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Renzi-Letta, il vecchio scontro e il centrosinistra del futuro

Riopelle Pavone

Jean Paul Riopelle, Pavone (1954)

Non è dato sapere quanto durerà la bonaccia che tiene al largo la nave del governo Gentiloni, ma prima di arrivare nel porto naturale della fine della legislatura il premier dovrà affrontare più di un’insidia. Nei prossimi giorni, sono a tema il decreto banche, su cui i Cinquestelle stanno facendo ostruzionismo in Parlamento, e lo ius soli temperato che il suo partito, il Pd, vuole approvare in via definitiva, nonostante i malumori dei settori centristi della maggioranza. Per tutta l’estate terranno banco gli sbarchi dei migranti, e infine, dopo l’estate, si aprirà il capitolo della legge di stabilità, e su quella si può star certi che Mdp si smarcherà rumorosamente, lasciando che il governo cerchi i voti che dovessero mancare non a sinistra, ma in altri settori del Parlamento.

Gentiloni non è il mediocre capitano MacWhirr, il protagonista di «Tifone» di Joseph Conrad, «normale, indifferente, impassibile», di poche parole e di ancor meno emozioni, «disdegnato dal destino o dagli oceani», a cui la vita non aveva mai riservato prove estreme prima che si imbattesse nella tempesta perfetta (ma «come sapere di cosa è fatta una tempesta prima che ti cada addosso?»). Però come lui, dopo aver navigato per sette mesi in acque relativamente tranquille, deve affrontare «la forza disgregatrice di un gran vento» che, come diceva Conrad, «isola l’uomo dai propri simili».

Gentiloni e il suo governo non sono isolati: godono anzi dell’appoggio pieno della maggioranza. Ma il vento comincia a soffiare. Lo si è già visto alla direzione di Mdp, dove è parsa nettamente prevalere la volontà di prendere le distanze dal governo, ma ancor più lo si vedrà all’approssimarsi della scadenza elettorale. Per la neonata formazione di D’Alema e Bersani, infatti, c’è un solo modo di prendere voti: pescarli fra tutti coloro che, a sinistra, non vogliono più saperne del Pd di Renzi. In politica tutto è possibile, e dunque: dopo le elezioni si vedrà. Ma prima delle elezioni una posizione del genere è incompatibile con la permanenza al governo: scampate le elezioni anticipate, alle quali Mdp non è pronta, è molto probabile che si consumerà il distacco.

Sul significato di questo passaggio c’è però da dire qualcosa di più di quello che le cronache suggeriscono. Contano i posizionamenti suggeriti da una legge elettorale proporzionale, che spinge ad accentuare le differenze in prossimità del voto, e contano pure – è inutile fingere che non sia così – i rancori personali. Ma è sicuramente in gioco anche qualcosa di più. Vorrei dire: una diversa definizione del profilo di una forza di sinistra, che aspira al governo del Paese. Quando il Pd nacque, si sprecarono gli scetticismi sulla fusione a freddo e sul cattivo amalgama. La parte di ragione che vi era, in quegli esercizi di diffidenza, non stava tanto nelle distanze che ancora segnavano i rapporti fra i Ds e la Margherita, sul piano della cultura politica e dei quadri dirigenti, quanto in ciò, che la collocazione di una nuova forza politica discende piuttosto dagli «oggetti» a cui si applica: dai temi o dalle sfide su cui è chiamata a misurarsi. Quegli oggetti furono sottratti al Pd dalla rovinosa sconfitta alle elezioni del 2008. Fu quindi facile dedicarsi piuttosto, dall’opposizione, alla lotta politica interna (che portò in rapida successione da Veltroni a Franceschini, da Bersani a Renzi). Quando arrivò la prima prova di governo, essa fu condotta sotto lo stigma della necessità: con Monti e poi, in buona misura, anche con Letta. Solo con Renzi tutto è cambiato, e il fatto che lo abbia sgradevolmente ricordato al suo predecessore non riguarda solo la scarsa simpatia fra i due. Renzi aveva effettivamente una legittimazione politica molto più ampia di quella di cui godeva Letta. Forte del consenso ottenuto nelle primarie, aveva il compito di raddrizzare la barca, ma anche quello di definire la fisionomia del partito intorno a una vera sfida di governo: dalle riforme istituzionali al jobs act, passando per le altre misure in tema di politiche scolastiche o di politica economica. La rottamazione (giusta o sbagliata che fosse) è stata il mezzo, non il fine.

Lo smacco del 4 dicembre ha rimesso clamorosamente in discussione il percorso fin lì seguito da Renzi, ma proprio per questo egli è obbligato a riprendere la questione di cosa sia il partito democratico a partire, nuovamente, dagli «oggetti» su cui il Pd deve riuscire a dire la sua. E questa volta non si tratta di sceglierli, perché sono già lì, dati dalla linee divisorie che tracciano nell’opinione pubblica e negli schieramenti politici: anzitutto il tema dei migranti, quindi il tema della costruzione di un nuovo europeismo (nell’epoca segnata, con Trump, dal declino della forza ‘ordinatrice’ americana). Non c’è molto altro, nell’agenda dei prossimi mesi. Ma è abbastanza non solo per definire la rotta del partito democratico, ma anche per far sobbalzare la nave del governo.

«Sta arrivando del maltempo», pensò laconicamente MacWhirr all’approssimarsi del tifone. Ma, si abbatta o no sull’esecutivo, la bufera sarà comunque, per il Pd, la prova di cosa significhi essere di sinistra aspirando, insieme, alla guida del Paese. Perché l’altra strada, quella di essere, anzi sentirsi di sinistra al riparo da ogni burrasca, cioè indipendentemente dalle responsabilità di governo, si vede già cosa consente: che a dibattere ciarlieri sul futuro del mondo, della sinistra, del lavoro, si presentino quattro o cinque distinte formazioni, con l’unico collante (se mai verrà usato) dall’antirenzismo.

(Il Mattino, 13 luglio 2017)

Uniti si vince nei comuni ma non si governa

carta-che-vince-carta-che-perde

Il dato è questo: il centrodestra ha vinto; il centrosinistra ha perso. Quanto ai Cinquestelle, hanno perso pure loro, ma siccome la loro sconfitta è maturata al primo turno, ieri è passata in secondo piano. Se è in questi termini che viene riassunto il risultato delle elezioni amministrative, colpisce che nessuno noti il paradosso che inficia buona parte delle interpretazioni circolate all’indomani del voto. Perché dalla vittoria del centrodestra si trae la lezione che quando va unito il centrodestra è ancora competitivo, ed è anzi in grado di espugnare roccaforti rosse come Genova, Pistoia o Sesto San Giovanni, la Stalingrado d’Italia. Mentre dalla sconfitta del centrosinistra si trae la lezione che il Pd di Renzi patisce l’isolamento in cui si è cacciato, rompendo a sinistra. Cioè, seguitemi: sia che si vinca, sia che si perda, la lezione è la stessa, che uniti si vince. Ma che lezione è questa, che viene comprovata da qualunque risultato? Non è una lezione, in realtà, ma è solo l’effetto di un sistema elettorale e di una partita locale che consentivano e anzi incentivavano il formarsi di coalizioni. Cambiate la legge elettorale, e soprattutto cambiate la posta in gioco, e non avrete più l’evidenza che oggi pare tanto indiscutibile quanto vuota di significato.

Sulla legge elettorale con la quale andremo al voto alle politiche non ci sono certezze, ma dopo il naufragio dell’accordo su un sistema simil-tedesco, è difficile immaginare che si trovi il modo di porvi mano (salvo piccoli aggiustamenti tecnici richieste per quel minimo di armonizzazione fra i sistemi delle due Camere che è possibile ottenere per decreto, su punti largamente condivisi). Cosa saranno allora le coalizioni che domenica vincevano o perdevano, quando non ci sarà nessun ballottaggio a dargli la spinta decisiva per conquistare il governo non di una città ma del Paese? Macron la rivoluzione del sistema politico l’ha fatta grazie al ballottaggio, qui da noi come la si farà? D’accordo, sono tempi volatili, in cui è possibile ipotizzare anche movimenti elettorali significativi, ma che centrosinistra e centrodestra ce la facciano da soli a conquistare la maggioranza è al momento ipotesi del terzo tipo. Quand’anche Berlusconi, Salvini e Meloni dovessero arrivare a un bel 35-40%, con quali altri pezzi arriverebbero più su, fino a quota 50,1%? Perché Salvini guarderebbe volentieri ai grillini, ma questi mai e poi mai accetterebbero di allearsi col Cavaliere. Il quale si volgerebbe invece verso il centro, ma vaglielo a spiegare a Salvini.

Quanto all’eventuale coalizione di centrosinistra, con o senza il vinavil di Prodi, ben difficilmente potrebbe aspirare a un risultato migliore. Prima dovrebbe mettere insieme una miriade di sigle di cui si è perso ormai il conto: da quelle parti il processo di riaggregazione non è ancora cominciato. Dopodiché, avendo tenuto dentro tutto e il contrario di tutto, con chi andrebbe a trattare un accordo di maggioranza, oltre il perimetro della sinistra? Una simile riedizione dell’Unione di prodiana memoria (dell’Unione, più che dell’Ulivo: il punto al quale era arrivata la frantumazione del centrosinistra prima del progetto dem era infatti l’Unione del 2006, e comprendeva almeno una dozzina di soggetti politici) sarebbe attraversata da un discrimine netto, fra quelli che un accordo coi moderati di centrodestra non lo farebbero mai, e quelli che in verità lo farebbero, avendolo peraltro già fatto.

Per correggere una così sconfortante rappresentazione dello scenario politico-elettorale – e soprattutto: per non lasciare che in questo guado ci rimanga in mezzo il Paese, lasciando che le forze populiste si ingrossino ancora, continuando a lucrarci su – c’è forse un solo modo: prendere sul serio la posta in gioco, l’altro elemento sul quale il voto di domenica, di carattere locale, non ha detto nulla. La posta in gioco è la posizione dell’Italia in Europa, e la capacità di regolare le questioni grandi dei prossimi anni – dall’economia all’immigrazione, dal lavoro alla difesa comune – passandole al setaccio del confronto europeo. È lì che si siederà il prossimo Presidente del Consiglio italiano: non in qualche Palazzo di città ma nei consigli dei Capi di Stato e di governo. Non solo, ma comunque si giudichino gli ultimi confronti elettorali nei paesi UE – dalla Brexit in poi –, è evidente che a deciderne l’esito, in un senso o nell’altro, è stata la posizione assunta rispetto agli impegni presi (o da prendere) con Bruxelles.

Che cosa allora significa oggi l’Europa, per l’Italia? Sarebbe bene che questa domanda, e le parole per istruirla, venissero prima della costruzione di coalizioni posticce, per cui succede che a destra festeggino uniti quelli che l’Euro affama il popolo e quelli che inneggiano al mercato unico, mentre dall’altra parte dovrebbero provare a rimettersi insieme quelli che non c’è spazio per la sinistra dentro questa Unione, e quelli che invece vogliono governarla insieme a Macron.

