia. Intanto, si complica la corsa alla presidenza della Regione Lombardia dove Liberi e Uguali dice no al candidato del Pd Gori e acclama Rosati)

I programmi non sono il miglior viatico per le campagne elettorali, e nemmeno il modo migliore per riempire le urne, però qualche indicazione di fondo sull’impianto politico e culturale di una forza o di una coalizione politica possono darla.

Se quegli impianti esistono. Nel caso dell’attuale centrodestra, che pure sembra godere dei favori del pronostico, è piuttosto difficile dire dove abbia la sua impronta fondamentale. Non mancano certo alcune idee portanti, che sembrano tutte provenire dalle precedenti esperienze di governo (salvo essere mancate sul fronte dei risultati effettivi di governo), ma è ben poco chiaro quanto siano condivise dai due partiti principali, Forza Italia e Lega. A sentire Salvini, bisogna togliere di mezzo la legge Fornero. A sentire Berlusconi no. A sentire Salvini, bisogna uscire dall’euro. A sentire Berlusconi no. Più che un vero denominatore comune, il centrodestra sembra cercare la residua area di intersezione fra due insiemi di idee che si sono separati dopo la crisi del 2011 e la fine dell’ultimo governo Berlusconi. La Forza Italia ha una matrice liberale moderata; la Lega di Salvini una caratterizzazione populista e sovranista: mettere insieme questi diversi universi ideologici non è semplice. Al Cavaliere riuscì di farlo nel ’94, quando le distanze fra i partner erano ancora maggiori, in nome di un cambiamento radicale di scena politica e di una profonda rivoluzione fiscale. La prima fiche non può essere puntata un’altra volta, dopo quasi un quarto di secolo; la seconda invece sì, e Berlusconi sta infatti lanciando con forza l’idea, davvero dirompente, di una flat tax (al 15, al 20 o al 23%: ancora non si sa). Che sia una strada veramente praticabile, non una trovata estemporanea ma il perno di una ridefinizione del rapporto fra Stato e cittadini, beh: questa è tutt’altra faccenda.

I Cinque Stelle hanno due direttrici di fondo, lungo le quali viene formandosi la loro identità nero-verde: da un lato, il tema ambientale; dall’altro, la lotta alla speculazione finanziaria. Gli ambiti in cui infatti provano a costruire proposte di intervento incisivi sono questi due: la conversione ecologica dell’economia; la riforma in senso ‘nazionale’ del sistema bancario. Certo, la campagna elettorale Di Maio e i grillini la giocano su altre proposte: il reddito di cittadinanza (che costa un pacco di miliardi), l’abolizione della legge Fornero, la guerra senza quartiere alla casta della politica. Ma se si cerca qualche tratto ideologico più marcato, nei giri di frase dei Cinque Stelle, si trova questo: la finanza è cattiva, l’euro – così com’è – è cattivo, petrolio e carbone sono cattivi. Cattivi sono poi, oltre ai politici, anche i giornalisti (niente più finanziamento pubblico all’editoria), e cattivi infine gli sbarchi illegali di immigrati sulle nostre coste. In una mescolanza con cui si prova a rappresentare i diffusi umori antipolitici ma anche a intercettare quel che c’è di nuovo nel modo di organizzarsi dell’economia e della società (vedi l’attenzione al web, oltre all’ecologismo spinto), il Movimento Cinque Stelle non è più un’incognita completamente indeterminata. Ha anzi una base sociale sempre più riconoscibile nei giovani e nel ceto piccolo e medio, che Luigi Di Maio incarna perfettamente.

Quanto al partito democratico, ha un problema tutto diverso. Perché per un verso si sforza di dimostrare che merita il voto della sinistra – nonostante la spina nel fianco di Liberi e Uguali sia lì all’unico scopo di contestargliene il diritto – per altro verso però non può certo farlo rinnegando il lavoro svolto in questa legislatura. Che indubbiamente ha ricevuto il suo timbro dal governo Renzi. Ora: in nome di cosa Renzi ha governato? Della rottamazione della vecchia politica, delle riforme costituzionali, di una definitiva acquisizione di un solido impianto riformista. Paradossalmente, è però la parte più “politica” di questa eredità che il Pd non è in grado di rivendicare. È il suo significato politico-culturale che sembra essere andato perduto. Perché il Pd ha i suoi punti programmatici da segnare: sul fronte dell’economia, sul versante dei diritti civili. Manca però il collante ideologico. C’è la difesa del jobs act, c’è l’ancoraggio europeo, c’è lo ius soli nel programma: ma non c’è ancora la forza di convincere l’elettorato di centrosinistra che è quella la linea lungo la quale proseguire, se non vuole tornare indietro. E questa, alle soglie di un voto, non è certo la situazione più comoda.

