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Luca Caselli e un vecchietto

Alle 18.10 di domenica 20 settembre, Luca Caselli, nato a Sassuolo il 19 settembre 1972, tre figli, laureato in giurisprudenza e avvocato libero professionista, consigliere comunale dal 1995 e dal 2004 anche consigliere provinciale, membro del Comitato Provinciale del PdL di Modena e sindaco di Sassuolo in carica, si è guardato intorno, ha guardato poi con evidente irritazione il vecchietto che aveva a fianco, e per non subire ancora l’onta delle sue parole si è alzato, gli è scivolato alle spalle ed è sceso dal palco. Prima di andarsene, ha camminato nervosamente ai margini della piazza, fatto qualche telefonata, parlato con un paio di persone. Poi se ne è definitivamente andato. O almeno io non l’ho più visto.

Il vecchietto però ha continuato a parlare. Con la sua voce sottile, appena tremolante, chiedendo perdono, ma ha continuato a parlare: di un ministro della cultura che parla contro la cultura, e di altri misfatti recenti. Luca Caselli non se l’aspettava. Al vecchietto avevano dato un tema, Comunità e carità, che pareva il più conciliante possibile. E lui, del resto, si era all’inizio mostrato conciliante, muovendo da un passo dei Promessi Sposi, del ‘nostro’  Alessandro Manzoni. Un passo tratto dal capitolo XXXVI, quello in cui Renzo incontra al lazzaretto Padre Felice. E il tema era svolto nei termini del terzo, del terzo per il quale una comunità si costituisce come tale, e finché le cose si tenevano a quest’altezza, a questa generalità, Luca Sasselli seguiva il vecchietto senza troppa difficoltà: a chi non piace Manzoni? Quando però il terzo è diventato il frate che va a mani nude in mezzo ai lupi, Luca Sasselli si è rabbuiato. E quando il vecchietto ha preso a dire – come Padre Felice: con la corda al collo – che lui in giro vede solo lupi, e a chiedersi dove siano più i frati di cui ha bisogno una comunità per esser tale, allora Luca Sasselli deve aver pensato che la misura era colma, che quel vecchietto non stava facendo più cultura, ma propaganda, e che perciò non poteva restare un minuto di più. Ma il vecchietto non si è scomposto. Ha continuato, senza alzare i toni ma senza nemmeno abbassarli, perché non si fa un Festival di Filosofia solo per ricevere un comodo supplemento d’anima sul calar della sera, perchè confinare la filosofia in un recinto estetico, o genericamente culturale, è non far filosofia, perché non si parla in piazza se non si ha riguardo al fatto che è in una piazza che si parla, di fronte ai simboli civili e religiosi di una comunità, e perché pazienza per il patrocinio, mi scuserà l’organizzazione del festival, ma filosofo non è colui che fa la guardia al bidone di benzina, ma colui il quale gli dà fuoco.

Il vecchietto era Carlo Sini (e il passo del Manzoni col discorso di Padre Felice si trova qui)