Sono proposte di fatto incompatibili. Le coalizioni di domenica scorsa – abbiano vinto o perso, come più vi piace – non hanno alcuna omogeneità rispetto alle grandi questioni europee ed internazionali. E se è vero che ha un costo riconoscerlo, è anche vero che solo affrontandolo si costruiscono profili politici credibili, che tornino ad essere attraenti per un elettorato stanco di vedere risse, balletti, polemiche e ripicche. Bisogna che i grandi partiti che intendono assumersi responsabilità di governo nel futuro prossimo declinino in termini chiari e forti le loro priorità, portando la sfida elettorale a un’altezza diversa da quella in cui si impelagano tutti i giorni, sforzandosi di offrire leadership, programmi e interpreti di una nuova stagione, e non semplicemente la riedizione di quelle vecchie.

Solo così quella ridicola discussione sulle sommatorie di partiti e percentuali retrocederà in secondo piano, e la scelta elettorale tornerà ad essere legata a un senso storico e politico generale, di medio-lungo periodo, che ridia significato e funzione a partiti, che nella mera gestione clientelare dell’esistente hanno ormai perduto ogni ragione d’essere e ogni legittimità.

(Il Mattino, 27 giugno 2017)

Le ambizioni politiche e la città dimenticata

Napoli

Un «buon risultato», dice Luigi De Magistris, che trae dal voto amministrativo di domenica motivi di soddisfazione per gli esiti di Arzano e Bacoli, dove i candidati appoggiati dal Sindaco di Napoli hanno raggiunto il ballottaggio. Non è andata così nelle altre città dove compariva il simbolo della lista DemA, ma, parola del Sindaco, «era importante cominciare». Certo, in tempi di estrema volatilità del voto, tutto può essere: persino che un giorno l’attuale primo cittadino siederà a Palazzo Chigi, con un consenso capace di andare oltre la cinta daziaria del capoluogo partenopeo, ma intanto che cosa si fa? Di fronte all’esiguità dei numeri raggranellati domenica, è più facile ipotizzare per Dema un destino simile nelle percentuali alla infausta «Rivoluzione civile» di Antonio Ingroia, che non improvvisi sfondamenti elettorali, sul modello di Podemos in Spagna. Il dato medio di Dema si aggira infatti tra il 5% e il 6%: non propriamente un successo. De Magistris pesca inoltre in un’area nella quale sono già presenti numerose formazioni politiche di sinistra-sinistra – da Pisapia a Sinistra Italiana, da Civati a Mdp di Bersani e D’Alema –, senza dire che il voto dato in nome della trasparenza, della giustizia, della partecipazione ha già, a livello nazionale, un forte catalizzatore nel Movimento Cinquestelle.

Ma vada come vada: cosa si fa, intanto? Tutte le sinistre massimaliste hanno avuto, da sempre, il limite di non curarsi troppo dei programmi «minimi», cioè delle cose da fare nel frattempo, prima che scocchi l’ora X della rivoluzione. La differenza è che però De Magistris rimanda tutti a un appuntamento politico fissato a data da destinarsi, o comunque molto lontano nel tempo, mentre si trova a fare personalmente il sindaco, mentre cioè siede a Palazzo san Giacomo e ha doveri amministrativi piuttosto impellenti. La sua Amministrazione ha i cantieri aperti su via Marina o da aprire per la manutenzione di corso Vittorio Emanuele: in quel caso, l’importante non è affatto cominciare, ma finire, possibilmente nel rispetto dei tempi previsti per la realizzazione delle opere, limitando i disagi ai cittadini. Ha difficoltà nel rispettare gli adempimenti contrattuali con la ditta impegnata nella revisione dell’impianto della Funicolare Centrale, col rischio che i lavori non vengano ultimati a causa del ritardo dei pagamenti. Ha da inventarsi una strategia per il sistema dei trasporti pubblici e un’Azienda pubblica sull’orlo del fallimento, costretta a aumentare il costo dei biglietti (scattato ieri) senza poter offrire miglioramenti dal lato dei servizi erogati. Ha da ristrutturare i servizi colabrodo di riscossione delle multe e dei canoni di locazione, ha da realizzare vendite di immobili da anni al palo, ha da costruire un’idea di organizzazione e gestione dei flussi turistici che vada al di là dell’entusiasmo estemporaneo per l’aumento delle presenze. Ha, infine, da impegnarsi su Bagnoli mettendo da parte i calcoli politici: smettendola di cercare soddisfazioni simboliche in nome dell’orgoglio, dell’indipendenza, dell’autonomia e della sovranità della città, per accomodarsi più modestamente a una seria collaborazione istituzionale.

La mistura ideologica del progetto DemA non è, ad oggi, formula che giustifichi le ambizioni politiche del suo inventore, ma quand’anche lo fosse, non dovrebbe funzionare come un’arma di distrazione di massa. Tra l’attuazione della Costituzione e l’attuazione di un programma amministrativo solido e concreto, la preferenza va accordata alla seconda: se non altro perché proprio la Costituzione e la legge gliene assegnano il compito. E poi: va bene fare il bilancio del voto nell’hinterland, o farsi venire la curiosità di registrare quanti voti DemA ha preso a Taranto (poco più dell’1%) o a Carrara (quasi il 2%), ma per i cittadini napoletani i problemi di bilancio del Comune e lo stato di pre-dissesto, tra debiti fuori bilancio e inefficienze ammnistrative, costituiscono una preoccupazione ben più pressante.

A chiusura del Maggio dei monumenti, De Magistris ha sottolineato il grande successo della manifestazione e ha poi aggiunto: «Ora siamo impegnati anche a rafforzare finanziariamente ed economicamente l’Ente e mettere in campo le azioni per migliorare tutti i servizi». Ecco: se quell’«anche» diventasse nei mesi prossimi un: «innanzitutto e quasi esclusivamente», siamo sicuri che se ne gioverebbe il suo profilo di Sindaco e soprattutto ne guadagnerebbe la città.

(Il Mattino, 13 giugno 2017)

I Cinquestelle all’esame di maturità

arte concettuale

Prima il convegno di Casaleggio junior, con giornalisti, studiosi, imprenditori; poi Grillo alla marcia di Assisi e relativa professione di francescanesimo, adesso l’incontro con gli arcinemici del Pd per un accordo su una legge elettorale alla tedesca (proporzionale con soglia di sbarramento al 5%). I Cinquestelle vorranno pure fare pulizia di tutto il marciume della vecchia politica, ma non trascurano, intanto, ti mandare messaggi rassicuranti al resto del Paese: il cambiamento sarà radicale per quanto riguarda la classe politica, ma non così radicale da non consentire di presentarsi come un forza ragionevole, preparata, affidabile e di buon senso. Che si tratti dell’euro o dei vaccini, del presidente Trump o della scuola, le posizioni pentastellate virano verso lidi più tranquilli: non sono più spudoratamente contro i vaccini o contro l’euro; non sono più acriticamente entusiasti dell’uomo forte ma neanche ideologicamente contrari alla scuola privata. Quel che fortissimamente vogliono sono in fondo soltanto due cose o tre: il reddito di cittadinanza, un’economia sostenibile e, va da sé, la fine dei partiti politici così come li abbiamo conosciuti. Ma un simile programma è perfettamente compatibile con parole rispettose nei confronti del Capo dello Stato (decisivo in questa delicata fase di fine legislatura)  e commenti amorevolissimi nei confronti del Pontefice (perché ancora esiste un elettorato cattolico). Mandati messaggi di grande equilibrio, si può anche avviare la trattativa sulla legge elettorale: ovviamente nelle sedi istituzionali e senza streaming.

Si tratta di un atteggiamento sicuramente più responsabile, anzitutto perché rimanda a data da destinarsi la più esacerbata professione di fede “roussoviana”, fatta di democrazia diretta, mandato imperativo e qualche vaffa day (che, a dire il vero, nel «Contratto sociale» di Rousseau non erano previsti). Anche il Movimento Cinquestelle si dota insomma di un programma di massima e di un programma di minima: quest’ultimo è quello che serve per accreditarsi come forza di governo e stringere accordi almeno in materia elettorale; quell’altro viene ancora utilizzato per incanalare la protesta e raccogliere tutti gli umori antipolitici del Paese. E rimane attivo, anzi attivissimo, al punto che la proposta di Grillo sul sistema tedesco è molto furbescamente accompagnata da un’altra proposta, sulla data del voto: che sia prima, assolutamente prima del 15 settembre, perché dopo scatterebbero i cosiddetti vitalizi dei parlamentari. Ora, se anche il voto cadesse davvero prima di quella data, già complicata di per sé, non sarebbe sufficiente allo scopo se poi non si convocasse il nuovo Parlamento in fretta e furia, per impedire ai vecchi onorevoli di conquistare l’agognata pensione in regime di prorogatio.  Ma questi sono particolari che non cambiano il senso del conto alla rovescia che campeggia sul blog di Grillo: al momento in cui scrivo apprendo non solo che a Grillo va bene il proporzionale alla tedesca, ma pure che «mancano 108 giorni, 19 ore, 28 minuti e 32 secondi alla pensione privilegiata dei parlamentari».

Una nuova legge elettorale che riduca la frammentazione del sistema politico sarebbe, comunque, un passo avanti. E sarebbe importante che PD, Forza Italia, Lega e M5S lo compissero insieme. Certo, la direzione maggioritaria che il Pd renziano aveva intrapreso, non ha superato lo scoglio del referendum del 4 dicembre. Ma è sempre più chiaro che un congegno elettorale non basta, nell’attuale quadro politico e istituzionale, per assicurare la governabilità del Paese. È ragionevole prevedere allora che, all’indomani delle elezioni, le forze maggiori dovranno trovare un qualche accordo perché la nave della prossima legislatura prenda il largo. Ma affrontare la fase parlamentare che seguirà in forza di un sistema di voto adottato sulla base di un’intesa larga, fra tutte o quasi le maggiori formazioni politiche, renderà perlomeno spuntato l’argomento dell’orrido inciucio che da una ventina d’anni a questa parte viene sollevato contro ogni sorta di accordo che venga tentato per uscire dallo stallo attuale. Persino il Movimento dovrà convenirne, e il fatto che sembri oggi disponibile a condividere con gli altri partiti una scelta sul sistema elettorale di questo rilievo, se non é frutto di mera furbizia tattica (e soprattutto se Grillo non si sfilerà alla prima occasione utile, magari proprio per via del count-down) rappresenta sicuramente un’ottima notizia. Non si tratta della «costituzionalizzazione» dei pentastellati, al cui interno rimangono sin troppe opacità – dal ruolo del Capo alla gestione della piattaforma, dalle regole sulle espulsioni ai rapporti con la stampa – ma di sicuro è una sorta di candidatura a svolgere non più un ruolo di squilibrio è rottura del vecchio sistema, ma un possibile ruolo di equilibrio e di costruzione del nuovo sistema.