(Il Mattino, 13 gennaio 2018)

L’Europa à la carte dei 5 Stelle

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Ora Luigi Di Maio pensa che non sia più il momento di uscire dall’euro. Non è ultimo dei repentini mutamenti di rotta del Movimento Cinque Stelle, e non sarà certo l’ultimo. Semplicemente, sta accadendo che per il Movimento la possibilità di andare al governo del Paese si avvicina, e le posizioni più dirompenti si mutano in più realistiche valutazioni di opportunità. Ieri bisognava lasciare l’euro, oggi non più. Ieri bisognava indire un referendum per far decidere gli italiani, oggi il referendum viene derubricato a “extrema ratio”: non una cosa che bisogna fare per rispettare religiosamente la sovranità del popolo – anzi: l’espressione diretta della sua volontà –, ma l’ultima delle strade che a malincuore un governo pentastellato percorrerebbe, se proprio nulla in Europa dovesse cambiare.

Si può leggere questo evidente cambiamento di linea politica in due modi: come una prova della definitiva maturazione del Movimento, della progressiva marcia di avvicinamento alle istituzioni e dello stemperarsi dei più accesi ardori populisti e antisistema, oppure come ennesima dimostrazione dell’inaffidabilità di una formazione politica, che riesce a dire tutto e il contrario di tutto, a giocare più di una parte in commedia, a mutare il proprio profilo a seconda delle circostanze, delle conveniente, dei sondaggi.

Di Maio giustifica questa svolta così: l’Europa del 2013 non è l’Europa del 2018. Il che è vero, naturalmente. Si può però ipotizzare che anche l’Europa del 2023 sarà diversa da quella di oggi. Oppure, senza aspettare tanto, che l’Europa del 2021, quella che dovrà dotarsi di un nuovo bilancio, sia ancora ben lungi dall’avere un profilo, e non è detto affatto che, quando l’avrà, somiglierà all’Europa che oggi Di Maio vede cambiata. Oppure ancora che l’Europa delle prossime elezioni europee, quelle del 2019, sarà diversa sia da quella delle precedenti elezioni del 2014, che, di nuovo, dall’Europa odierna. Cosa dobbiamo attenderci allora, dai Cinque Stelle, dinanzi a tutte queste scadenze? Quante svolte ci saranno ancora?

Il fatto è che l’ancoraggio europeo non può non costituire una scelta strategica fondamentale, durevole e di lungo periodo. In grado di reggere dinanzi ai cambiamenti di ciclo politico. Oggi Di Maio scopre una Germania più debole, per via delle difficoltà della Merkel nel formare un governo. Ma se, dopo il congresso dei socialdemocratici, le trattative in corso sfoceranno nella riedizione della Grosse Koalition fra Cdu e Spd, Di Maio cosa farebbe: tornerebbe a ventilare la possibilità di un’uscita dalla moneta unica? Mentre nota l’impasse politico in Germania, Di Maio, peraltro, non mostra affatto di accorgersi che in Francia è stato eletto Macron, sulla base di una forte vocazione europeista, rilanciata con accenti ispirati nello scorso settembre, con l’ormai celebre discorso alla Sorbona: su questo, il candidato premier dei Cinque Stelle non dice nulla, e dunque non fa capire se, referendum sull’euro a parte, ha in animo di condividere e sostenere l’impegno del Presidente francese per un rilancio del percorso di integrazione europeo.

In realtà, il referendum non è l’unica cosa che i Cinque Stelle dovrebbero mettere da parte, se volessero fare dell’ultima presa di posizione di Luigi Di Maio qualcosa di diverso da un furbesco appeasement con l’establishment, pronunciato per motivi principalmente elettorali.

Perché mentre Di Maio lascia scivolare molto sullo sfondo l’arma fine-di-mondo del referendum (che sarebbe solo consultivo, ma non consulti decine di milioni di persone se poi non vuoi fartene nulla di un tale consulto), i Cinque Stelle in Europa continuano a sedere nel gruppo politico guidato da un certo Nigel Farage, il leader dell’Ukip, fra gli attori principali della Brexit. Proprio la vicenda della collocazione nel Parlamento europeo è stata massimamente indicativa: prima corrispondenza di amorosi sensi con l’antieuropeista Farage, difeso a spada tratta contro la cattiva stampa di cui godrebbe immeritatamente; poi, per un attimo e con una giravolta davvero sorprendente, in realtà semplicemente opportunistica, con i liberali dell’ultraeuropeista Guy Verhofstadt: una posizione che più antipodale non si potrebbe. Quindi daccapo, come il figliuol prodigo, con il focoso leader britannico, insieme al quale i grillini continuano a votare, trovando nell’euroscetticismo il più ampio dei comuni denominatori disponibili a Strasburgo.