Filosofia, un bene comune

Centocinquantamila presenze, migliaia di persone che si sono mosse quest’anno fra Modena, Carpi e Sassuolo per ascoltare le lezioni magistrali che il Festivalfilosofia propone ogni anno, da nove anni, nelle piazze, nelle chiese, nei palazzi delle città ospitanti. Programma ricchissimo, densissimo, affollatissimo. Mentre Cacciari parlava in Piazza Grande, a Modena, sul tema del prossimo come si presenta oggi: con il volto dello straniero, dell’immigrato, dell’extracomunitario, Vincenzo Vitiello, a Sassuolo, mostrava come sia andato in frantumi l’intera tradizione teologico-politica dell’Occidente. Mentre Richard Sennett rifletteva sulle scomparse e forse risorgenti comunità di mestiere, Marc Augé, l’antropologo dei non-luoghi, si esercitava sul tema politicamente assai scottante delle frontiere. E in contemporanea erano in programma anche Esposito e Bianchi, Galimberti e Severino, Vandana Shiva e Ferraris, Natoli e Sini, Curi e Nancy e via via tutti gli altri.
Non basta: per tre giorni, durante il Festival, le gallerie d’arte inaugurano personali e collettive, si tengono mostre e spettacoli e cene filosofiche; dappertutto si vedono i libretti rossi del programma, le maglie gialle degli addetti allo staff, le t-shirt e le borse a tracolla con il logo del festival, e persino i distributori automatici non di sigarette o profilattici, ma delle lezioni delle precedenti edizioni del festival, raccolte in comode ed economiche ‘paginette’ con il volto pensoso del filosofo in copertina.
Si possono scegliere due strade, di fronte a eventi del genere: giudicarli fenomeni imponenti ma superficiali, dettati dalla moda e dal consumo, oppure chiedersi se non sia proprio la comunità – il tema del Festival di quest’anno – la ‘cosa’ che tutti cercano tra un concerto e una lezione, un aperitivo a base di prosecco e una passeggiata in piazza, mentre il filosofo parla e le biciclette si fermano e il brusio della folla si attenua fin quasi a cessare. A ragione il Consorzio che da quest’anno gestisce il Festival ragiona intorno alla possibilità di esportare la manifestazione in altri luoghi d’Italia – per esempio al Sud, dove mancano distretti culturali del genere. E dove c’è da vincere una sfida: intellettuale e civile, prima ancora che organizzativa o economica. “Non si tratta semplicemente di commercializzare un marchio – dice la professoressa Borsari, l’anima del Festival – ma di riflettere sui nuovi modelli di fruizione della cultura, sulla pedagogia delle nuove generazioni, sul tramonto dei vecchi comparti del sapere e sull’effettiva voglia di comunità che sembra prepotentemente venire a galla, in occasioni del genere”.
Non bisogna disperare, dunque. Al filosofo supercilioso non si chiede di abbandonare per sempre le aule e i libri, ma di mettere in circolo il sapere, per le vie per le quali può scorrere oggi; e allo spettatore distratto non si offre solo qualche edulcorata pillola di accattivante saggezza, ma casomai di seguire la lezioni prendendo appunti: e in effetti, è abbastanza impressionante vedere la quantità di quadernetti e bloc-notes e penne impegnate a seguire con attenzione (a volte persino in piedi, a volte per terra addossati gli uni agli altri sotto una calda e umida tensostruttura) le difficile e talvolta aspre parole degli oratori.
Eppure a sentire Carlo Galli la comunità è oggi poco più di un miraggio. Specie per noi italiani. “Ha ragione Della Loggia: un ethos degli italiani non c’è”. Non c’è una comunità per la buona ragione che non c’è più nemmeno un individuo. Di solito i due termini – gli individui da un lato, la comunità dall’altro – sono presentati come opposti. Come incompatibili. Dare agli uni significherebbe togliere all’altra. E invece non è affatto così. Se non c’è comunità, è proprio perché oggi siamo per lo più in presenza non di individui, ma di “soggetti assoggettati” – dice Galli – “a cui vengono perciò fatte consumare in modo meramente sentimentale offerte di comunità fittizie”. Costruire comunità non significa dunque inventarsi spazi chiusi e protetti, in cui difendere gli individui dalle loro più profonde paure, o dalle minacce esterne, ma inventarsi invece luoghi in cui gli individui possano aprirsi gli uni agli altri, ed essere così davvero individui, nella loro irriducibile differenza. Essere, insomma, cittadini, nel senso robustamente civico della parola. E dunque: oltre “la comunità di sperma e sangue” di cui a partire da Vico ha parlato a Modena Roberto Esposito, in direzione di un uso critico della parola e del sapere. I Festival, in fondo, quando riescono davvero, non solo nei numeri ma nella testa dei partecipanti, dovrebbero servire a questo.
E il prossimo anno si ricomincia. Il tema dell’edizione 2010 è stata infatti già annunciato. Sarà la fortuna.