(Il Mattino, 30 maggio 2017)

Silvio e Matteo, l’intesa e la discrezione

Pavlov

La solidarietà di Berlusconi a Matteo Renzi e a Maria Elena Boschi vale quel che vale. Per un leader politico che non ha conosciuto un solo giorno in cui non fosse sotto attacco della magistratura, è il minimo sindacale. È la risposta che il Cavaliere dà ormai di default, ogni volta che qualcuno inserisce il file: “magistratura e politica”. Ciò non vuol dire che il tema non sussista, né che Berlusconi non pensi davvero che le intercettazioni pubblicate in questi giorni ledano la sfera privata, ma siamo al cane che morde l’uomo, non all’uomo che morde il cane: non è quella, insomma, la notizia.

La notizia è invece che Berlusconi vuole essere della partita. E la partita più importante che si giocherà di qui alla fine della legislatura è quella che riguarda la legge elettorale. Ora che il Pd ha messo nero su bianco la sua proposta (in soldoni: metà maggioritaria, metà proporzionale), si apre la possibilità concreta di un percorso parlamentare. Per il quale però occorrono numeri che il partito democratico ha alla Camera, ma non ha al Senato (o, se li ha, sono talmente risicati che è difficile fare previsioni). Dunque bisogna inserirsi nella discussione: dare qualcosa per avere qualcosa. Così funziona. Cosa ha da perdere Forza Italia, in questo momento, e cosa può dare? Quello che ha da perdere è la possibilità di presentarsi come un’alternativa credibile alla sinistra di Renzi e ai Cinquestelle. Credibile significa: in grado di competere. Allo stato, la possibilità di competere passa per due condizioni: la presenza di una leadership riconosciuta, la capacità di aggregare lo schieramento di centro-destra. In un sistema maggioritario, si tratta di condizioni irrinunciabili. In un sistema proporzionale no. Dunque, quanto più Berlusconi sente lontane quelle condizioni, tanto più inclinerà per una soluzione di tipo proporzionale.

Questo semplice principio consente una prima lettura delle parole pronunciate ieri dal Cavaliere. Accantoniamo dunque il Berlusconi animalista che passeggia nel parco di Arcore tra simpatici animali e punta al voto dei proprietari di cani e gatti; mettiamo pure da parte le dichiarazioni sui volti nuovi, competenti e con voglia di fare necessari al partito e veniamo al sodo, badiamo a quel che c’è di nuovo. E di nuovo c’è che il leader azzurro considera possibili le elezioni in autunno, il che significa: non è sulla data delle elezioni che Forza Italia opporrà barriere insormontabili. Oppure: se troviamo un’intesa sul sistema elettorale, possiamo ragionare anche sulla data.

Poi il Cavaliere aggiunge: con Salvini non siamo poi così lontani, a parte la questione dell’euro. E qui il primo principio non basta più, ma forse ci vuole la lezione storica. Se infatti si torna con la memoria al Mattarellum – la prima legge elettorale con cui Forza Italia si misurò, con successo, nel ’94 – si ricorderà che, a parte altre differenze, la quota proporzionale era fissata più in basso rispetto all’attuale proposta del Pd: al 25%, contro il 50% del cosiddetto «Rosatellum». E però la legge non impedì affatto alla coalizione di centrodestra di presentarsi nei collegi uninominali della quota maggioritaria con una fisionomia variabile: al Nord in alleanza con la Lega Nord, al Sud con Alleanza nazionale di Fini. La prova di governo, dopo la vittoria alle elezioni, durò solo pochi mesi, ma resta memorabile l’impresa elettorale: Berlusconi riuscì infatti a mettere insieme due forze politiche che più lontane non si sarebbero potute dire (anche su temi fondamentali come l’unità nazionale).

Fermo restando allora il principio sopra enunciato, ho l’impressione che il Cavaliere abbia certo motivi di ostilità nei confronti della proposta dei democratici, perché preferirebbe un sistema alla tedesca che conducesse diritto e filato ad una qualche grande coalizione, che cioè dopo il voto emarginasse gli opposti estremismi di destra e sinistra, ma sappia anche che con il «Rosatellum» non è impossibile stringere accordi con la Lega a livello di singoli collegi. Un sistema del genere è sicuramente preferibile a qualunque soluzione di tipo premiale, sia che il premio vada alla lista (Forza Italia ben difficilmente sarà il primo partito italiano) sia che vada alla coalizione (perché qui vale il principio: un accordo organico con la Lega per un centrodestra unito è di là da venire). Un congegno elettorale che sia maggioritario ma non troppo, e che mantenga spazio sia per accordi elettorali prima, che per accordi politici dopo, è confacente alla situazione in cui si trova attualmente Forza Italia. E lo è anche al Pd, mentre lo è molto meno ai Cinquestelle, che non hanno il personale politico sperimentato per la prova nei collegi uninominali, e non hanno neppure facilità di accordi: né nei singoli collegi, né nella prospettiva del governo.

Se poi, per essere della partita, bisogna spendere parole di solidarietà nei confronti di Renzi e Boschi – parole che sono abbastanza urticanti per le vecchie e nuove file dell’antiberlusconismo, e che quindi aprono un fossato sempre più ampio fra il Pd e quello che si trova alla sua sinistra – beh: che ci vuole? Con una mano Berlusconi accarezza idealmente tutti gli animali domestici degli italiani; con l’altra aizza invece il cane di Pavlov della sinistra dura e pura, la quale con un riflesso condizionato parla di intelligenza col nemico e chiama inciucio qualunque tentativo di intesa fra centrodestra e centrosinistra. Che se invece la legge elettorale la facesse il Pd da solo, certamente si ritroverebbe addosso l’accusa di essersela cucita su misura. Ma questa, delle eterne divisioni e contraddizioni della sinistra, è evidentemente un’altra storia.

(Il Mattino, 21 maggio 2017)

Casaleggio junior e la strategia del non dire

casaleggio

«Il tema della politica lo sto lasciando ad altri»: le ultime parole famose. Ma è così che si conclude la prima apparizione televisiva di Davide Casaleggio, figlio di Gianroberto, a Otto e mezzo, il programma di Lilli Gruber su La7. Se è lì, però, è proprio perché di politica lo si vuol sentir parlare: chi comanda in casa Cinquestelle? cosa è successo a Genova? Qual è il suo ruolo all’interno del Movimento? E quello di Grillo? Come pensate di selezionare la futura classe dirigente? Siete di destra o di sinistra, liberali o socialdemocratici? Cosa farete una volta andati al governo? A nessuna di queste domande Davide Casaleggio ha dato una risposta piena, che consenta davvero di ritagliare il suo profilo politico. Lui è sembrato piuttosto l’Eletto: non nel senso di una qualche votazione, ma nel senso in cui lo è Neo, il protagonista del film Matrix: come lui di poche e stiracchiatissime parole, come lui proiettato quasi per sbaglio sulla ribalta, come lui innamorato di arti marziali, come lui costruito su una forte disciplina interiore, come lui chiamato a salvare il mondo.

Gli è bastato dunque dire, nell’ordine: che in casa Cinquestelle comandano i cittadini (è la democrazia diretta, bellezza); che a Genova non è successo niente di che: comandano i cittadini anche lì, anche se in un trascurabile 1% dei casi comanda Grillo; che Grillo in tanto comanda in quanto è il garante del Movimento, e in un Movimento così aperto e partecipato un garante ci vuole per forza; che il tema della selezione della classe dirigente esula dalle cose di cui vuole parlare (l’Eletto vuole parlare solo del futuro di questo Paese e del mondo); che destra e sinistra sono etichette del passato, e non si etichetta il futuro con le etichette del passato; e che quello che faranno al governo lo si deciderà online, votando il programma sulla piattaforma del Movimento. Lui intanto può confermare che i Cinquestelle taglieranno le pensioni d’oro e i vitalizi, e che tutti i miliardi che ci vogliono per il reddito universale di cittadinanza si troveranno, così come si sono trovati per le banche.

Con queste parole è riemersa quella massiccia dose di populismo che circola tra i Cinquestelle, fin dai tempi del Vaffa Day. Ma siccome Casaleggio si situa non all’incrocio fra il risentimento degli italiani e la sete di giustizia sociale (per quello c’è Grillo), bensì nel punto in cui la fascinazione per la tecnologia, il futuro e la Rete diventa quasi un fatto mistico, non c’è stato nessuno schiamazzo, nessun colpo basso, nessuna tirata contro l’impresentabile politica. Piuttosto: una glaciale presa di distanza. L’unica battuta cattiva, e tutta politica, Davide Casaleggio l’ha avuta per Renzi, quando ha detto che non è persona credibile e che con lui non ci parlerebbe. Poi, più nulla: sipario.

Sicché uno guarda tra gli appunti, e si ritrova tra le mani un giovane imprenditore, un analista della Rete, uno sviluppatore di modelli di business online, non un leader politico o uno stratega, non la Mente di cui Beppe Grillo sarebbe il braccio. Ma la politica allora dov’è? (E dov’era il contraddittorio, visto che gli interlocutori scelti dalla Gruber, il sociologo De Masi e il giornalisti Nuzzi, tutto hanno voluto fare, meno che incalzare e mettere in difficoltà l’ospite?).

In due cose, probabilmente. Una è senz’altro il metodo, ma sarebbe più corretto dire l’ideologia della democrazia diretta, cioè la promessa visionaria di una nuova partecipazione democratica nella selezione dei candidati e delle proposte di legge. Perché le cose non sono così semplici come i grillini le fanno apparire: come se cioè bastasse indire le votazioni sulla loro piattaforma per fare di quel processo un processo democratico. Se l’organizzazione che gestisce il processo non è democratica – ma è un’azienda privata, oppure un indiscutibile Capo politico –  non potrà mai esserlo il suo esito. Ma questa è una critica nota, e che peraltro poco scalfisce i grillini , i quali macinano il loro consenso con l’altro volto, quello arrabbiato e populista. La seconda cosa è invece la più interessante, e sta nelle cose che Casaleggio junior non ha detto, e che anzi non ha neppure il bisogno (o forse la voglia) di dire.

Lui non ha bisogno di parlare di legge elettorale o di governo Gentiloni, di quello che succede in Commissione Affari costituzionali e neppure, che so, della guerra civile in Siria: proprio come il primo Berlusconi non aveva bisogno di partecipare al teatrino della politica, così il giovane Casaleggio non ha bisogno di ripetere le parole incomprensibili masticate dalla casta dei politici. Lui deve solo abolire i vitalizi e introdurre il reddito di cittadinanza, l’alfa e l’omega del programma grillino.

E di un’altra cosa, per la verità, non ha bisogno: di nominare anche solo per sbaglio i giovani leoni del Movimento, i Di Battista e i Di Maio. Per non lasciar trapelare simpatie? Perché, certo, decide la Rete, ma intanto i sondaggi su chi sia più popolare li fa la Casaleggio&Associati, di fatto riservando a lui il potere del king maker? Oppure perché, come ha detto in conclusione, il tema della politica, bontà sua, lo sta lasciando ad altri? Lo lascerà pure, ma ho l’impressione che ove occorresse, Davide Casaleggio quel tema potrebbe riprenderselo domani mattina.