Forse l’unica cosa certa, in questo disinvolto ondeggiare, è che Di Maio non ha molta voglia di confrontarsi su questi temi, e preferisce sgombrare il terreno da insidie e polemiche, che distoglierebbero l’attenzione dell’opinione pubblica dai cavalli di battaglia del movimento. Col che però si dimostra che non è certo l’europeismo, e nemmeno l’antieuropeismo, la ragione per cui Di Maio vuole andare a Palazzo Chigi. Ma può la questione dell’integrazione europea rimanere ai margini del dibattito pubblico, o essere trattata.

(Il Mattino, 10 gennaio 2018)

Le necessità e i ricatti morali

Job 1944 by Francis Gruber 1912-1948

F. Gruber, Job (1944)

Forse le cose stanno proprio come le dice il senatore Falanga, che al ddl sull’abusivismo edilizio tiene molto e non vuol credere che si fermi proprio in dirittura d’arrivo: «È un provvedimento portato avanti da noi del centrodestra e dal Pd». Se è così, come non farsi venire il dubbio che a pochi mesi dalle elezioni non sia il miglior biglietto da visita, per i democratici, quello di approvare una legge sugli immobili abusivi insieme a Verdini e Berlusconi? Nel partito democratico – lo spiegava bene, l’altro giorno, Bruno Discepolo su questo giornale – è confluita, fin dalla sua nascita, una componente ambientalista che non si trova certo a suo agio con il provvedimento all’esame del Parlamento. Del resto, se tu, mentre adotti per legge criteri per stabilire un ordine di priorità negli abbattimenti, permetti anche che sfuggano alla demolizione le costruzioni già ultimate, sulle quali non sia già stata pronunziata una sentenza di primo grado, di fatto introduci un condono almeno parziale, e spingi anzi i proprietari a completare le opere in tutta fretta. In un Paese funestato dall’abusivismo edilizio, dal territorio fragilissimo e da rischi idrogeologici assai consistenti, non è proprio un bel segnale. Ma non lo è nemmeno lo “stop and go” di quest’ultima coda di legislatura, e i ripensamenti che si addensano attorno ad ogni singola mossa parlamentare. I democratici giocano sulla difensiva anche questa partita: se votiamo il ddl Falanga, dobbiamo spiegare al Paese perché riteniamo che sia un provvedimento ragionevole e di buon senso. Ma mentre faticosamente spieghiamo e ragioniamo, i Cinque Stelle grideranno che stiamo dalla parte dei furbi, che facciamo strame della legalità, che inciuciamo con il centrodestra. Loro faranno ancora una volta la figura degli onesti, a noi ci trasformeranno ancora una volta nel partito dei ladri e dei corrotti.

Ma la legge risponde effettivamente a un’esigenza di assoluto buon senso. Se le sentenze di demolizione si contano, in tutta Italia, a centinaia di migliaia (settantamila solo in Campania), se è da escludere realisticamente che a questa montagna di sentenze si possa dar seguito in tempi brevi, se di fatto gli abbattimenti procedono a singhiozzo, senza alcuna reale programmazione, secondo disponibilità di mezzi e risorse che variano da regione a regione, da comune a comune, ma che variano anche a seconda delle diverse sensibilità e volontà di magistrati, politici e pubblici ufficiali, non è ragionevole che il legislatore indichi almeno delle priorità, che si ponga il problema di stabilire cosa è più urgente? È davvero da mettere sullo stesso piano l’ecomostro sorto in un’area sottoposta a vincolo assoluto, e la prima casa tirata su da una famiglia a basso reddito? Io vedo, in realtà, una stretta analogia con un altro tema, che pure viene affrontato in maniera ideologica, e intorno al quale si è formato allo stesso modo un austero partito dell’intransigenza morale. Mi riferisco al tabù dell’obbligatorietà dell’azione penale, difeso con la nobile idea che tutti i reati, tutte le violazioni della legalità vanno ugualmente perseguite, ma che, nell’impossibilità di farlo effettivamente, consegna alle procure la più ampia discrezionalità, senza che la politica possa assumersi la responsabilità di indicare priorità.