(Il Mattino, 7 aprile 2017)

M5S, la Rete per tutti, decide uno

Kim

Roma capitale mondiale della democrazia diretta: con questo altisonante auspicio il Movimento Cinquestelle prova a rilanciare l’immagine, invero parecchio appannata, della giunta capitolina. L’iniziativa prevede l’introduzione delle petizioni popolari online (con la possibilità di discuterle in aula), e il voto elettronico per i referendum. Non prevede – o almeno: gli estensori del progetto ieri non ne hanno parlato – in quale misura questi strumenti incideranno effettivamente sull’amministrazione della città. Questo è il gran buco nero in cui finiscono, al momento, tutti i propositi di democrazia partecipativa che, con la Rete o senza la Rete, vengono variamente sperimentati in giro per il mondo. Democrazia, peraltro, non è solo la possibilità per ciascuno di dire la propria, ma anche l’organizzazione di questa possibilità, in forme che devono pure queste essere nella disponibilità di tutti. Questo punto rimane il vero tallone d’Achille del Movimento, come ha mostrato la vicenda delle comunarie di Genova. Anche in quel caso c’è stata una partecipazione online alle scelte del Movimento, anzi alla più importante di tutte: la selezione del candidato sindaco. Ma la trionfatrice, Marika Cassamatis, è stata sconfessata da Beppe Grillo, che a votazione ormai conclusa e risultati ormai proclamati non le ha concesso l’uso del simbolo. A quale titolo Grillo è intervenuto? In veste di garante del movimento. Ma quella veste non è sottoponibile ad alcuna votazione online: nessuno può toglierla, nessun altro può indossarla. La democrazia diretta si ferma sulla soglia della villa di Grillo.

Forse però non è un caso che l’ideale della democrazia diretta sia stato rilanciato proprio dopo il controverso episodio genovese. Non si è trattato nemmeno dell’unico rilancio. Sul «Corriere della Sera», Davide Casaleggio ha pubblicato un intervento, in occasione del convegno organizzato per l’anniversario della morte del padre, Gianroberto, che si è tradotto in qualcosa di più di un semplice ricordo. Casaleggio junior ha infatti steso una sorta di piccolo manifesto del Movimento, prendendosi così, sotto la testata del primo quotidiano nazionale, il ruolo che già era stato del padre. Due cose colpiscono nella lettera indirizzata al direttore del «Corriere». La prima riguarda lo scenario che Casaleggio tratteggia: siamo alla vigilia di un salto tecnologico destinato a cambiare la faccia del mondo, e in particolare a rivoluzionare il rapporto dell’uomo con la produzione ed il lavoro. È inutile dire che, così stando le cose, è l’intera sfera pubblica, sociale e politica, ad esserne investita. Ma la lettera di Casaleggio non offre alcun elemento per capire quali valori debbano orientare la comprensione (ed eventualmente la direzione) di questi processi. La tecnologia sembra essere il terreno di una spoliticizzazione radicale; ma siccome non c’è cambiamento che non faccia le sue vittime, che non abbia i suoi vinti e i suoi vincitori, che non dia più potere agli uni e meno potere agli altri, la triste impressione è che la politica ci sia, ma se ne stia da qualche altra parte, nascosta dietro la retorica che guarda stupita alle mirabilie del futuro. O più prosaicamente nelle mani di chi detiene le chiavi di quel futuro: una volta magari erano i proprietari della macchina a vapore, oggi forse i proprietari degli algoritmi che configurano la Rete.

La seconda cosa che merita di essere segnalata è la breve riflessione sulla politica italiana proposta da Casaleggio. Che è essenzialmente una rivendicazione dello sviluppo degli strumenti della democrazia diretta come segno di una proposta politica nuova che gli altri partiti non sanno formulare. Questo «discutere in modo partecipato» il programma coglie effettivamente un tratto essenziale del bisogno di democrazia che nei canali tradizionali si fa ormai fatica a riconoscere e soddisfare, ma ha daccapo il torto di non mettere a disposizione della Rete il modo in cui si decide il come, il cosa e il quando viene offerto alla discussione partecipata.

Si tratta di una contraddizione? Credo di sì. Credo che nessuna democrazia – né diretta né indiretta – sia possibile se non è democratico il partito o lo Stato che la organizza e struttura. E però questo rilievo critico conta molto poco: il voto non fa l’analisi del sangue ai candidati e ai partiti, non premia, di fatto, il tasso di democraticità di una forza politica. Se mai ne apprezza l’indice di credibilità, affidabilità, autorevolezza. E operazioni come quella condotta da Casaleggio sulle pagine del primo quotidiano nazionale servono proprio a questo. Servono a mostrarsi un altro volto rispetto a quello delle consuete intemerate grilline. Servono a Davide Casaleggio, per ritagliarsi, senza più tutele paterne, la figura di guida autorevole del movimento anche fuori dai circoli online della piattaforma Rousseau che illumina custodisce regge e governa il Movimento. E servono al Movimento tutto, che infittisce così la sua interlocuzione con l’establishment economico e sociale del Paese, per accreditarsi come una forza tranquilla (così si diceva una volta), in grado di assumere le più alte responsabilità nell’interesse generale del Paese. Auguri.

(Il Mattino, 5 aprile 2017)

Se l’indole violenta si svela

quarto_potereLa denuncia dell’onorevole Luigi Di Maio segna un nuovo punto nella storia dei difficili rapporti dei Cinquestelle con l’informazione e va presa dunque con estrema serietà. Per il vicepresidente della Camera dei Deputati il Movimento è vittima di una campagna diffamatoria. La campagna diffamatoria è su tutti gli organi di informazione in queste giornate: a proposito delle polizze vita intestata alla ignara sindaca di Roma Virginia Raggi, che secondo Di Maio i giornali presenterebbero in un’ottica falsa e menzognera, formulando ogni genere di ipotesi diverse dalla mera generosità di colui che quelle polizze ha acceso, il fido Romeo.

Vi sono un paio di cose da dire su questo punto, e poi, più in generale, su quale debba essere il ruolo della stampa in un paese liberale e sul modo in cui invece lo concepiscono i grillini.

Di Maio afferma (non ipotizza: afferma) che i giornalisti hanno «diffamato» il Movimento. Ma la diffamazione a mezzo stampa è un reato: la denuncia andrebbe quindi presentata all’autorità giudiziaria. È invece al Presidente dell’Ordine dei giornalisti che Luigi di Maio si rivolge, segnalando casi di comportamenti «deontologicamente scorretti». Con tanto di nomi e cognomi. La prima scorrettezza sta però proprio nel parlare indifferentemente di diffamazione oppure di scorrettezze deontologiche: ma non sono la stessa cosa e non hanno le stesse conseguenze. Il vicepresidente della Camera dei Deputatituttavia sorvola piuttosto scorrettamente sulla distinzione.

Di Maio riporta poi le frasi vergognose per le quali chiede le scuse dei giornalisti. In nessuna di esse però si afferma che la stipula delle polizze configura un rapporto di tipo corruttivo; in tutte si ipotizzano invece spiegazioni diverse da quelle, evidentemente reputate poco credibili, fornite dai protagonisti della vicenda (comprese naturalmente le ipotesi poco commendevoli). Ora, questo modo di scrivere e raccontare può non piacere. La luce che getta sui fatti spesso li altera snatura. Attenzione, però: formulare ipotesi non è di per sé distorsivo, è anzi forma di una comprensione razionale della realtà (chiedere, all’occorrenza, a Aristotele e a Peirce, a Francis Bacon e a Sir Karl Popper). Può, è vero, accadere che le ipotesi siano formulate precisamente allo scopo di infangare, come lamenta Di Maio. E il retroscenismo può – è vero anche questo – promuovere pettegolezzi e illazioni al rango di analisi politiche. Ma se vi è un luogo dove questa maniera distorta di presentare le cose abbonda, tracima, straripa, esonda, trabocca e dirompe, condendosi regolarmente di insinuazioni e pregiudizi, di toni insultanti e iperboli offensive, questo è il blog di Beppe Grillo. Questa è, indubitabilmente, la cultura del Movimento Cinquestelle. Dal Vaffa Day all’ultimo post di Grillo, quello che leggo proprio adesso e dove i governanti europei compaiono del tutto gratuitamente con il titolo non proprio lusinghiero di «cleptocrati» (cleptocrazia, dice Wikipedia, è una modalità di governo che «rappresenta il culmine della corruzione politica»). E si tratta, come sa chiunque legga il blog, di un post dai toni tutto sommato sobri, incomparabilmente più misurati di quelli riservati ai casi di mala politica nostrani.

Ma se Di Maio si accorge solo ora di cosa significhi finire in quel circuito mediatico-giudiziario in cui si finisce per essere se non colpevoli colpevolizzati ben prima della sentenza di qualunque tribunale, beh: dimostra una sorprendente ingenuità. O forse – è un’ipotesi che non voglio nemmeno formulare – lancia solo ora l’allarme perché comincia a temere che prima o poi quel circuito lo possa carpire, afferrare, travolgere, per quanto innocente egli sia da ogni colpa. Una rilettura delle carezzevoli parole usate dal comico genovese nel corso degli anni potrà comunque rivelargli in quale mondo ha vissuto finora meglio di qualunque ulteriore commento.

Questa volta però è in gioco, con più forza di prima, il rapporto con il quarto potere, con l’informazione, la libertà di opinione e il diritto di critica. I grillinisono quelli che in passato rifiutavano di rilasciare dichiarazioni ai giornali italiani, che rifiutavano di andare in tv, e che in seguito hanno preso ad andarci solo alle condizioni da loro dettate (cioè rifiutando il contraddittorio con altri esponenti politici, cosa che – chissà perché – i conduttori gli concedono). I grillini sono quelli che respingono per principio la mediazione dell’organo di stampa, fingendo di non accorgersi che, ben lungi dall’essere diretta, immediata, tutta la loro comunicazione è non semplicemente mediata ma condizionata dallo Staff di Grillo, e sottoposta a precise limitazioni, volte a sedare ogni forma di dissenso, e raccolte sotto la clausola generale del danno d’immagine che verrebbe al Movimento da dichiarazioni non concordate, non condivise, non vidimate dal Capo politico. I grillini sono quelli che additano i giornalisti al pubblico ludibrio, e Grillo è quello che da ultimo si è inventato la più totalitaria delle invenzioni in argomento: la giuria popolare che sancisce la verità o falsità delle notizie.

Tutto questo è intrinsecamente violento. Non è violento nel senso che attenta direttamente, fisicamente alla sicurezza dei giornalisti. Ma nel senso che disconosce la figura della terzietà, cioè il presidio di libertà più prezioso costruito dalla civiltà liberale moderna: nelle forme generali del diritto come in quelle più recenti delle autorità indipendenti, o della stessa articolazione e separazione dei poteri. Le ripudia concettualmente, queste forme, prima ancora che praticamente. Perché non vede nel ruolo terzo interposto fra l’emittente (il blog) e il ricevente (il cittadino), in quello che domanda oppure interpreta, che riferisce oppure giudica, altro che un fattore di distorsione, mentre invece si tratta dell’unica protezione possibile contro ogni forma di indottrinamento. Dove la parola del Capo arriva senza rifrazione possibile, direttamente nella testa del militante, lì non è nemmeno più parola: è solo ordine e ubbidienza. Ed è così che può finire il dominio del diritto, e cominciare quello della violenza.

(Il Mattino, 8 febbraio 2017)

L’insostenibile trincea dei diversamente avversari

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C’è dell’ironia involontaria nella scelta del nome che i comitati riuniti a Roma da Massimo D’Alema si sono dati. Nome nuovo e simbolo nuovo: conSenso. L’ironia non sta tanto nel doppio significato della parola, scritta con la maiuscola in mezzo, quanto nell’ambizione: di quale consenso si parla? Del consenso di una formazione che, alla sinistra del partito democratico, dovrebbe raccogliere tutto il malcontento manifestatosi già a dicembre, con il No al referendum costituzionale. Raccoglierlo tutto non è un’impresa facile, perché alla sinistra del Pd si fa fatica a contare il numero di formazioni, forze e partiti che a vario titolo hanno la medesima aspirazione. L’elettore medio non lo sa, ma esiste ancora, da quelle parti, l’eredità comunista di Rifondazione; forse ne ha perso la memoria, ma ci sono ancora formazioni e associazioni verdi e ambientaliste. C’è Possibile, il movimento di Pippo Civati. C’è Sinistra italiana, anche se rischia di dividersi irreparabilmente nel corso del suo primo congresso. C’è Pisapia, che vuol fare una cosa tutta nuova. E sicuramente ci sono altre sigle, di cui non è facile serbare il ricordo. Poi, nel Pd, ci sono Cuperlo, Rossi, Emiliano, Speranza, Bersani: tutti avversari di Renzi ma, manco a dirlo, diversamente avversari.

Nulla di nuovo, in verità: il minoritarismo è una vecchia malattia della sinistra italiana. Proprio perciò, si potrebbe dire, questa volta l’ex Presidente del Consiglio sta facendo la cosa giusta, proponendo un’ipotesi di ricomposizione di un’area che, dopo la scoppola rimediata da Renzi al referendum, avrebbe davanti a sé una prospettiva politica chiara e larga.

In realtà, è vero esattamente il contrario. Quel che non si capisce è infatti perché la sinistra-sinistra dovrebbe trovare in Massimo D’Alema il suo campione. Dopo averlo per anni rappresentato come l’uomo dell’inciucio con Berlusconi, della Bicamerale, del patto della crostata, della Lega costola della sinistra e di Mediaset risorsa del Paese – per non dire della guerra nell’ex Jugoslavia, o della riforma del mercato del lavoro (che non comincia con il Jobs act, ma con i governi dell’Ulivo) – tutti quelli che sono usciti da sinistra prima dal Pds, poi dai Ds, poi dal Pd, trovando D’Alema ogni volta alla propria destra, ora dovrebbero invece affidare a lui le chance di rinascita della sinistra quella vera, quella tradita dal Pd di Renzi.

C’è dell’ironia involontaria, perché il consenso di cui si tratta non è quello che D’Alema e i suoi vogliono riconquistare, ma solo quello che vogliono erodere al Pd. D’Alema non vuole aggiungere, vuole sottrarre. Lo scenario neo-proporzionalista disegnato dalla decisione della Consulta glielo consente. Si può discutere se vi sia uno spazio politico per la formazione che D’Alema si prepara a far nascere; è indiscutibile che, con la nuova legge, vi sia uno spazio parlamentare. Piccolo, ma in uno scenario frammentato non insignificante. Perciò non c’è bisogno di particolari doti divinatorie: se, come è probabile, non si troverà un accordo sul Mattarellum proposto dal Pd e si rimarrà dentro coordinate di tipo proporzionale, si può star certi che conSenso nascerà.

Si dice: la storia della sinistra italiana è punteggiata di divisioni, da Livorno a Palazzo Barberini fino alle lacerazioni post-comuniste della seconda Repubblica. È vero, ma fratture e scissioni hanno avuto un senso diverso, a seconda della prospettiva politica in cui si inscrivevano: in un primo senso, si è trattato dell’integrazione nelle strutture dello Stato democratico e, quindi, dell’ingresso nell’area di governo; in un secondo senso, si è trattato di una chiave del tutto opposta, di rifiuto di qualunque compromesso con le regole della democrazia borghese. In un ultimo senso, si è trattato invece di un mero riflesso identitario, di una chiusura idiosincratica e difensiva rispetto a cambiamenti mal digeriti è mai accettati. In quest’ultimo senso Renzi è stato vissuto da D’Alema fin dal primo giorno in cui il sindaco di Firenze ha lanciato la sua opa sul Pd. Un estraneo, un usurpatore, un pericolo per la ragione sociale della ditta.

ConSenso nasce infatti non tra coloro che hanno votato No, non tra coloro che vogliono abbattere il capitalismo, non tra quelli che vogliono ritornare all’articolo 18 e neppure tra quelli che vogliono la democrazia diretta è nuove forme di partecipazione: nasce tra quelli che non vogliono Renzi. In conciliaboli privati , D’Alema del resto non lo nasconde: non è una questione programmatica, non può esserlo per chi ha discusso con Berlusconi di semipresidenzialismo, per chi vantava, quando era al governo, rigore nei conti e avanzi primari come neanche la Destra storica di Quintino Sella, di chi, infine, ha litigato aspramente con la Cgil di Cofferati. Non è una questione programmatica, è una questione politica in senso esistenziale, è una frattura incomponibile fra amici e nemici. In una fase storica profondamente segnata dal risentimento, che nasca un piccolo soggetto politico da una spinta di questo genere non può sorprendere. Che a farlo nascere sia l’ultimo erede del partito comunista di Togliatti e Berlinguer sorprende un po’ di più. Che infine non si veda, o si faccia finta di non vedere che torti e ragioni contano assai poco, perché il partito del risentimento non potrà mai essere conSenso, ma solo i Cinquestelle, ecco: questa è cosa che sorprende molto, molto di più.

(Il Mattino, 29 gennaio 2017)

I grillini, il palazzo e il profumo della prima volta

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Sono loro, i Cinquestelle, la più vistosa differenza fra quello che c’era ieri e quello che ci sarà domani, in esito a questa crisi. Perché sono cominciate le consultazioni del Quirinale, che prenderanno almeno un paio di giorni e sopratutto vedranno sfilare una ventina di gruppi parlamentari, e non si è sentito ancora nessuno che si scagliasse contro questi consumati riti della vecchia politica, o magari che chiedesse di mandare tutto in streaming, perché i cittadini hanno il diritto di sapere cosa dicono i loro rappresentanti.

C’è una ragione: il Movimento non è mai stato così vicino al Palazzo, alle istituzioni, al governo. Con qualche sussulto interno per via della corsa per la leadership ma vicini, vicinissimi. Intendiamoci. In nessuna delle soluzioni di cui si ragiona, è previsto che i Cinquestelle entrino in una qualche maggioranza. Si tratti di un governo istituzionale, di un governo di scopo, di un governo di responsabilità nazionale, di un governo del Presidente o infine di un Renzi-bis, i Cinquestelle non ne faranno parte. La loro richiesta rimane una: al voto subito. Dopodiché molto dipenderà dalla legge elettorale, naturalmente, ma il voto sarà comunque, con ogni probabilità, anche una risposta alla domanda se Grillo e i suoi siano, per gli italiani, pronti per governare.

Lo sono? Secondo Alessandro Di Battista sì. Nell’intervista data al giornale tedesco «Die Welt», ripresa da «Repubblica», uno dei più autorevoli esponenti del Movimento – secondo il giornale, il più popolare – ha provato a delineare i contorni di una forza che non è più, anzi non è mai stata un semplice movimento di protesta. Che ha le idee chiare sui temi decisivi dell’attuale fase storica, quelli che determinano le linee di faglia lungo le quali si dispongono le principali formazioni politiche in Europa. Anzitutto l’immigrazione e l’euro. Sul primo tema, Di Battista è lapidario: «chi è privo di diritto d’asilo deve essere espulso». Sul secondo un po’ meno, nel senso che non dice esplicitamente che l’Italia deve uscire dalla moneta unica (i grillini vogliono che a decidere sia un referendum), ma attribuisce all’euro la responsabilità di tutti o quasi i mali dell’economia italiana.

Se a queste indicazioni aggiungiamo l’enfasi sulla green economy, l’idea di rilanciare lo sviluppo economico del Paese su enogastronomia, turismo e cultura, la lotta alla corruzione, la ricerca di una base sociale nella piccola e media impresa, la diffidenza verso la finanza che ruota intorno alle grandi banche, bene: otteniamo tutti i colori che Di Battista usa per completare il suo ritratto del Movimento. Che sono però due soltanto: il nero e il verde.

Di rosso, infatti, ce n’è pochino. Ma forse perché di rosso ce n’è sempre meno in tutta Europa: nell’Austria che domenica scorsa si è affidata al candidato verde per battere il candidato nero alla presidenza della Repubblica. E nella Francia che sembra andare sempre di più, alle presidenziali del 2017, a una sfida fra la destra lepenista e quella moderata, per archiviare definitivamente il settennato di Hollande. D’altronde, se si guarda dentro il partito socialista europeo: pure lì, il rosso sbiadisce sempre di più.

Ora però, tornando in Italia, il carattere antisistema o antipolitico del Movimento non dipende forse dal fatto che quei colori non erano compresi nella tavolozza costituzionale della prima Repubblica (e neanche nel progetto originario della comunità europea)? Il solo fatto di impiegarli ha effetti dirompenti. D’altra parte, lo scenario non solo politico, ma culturale e ideologico della prima Repubblica è cambiato, ormai un quarto di secolo fa, e tutti questi anni non sono bastati ad allestirne uno nuovo. La proclamata fine delle ideologie è, in realtà, la fine di alcune ideologie soltanto, perché è difficile non definire ideologiche certe prese di posizione, come quella dell’espulsione per tutti i migranti (fatti salvi, buon dio!, i soli richiedenti asilo) o il referendum sull’Euro (che procurerebbe più sobbalzi all’economia di quanti ne procuri la pura e semplice uscita). Si può dire anzi il contrario: che ad avere maggior fortuna elettorale sono proprio le forze in grado di innalzare la temperatura politica del voto, di investirlo di significati netti, persino drammatici, ben lontani dalla retorica delle necessarie riforme o dal ritornello grigio e burocratico della responsabilità.

Se così non fosse, il passaggio che l’Italia è chiamata ad affrontare non sarebbe così stretto. Perché la tavolozza dei colori è ormai mutata, e la sconfitta di Renzi è anzitutto la sconfitta di una via d’uscita dalla crisi della seconda Repubblica in grado di assorbire e far arretrare i Cinquestelle. Ma loro non sono arretrati; sono, anzi, avanzati.