In realtà, problemi sociali di così ampia portata come quello dell’abusivismo edilizio richiederebbero anzitutto che su di essi si esprimesse una chiara volontà politica. Pensare che tutto possa scaricarsi sui sindaci è illudersi, e non porta ad alcuna soluzione. L’ex sindaco di Licata, Cambiano, balzato mesi fa agli onori della cronaca per le minacce ricevute e le proteste dei suoi concittadini contro le demolizioni, ha mostrato bene il cappio che si stringe intorno agli amministratori: in certi territori, se dici che intendi demolire non prendi i voti e non sei eletto. Se invece mostri di voler riconoscere il problema della casa, passi subito dalla parte dell’illegalità. Per spezzare un simile circolo vizioso si può fare in due modi: tutti e due, però, richiedono una decisione politica, non un atteggiamento pilatesco. E dunque: o si dice che i voti non servono, si sospende la democrazia, si manda l’esercito e si procede manu militari; oppure si fa una legge che dia forza agli amministratori locali, che venga incontro almeno alle condizioni di maggiore difficoltà, se non proprio di necessità, e magari provi a cambiare gradualmente le cose, cominciando dai casi più macroscopici, e avviando al contempo una diversa politica della casa e del territorio. (E, certo, anche una diversa educazione alla legalità).

Il ddl sceglie questa seconda via. Il partito democratico l’aveva imboccata, lavorando ad aspetti migliorativi della legge (e, forse, si poteva lavorare di più). Ora però sembra prevalere nuovamente la paura di fare regali ai grillini, e il voto favorevole non è più scontato. Il merito del provvedimento si allontana, schiacciato dal peso di orientamenti puramente ideologici, e da considerazioni di politica politicienne: può il Pd votare questa legge con Forza Italia, oppure rischia di perdere la faccia di fronte a certi settori dell’opinione pubblica?  Domanda: ma il Pd non è nato per farla finita con questi insopportabili ricatti morali?

(Il Mattino, 3 ottobre 2017)

 

Se il voto spezza le vecchie identità

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F. Bacon, Three Studies of Lucian Freud (1969)

Vi sono due punti interrogativi dinanzi al sistema politico italiano, che proverà a misurarsi con essi nei prossimi mesi. Il primo riguarda la legge elettorale: quella che ci è stata consegnata dai pronunciamenti della Corte costituzionale e dal risultato del referendum del 4 dicembre non viene giudicata soddisfacente da nessuno degli attori politici in campo. Ma nessuno degli attori politici in campo sembra avere forza sufficiente per cambiare il sistema di voto. Sicché, al di là di piccoli aggiustamenti “tecnici”, è molto probabile che ci terremo un proporzionale con un premio di maggioranza fissato a un’altezza irraggiungibile (40%).

Il secondo interrogativo è rappresentato naturalmente dalle elezioni politiche della prossima primavera. Al confronto si recheranno forze politiche profondamente diverse da quelle che si sono misurate nel 2013. Le due principali forze politiche, di centrodestra e di centrosinistra, intorno alle quali è stato imperniato il confronto politico nel corso di tutta la seconda Repubblica hanno subito scissioni e lacerazioni che ne hanno mutato la fisionomia. L’appello che Berlusconi rivolge oggi ad Angelino Alfano ed a Giorgia Meloni non ha, nelle parole stesse del Cavaliere, il significato di una proposta politica pronta per affrontare il voto nazionale. Eppure Alfano e Meloni, nel 2013, stavano nella stessa coalizione, il Popolo della Libertà (si è persa memoria del nome). E in quella stessa coalizione c’era la Lega (però a guida Maroni, non ancora a guida Salvini), la cui traiettoria ha seguito tutt’altra linea da quella presa nel corso della legislatura dai centristi di governo.

Anche a sinistra le cose sono cambiate. Al tornante dei suoi dieci anni di vita, il Pd vede di nuovo spuntare alla sua sinistra quella molteplicità di formazioni che, nel progetto originario di Veltroni, dovevano essere superate dalla vocazione maggioritaria del nuovo partito. L’impresa non è riuscita. La forza centripeta di Renzi ha innescato spinte centrifughe anche fra i democratici, se persino il candidato premier del 2013, Pierluigi Bersani, milita oggi in un nuovo movimento, che galleggia fra il Pd e le altre piccole forze politiche che del Pd non vogliono più saperne. Grosso modo, si tratta di un’area che nel 2013 si raccoglieva sotto la bandiera della Rivoluzione civile di Antonio Ingroia: anche di questo nome si è persa memoria.

(L’unica cosa che non è cambiata è il Movimento Cinque Stelle. Il che si spiega ovviamente con il giudizio di estraneità, anzi di ripulsa, reso nei confronti degli altri, screditatissimi partiti e finanche della dialettica parlamentare. Ma anche lì qualcosa dovrà prima o poi cambiare, se i grillini vorranno tentare manovre di avvicinamento al governo del Paese).

Il secondo interrogativo è dunque: come è possibile ipotizzare che dopo il voto questo insieme di forze – così avventizio, frutto più della fortuna che di strategie precise – continuerà ad offrire la stessa fotografia che si presenterà agli italiani nella domenica elettorale? Certo, nei prossimi mesi, i tentativi di mettere mano al sistema elettorale – veri o fittizi che siano, soltanto declamati o anche praticati – proseguiranno. Non c’è solo la doverosa preoccupazione del Presidente della Repubblica per la tenuta del futuro Parlamento; c’è un evidente impasse in cui il Paese intero rischia di cacciarsi, per l’impossibilità di offrire una soluzione di governo all’indomani del voto. Ma guardiamo le cose in maniera rovesciata: se i partiti non sono in condizione di cambiare la legge elettorale, e se con questa legge ben difficilmente potranno assicurare stabilità e governabilità, non finirà con l’accadere il contrario, che cioè saranno i partiti a cambiare? Chi scommetterebbe, del resto, sulla resistenza nella lunga durata del quadro politico attuale, prodotto dal fallimento dei percorsi di riforma esperiti in questa legislatura, non certo dai suoi successi?

C’è però una differenza rispetto al passato. Tutte le legislature dell’ultimo quarto di secolo hanno conosciuto una stessa deriva verso la scomposizione di coalizioni faticosamente costruite per affrontare la prova del voto. La politica aveva le sue sistoli e le sue diastole, le fasi di avanzamento in cui l’accento era posto, per necessità elettorale, sull’unità, seguite dalle fasi di rilasciamento, in cui l’accento tornava indietro, verso la divisione. E tutti i capi di governo ne hanno fatto esperienza: Prodi e Berlusconi, ma anche, in tempi a noi più vicini, Letta e Monti. E infine Renzi, che in verità era riuscito a rimandare l’appuntamento con il Big Bang della frantumazione fino al giorno del referendum. Poi, liberi tutti.

Questi movimenti erano però gli spasmi di un sistema maggioritario rispetto ai quali i partiti riluttavano, e che quindi accettavano alla vigilia del voto solo per disfarlo il giorno dopo. Ora è il contrario: con una legge proporzionale, il moto avrà segno opposto, l’appuntamento con le urne esalterà le differenze, che il giorno dopo le elezioni bisognerà trovare il modo di superare. Ma per questo diverso andamento del ciclo politico nessuno dei partiti oggi in campo è preparato, e tutti tentano di allontanare da sé l’inconfessabile sospetto di voler “inciuciare” con gli altri (cosa invece richiesta dal sistema proporzionale). Bisognerà dunque farsi una nuova cultura politica, e non sarà semplice. E questo, a pensarci, è un terzo interrogativo, più grande ancora dei primi due: i partiti di centrodestra e di centrosinistra non vedranno ridisegnata in profondità la loro fisionomia, la loro identità e la loro stessa leadership da questa nuova necessità?

(Il Mattino, 13 agosto 2017)

Sud, no alla memoria inutile: il dialogo tra due intellettuali

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B. Newman, Who’s Afraid of Red, Yellow and Blue (1966)

[Quello che segue è il dialogo tra due intellettuali del Sud sulla proposta di istituire una Giornata della memoria sudista votata quasi a maggioranza dal consiglio regionale pugliese su proposta del movimento Cinque Stelle e con l’Ok del governatore Emiliano].

Massimo Adinolfi: «La proposta di istituzione di una giornata della memoria “atta a commemorare i meridionali morti in occasione dell’unificazione italiana” non sembra solo una boutade estiva. Non lo è perché da tempo è in atto un revival sudista, che si esprime nei modi più diversi: alcuni folcloristici, altri meno. Non lo è perché tocca i fondamenti di legittimazione della memoria pubblica nazionale. Non lo è perché agli inizi di luglio è stata avanzata in forma di mozione in seno al consiglio regionale della Puglia da una forza politica, il Movimento Cinque Stelle, che viene accreditata di consensi crescenti nel Paese. Non lo è, infine, perché, ben lungi dall’essere respinta,  è stata approvata a larga maggioranza, con il favore di quasi tutte le forze politiche, e anche quello del governatore Emiliano. Qual è la sua opinione, in merito?».

Gianfranco Viesti: «Mi sembra davvero un’idea infelice, presa con troppa leggerezza, forse stimolata dall’approssimarsi di un turno elettorale».