E anche se una legge elettorale di impianto proporzionale dovesse svolgere la funzione di tenere i grillini lontano dall’area di governo, neanche così sarebbe un mero ritorno al paesaggio della prima Repubblica. Che aveva altri colori, un altro sistema politico e un altro orizzonte ideologico.

(Il Mattino, 9 dicembre 2016)

Grillo e gli altri: la sfida che verrà

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Massimo Adinolfi: Caro Direttore, ieri nel commentare a caldo il risultato del voto, mi sono servito dell’idea contenuta in un gran libro, «Malacqua». Ma in realtà meno per l’immagine di una pioggia ininterrotta che scende e ridiscende senza tregua, presagio di qualche funesta sventura, che per l’evocazione finale del mago della pioggia, Grillo. Non voglio scomodare la categoria del populismo a proposito del voto di ieri, anche se giudico sciocca l’obiezione di chi risponde dicendo che non si può considerare populista il 60% degli italiani. Certo che no: infatti il populismo è una malattia della politica, delle sue classi dirigenti. Non è il popolo ad essere populista, ma se mai i leader di turno. Detto ciò, resto convinto che il No abbia un significato politico più grande del merito della riforma costituzionale, e molto diverso da quello di un soprassalto di virtù civiche, repubblicane e antifasciste (qualunque cosa ne pensi l’Anpi). Questo significato sta nel rigetto delle diverse declinazioni delle politiche europee di uscita dalla crisi, un po’ più liberali o un po’ più socialiste che siano. In mancanza di alternative reali, tangibili, che mordano davvero la realtà di vita delle persone, meglio confidare nel repulisti proposto dal mago o dai maghi a Cinquestelle. Può darsi che Renzi abbia sbagliato a personalizzare o che abbia sbagliato strategia, ma francamente non avrei saputo suggerirgliene un’altra, se non proprio quella di evitare di portare a referendum la riforma costituzionale.

Alessandro Barbano: Caro Professore, evitare il referendum poteva e forse doveva essere la scelta di un leader legittimato dalle elezioni, ma non è questo il caso di Renzi. La genesi del suo governo spiega perciò in parte l’errore strategico della consultazione, assieme al clima dei tempi, che vuole che tutto si decida in una pubblica piazza. Ma di errori tattici Renzi ne ha invece commessi due, e la sua assunzione di responsabilità in diretta TV dopo il risultato del referendum rappresenta un’indiretta ammissione. Il primo, come molti hanno notato, riguarda l’aver personalizzato la battaglia referendaria, non solo e non tanto perché questa scelta ha definito i tratti di una sfida di uno contro tutti – che comunque era l’obiettivo dei suoi rivali – ma perché gli ha impedito di spaccare i fronti avversari andando a pescare alleanze trasversali capaci di portare consensi accessori alla sua causa. Il secondo errore riguarda l’unificazione delle modifiche costituzionali in un unico quesito, che ha trasformato una contesa sui contenuti in una contesa sui simboli. In un Paese la cui cultura politica è storicamente costruita sui simboli e refrattaria ai contenuti, la scelta è stata un involontario assist agli avversari, intenzionati a trasformare il voto sulla costituzione in un referendum sul premier. Ma gli errori di cui parliamo sono anche il riflesso della forte pressione mediatica che la politica subisce nel Paese, e che suggerisce, a chiunque voglia proporsi e confermarsi leader, di personalizzare la sua opzione. Diciamo che il premier ha risposto a una necessità del nostro sistema ma fatto male i calcoli. Personalizzando la battaglia referendaria, ha riacceso la passione civile dei cittadini italiani nel momento meno indicato: in primo luogo quando la sua immagine iniziava a subire un certo appannamento, pagando il prezzo inevitabile di riforme necessarie ma scomode e non prive di difetti, come quella della scuola, in un Paese geloso del suo immobilismo; in secondo luogo quando spirava un vento antielitario che non era, come qualcuno credeva, una tramontana di tre giorni, ma piuttosto un monsone destinato a segnare un’intera stagione di instabilità in Europa e in Occidente.

A tal proposito la mappa del risultato elettorale ci consegna una divisione netta dell’Italia del sì e del no attorno ad alcune coordinate: la geografia, il censo e, in minor misura, il livello di istruzione. Il No sfonda a Sud e nei vari Sud del Paese, tra i ceti meno abbienti e meno istruiti, cioè in un’area di esclusione sociale che la crisi del ceto medio ha acuito, e a cui si accompagnano ampissimi spezzoni della burocrazia pubblica, come la scuola, l’università e parte del pubblico impiego, affetti da una cronica frustrazione. Il Sì raccoglie proseliti nella parte alta della piramide sociale, tra gli imprenditori e i liberi professionisti, perdendo smalto man mano che si scende verso la base. È impressionante la proporzione diretta che esiste nelle metropoli tra il risultato del Sì e il reddito pro-capite: a Napoli, nei quartieri di Chiaia e Posillipo i favorevoli alla riforma superano il 46%, come nella città metropolitana di Milano. Al Vomero e all’Arenella scendono poco sopra il 30%, e nei quartieri periferici e più deboli di Scampia e Secondigliano non arrivano al 25. Questa geografia racconta una classe dirigente assediata in un centro genericamente metropolitano che non ha più contatti con il resto della società, e, attorno, le guarnigioni della rabbia e della protesta sociale con i loro condottieri, che si contendono le spoglie della democrazia rappresentativa. È un’iperbole drammatica, ma non molto lontana dalla realtà.

Poi ci sono i giovani. La loro adesione al No è plebiscitaria, ma non deve stupire: se hanno inibito fino ad annientare la loro naturale spinta trasformativa è perché hanno maturato coscienza piena del tradimento generazionale. Sono quelli che di più soffrono lo scarto apertosi nelle società globali, e in Italia in misura maggiore, tra aspettative e realizzazioni concrete. E qui entra in gioco la modesta performance di quelle che lei definisce le ricette liberali e socialiste rispetto alla crisi. Mi piace raccontarla in altro modo: è cioè l’incapacità della democrazia in Europa di governare l’innovazione e i suoi effetti bifronti sulle società postmoderne.

Ma torniamo al referendum. Quello che lei chiama mago della pioggia, e cioè Grillo, ha saputo far convogliare questa enorme massa di disagio in due canali: nel primo ha utilizzato il radicalismo morale per dare forma alla protesta e alla rabbia sociale; nel secondo ha sviluppato una dialettica partecipativa dal basso attraverso la rete, che ha riempito il vuoto lasciato dalla caduta dei corpi intermedi della politica tradizionale. Alla morte delle sezioni e dei circoli, allo scolorire dei comizi e di tutte le infrastrutture immateriali del vecchio pensiero politico, Grillo ha sostituito le piazze virtuali dove la passione civile si propone e si percepisce come autodeterminazione. È un’illusione, utopia di una democrazia diretta attraverso il web, ma non ancora smentita alla prova dei fatti, perché le esperienze di governo dei Cinquestelle, per quanto modeste o fallimentari, ancora non fondano quella che si direbbe una prova politica. Tant’é vero che la fretta che i grillini hanno ora di andare al voto è pari tanto alla convinzione di trovarsi con l’onda dei consensi in poppa, quanto alla preoccupazione di non subire un danno reputazionale dal protrarsi dell’avventura di Virginia Raggi alla guida del Campidoglio.

M.A.: Caro Direttore, quanto agli errori tattici seguiti sono d’accordo soprattutto su un punto: era il momento meno indicato. Sono meno d’accordo invece sulla personalizzazione, e meno ancora sull’opportunità dello spacchettamento. Sulla personalizzazione, in fondo lo dice lei stesso: è nelle cose, prima ancora che nelle scelte di leadership. Difficile del resto capire con quali altre armi Renzi avrebbe potuto motivare il suo elettorato. Più che su un limite di Renzi, mi sembra che ragioniamo su un limite ormai cronico del sistema politico italiano.

Lo spacchettamento, invece, proprio no: non credo che sia possibile fare una buona riforma per via referendaria, ritagliando con le forbici il lavoro fatto dal Parlamento. È chiaro che la suddivisione in più quesiti avrebbe magari consentito di vincere su alcuni punti minori, come l’abolizione del Cnel o quella delle Province. Forse Renzi avrebbe in tal caso limitato i danni, ma la sostanza del giudizio politico sarebbe rimasta immutata.

Del resto, la sua analisi è di gran lunga più convincente quando affronta i dati reali: la crisi e lo scollamento del ceto medio, il disagio fin quasi all’estraneità delle classi meno abbienti, il disincanto delle giovani generazioni. Gli errori tattici credo non abbiano inciso quasi per nulla: se è fondata la sua analisi, e credo lo sia, anche a non volerli commettere sarebbe cambiato molto poco.

Al tirar delle somme, resta il fatto che Matteo Renzi ha pensato di proporre al Paese come volano del cambiamento una riforma dell’ordinamento della Repubblica, a mio giudizio incisiva, che rispondeva a delle obiettive necessità di sistema, ma che non riguardava da vicino le condizioni reali di vita delle persone. E il Paese ha risposto di no, che non crede affatto che la ripresa economica e sociale dipenda da una migliore organizzazione dei poteri pubblici.

Questo è il nodo della questione. Sono francamente ridicoli quelli che si inebriano al pensiero che gli italiani hanno scelto – magari previa consultazione di un buon manuale di diritto costituzionale – fra Calamandrei e Boschi, fra Togliatti e Renzi, fra vecchi e nuovi costituenti. Gli italiani hanno detto chiaro e tondo, invece, che non è questo il punto: i giovani hanno detto che temono per il loro futuro, le piccole imprese hanno detto che pagano ancora troppe tasse, il personale scolastico che sono scivolati indietro nella considerazione della società e via di questo passo. So bene, e mi duole, che c’è in questo ragionamento un pericolo classista: i temi costituzionali non sarebbero per la generalità delle persone. Allora correggo il tiro e torno alla preoccupazione machiavelliana per l’occasione: questa non era l’occasione. Il momento non era opportuno, per tutti i motivi che lei ha spiegato. Che assumano però a uno: la crisi non è affatto alle nostre spalle.

Anche Renzi ha provato a correggere il tiro, in verità, cercando di imprimere alla riforma il significato di una legge contro la casta: non c’è riuscito, e non poteva riuscirvi. Perché quel fronte è ormai presidiato dai Cinquestelle, perché non si fanno le riforme costituzionali per tagliare i costi della politica, e perché dopo quasi tre anni di governo quello che dovevi fare su questo fronte dovevi averlo già fatto. Se pensi che le elezioni si vincono ancora su quel versante, coi tagli agli indennizzi e alle poltrone, hai perso prima ancora di cominciare.

Ora però resta da capire che fare. Con buona pace di tutti gli altri – la sinistra del Pd e le altre frange di contorno, i vari pezzi del centrodestra – si avvicina sempre più il momento in cui agli italiani le elezioni chiederanno una cosa soltanto, se vogliono o no un governo pentastellato (un monocolore?). Io mi auguro solo che le altre forze politiche si attrezzino sul serio per misurarsi con questa domanda, la sola che conti, perché dalla Brexit a Trump si è visto ormai che l’elettorato non teme più il salto nel buio, l’avventura o l’inesperienza. Anzi: magari è proprio quello che vogliono! La parola stabilità piace ai mercati e alle persone responsabili, ma non vuol dire nulla per chi ha le tasche vuote.