M. A.: «Io ho molte perplessità sulla sempre più frequente istituzione delle giornate della memoria, sulla proliferazione di leggi dal contenuto memoriale, spesso accompagnate dai relativi obblighi giuridici e morali, su certe modalità ufficiali di risarcimento delle vittime che sembrano voler trasformare il corso della storia in un triste seguito di pagine nere. Come se la storia non fosse altro che una macelleria di uomini e popoli. E come se l’unica posizione moralmente legittima fosse quella che si pone sempre solo dalla parte degli sconfitti.

Dietro a ciò vi sono, a parer mio, due tendenze culturali di fondo. Una l’ha individuata lo storico francese Hartog, nella sua riflessione sui regimi di storicità che corrispondono a modi diversi di vivere il rapporto col passato. Nella nostra epoca, affetta da “presentismo”, si ha sempre meno pazienza e disponibilità nei confronti della profondità storica, e sempre più la tendenza a trasformare la storia in un seguito di ricorrenze. A trasferire sul piano dei simboli ciò che andrebbe invece considerato sul piano dei processi storici effettivi. L’altra tendenza ha a che vedere con la fine dei grandi discorsi, delle grandi narrazioni, che comporta il venir meno di un’idea generale del senso dei processi storici. Prima con la storia si giustificava tutto. Ora siamo all’eccesso opposto, per cui nulla può essere più storicamente giustificato. Insomma, è come se fare l’unità d’Italia – uno dei più grandi risultati dell’età moderna – non rendesse oggi meno inaccettabili i fucili piemontesi puntati contro l’esercito borbonico.

Mi domando se vi sia ancora un terreno di legittimazione dell’unità italiana più ampio, più profondo e più forte di un mero bilancio economico, esprimibile in termini diversi da un computo delle vittime o delle perdite».

G. V.: «La ricerca storica sul processo di unificazione nazionale, così come sui tanti altri eventi del nostro passato, è certamente benvenuta. È bene portare alla luce anche gli eventi più controversi. Non sono uno storico e dunque ho una conoscenza di questi temi solo da lettore interessato. Non posso escludere che, specie nei primi decenni unitari, si sia proposta una lettura parziale degli eventi, anche nello sforzo di costruzione di un’identità nazionale in un paese in cui, per dirne una, erano ben pochi gli italiani in grado di capirsi parlando una lingua comune e non in dialetto. Bene, benissimo, quindi, ogni ricerca storica, e una discussione, su basi scientifiche, senza remore. Se il Consiglio avesse sollecitato questo, nessun problema: ma la giornata della memoria prende una posizione assai controversa. Tra l’altro, vi erano meridionali borbonici; ma tanti anti-borbonici. Per fortuna»

M.A.: «Se le pagine della storia sono tutte nere, e tutte grondano sangue, come si fa a distinguere le une dalle altre? Se ci fosse una giornata in memoria delle vittime dell’unificazione, proprio come vi è una giornata per le vittime della Shoah o per le vittime del terrorismo, non vorrebbe dire che tutte queste vittime sono state allo stesso modo offese da una stessa ingiustizia storica? Ora, francamente, non mi sembra che questo sia il caso. Un conto sono le ingiustizie o le violenze perpetrate in singoli episodi della vicenda (evidentemente: non più epopea) risorgimentale, che la storiografia ufficiale ha teso forse, in passato, a ridimensionare e che è giusto non dimenticare (ma esiste davvero una storiografia ufficiale? La ricerca storica, nel nostro paese, non è sufficientemente aperta, libera, plurale?). Ben altro conto è istituire una giornata della memoria al fine di presentare il processo di unificazione come un mito costruito dai vincitori per occultare una  forma di sopraffazione del Nord ai danni del Sud. Va bene che da tempo la storia non si fa più soltanto riunendosi attorno alle “urne dei forti”, ma questo vuol dire che dell’unità d’Italia il Mezzogiorno fu solamente vittima?».

G.V.: «L’ampia evidenza storica disponibile sul regno borbonico non giustifica particolari nostalgie. Non era l’inferno, comparato ad un paradiso sabaudo. Ma la ricerca converge ad esempio nel valutare come infimo, molto più basso che negli altri stati preunitari, fosse il livello di alfabetizzazione. Un divario, quello nell’istruzione elementare, che sará colmato solo dopo un secolo, e che peserà enormemente sul ritardo economico e civile del Sud. Lo stesso vale per la grande infrastrutturazione di trasporto.
Ancora, sia il processo di unificazione monetaria, sia la scelta del regime liberoscambista possono aver danneggiato l’economia del Sud. Così come alcune delle prime politiche unitarie. È giá all’inizio del Novecento che ne scrive uno dei più grandi italiani del secolo scorso, Francesco Saverio Nitti. Ma in lui non vi è alcuna nostalgia di un regno del Sud: ma la proposta di politiche nazionali, unitarie, più attente anche allo sviluppo del Mezzogiorno, in un quadro di crescita dell’intero paese. La ricerca storico-economica ha poi messo chiaramente in luce come il divario Nord-Sud sia, dopo l’unificazione, e ancora ai tempi di Nitti, relativamente limitato; e esploda invece ai tempi del fascismo, per non richiudersi se non lievemente fino ad oggi».