A.B.: Caro Professore, c’è un segnale nelle reazioni pentastellate al referendum che spiega il tentativo del movimento di compiere un salto di qualità e proporsi come forza di governo. «Non chiamateci più populisti», diceva l’altra sera in TV Alessandro Di Battista, rivendicando con la vittoriosa difesa della Costituzione un’acquisita maturità. Che evidentemente non c’è, e non può esserci, per debolezza e ambiguità di un pensiero politico in cui coesistono, a fianco ad alcune intuizioni felici, troppe contraddizioni. E non può esserci, ancora, fino a quando la selezione della classe dirigente pentastellata oscillerà tra il settarismo di una comunità arbonara e ll’anomia di un plebiscito internettiano.

Ma, come lei dice, la mancanza di maturità non esclude la vittoria, soprattutto se i partiti tradizionali, e in primo luogo il Pd, continuano a suicidarsi cronicizzando uno scontro all’ultimo sangue dietro il quale i cittadini non vedono che una lotta di potere fra fazioni. Non v’è dubbio che il Movimento sia la forza politica, anche attraverso la Rete, è riucita a sintonizzarsi meglio con gli umori del Paese, e in parte a determinarli. Lo ha capito Matteo Renzi, che dimettendosi anticipatamente in pubblico davanti alla TV e non, come vorrebbero le forme ufficiali della demmocrazia, sul Cole davanti al capo dello Stato, ha ritrovato il lessico del «cuore» smarrito nel Palazzo, suscitando emozione e rispetto tra i suoi sostenitori, ma anche tra gli avversari. Un congedo in stile populista, il suo, se dovessimo definirlo secondo i canoni della tradizione. Ma, che piaccia o no, la politica in Italia è rmai questo. E se per salvare la sostanza della democrazia rappresentativa bisogna giocare sulla mozione degli affetti, allora sì, forse ha ragione lei: la personalizzazione è il linguaggio obbligatorio del leaderismo contemporaneo. A tempo scaduto il premier è sembrato ribadirlo. A tempo scaduto, ma lui sa bene che stanno per iniziare i supplementari e che la partita è ancora alla sua portata.

(Il Mattino, 6 dicembre 2016)

L’eccezione di Matteo cancellata

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Tanto tuonò che piovve. Bisognerà, al solito, aspettare i dati definitivi, ma la pioggia è arrivata. E forse continuerà, come nel piccolo, prezioso capolavoro di Nicola Pugliese, Malacqua, la pioggia continuerà fin quando non si sarà «reso palese l’accadimento». Perché ancor prima della sconfitta di Renzi c’è nelle urne di ieri (se i risultati confermeranno le previsioni) un vincitore indiscutibile: i Cinquestelle, insomma Beppe Grillo e i suoi. Difficile pensare che siano altri a potersi intestare la vittoria. E l’accadimento è quello preconizzato fin dall’inizio: la liquidazione di un’intera classe politica inetta e corrotta, su cui il Movimento ha costruito le sue fortune elettorali. E che continua, come la pioggia di Malacqua: che scende e ridiscende interminabilmente.

Il referendum costituzionale aveva infatti un oggetto di merito – la fine del bicameralismo paritario, la ridefinizione dei rapporti tra Stato e Regioni, e insomma un certo numero di articoli sui procedimenti legislativi, il CNEL, gli istituti della democrazia diretta, le Province e qualcos’altro ancora – ma l’eccezionale percentuali di affluenza, ben al di sopra di quelle delle ultime consultazioni referendarie, dimostra che al voto si è andati ben dentro uno schema politico, il cui significato è ancora una volta lo stesso (ripetiamolo: con i dati di cui attualmente disponiamo): il ceto dirigente, la «casta» va spazzata via. Va buttata giù. L’eccezione che Matteo Renzi aveva rappresentato, con il voto alle Europee del 2014, stando così le cose sarebbe cancellata.

Non è facile prevedere come se ne verrà fuori, nei prossimi giorni e nelle prossime settimane. Ma resta un punto di fondo, al quale la seconda Repubblica rimane evidentemente inchiodata: il rapporto di fiducia tra le classi dirigenti e il resto del Paese non si è ancora riannodato. La crisi economica e sociale è sempre più – anche in altri Paesi, non solo in Italia – una crisi democratica, che si esprime in una reazione di rigetto nei confronti dell’establishment, o di ciò che viene così descritto. Mondi come quello del lavoro dipendente, della piccola impresa, della scuola, appaiono sempre più lontani dalla rappresentanza politica e sindacale, sia dal punto di vista dell’espressione di voto che, più in profondità, dell’affidamento simbolico e culturale a ciò che la mediazione politica dovrebbe significare, nella ricerca di un interesse generale intorno al quale costruire una prospettiva di crescita complessiva del Paese.

Quella prospettiva non c’è, non viene afferrata o non viene rappresentata. Gli elementi di socialità che temperavano le leggi di mercato grazie al compromesso del Welfare State, si sono sempre più ridotti. C’è di volta in volta una logica economica, un quadro di compatibilità, un insieme di impegni istituzionali, un sistema di valori, un corredo di politiche o anche semplicemente un principio di realtà che viene respinto. Perché restringe sempre di più lo spazio di chi ne apprezza i benefici, mentre amplia la platea di chi invece se ne sente escluso. I governi – tutti i governi, non solo quello italiano – si presentano come cementati in un unico blocco: saldato in uno con l’assetto finanziario che sorregge l’euro, in uno con l’edificio della globalizzazione, in uno con l’architettura istituzionale nazionale e sovranazionale.

Questo blocco ispira sempre meno fiducia. Soddisfa sempre meno i bisogni delle persone, mentre per altro verso continua ad alimentarne i desideri. Più si allarga questa forbice – fra ciò che sarebbe possibile, e ciò che è invece tristemente reale – più prevale il risentimento nei confronti di quelli che del blocco fanno parte. Dall’altra parte sta Grillo, stanno (di nuovo: non solo in Italia) le formazioni populiste, capaci di innescare meccanismi di identificazione molto più forti, molto più immediati.

A questo dato che una volta si sarebbe detto strutturale, si aggiunge un elemento di carattere sovrastrutturale, che di nuovo premia forze politiche come quella dei Cinquestelle. Nell’età della disintermediazione, la capacità di politica che i partiti sono in grado di sviluppare si è quasi azzerata. Il consenso non si costruisce più dentro i corpi intermedi; il professionismo della politica è respinto; l’idea stessa della rappresentanza è guardata con sospetto, e la sfera pubblica è sempre più segmentata in nicchie personalizzate, che sempre meno sfociano in uno spazio comune, condiviso, universale.

Il referendum, nel suo oggetto, c’entra forse poco con tutto questo. Ma è caduto dentro un’onda più lunga, che si è sollevata molto più in alto di quanto Renzi immaginasse. Sarà stato un errore dare al cambiamento le vesti di un passaggio sulla riforma dell’ordinamento della Repubblica, o sarà che l’acqua continua a cadere incessantemente: in ogni caso è sempre più da credere che sarà Grillo, più di ogni altro, a provare a vestire ora, innanzi agli italiani, i panni del vero mago della pioggia.

(Il Mattino, 5 dicembre 2016)

La lotta politica sulla pelle dei malati

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È civile un Paese in cui un esponente politico chiede l’arresto di un altro esponente politico? È civile un Paese nel quale  il primo – poniamo: un vice presidente della Camera dei Deputati – chiede l’arresto di un altro – per esempio: il Presidente di una importante Regione del Paese –? È civile un Paese nel quale il primo chiede l’arresto del secondo non sulla base di provvedimenti dell’autorità giudiziaria, non previo accertamento della commissione di reati, ma perché ha lui stesso individuato il reato? Perché così va, in questo Paese: il vicepresidente della Camera dei Deputati, Luigi Di Maio, afferma che in un Paese civile il governatore campano, Vincenzo De Luca, dovrebbe essere agli arresti. In carcere. In gattabuia. Forse è l’effetto Trump: in campagna elettorale il candidato repubblicano aveva detto infatti che avrebbe nominato un procuratore speciale per mettere sotto inchiesta la Clinton e farla arrestare. Di Maio è solo un po’ più sbrigativo: direttamente in galera, senza passare per la nomina di un procuratore.

Questa, naturalmente, è soltanto la sua idea di civiltà. Ed è un’idea molto lontana dal livello di civiltà giuridica che i paesi europei hanno raggiunto, più o meno da un paio di secoli. Però Di Maio ci fa il piacere di lasciarci immaginare cosa sarebbe il Paese civile che avesse lui alla sua guida: dopo tutto non è nemmeno un’ipotesi così peregrina, visto che è pur sempre il più papabile candidato premier dei Cinquestelle. Sarebbe un Paese in cui uscite sopra le righe come quelle di De Luca costerebbero la detenzione.

Ma intanto il Paese che abbiamo è questo: un Paese in cui Luigi Di Maio si scandalizza per il linguaggio del governatore campano, e tutto infervorato, e tutto consumato dal sacro fuoco dell’indignazione, ne spara una di gran lunga più grossa. Era infelice la battuta di De Luca sulla Bindi? Certo, lo era. Ed era spudorato il comizio di De Luca agli amministratori locali, con il suo elogio iperbolico del perfetto sindaco clientelare? Sì, lo era. Ma è frutto di una incultura giuridica molto più pericolosa, e di una mentalità intrisa di estremismo giacobino, la più lontana possibile da ogni idea liberale della politica e del diritto, l’incitazione all’arresto di De Luca, da parte di Di Maio? Sì, lo è.

Dopodiché cosa succede? Che in commissione tutto si ferma, e quel provvedimento che doveva modificare le regole del commissariamento straordinario, consentendo di riportare la sanità campana (e quella calabrese) sotto la responsabilità politica del governatore, viene sospeso. Chi se la sente infatti di difendere De Luca, mentre il tribunale dei Cinquestelle ne chiede l’arresto per voto di scambio? Non parlano già di schifezza ed abominio (come se la gestione commissariale di questi anni avesse regalato servizi migliori in qualità e quantità)? È chiaro che ora la materia scotta, ed è perlomeno inopportuno, politicamente parlando, mettersi per questa strada. A pochi giorni dal voto referendario, era difficile sfuggire a questa considerazione. Così anche il ministero della Salute ha cominciato a frenare. E addio emendamento.

Ora che quel che succederà dopo il 4 dicembre nessuno lo sa. Bisogna spiegarlo però ai cittadini campani. E spiegarlo bene, perché la sanità è la gran parte del bilancio regionale, oltre ad essere insieme al lavoro, in cima alla preoccupazione delle persone. Senza l’emendamento, la sanità continua a rimanere al di fuori della conduzione del governo regionale. Ospedali, farmaci, prestazioni: tutto. In un Paese civile, questo non accadrebbe se non in via del tutto eccezionale, e per un tempo molto limitato. In un Paese civile, ci si dovrebbe preoccupare piuttosto di come fare perché i politici rispondano del loro operato dinanzi alla pubblica opinione e, in occasione del voto, all’elettorato. Nel nostro Paese, invece, si risponde a Luigi Di Maio.