M.A.: «Terrei poi su un altro piano la discussione sui centocinquant’anni di storia unitaria, e sulle ragioni per cui l’Italia si presenta ancora come un Paese troppo lungo e diviso. Anche se fosse dimostrato – e io in verità credo lo sia – che le cause della arretratezza meridionale non sono tutte imputabili al Sud, questo non vorrebbe dire che dunque sarebbe stato meglio tenersi i Borboni, o che il Regno delle due Sicilie è stato un ineguagliato faro di civiltà. È su altre basi, del tutto diverse dal rivendicazionismo storico, che va riproposta la questione meridionale. Ed è vero, certamente, che accantonarla è servito a coltivare interessi politici ed economici precisi, durante tutto il corso degli ultimi venti-trent’anni. Ma a che serve soffiare sul fuoco separatista dei simboli anti-risorgimentali, o prendersi la soddisfazione di fare dei piemontesi dei brutti ceffi, e dei brutti ceffi dei briganti fare dei nobili Robin Hood?».

G.V.: «Non vi è dubbio che sia oggi diffuso e alimentato un forte pregiudizio antimeridionale. Una lettura a senso unico, aprioristica, della realtà italiana. Lettura pericolosissima sul piano civile. Ma che, ormai da almeno un ventennio, produce effetti concreti sulle politiche; a danno del Mezzogiorno. Lettura contro cui sono pochissime le voci che si levano, specie al di sopra del Po: come messo plasticamente in luce dai silenzi e dalle reticenze, se non dagli ammiccamenti, nei confronti del referendum lombardo-veneto del prossimo 22 ottobre, espressamente mirato contro i cittadini del Centro-Sud. Bene una reazione, anche forte. Ma personalmente non la baserei su mitologie di un passato felice, ma sulla concretezza dei diritti di tutti i cittadini italiani, qui e oggi. Sui fatti del presente e del futuro. Sarebbe stato auspicabile, ad esempio, un maggiore impegno dei consiglieri e dei vertici pugliesi, di centrodestra, pentastellati, del Pd proprio sui temi delle autonomie regionali e dei diritti di cittadinanza, piuttosto che per questa celebrazione. Il punto è che richiederebbe impegno, discussione severa all’interno del proprio schieramento, e non una facile passerella».

M.A.: «Infine, vorrei porre una domanda sul significato di una memoria condivisa. Questo tema è stato posto in Italia a proposito del discrimine fascismo-antifascismo, e a quel riguardo Giorgio Napolitano, da Presidente della Repubblica, ha più volte messo in guardia dalle “false equiparazioni e banali generalizzazioni”. Non è lo steso avviso che bisogna tenere nei confronti delle vittime meridionali dell’unificazione, per evitare di dare al 1861 il significato di una morte della patria meridionale?».

G.V.: «Gli stessi movimenti politici che vogliono il referendum lombardo, ci propongono invece una giornata della memoria pugliese, o inverosimili referendum campani e calabresi, inseguendosi a vicenda. È certamente ricerca di consenso spicciolo in un elettorato scettico e incerto, che si cerca di accarezzare con questi richiami. Spiace coinvolga alcune Istituzioni, e i loro vertici. Ma è anche spia pericolosa dell’incapacità di proporre agli italiani ragionevoli profezie, di sollecitare la loro fiducia su percorsi possibili, di chiamarli a scelte alternative. Finite le grandi narrazioni, si è precipitati nel giorno per giorno. Non sapendo parlare a tutti gli italiani, si solleticano egoismi o orgogli locali: un gioco molto pericoloso».

(Il Mattino, 8 agosto 2017)

La sfida tra i due mondi che rottamano il ‘900

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Che i sondaggi ci prendano o no, la sfida presidenziale di oggi, in Francia, ha giustamente l’attenzione di tutta Europa. Può darsi sia scontato l’esito; di sicuro non lo è il significato. Non lo è neanche se Macron dovesse vincere con largo margine la sfida e se, col senno di poi, potremmo dire di avere sovrastimato il pericolo lepenista. Con Macron vince infatti (se vince) una cosa nuova, che non c’era nel panorama politico francese fino a due anni fa. Basta questo, per lustrarsi bene gli occhi e domandarsi se non stiamo voltando definitivamente la pagina del ‘900, la pagina della grande politica, dei grandi partiti di massa, del grande movimento operaio. Dopo aver chiuso con il comunismo, l’Europa chiude anche con il socialismo democratico? Forse sì. È difficile trovare, nel panorama europeo, qualcosa di meno somigliante a Macron del Movimento Cinquestelle, in Italia. Eppure, alla domanda cosa siamo, Macron risponde sul suo sito: un popolo di marciatori, un movimento di cittadini. Zero onorevoli. Sembra grosso modo significare: non c’è bisogno di mettere i cittadini dentro la scatola di un partito. Del resto, la prima delle ragioni che sostengono la campagna per le presidenziali è così formulata: «Emmanuel Macron è diverso dai responsabili politici che lo hanno preceduto: in passato ha avuto un vero lavoro, nel settore privato e nel settore pubblico». È dunque un titolo di merito la discontinuità rispetto ai politici del passato e ai politici di professione: Macron non è né l’uno né l’altro. Quanto alle altre ragioni, sono di questo tenore: Macron propone di ridurre di un terzo il numero dei parlamentari (già sentita?), sa di cosa parla, non deve la sua fortuna politica a nessun’altro che non sia lui, sa riconoscere una buona idea anche se viene dal suo avversario politico, che non attacca mai sul piano personale. La competenza è evocata solo per dire che Macron saprà rimettere in sesto l’economia del Paese. Per il resto, c’è un riferimento non al mondo del lavoro, alle sue organizzazioni o alla sua rappresentanza ma ai salari: Macron promette di ridurre il cuneo fiscale e di pagare di più le ore di straordinario. Tradurre questo profilo nella figura di un politico di sinistra, di un socialista mitterandiano o dell’ultimo erede del Fronte popolare di Léon Blum è impossibile. Macron non rottama la vecchia sinistra soltanto, rottama il Novecento e i grandi quadri ideologici che lungo tutto il secolo scorso alimentavano lo scontro politico in Europa.

Non è un caso che proprio su questo terreno Macron ha cercato i punti deboli di Marine Le Pen. Certo: da un lato c’è il suo europeismo, dall’altro lato, c’è invece profonda diffidenza non solo verso l’Unione europea, ma verso tutto ciò che va oltre la dimensione dello Stato nazionale. Dal lato di Macron c’è una profonda fiducia nell’ordine economico internazionale e nella sua capacità di futuro; dal lato della Le Pen c’è invece una critica aspra nei confronti di quella specie di dittatura finanziaria che sarebbe il precipitato delle politiche neoliberali imposte da Berlino e Bruxelles. Dal lato di Macron resiste il vocabolario dell’accoglienza e della solidarietà nei confronti dei migranti; dal lato di Marine Le Pen c’è sciovinismo e islamofobia, per cui la Francia viene innanzi a tutto e gli stranieri, specie se musulmani, è meglio che non vengano proprio. Queste sono grandi linee di divisione lungo le quali si definisce con nettezza la differenza di identità politica e di proposta programmatica dei due candidati. Ma Macron ci aggiunge la differenza fra il nuovo e il vecchio, una carta che, quando è possibile (e lo sarà sempre, finché non si consoliderà un nuovo quadro politico), viene giocata con grande profitto. E così, mentre dietro Macron non c’è nulla, e  quello che lui promette e di cui discute è solo avanti a lui, dietro la Le Pen ci sono ancora le risorse simboliche della destra estrema, i fantasmi del passato, il radicamento nella Francia profonda, una certa cultura del risentimento, e insomma: quello che rappresentava il vecchio patriarca Jean Marie, fondatore del Front National, dal quale Marine Le Pen, l’erede politica, non si sarebbe mai staccata, nonostante la strategia di «dediabolizzazione» sventolata in questi anni.

Così, al dunque, rimangono due le France che vanno al voto: quella aperta al mondo, progressista, liberale, modernizzante, tendenzialmente cosmopolitica e dal vivace spirito urbano, e quella invece diffidente verso lo spirito di apertura, che agita sentimenti di rivalsa: dei «veri» francesi contro gli immigrati, delle periferie contro i palazzi del potere, dei perdenti della globalizzazione contro i pochi che se ne approfittano, delle persone in carne e ossa contro le gelide astrazioni del capitale, della tecnica e del denaro.

Ce n’è abbastanza per allestire nuovi conflitti e nuove linee di frattura. Ma il lessico della politica europea deve essere necessariamente reinventato.

(Il Mattino, 7 maggio 2017)