(Il Mattino, 23 novembre 2016)

Raggi, un nuovo schiaffo per la giunta: anche Tutino rinuncia all’assessorato

immagineLa saga dell’assessore al bilancio del Comune di Roma continua e non se ne vede la fine. Virginia Raggi, la Sindaca, ha detto a Palermo, lo scorso weekend, che l’ultima moda della stampa che imperterrita si accanisce contro di lei sono le sue orecchie.

Sarà. Ma non si tratta precisamente di orecchie, quando trascorrono più di cento giorni e la nomina dell’assessore non arriva. Non è poi così frequente che la Capitale d’Italia rimanga per oltre tre mesi senza una pedina fondamentale, senza l’uomo che deve far quadrare i conti pubblici (che a Roma quadrati non sono). Non è neppure quello che la Raggi aveva promesso ai cittadini, in campagna elettorale.

A ciò si aggiunga che, in realtà, si tratta di nominare il terzo assessore al Bilancio, visto che il primo, Marcello MInenna, si è dimesso dal mandato per insanabili contrasti politici, mentre il secondo, Raffaele De Dominicis, non ha fatto a tempo ad essere indicato che subito la sindaca ci ha ripensato e lo ha revocato, avendo scoperto che non era in possesso dei necessari requisiti (non giuridici ma, a quanto doveva parerle, morali).

Il Movimento Cinquestelle ha insomma già maciullato un paio di nomi. Ora è la volta di Salvatore Tutino, anche lui come il predecessore (predecessore per modo di dire) magistrato della Corte dei Conti. Il suo nome circolava da alcuni giorni, ma appena è sembrata cosa fatta è partito un robusto fuoco di sbarramento. Il capo d’accusa: far parte della casta. La Raggi aveva detto chiaramente agli altri esponenti di punta del Movimento che la scelta dell’assessore sarebbe toccata a lei e non ad altri che a lei. Ma non è bastato a fermare gli attacchi, a cominciare – dicono le cronache – da quelli di Roberto Fico, che Tutino proprio non lo voleva. Così Tutino ha dovuto rinunciare: «Attacchi del tutto ingiustificati minano alla base ogni possibilità di un proficuo lavoro». E tanti saluti al Campidoglio.

Ma a proposito di orecchie e padiglioni auricolari: siccome il nemico ti ascolta, è d’uopo tacere. Così Beppe Grillo ha twittato: «Ringrazio di cuore tutti i portavoce M5S che non faranno né dichiarazioni né interviste su Roma nei prossimi giorni. Grazie di cuore a tutti».

Il capo politico – perché i grillini dell’«uno vale uno» un capo ce l’hanno e non possono non averlo, visti i casini in cui si stanno infilando – il capo ha imposto a tutti il silenzio stampa, come succede alle squadre di calcio che perdono una partita dietro l’altra. Il Presidente chiama a rapporto l’allenatore, e vieta ai tesserati del club di parlare con gli odiati giornalisti.

Prima o poi la vicenda si chiuderà e Roma, abituata del resto al gioco delle fumate nere e delle fumate bianche del conclave cardinalizio, avrà il suo assessore. Ma resta qualcosa di più di un’impressione di inadeguatezza in capo alla sindaca. Perché non si tratta di difficoltà amministrative, non ci sono provvedimenti o delibere che dividono i dirigenti pentastellati. Tutto questo deve ancora avvenire: la concreta attività di giunta non è neppure cominciata. Si tratta invece di una lotta di potere serrata. Si tratta di nomine, di persone che la Raggi vuole che rispondano innanzitutto a lei e che godano della sua fiducia, e che invece il Movimento vuole controllare da vicino.

La geografia dei Cinquestelle dice che la Raggi ha contro i grillini antemarcia, e in particolare le esponenti romane di maggiore peso, Roberta Lombardi e Paola Taverna. Ma c’è comunque un nodo di fondo che rimane irrisolto. Tutte le volte in cui Virginia Raggi rivendica indipendenza e autonomia si urta contro l’ideologia pentastellata del mandato imperativo, contro il vincolo di mandato che è, però, quintessenziale al Movimento. Ora Tutino farebbe parte della casta per via di stipendi e pensioni di cui godrebbe: di qui l’accusa, le tensioni, le dichiarazioni, infine la rinuncia. Ma in realtà il solo fatto che un diaframma rappresentativo si interponga fra la base e gli eletti scatena prima o poi attacchi e risentimenti. È così fin dall’elezione, a Parma, di Pizzarotti, il primo sindaco grillino di una città di medie dimensioni. Che non a caso sta finendo in questi giorni definitivamente fuori dal Movimento. Non ci possono infatti essere rappresentanti, tra i Cinquestelle. Almeno in linea di principio. Perché di fatto ci sono, e non possono non esserci, dal momento che la legge assegna poteri e prerogative alla Sindaca, non certo a Roberto Fico (questa volta) o a Roberta Lombardi e Paola Taverna (le altre volte). Così lo scontro è inevitabile, ed è altrettanto inevitabile che avvenga non in consiglio comunale, ma da qualche altra parte tra la villa di Grillo, l’azienda di Casaleggio, gli uffici dei deputati o la stanza della sindaca. I grillini, campioni di democrazia e di regole per i quali tutto il resto del mondo politico affonda nell’illegalità e nella corruzione, non riescono insomma a dare chiarezza, formalità e certezza al modo in cui procedono nel rapporto con gli eletti. Non lo sanno, ma è, o sarebbe, moralità anche questa.

(Il Mattino, 28 settembre 2016)

I grillini nudi, senza il totem dell’onestà

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La riservatezza, l’ipocrisia, il compromesso. Da un lato. E dall’altro l’ambizione, il potere, la forza. Ora, si provi a far politica eliminando tutto questo: rinunciando alle ambizioni degli uomini, all’uso (legittimo) della forza, alla gestione del potere. Ma anche alla necessaria riservatezza che protegge ogni forma di accordo o di mediazione, all’ipocrisia spesso necessaria per cucire i rapporti, salvare le apparenze, lavorare in squadra. E infine ai compromessi su principi o valori chiamati a confrontarsi con la realtà sempre prosaica del mondo. I Cinquestelle hanno pensato forse che fosse possibile qualcosa del genere, qualcosa che ovviamente ha i contorni ideali della purezza, dell’onestà, della sincerità ma che purtroppo non ha, non riesce ad avere la forma della politica.

Ora succede che la sindaca Virginia Raggi ha mentito, o forse ha solo omesso di dire (distinzione ipocrita quant’altre mai), che l’assessore Muraro ha taciuto, poi ammesso a bassissima voce (altra ipocrisia), quindi smentito o precisato o corretto. Succede che uno, Di Maio, diserta l’appuntamento televisivo, e l’altro, Di Battista, diserta la manifestazione pubblica. Succede infine che il Movimento che aveva fatto della trasparenza, dello streaming, della partecipazione online una bandiera, di colpoammutolisca: Grillo non dice nulla (al più lascia filtrare: ipocrita), Davide Casaleggio è inavvicinabile, e nulla compare sui blog e le bacheche dei leader del movimento.

Una punizione, una forma di contrappasso che neanche Dante Alighieri avrebbe saputo immaginare così dura, rapida e perfetta. Il fatto è che, privatisi di strumenti essenziali alla vita politica, rimasti solo con il grido: “Onestà! Onestà!” strozzato in gola, i grillini non sanno come venirne fuori. Che vuol dire, ben al di là della crisi in corso, come salvare un’ideologia totalmente impolitica ed esercitare insieme la responsabilità politica, che i romani hanno pur sempre conferito loro alle elezioniamministrative, cartina di tornasole di ogni futura prova di governo.

Le due cose non stanno insieme, e non perché la politica è inguaribilmente corrotta, marcia, irredimibile. Al contrario: proprio l’aver pensato che la politica fosse inguaribilmente corrotta marcia e irredimibile li ha costretti a rifiutarne completamente la forma. In termini psicanalitici, si direbbe che i grillini hanno qualche problema con il principio di realtà. Di qui i narcisismi e, ora, gli isterismi.

Parliamoci chiaro, infatti: quello che è successo a Roma è nulla, o quasi. E invece rischia di affossare tutto, e di sommergere tutto: un assessore, una giunta, un Movimento. C’è un nuovo assessore al bilancio scelto dalla sindaca sentendo non organi di partito (esistono?) mauna persona amica, di cui si fida. E c’è un’indagine in corso a carico di un altro assessore, indagine che è solo agli inizi, di cui si sa molto poco, e che peraltro interessa una materia assai controversa, in cui si mescolano interessi e lotte di potere. Quisquilie. Pinzillacchere. In qualunque parte del mondo, un sindaco e il suo partito saprebbero come attutire l’impatto di queste piccole grane, e troverebbero il modo di affrontare politicamente anche i contrasti interni al Movimento (“raggio magico”contro mini-direttorio romano). Invece per i Cinquestelle diventano due patate bollenti impossibili da maneggiare. Se ora uno domandasse per esempio, a un cittadino della Capitale: “vuoi la soluzione dei problemi finanziari della città e del problema dei rifiuti, anche se il costo èqualche compromesso con i poteri reali, maniere un po’ più spicce e la testa di questo o quell’esponente politico?”, non vi è dubbio che la risposta sarebbe: “fate pure le vostre lotte, ma datemi una città risanata”. Ma il guaio è che i grillini non sono in condizione di porre quella domanda né esplicitamente né implicitamente (e ovviamente si dovrà vedere – se si potrà vedere – cosa sapranno fare), cioè non sono in condizione di fare politica. Continuano a pensare che basti l’onestà, e sono anche disponibili a considerare indispensabile la competenza, per cui si sforzano di trovare ed esibire come uno scalpo le competenze tecniche conquistate alla causa (vedi il ricorso ai magistrati), ma non sono disponibili a confessare, anzitutto a se stessi, che in politica è in gioco ben altro. Non sanno, non vogliono sapere, che la politica è una di quelle dimensioni che sul cammino della civiltà gli uomini hanno costruito per spostare su mete socialmente condivise una certa quota di aggressività primaria, ineliminabile ma per fortuna regolabile. A condizione ovviamente, di riconoscerla, invece di negarla come struzzi.

Si chiama sublimazione. E in certo modo un meccanismo simile c’è persino nella Bibbia, se è vero che la colpa di Adamo fu felice, perché diede origine alla storia della salvezza. Vale a dire: qualcosa di non propriamente commendevole è potuta servire a maggior gloria di Dio. Ma i Cinquestelle sono oltre la Bibbia: non accettano nulla che sia meno che commendevole,  tracciano una linea che impedisce loro di pareggiare, compensare o mediare. E alla fine impedirà anche di agire politicamente.

(Il Mattino, 7 settembre 2016)